La Cc-Ti al fianco della formazione professionale e dei giovani talenti

Giovani talenti, competenze digitali e collaborazione tra economia, scuola e istituzioni: la formazione professionale si conferma una leva fondamentale per il futuro del Cantone.

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti e Michele Merazzi, COO Cc-Ti

La premiazione degli apprendisti e delle apprendiste che hanno concluso con successo la formazione 2025/2026 nei percorsi di informatico AFC, mediamatico AFC e operatore informatico AFC conferma il valore strategico della formazione professionale per il futuro economico del nostro Cantone. In un mercato del lavoro sempre più digitale e in rapida evoluzione, competenze qualificate sono essenziali per accompagnare le imprese nelle sfide della modernizzazione e dell’innovazione.

Lo ha sottolineato anche Luca Albertoni, direttore della Cc-Ti e presidente di ICT-Formazione professionale della Svizzera italiana, ricordando come entro il 2033 saranno necessari oltre 54’000 nuovi professionisti ICT. Un dato che evidenzia l’importanza di investire oggi nella crescita dei giovani, nella qualità dei percorsi formativi e nella collaborazione tra scuola, istituzioni, associazioni professionali e mondo economico.

La serata ha permesso di valorizzare non solo i risultati scolastici, ma anche le competenze tecniche e pratiche maturate durante il percorso formativo. Tra i giovani distintisi nei campionati regionali ICT figurano Yannik Ramser nella categoria Software Applications Development, Alan Gregorio nelle Web Technologies e Manuel Caimmi nel Cloud Computing. Particolarmente significativo è inoltre il risultato ottenuto in vista degli SwissSkills 2026: quattro giovani ticinesi – Alan Gregorio, Nemanja Zecevic, Robin Sartore e Amos Haefliger, tutti della SAMT di Trevano – si sono qualificati nella categoria Web Technologies, portando il talento ticinese sulla scena nazionale.

Questi risultati si inseriscono in un impegno più ampio e costante della Cc-Ti a favore della formazione professionale. Un impegno che Michele Merazzi, Chief Operations Officer della Cc-Ti, rappresentante del Cantone Ticino nel Consiglio di fondazione degli SwissSkills e nuovo membro della Commissione cantonale per la formazione professionale in rappresentanza della Camera di commerco e dell’industria del Cantone Ticino, ha più volte richiamato con forza: la formazione professionale è una leva decisiva per la competitività economica e la coesione sociale. Gli SwissSkills ne sono una dimostrazione concreta, perché rendono visibile il valore del sistema duale, la qualità delle competenze trasmesse dalle aziende formatrici e il ruolo essenziale delle associazioni di categoria.

Per la Cc-Ti, promuovere la formazione significa creare le condizioni affinché ogni giovane possa trovare la propria strada, sviluppare il proprio talento e inserirsi con fiducia nel mondo del lavoro. L’apprendistato non è una scelta di ripiego, ma un percorso di valore, moderno e aperto, capace di offrire prospettive concrete anche grazie alle passerelle verso la formazione superiore. Il successo dei giovani premiati e dei candidati ticinesi qualificati agli SwissSkills è quindi motivo di orgoglio e, al tempo stesso, uno stimolo a rafforzare la collaborazione tra economia, scuola e istituzioni.

Guardando al futuro, la sfida sarà continuare a valorizzare le professioni, coinvolgere sempre più giovani e accompagnare le imprese nella trasmissione delle competenze di cui il territorio avrà bisogno. La Cc-Ti intende restare un attore attivo di questo processo, ascoltando le esigenze dell’economia, sostenendo le associazioni di categoria e promuovendo una cultura della formazione capace di riconoscere e far crescere i talenti del nostro Cantone.

In questa prospettiva, la formazione continuata rappresenta uno strumento essenziale per tutte le persone e per tutte le imprese: permette di aggiornare le competenze, anticipare i cambiamenti e rafforzare la capacità di affrontare con consapevolezza le sfide del mercato del lavoro. Le proposte della Cc-Ti, tra percorsi formativi strutturati e momenti di formazione puntuale, sono disponibili al seguente link: www.cc-ti.ch/formazione/.

Rock Economy

Proseguono i podcast della Cc-Ti con Radio Ticino. A disposizione la 47° puntata, intitolata “Riforme, coraggio!“. Con Luca Albertoni, Direttore della Cc-Ti e Angelo Chiello di Radio Ticino. Disponibile anche su Spotify!

Online tutte le puntate (1-47) del podcast. Buon ascolto!


Per sorridere, si mettono in movimento 16 muscoli, per arrabbiarsi 65… fai ECONOMIA, sorridi!
Chiacchierate, aneddoti, tanti fatti, poca politica… Un modo un po’ giocoso ma serio per condividere l’economia, perché l’economia siamo tutti noi.

Ascolta il podcast su Radio Ticino, a cura della Cc-Ti con Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti e Angelo Chiello di Radio Ticino.
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Superare la contrapposizione

a cura di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti
Un’unica forza economica: grandi aziende e PMI crescono insieme

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti – © CdT-C. Zocchetti

Qualche giorno fa è stata pubblicata la notizia secondo cui le entrate fiscali della Confederazione sarebbero superiori a quanto ipotizzato in sede di preventivo. Il gettito dovrebbe superare di circa due miliardi di franchi le previsioni. Già nel 2025 gli incassi effettivi erano risultati superiori di oltre tre miliardi rispetto al preventivo.

Al di là delle inevitabili polemiche sulla reale o presunta eccessiva prudenza nella pianificazione finanziaria, un fatto emerge chiaramente: una parte rilevante di queste entrate è riconducibile alle grandi aziende internazionali presenti nel nostro Paese. Questo elemento contraddice la ricorrente rappresentazione delle grandi imprese come realtà interessate unicamente a sfruttare il territorio, i vantaggi fiscali o il costo della manodopera. Secondo questa narrazione, vi sarebbero da una parte le grandi aziende, considerate dannose, e dall’altra le piccole e medie imprese, ritenute per definizione virtuose.

La realtà è molto più articolata. In ogni categoria vi sono comportamenti virtuosi e comportamenti criticabili, e il mondo imprenditoriale non fa eccezione. Le generalizzazioni, tuttavia, non aiutano a comprendere il funzionamento dell’economia. Un sistema economico forte e resiliente poggia proprio sulla diversificazione del suo tessuto e sull’interazione fra piccole, medie e grandi imprese, attive sul mercato interno o sui mercati internazionali. Contrapporle risponde più a esigenze ideologiche che alla realtà economica.

I dati dovrebbero indurre a riflettere chi continua a indicare le grandi imprese come un bersaglio, proponendo di penalizzarle fiscalmente o di sottoporle, per principio, a regole più severe. Nessuna azienda deve naturalmente essere sottratta alle proprie responsabilità fiscali, sociali e ambientali. Trasformare però le imprese di maggiori dimensioni nel bersaglio permanente del dibattito politico significa ignorare il contributo che esse forniscono all’intero sistema economico. Significa anche rischiare di dividere artificiosamente il mondo economico, contrapponendo le grandi aziende alle PMI nel tentativo di raccogliere consenso presso queste ultime.

Limitandosi all’ambito fiscale, le cifre sono eloquenti. Le entrate federali derivanti dall’imposta sugli utili sono passate da circa due miliardi di franchi nel 1990 a 17,4 miliardi nel 2025. Le imprese versano oggi alla Confederazione più imposte dirette delle persone fisiche. Anche ammettendo che una parte degli incassi più recenti sia legata a operazioni straordinarie o a utili eccezionali, come nel caso dei risultati conseguiti a Ginevra dal settore delle materie prime, la tendenza di lungo periodo rimane evidente.

Il contributo delle grandi aziende, però, non si esaurisce nelle imposte pagate. Attorno a ogni grande gruppo industriale o finanziario opera una rete di fornitori, artigiani, società informatiche, studi professionali e imprese attive nella logistica, nella manutenzione, nelle costruzioni e nei servizi. In Ticino, attorno a una grande azienda possono ruotare realisticamente fra le 100 e le 200 PMI radicate nel territorio, che grazie a queste relazioni possono investire, innovare, formare apprendisti e creare posti di lavoro qualificati.

Una grande azienda non genera quindi soltanto occupazione diretta, ma produce un effetto moltiplicatore lungo intere catene del valore. Porta competenze, ricerca, capitali e relazioni internazionali. Consente inoltre a numerose piccole aziende di accedere indirettamente ai mercati mondiali e contribuisce alla solidità finanziaria della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. Indebolire la competitività delle grandi imprese significa inevitabilmente minare anche l’ecosistema economico che le circonda.

L’importanza dell’indotto generato da una grande organizzazione è stata riconosciuta, ad esempio, nel dibattito sulle conseguenze economiche di una possibile riduzione delle attività della SSR. È quindi difficile comprendere perché lo stesso principio venga trascurato quando è il mondo imprenditoriale a sottolineare il valore economico e occupazionale prodotto dalle grandi aziende.

In un contesto di questo tipo, la Svizzera e il Ticino devono continuare a offrire stabilità giuridica, infrastrutture efficienti, personale qualificato e condizioni quadro affidabili. Sono questi i fattori che convincono le imprese a investire, a mantenere le proprie attività e a sviluppare nuovi progetti nel nostro Paese.

Contrapporre grandi aziende e PMI è dunque un errore economico, politico e strategico. Le une hanno bisogno delle altre. Difendere condizioni favorevoli alle imprese non significa tutelare pochi privilegiati, ma proteggere una rete diffusa di lavoro, innovazione e benessere.

Prima di criminalizzare chi crea valore, sarebbe opportuno riconoscere quanta parte di quel valore ritorni alla collettività, direttamente attraverso le imposte e indirettamente attraverso migliaia di aziende e posti di lavoro.

La prosperità non nasce dalla contrapposizione, ma dalla capacità di fare sistema: sostenere chi investe, innova e crea lavoro è la scelta più concreta per costruire il futuro.

Il valore di chi si mette a disposizione

A cura di Michele Merazzi, COO Cc-Ti
Una società prospera quando ai diritti si affiancano responsabilità condivisa e partecipazione.

Michele Merazzi, COO Cc-Ti

Quando si parla di competitività, crescita economica e sviluppo del territorio, il dibattito si concentra spesso su fiscalità, infrastrutture, innovazione, formazione e accesso ai mercati. Temi fondamentali e cruciali, certamente. Esiste però un elemento meno visibile, difficilmente misurabile e raramente al centro dell’attenzione pubblica che contribuisce in modo determinante alla prosperità del nostro Cantone e della Svizzera: l’impegno associativo e civico.

Viviamo in un Paese che ha costruito il proprio successo non soltanto grazie alla solidità delle proprie imprese e istituzioni, ma anche grazie alla partecipazione attiva dei cittadini. Migliaia di persone dedicano ogni anno una parte significativa del proprio tempo ad associazioni professionali, società sportive, organizzazioni culturali, enti di volontariato, fondazioni, comuni e istituzioni politiche. Un contributo spesso silenzioso che non compare nelle statistiche economiche, ma che genera ogni giorno valore per l’intera collettività.

Il riconoscimento dei diritti, dei servizi e delle legittime aspettative riveste un’importanza fondamentale. Accanto a questi aspetti, merita altrettanta attenzione il valore della responsabilità condivisa e della partecipazione. È infatti grazie alla disponibilità di molte persone a mettere tempo, competenze ed energie al servizio della comunità che si rafforza la qualità di vita che caratterizza il nostro Paese.

Le associazioni non rappresentano soltanto luoghi di aggregazione o di difesa di interessi specifici. Sono spazi nei quali si costruiscono relazioni, si condividono competenze, si sviluppano idee e si cercano soluzioni comuni alle sfide del presente. In altre parole, sono autentiche scuole di cittadinanza attiva e di leadership. È spesso all’interno di questi contesti che si impara ad ascoltare, mediare, costruire consenso e assumersi responsabilità.

Lo osservo regolarmente anche nel mio lavoro presso la Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino. Nel Consiglio economico della Cc-Ti, le 65 associazioni rappresentate offrono un contributo di particolare rilievo, mettendo a disposizione competenze, esperienza e visione strategica per affrontare le sfide che interessano il nostro territorio. Tale disponibilità assume un valore ancora maggiore poiché si aggiunge al quotidiano impegno professionale delle persone che vi partecipano ed è animata dalla volontà di concorrere allo sviluppo economico e sociale del Cantone. Un esempio concreto di una risorsa strategica spesso poco visibile, ma fondamentale per sostenere nel tempo lo sviluppo economico e sociale del Cantone.

In un’epoca nella quale tutto sembra dover essere immediatamente remunerato, l’impegno associativo ci ricorda che esiste anche un’altra forma di investimento: quella nella comunità. Un investimento che genera fiducia, relazioni, coesione sociale e capacità di affrontare insieme i cambiamenti: risorse imprescindibili nel contesto economico odierno.

La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: continuare a coinvolgere nuove generazioni e valorizzare chi sceglie di assumersi responsabilità a favore della collettività. Perché associazioni economiche, società sportive, organizzazioni culturali e istituzioni vivono grazie alle strutture ma anche grazie alle persone che decidono di dedicare una parte del proprio tempo agli altri.

La riflessione centrale riguarda non soltanto la tutela del nostro benessere economico, ma anche la capacità di promuovere e sostenere la disponibilità delle persone a contribuire al bene comune. Una società prospera, infatti, quando al riconoscimento dei diritti e all’accesso ai servizi si affianca una partecipazione consapevole e costruttiva alla ricerca di soluzioni condivise.

La ricchezza di un Paese si misura anche nella disponibilità delle persone a collaborare, partecipare e contribuire.

È questo capitale invisibile che da generazioni sostiene la Svizzera e il Ticino. Un patrimonio prezioso che merita di essere riconosciuto, valorizzato e tramandato alle nuove generazioni. La Cc-Ti e le sue 65 associazioni di categoria ne rappresentano un esempio concreto e vincente: una rete capace di riunire competenze, esperienze e responsabilità diverse attorno a obiettivi condivisi. Promuovere questa disponibilità al dialogo, alla collaborazione e all’impegno per il bene comune è parte integrante della missione della nostra associazione e del suo contributo allo sviluppo economico e sociale del Cantone.



Inchiesta congiunturale 2026/27

L’inchiesta congiunturale condotta in collaborazione con le Camere di commercio e dell’industria della Svizzera romanda è giunta alla sua 17esima edizione. È possibile compilare il tutto online su www.enquetecci.ch. Termine: 31.10.2026.

Questa indagine traduce concretamente la nostra missione: ascoltare le imprese, comprenderne le esigenze e trasformare i dati raccolti in una voce forte e autorevole a tutela dell’intera economia cantonale. Il quadro che ne emerge, coerente con le statistiche ufficiali, ci consente di intervenire con determinazione per rafforzare la competitività, la resilienza e la solidità delle catene di approvvigionamento.

Accanto alle consuete domande sull’attività aziendale, l’edizione di quest’anno affronta temi decisivi per il futuro delle nostre imprese e del territorio: la capacità di investire con continuità, l’adattamento ai rischi climatici, la tenuta delle catene di approvvigionamento e la creazione di valore.

Su questi fronti la Cc-Ti intende far valere con fermezza le esigenze dell’economia reale e promuovere condizioni che permettano alle aziende di crescere, innovare e competere.

I risultati dell’inchiesta saranno pubblicati sui nostri usuali canali di comunicazione (Ticino Business, Newsletter, www.cc-ti.ch, Social Media) in forma anonima. Tutti i dati vengono trattati in ottemperanza della legge vigente sulla protezione dati.


Istruzioni per la compilazione:

L’inchiesta deve essere compilata entro il 31 ottobre 2026, attraverso una delle seguenti modalità a vostra scelta:

  • direttamente online sul sito www.enquete-cci.ch inserendo il vostro login e la relativa password (presenti nell’intestazione dell’inchiesta)
  • inviando il formulario in forma cartacea via posta (CP 1269, 6901 Lugano)
  • via e-mail a: trabattoni@cc-ti.ch

Il consiglio economico della Cc-Ti: convergere verso obiettivi comuni

L’ultimo Consiglio economico della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino ha riunito oltre quaranta rappresentanti delle principali associazioni economiche e professionali affiliate alla Cc-Ti. Un risultato che conferma non soltanto l’interesse verso i temi di attualità che riguardano il tessuto economico ticinese, ma anche la vitalità di un sistema associativo che costituisce una delle grandi ricchezze del nostro territorio.

Michele Merazzi, COO Cc-Ti

L’economia ticinese dispone infatti di una risorsa spesso poco visibile ma di straordinaria importanza: il lavoro svolto nelle associazioni di categoria. Dietro molte prese di posizione, progetti, iniziative formative e attività di rappresentanza vi sono imprenditori, professionisti e dirigenti che mettono a disposizione tempo, competenze ed esperienza a favore dell’interesse collettivo. È una forma concreta di spirito di milizia che contribuisce in maniera determinante alla competitività del nostro Cantone e alla qualità del dialogo tra economia, società e istituzioni.

In un contesto sempre più complesso e caratterizzato da sfide economiche, geopolitiche e tecnologiche di grande portata, il confronto tra le diverse realtà professionali assume un’importanza crescente. Il Consiglio economico della Cc-Ti rappresenta proprio uno spazio privilegiato di incontro e di dialogo, nel quale sensibilità, esperienze e competenze differenti possono convergere verso obiettivi comuni.

La forte partecipazione registrata negli ultimi incontri dimostra come vi sia la volontà di contribuire attivamente alla costruzione di una visione condivisa per il futuro economico del Ticino. Un impegno che va oltre gli interessi delle singole categorie e che si traduce nella capacità di individuare priorità comuni, formulare proposte costruttive e rafforzare il ruolo dell’economia quale interlocutore credibile nei confronti delle istituzioni e della società civile.

Lo spirito di milizia, che caratterizza da sempre il nostro Paese, continua quindi a rappresentare un elemento fondamentale anche per il mondo economico. La disponibilità di tante persone ad assumersi responsabilità associative, spesso accanto a impegni professionali già particolarmente intensi, è un patrimonio prezioso che merita di essere riconosciuto e valorizzato.

Il successo del Consiglio economico della Cc-Ti ne è una dimostrazione concreta: quando competenze, esperienza e spirito di servizio si mettono al servizio della collettività, il risultato è una comunità imprenditoriale più forte, più coesa e meglio preparata ad affrontare le sfide del futuro.

Il coraggio di riformare

La Svizzera si è spesso distinta per la capacità di adattarsi all’evoluzione dei tempi e quindi di procedere, seppure con la giusta prudenza, a riforme regolari e puntuali. Questa capacità sembra essersi in parte smarrita negli ultimi anni, ad esempio nell’ambito delle assicurazioni sociali, leggi l’AVS. Un cantiere senza dubbio difficile e delicato, con mille implicazioni.

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti – © CdT-C. Zocchetti

Eppure, qualche esempio interessante giunge anche da paesi “insospettabili”, perché considerati culla della socialità. Come la Svezia. Per decenni il paese scandinavo è stato il simbolo europeo dello Stato sociale, con il cosiddetto modello del Folkhem, la “casa del popolo”, che prometteva sicurezza e protezione attraverso un ampio sistema di prestazioni pubbliche finanziato da una pressione fiscale elevata. Poi la grave crisi dei primi anni Novanta con una crisi bancaria, immobiliare e finanziaria costrinse il Paese a rimettere in discussione molte delle proprie certezze.

La risposta fu tutt’altro che ideologica. Il governo intervenne per salvaguardare il sistema bancario, ma avviò contemporaneamente un profondo programma di risanamento delle finanze pubbliche e di riforme strutturali. L’obiettivo non era di ridimensionare lo Stato sociale, bensì di renderlo sostenibile stimolando al contempo l’economia per renderla più competitiva e quindi anche atta a finanziare il sistema.

La prima grande riforma riguardò la previdenza. La Svezia collegò progressivamente l’età pensionabile all’aumento della speranza di vita e rese più flessibile il passaggio dal lavoro alla pensione. Per i nati tra il 1960 e il 1964 l’età di riferimento è 67 anni, per i nati fra il 2015 e il 2017 è 71 anni. Oggi una quota significativa di cittadine e cittadini (oltre il 40%) continua volontariamente a lavorare anche oltre l’età di riferimento, contribuendo sia alla sostenibilità del sistema sia alla disponibilità di personale qualificato.

Anche la Svizzera è confrontata, come tutto il mondo occidentale, all’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, toccare l’età pensionabile, anche nel senso di una maggiore flessibilità, è ancora un tabù, come hanno dimostrato recenti votazioni popolari.

Il secondo spunto interessante che proviene dalla Svezia riguarda la fiscalità. Dopo aver constatato che capitali, imprenditori e investimenti lasciavano il Paese, la Svezia abolì le imposte sulla sostanza (dal 2007) e sulle successioni (2005). La scelta non fu dettata da motivazioni ideologiche, ma dalla volontà di preservare la competitività economica e, con essa, la capacità dello Stato di finanziare il proprio sistema sociale.

È un’esperienza che merita attenzione anche per noi, visto che in Svizzera riemergono periodicamente proposte per introdurre nuove imposte federali sul patrimonio o sulle successioni. Eppure, l’esperienza mostra che, in un’economia aperta e fortemente interconnessa come la nostra, il capitale è mobile: se la pressione fiscale diventa eccessiva, persone, imprese e investimenti possono spostarsi altrove. In questi casi, aumentare le aliquote non significa automaticamente aumentare il gettito. Al contrario, può indebolire la base economica che consente allo Stato di finanziare nel tempo le proprie prestazioni.

Ovviamente non si tratta di riprodurre 1:1 il modello svedese, perché ogni realtà ha le sue peculiarità e il nostro Paese continua a distinguersi per competitività, stabilità istituzionale e legale, qualità della formazione, capacità innovativa e solidità delle finanze pubbliche. Sono punti di forza costruiti in decenni di politiche lungimiranti e che devono assolutamente essere preservati. Ma sarebbe pericoloso considerarli come acquisiti, procrastinando le riforme fino a quando ci si trova a dover affrontare una crisi pesante. Cambiare quando si può scegliere e non solo quando si è costretti a farlo è indubbiamente più vantaggioso per tutti.

La Svizzera dispone di solide basi per affrontare anche queste sfide: senso di responsabilità, pragmatismo, stabilità istituzionale e una comprovata capacità di trovare soluzioni equilibrate. Proprio facendo leva su questi punti di forza, il nostro Paese può continuare a riformarsi per tempo, preservando ciò che funziona e adattandolo con lungimiranza alle esigenze future.

La Cc-Ti incontra l’Ambasciata di El Salvador

La Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti) ha accolto una delegazione dell’Ambasciata di El Salvador in Svizzera, guidata dall’Ambasciatrice Yessenia Lozano, per un incontro dedicato alle prospettive di rafforzamento delle relazioni economiche tra il Paese centroamericano e il Ticino.

Da sinistra: Flor Rodriguez (Ministro consigliere, Ambasciata di El Salvador), Monica Zurfluh (Resp. Commercio internazionale, Cc-Ti), S.E. Yessenia Lozano (Ambasciatrice di El Salvador in Svizzera), Luca Albertoni (Direttore Cc-Ti), Giacomo Zucco (Console onorario di El Salvador in Ticino), Vidar Tobar (Console generale di El Salvador a Ginevra), Alex (Plan B Network).

L’incontro si inserisce in un momento particolarmente significativo per la presenza salvadoregna in Ticino, a seguito dell’inaugurazione, il 1° luglio 2026, del Consolato onorario di El Salvador a Lugano. La rappresentanza costituisce un importante punto di riferimento per lo sviluppo dei rapporti istituzionali ed economici tra i due territori.

Negli ultimi anni El Salvador ha avviato un importante percorso di trasformazione economica e di apertura internazionale. Il Paese continua a registrare una crescita economica sostenuta, prossima al 4%, accompagnata da significativi investimenti nelle infrastrutture di trasporto e nella connettività. Il Governo punta, inoltre, a rafforzarne l’attrattività nei settori del turismo, della logistica, delle tecnologie digitali, dell’innovazione, delle life sciences e della manifattura avanzata, con l’obiettivo di attrarre nuovi investimenti internazionali.

L’incontro ha posto le basi per future iniziative congiunte dedicate alla promozione delle opportunità offerte da El Salvador nei settori del commercio, degli investimenti e del turismo. In questo contesto, la Cc-Ti ha confermato la propria disponibilità a collaborare con l’Ambasciata e il Consolato onorario per valorizzare il potenziale del Paese e rafforzare i rapporti economici tra El Salvador e il Ticino.

Non basta accumulare dati…

Per oltre vent’anni la trasformazione digitale delle imprese è stata guidata da una convinzione semplice: raccogliere il maggior numero possibile di dati. Si è parlato di big data, business intelligence, data analytics e intelligenza artificiale. Le aziende hanno investito ingenti risorse per digitalizzare processi, archiviare informazioni e costruire sistemi sempre più sofisticati di raccolta e gestione dei dati. Secondo il motto: «I dati sono il nuovo petrolio».

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

Oggi, però questo non è più sufficiente. Siamo già entrati in un’ulteriore fase della trasformazione digitale, nella quale emerge in maniera prorompente come il valore non risieda tanto nei dati in quanto tali, ma piuttosto nelle relazioni che esistono tra di essi. Un dato isolato è poco più di un elemento statico. Senz’altro utile, ma dall’impatto tutto sommato limitato. Un nome, una data, una transazione o una posizione geografica danno indicazioni parziali se osservati singolarmente. La vera conoscenza nasce quando questi elementi vengono collegati e inseriti in un contesto che prevede la loro messa in relazione. Sembra forse una cosa banale, ma in realtà non è ancora un approccio molto diffuso. Eppure è questo il principio che sta alla base di una delle evoluzioni più interessanti dell’intelligenza artificiale: l’ontologia.

In ambito informatico, un’ontologia è una struttura che organizza concetti, oggetti e relazioni all’interno di un determinato dominio. In altre parole, permette ai sistemi digitali di comprendere non soltanto i dati, ma anche il significato delle connessioni che li legano. Può sembrare un concetto teorico, ma le sue applicazioni sono estremamente concrete.

Pensiamo a un cliente registrato nel sistema informatico di un’azienda. Il suo nome, preso da solo, ha un’utilità limitata. La situazione cambia quando viene collegato alla cronologia degli acquisti, alla frequenza delle visite, alla localizzazione geografica, alle preferenze espresse online o alle interazioni con altri clienti. Non si dispone pertanto più solo di un dato ma di una conoscenza che può guidare decisioni commerciali, strategie di marketing e sviluppo di nuovi prodotti.

L’intelligenza non risiede quindi nell’oggetto, ma nella relazione.
Al di là dell’esempio forse un po’ banale appena citato, questo approccio permette soprattutto di individuare fenomeni che rimangono invisibili nelle tradizionali tabelle contenenti dati. Gli specialisti parlano di proprietà emergenti: caratteristiche che non si trovano nei singoli elementi ma che emergono dall’interazione tra più informazioni.
Un altro esempio tutto sommato semplice è quello degli smartphone. I dati provenienti dall’accelerometro e quelli del GPS, considerati separatamente, forniscono indicazioni limitate. Analizzati insieme permettono invece di capire se una persona sta camminando, correndo, guidando un’automobile o se è stata coinvolta in un incidente.

La conoscenza nasce quindi dalla correlazione.

Cosa significa tutto ciò per le imprese? Significa passare da una logica di raccolta e archiviazione a una logica di interpretazione e deduzione. La sfida non consiste più nel conservare enormi quantità di informazioni, ma nel costruire modelli capaci di evidenziare connessioni significative. È probabilmente questa la vera seconda digitalizzazione delle imprese. La prima è stata caratterizzata dalla dematerializzazione dei processi, dall’introduzione degli ERP, dei CRM e della documentazione elettronica. La seconda riguarda la capacità di trasformare dati sparsi in conoscenza operativa.
In questo contesto assumono crescente importanza i grafi di conoscenza, i sistemi di inferenza e le piattaforme di intelligenza artificiale capaci di ragionare sulle relazioni piuttosto che limitarsi a registrare informazioni.

Anche le domande che le aziende si pongono stanno ovviamente cambiando. Non basta più sapere quanti clienti hanno acquistato un determinato prodotto. Diventa più importante comprendere quali percorsi portano un cliente a diventare fedele a un marchio, quali fattori influenzano le sue scelte e quali segnali anticipano futuri comportamenti.
Per la Svizzera e per il Ticino questa evoluzione assume una rilevanza particolare. Operiamo in un contesto nel quale il vantaggio competitivo non può essere costruito sui volumi, ma sulla qualità, sull’innovazione e sulla capacità di generare valore aggiunto.
Le imprese ticinesi di tutti i settori dispongono già oggi di enormi quantità di dati. Il vero salto di qualità consisterà nel trasformarli in reti di conoscenza capaci di supportare decisioni più rapide e più accurate.

In un’economia sempre più fondata sulla conoscenza, il futuro non apparterrà a chi possiede più dati, ma a chi saprà comprenderne meglio le connessioni. Per il Ticino, che deve competere soprattutto con il capitale umano, la specializzazione e l’innovazione, questa potrebbe diventare una delle chiavi della competitività del prossimo decennio.

CEO Experience: le nuove logiche del potere

L’incontro con Gianandrea Gaiani e Luca Tenzi, intervistati da Marcello Foa, si è tenuto il 9 giugno 2026

Il contesto internazionale è attraversato da una progressiva transizione verso un assetto più multipolare, nel quale i rapporti tra Stati appaiono sempre più segnati dalla competizione strategica, dalla tutela degli interessi nazionali e da nuove forme di interdipendenza economica, tecnologica e politica.

Dopo la fase di predominio statunitense successiva alla Guerra fredda, il sistema internazionale appare oggi caratterizzato soprattutto dal confronto strategico tra Stati Uniti e Cina, mentre la Russia mantiene un ruolo rilevante sul piano militare e nucleare. A questi attori si affiancano potenze e aree di crescente peso regionale e globale, tra cui Unione europea, India, Turchia e monarchie del Golfo.

La discussione tenutasi durante l’evento “CEO Experience: le nuove logiche del potere” dello scorso 9 giugno 2026 presso l’Hotel Villa Principe Leopoldo a Lugano (organizzato dalla Cc-Ti con la collaborazione di economiesuisse, UBS Switzerland SA, Sunrise e Colin&Cie Svizzera SA) ha evidenziato come ogni Stato agisca in base ai propri punti di forza e alle proprie vulnerabilità, contribuendo a ridefinire equilibri, alleanze e rapporti di forza a livello globale.

Gli Stati Uniti restano la principale potenza militare e tecnologica, ma il loro ruolo internazionale si sta evolvendo: il sostegno all’Ucraina e il coinvolgimento in Medio Oriente evidenziano una strategia fondata su alleanze, strumenti di deterrenza, gestione indiretta delle crisi e controllo delle tecnologie avanzate.

La Cina, pur mantenendo un approccio generalmente prudente rispetto a un’esposizione militare diretta, si conferma il principale sfidante strategico degli Stati Uniti, rafforzando progressivamente la propria presenza militare, tecnologica ed economica. Il nodo di Taiwan resta uno degli elementi più sensibili nei rapporti sino-americani.

La Russia, pur confrontandosi con limiti tecnologici, pressioni economiche e l’elevato costo umano del conflitto in Ucraina, conserva un ruolo significativo grazie alla deterrenza nucleare, alla capacità industriale bellica e a forme di sostegno politico, economico o tecnologico da parte di partner quali Cina e Iran.

Le tensioni in Medio Oriente, incluse quelle che coinvolgono Iran, Israele e Stati Uniti, mostrano inoltre quanto i conflitti moderni dipendano da droni, intelligence, satelliti, cybercapacità e attacchi a distanza, con ricadute immediate sull’economia globale.

La dipendenza energetica dal Medio Oriente, il ruolo strategico dello Stretto di Hormuz e la volatilità dei prezzi dimostrano come le relazioni tra nazioni non siano più solo militari, ma anche economiche, energetiche e commerciali.

In questo contesto, la competizione non riguarda più soltanto territorio e risorse, ma anche tecnologia, dati, semiconduttori, intelligenza artificiale e controllo delle infrastrutture critiche.

L’Europa si confronta con un contesto di sicurezza sempre più complesso: dopo decenni in cui la garanzia statunitense ha avuto un ruolo centrale nella difesa del continente, diventa oggi prioritario rafforzare le capacità europee in materia di difesa, autonomia tecnologica, sicurezza energetica e base industriale.

All’interno dell’Unione europea, la definizione di una strategia condivisa resta una sfida rilevante: la diversità di interessi, priorità e sensibilità nazionali rende necessario un maggiore coordinamento per rispondere in modo efficace all’evoluzione dello scenario internazionale.

Anche la Svizzera è chiamata a confrontarsi con l’evoluzione di questo scenario. Pur non essendo, allo stato attuale, esposta a un rischio militare diretto comparabile a quello di altri Paesi europei, il contesto internazionale impone una crescente attenzione alle minacce ibride, alla cybersicurezza, alla resilienza economica, alla gestione delle pressioni sulle esportazioni e alla sicurezza degli approvvigionamenti.

In questa prospettiva, per la Svizzera assumono particolare rilievo la salvaguardia della neutralità, il rafforzamento della sovranità tecnologica, la protezione delle infrastrutture critiche, la diversificazione dei fornitori strategici e il sostegno alla ricerca e all’innovazione.

In conclusione, le crisi attuali evidenziano una trasformazione profonda dei rapporti internazionali: alleanze e organizzazioni multilaterali restano importanti, ma sono sempre più condizionate dagli interessi strategici dei singoli Stati.

La sicurezza futura non dipenderà soltanto dalla forza militare, ma anche dalla capacità dei Paesi di proteggere reti energetiche, dati, telecomunicazioni, sistemi finanziari, tecnologie strategiche e catene di approvvigionamento.

La domanda centrale non è più soltanto come vincere un conflitto, ma come restare resilienti in un mondo instabile, competitivo e sempre più interdipendente.


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