Discorso del Presidente Cc-Ti Andrea Gehri

Pronunciato in occasione della 109esima Assemblea Generale Ordinaria della Cc-Ti del 16 ottobre 2026

“RITROVARE LA ROTTA”

Signori Consiglieri di Stato,
Signori Consiglieri agli Stati e al Nazionale,
Autorità cantonali e comunali,
Care imprenditrici e cari imprenditori,
Gentili ospiti,
Care amiche e cari amici della Cc-Ti,

Quando ci ritroviamo ogni anno per la nostra Assemblea generale, abbiamo il dovere di guardare oltre il bilancio di un’associazione e oltre l’attualità di una stagione politica.

Dobbiamo chiederci dove sta andando il nostro Cantone.

E, soprattutto, dove vogliamo che vada.

Un Paese senza una direzione rischia di procedere, di vagare senza sapere dove sta andando.
Può amministrare il presente. Può reagire alle emergenze. Può correggere qualche problema.

Ma senza una rotta e senza una bussola perde, poco alla volta, la capacità di costruire il futuro.

Le finanze pubbliche peggiorano. La popolazione invecchia. Le nascite diminuiscono. Le aziende faticano a trovare personale qualificato. La formazione deve rincorrere l’innovazione e il progresso. La burocrazia si espande e le regolamentazioni si moltiplicano. La concorrenza fra territori è sempre più una realtà a cui bisogna prestare attenzione.

E intanto il mondo non ci aspetta.

Non voglio fare oggi un discorso retorico e/o di circostanza. Non voglio neppure aggiungere un’altra voce al rumore politico che troppo spesso, negli ultimi mesi, accompagna la vita istituzionale del nostro Cantone.

Ma proprio perché rappresentiamo l’economia ticinese, abbiamo il dovere di contribuire con franchezza e spirito costruttivo al dibattito sul futuro del Cantone. Osserviamo difficoltà che richiedono risposte più coordinate e una maggiore capacità di guardare oltre le emergenze e le contrapposizioni del momento.

La domanda è paradossalmente semplice:

vogliamo continuare a navigare a vista, oppure vogliamo tornare a scegliere una rotta?

Io credo che il Ticino possa ancora scegliere. Ma scegliere significa riconoscere i problemi e le opportunità, fissare le priorità e assumersi la responsabilità delle decisioni.

La nostra bussola ha quattro punti cardinali:
finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo.

Sono i quattro punti della bussola che possono, anzi devono, riportare il Ticino sulla giusta rotta.

Partiamo dalle finanze. Non perché tutto sia riconducibile ai conti dello Stato, ma perché senza finanze sane lo Stato perde progressivamente la capacità di fare politica.

Un anno fa, da questo stesso palco, avevo rivolto al Consiglio di Stato e alla politica tutta un appello: «Riformare per servire meglio». Non ci eravamo limitati a denunciare i problemi. Avevamo indicato sette misure concrete.

Contenere le nuove assunzioni e gestire responsabilmente gli avvicendamenti. Riformare il settore sanitario di competenza cantonale. Rivedere a trecentosessanta gradi il sistema dei sussidi. Eliminare le leggi inutili. Deregolamentare e orientare l’Amministrazione al cittadino. Favorire la mobilità interna. E, soprattutto, rivedere profondamente i compiti dello Stato.

Oggi, a un anno di distanza, la domanda è inevitabile.

Quante di quelle misure sono state ascoltate?

Quante sono state realmente applicate?

Il bilancio mostra alcuni primi passi, ma resta ancora distante dalla profondità del cambiamento che riteniamo necessario.

Qualche segnale esiste. In sanità sono stati avviati interventi puntuali per favorire il passaggio dalla degenza alle cure ambulatoriali e sono proseguite pure iniziative per governare determinate autorizzazioni. Sul fronte digitale sono disponibili nuovi servizi e il principio «once only» è entrato almeno nel dibattito amministrativo.

Ma segnali puntuali non sono ancora una riforma.

Non risulta attuata una più rigorosa gestione delle assunzioni e delle partenze. Non emerge una revisione complessiva dei sussidi. Non è stato introdotto un principio generale per eliminare una norma ogni volta che se ne approva una nuova. Non risulta neppure avviato un programma organico di mobilità interna. E, soprattutto, non vediamo ancora quella profonda verifica dei compiti dello Stato che avevamo indicato come la madre delle riforme.

Anche i conti confermano che il cambio di passo non è ancora avvenuto. Il Preventivo 2027, licenziato dal Consiglio di Stato il 30 settembre, prevede spese complessive per 4 miliardi e 731 milioni di franchi, 108 milioni in più rispetto al Preventivo 2026.

I ricavi salgono a 4 miliardi e 633 milioni, ma il risultato d’esercizio resta negativo per 98,5 milioni.

Gli investimenti netti rimangono elevati, attorno ai 291 milioni, e questo è forse uno degli spiragli di luce da evidenziare nel documento.

La perdita d’esercizio rispetta formalmente il freno al disavanzo, ma questo non significa che i conti siano risanati: significa soltanto che, per il 2027, restano entro il limite legale imposto.

Il giudizio deve essere equilibrato ma chiaro: alcune iniziative settoriali si sono mosse; poco delle sette misure può però dirsi realizzata in modo completo e strutturale.
Il discorso di oggi non corregge quello del 2025. Lo conferma.
E conferma soprattutto che il tempo disponibile si è ulteriormente ridotto.

Il Ticino ha chiuso il 2025 con un disavanzo d’esercizio di 32.5 milioni di franchi.
A fine 2025 il debito pubblico ammontava già a 2 miliardi e 729 milioni.
Salirà a 2 miliardi e 897 milioni nel 2026 e a 3 miliardi e 58 milioni nel 2027.

Ma è soprattutto la proiezione successiva a mostrare la vera dimensione del problema:
3 miliardi e 446 milioni nel 2028, 3 miliardi e 997 milioni nel 2029 e ben 4 miliardi e 585 milioni nel 2030.
In appena cinque anni, dal 2025 al 2030, il debito aumenterebbe quindi di circa 1 miliardo e 856 milioni, quasi il 68 per cento in più rispetto al dato attuale.

È una crescita che ridurrà drasticamente e progressivamente i margini di manovra del Cantone e trasferirà oneri rilevanti alla cittadinanza e alle future generazioni.

Una dinamica di questa portata non sarebbe compatibile con una gestione responsabile sul piano politico, sociale ed economico.

Il capitale proprio resta negativo. Intanto il Piano finanziario prevede disavanzi d’esercizio di 236 milioni nel 2028, 411 milioni nel 2029 e 460 milioni nel 2030. Nello stesso periodo le spese salirebbero da 4 miliardi e 731 milioni nel 2027 a oltre 5 miliardi nel 2030, mentre i ricavi resterebbero sostanzialmente fermi attorno ai 4,5-4,6 miliardi.

Il divario non è congiunturale: rimane strutturale.

Il risultato, e va sottolineato, è stato favorito da entrate non strutturali: 80,1 milioni dalla distribuzione degli utili della Banca nazionale svizzera, non preventivati, e 67 milioni in più dalle imposte di successione e donazione, riconducibili in larga parte a un importante singolo caso. Non è quindi il frutto di una correzione strutturale né di un riequilibrio stabile fra entrate e uscite.

Oggi il miglioramento dei conti poggia ancora su due elementi fragili.

La speranza e l’espediente.

La speranza che arrivino nuovi contributi dalla Banca nazionale. La speranza che si ripetano sopravvenienze fiscali. La speranza che un’entrata eccezionale ci permetta ancora una volta di guadagnare tempo.

E poi l’espediente: misure estemporanee, prive di strategia organica, spesso scollegate, troppo sovente di natura puramente contabile e quasi mai strutturali.

È prevalso un principio, profondamente errato.

Meglio rinviare il problema piuttosto che affrontarlo.

Ma un problema strutturale rinviato non scompare. Cresce soltanto.

Si accumula. Riduce la libertà di scelta. E trasferisce il conto alle generazioni successive.

Uno studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato il 4 maggio 2026 e richiamato dalla Cc-Ti, stima un disavanzo strutturale ordinario di circa 200 milioni di franchi all’anno e nuovi oneri già decisi per 350–400 milioni entro il 2029: uno squilibrio potenziale, quindi, nell’ordine di 550–600 milioni all’anno.

Non si tratta di un effetto isolato, ma di uno squilibrio che si ripeterebbe ogni anno.

Sono stime che richiedono una valutazione attenta e una risposta condivisa.

Alle istituzioni e alla politica rivolgiamo quindi un appello chiaro: affrontiamo insieme questi problemi con tempestività, trasparenza e senso di responsabilità.

Servono decisioni tempestive, capaci di affrontare le cause strutturali per evitare che il margine d’intervento si riduca ulteriormente.

Il tempo utile per intervenire in modo ordinato e graduale si sta riducendo; agire per tempo consentirebbe di evitare misure più dolorose in futuro.

In questi anni abbiamo assunto impegni e aumentato le uscite senza chiarire fino in fondo chi avrebbe dovuto pagarne il conto. Prima di approvare nuove spese ricorrenti o nuovi investimenti dobbiamo conoscere il quadro finanziario complessivo, le conseguenze future e la copertura.

Per questo proponiamo una vera Spending Review Ticino, ossia un’analisi e revisione della spesa pubblica. Non una commissione consultiva. Non un rapporto destinato a finire in un cassetto. Ma un programma permanente di verifica dei compiti, delle priorità, della spesa e dell’efficacia dell’Amministrazione.

La regola deve essere chiara: prima di chiedere altri soldi ai cittadini e alle imprese, dimostriamo di avere utilizzato bene quelli di cui già disponiamo.

In questo contesto si inserisce anche l’iniziativa «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali», della quale la Cc-Ti fa parte del comitato promotore. Noi auspichiamo che il Consiglio di Stato presenti un controprogetto coraggioso, seppur con ampio ritardo, credibile e realmente in linea con le aspettative dell’iniziativa: un progetto che colleghi il contenimento degli effettivi alla verifica dei compiti, alla mobilità interna, alla digitalizzazione e alla sostituzione selettiva delle partenze.

Solo una risposta politica di questa portata potrà rendere superfluo il voto popolare ed evitare di chiamare la cittadinanza alle urne, magari già nel febbraio 2027.

Non chiediamo un compromesso cosmetico. Chiediamo una soluzione sostanziale, misurabile e capace di dare una risposta alle preoccupazioni che hanno portato alla nascita dell’iniziativa.

Non è assolutamente una battaglia contro i collaboratori dello Stato.

Non è un attacco ai servizi pubblici.

E non è il tentativo di ridurre la capacità del Cantone di rispondere alle esigenze dei cittadini, delle famiglie e delle imprese.

È esattamente il contrario.

Vogliamo preservare nel tempo la capacità dello Stato di svolgere bene i compiti necessari. Ma proprio per questo non possiamo accettare che strutture, funzioni, organici e costi continuino a crescere quasi automaticamente, senza una verifica rigorosa della loro necessità, efficacia e sostenibilità.

Non si può crescere a dismisura senza fermarsi a chiedersi:

Ma è davvero necessario? È finanziariamente sostenibile? Il servizio reso ai cittadini è migliorato in misura proporzionata alle risorse impiegate?

Il punto non è partire dal numero dei dipendenti.

Il punto è, e lo ribadisco nuovamente, partire dai compiti dello Stato.

Significa scegliere con coerenza.

Significa concentrare le risorse dove producono il maggiore beneficio per la collettività. Significa eliminare ciò che non serve più, per proteggere e migliorare ciò che serve davvero.

Uno Stato moderno non si giudica dal numero di persone che impiega. Si giudica dalla qualità dei servizi, dalla rapidità delle risposte, dalla chiarezza delle responsabilità, dall’efficienza dei processi e dall’uso responsabile delle risorse.

Il nostro obiettivo non è uno Stato più debole. È uno Stato migliore.

Più semplice. Più rapido. Più vicino ai cittadini e alle imprese. E, soprattutto, sostenibile anche per le prossime generazioni.

Per raggiungere questi obiettivi è indispensabile mettere ordine nei conti. Ma il Ticino non può ritrovare la rotta soltanto risparmiando: deve anche tornare a crescere.

La politica finanziaria non può essere separata dalla politica economica. L’economia, infatti, non è il bancomat dello Stato. Le imprese non sono semplicemente soggetti ai quali chiedere più imposte, più contributi, più adempimenti e più obblighi.

Le imprese sono il luogo nel quale si crea valore. E quel valore, alla fine, finanzia anche e soprattutto la solidarietà e lo Stato sociale.

Prima si crea ricchezza. Poi la si può distribuire.

Senza produttività, investimenti e imprese competitive, finiamo per dividerci una torta che non cresce più. Noi dobbiamo tornare a parlare di come far crescere la torta.

E qui il Ticino ha un problema ancora più profondo: manca di una visione e di una strategia economica cantonale condivisa e di lungo periodo.

Nei mesi scorsi questa mia valutazione è stata ripresa con molta enfasi dai media e dalla politica, soprattutto in relazione al consigliere di Stato on. Christian Vitta.

Vorrei tuttavia precisare il significato del commento espresso. Il mio compito, quale presidente della Cc-Ti, è di rappresentare l’economia cantonale, dare voce alle preoccupazioni delle imprese, degli imprenditori e sollecitare la politica alle proprie responsabilità.

Durante tutti gli anni alla direzione del DFE, i rapporti personali e istituzionali con l’on. Christian Vitta sono sempre stati contraddistinti da grande stima, rispetto, correttezza e collaborazione.

Proprio perché la stima è sincera, possiamo e dobbiamo parlare con franchezza.

Il giudizio sui risultati non deve cancellare il riconoscimento personale, di stima e di rispetto, ma dev’essere parte del dialogo.

Le due dimensioni devono restare distinte. Entrambe vere. Entrambe espresse con lealtà.

E sottolineo quindi con altrettanta convinzione che, sarebbe sbagliato attribuire a una sola persona responsabilità che appartengono al Consiglio di Stato, al Parlamento e alla politica cantonale nel suo insieme.

Da tempo i nostri associati sollecitano un disegno coerente per lo sviluppo economico del Cantone, che dia continuità alle decisioni e fiducia a chi investe. Non chiedono misure isolate. Chiedono una direzione riconoscibile, priorità chiare, obiettivi misurabili e strumenti efficaci.

Se guardiamo ai dossier decisivi, dalla promozione del tessuto economico alla strategia di medio e lungo termine, fino all’attrattività territoriale, mancano progressi misurabili e che rispondano alle sfide che ci attendono.

E’ necessario compiere scelte più incisive per orientare l’economia verso le nuove sfide. Senza misure forti non si crea nuovo valore, non si generano posti di lavoro attrattivi e non si costruisce un tessuto economico di qualità, solido e competitivo.

Le decisioni economiche nascono da dinamiche istituzionali più ampie che coinvolgono in prima linea la politica a tutti i livelli.

Ma coinvolgono anche l’economia e le parti sociali.

L’economia è pronta a fare la propria parte: investire, formare, innovare e assumersi rischi. Confidiamo che, insieme alla politica e alle parti sociali, sia possibile tradurre questa disponibilità in scelte condivise e risultati concreti.

Il punto è: riconoscere che la gestione dell’ordinario non basta più.

Per questo propongo un nuovo Libro bianco Ticino 2040.

Non un documento ideologico, ma un progetto di Paese costruito insieme alle istituzioni, all’Università, alla SUPSI, alle associazioni economiche, alle parti sociali e alla società civile.

Possiamo imparare dai Cantoni che hanno reagito con una strategia chiara, lavorando insieme su fiscalità, disciplina finanziaria, innovazione, aree economiche, disponibilità di manodopera, digitalizzazione e amministrazione orientata al cliente.

Un esempio recente viene dal Canton Vaud. Il 27 settembre 2026 la popolazione ha approvato una riduzione del 12 per cento dell’imposta cantonale sul reddito e sulla sostanza delle persone fisiche, applicabile già dal 2027.

È importante essere precisi: lo sgravio non riguarda l’imposta sull’utile o sul capitale delle persone giuridiche.

Riguarda i contribuenti privati e mira a ridurre una pressione fiscale che, nel confronto intercantonale, rimane particolarmente elevata. Per il Cantone significa una diminuzione strutturale delle entrate stimata in 272 milioni di franchi all’anno. La decisione arriva mentre il progetto di Preventivo 2027 presenta già un disavanzo di ben 356 milioni.

Non tutto, in questo modello, è trasferibile automaticamente al Ticino. E una parte della copertura vodese poggia anche su ricavi straordinari e su una quota supplementare della Banca nazionale, quindi su elementi che richiedono prudenza.

Ma la lezione politica è chiara:

Vaud ha scelto di affrontare insieme fiscalità delle persone fisiche, disciplina finanziaria e attrattività territoriale.

Lo sgravio non viene presentato soltanto come un minore prelievo, ma come una scelta di posizionamento: restituire potere d’acquisto a salariati, indipendenti, pensionati e famiglie, trattenere contribuenti, competenze e famiglie, e soprattutto costringere lo Stato a ridefinire priorità e crescita della spesa.

Questa è la differenza tra una misura isolata e una visione di medio-lungo periodo.

Una strategia economica credibile non domanda soltanto quanto costa oggi una riduzione fiscale. Domanda quali famiglie, competenze, investimenti e attività economiche vogliamo trattenere e attrarre nei prossimi dieci o quindici anni. Il Ticino non deve copiare Vaud.

Ma deve ritrovare la stessa capacità di scegliere una direzione e di sostenerla con coerenza nel tempo.

Una visione vale soltanto se diventa realtà. E diventa realtà attraverso condizioni quadro concrete.

Le imprese non chiedono privilegi. Chiedono fiscalità sostenibile, regole comprensibili, infrastrutture, energia competitiva, formazione di livello, certezza del diritto e tempi amministrativi ragionevoli.

La domanda non è quanto possiamo ancora chiedere. La domanda è quale livello fiscale permetta di generare il massimo gettito sostenibile nel lungo periodo, senza spingere imprese, professionisti, giovani e investitori a scegliere altri territori.

Propongo una strategia fiscale Ticino 2035 orientata agli investimenti, alla crescita delle PMI, alla ricerca, all’innovazione e alle persone altamente qualificate.

Ma la competitività dipende anche dal tempo che le imprese devono dedicare alle procedure. Ogni formulario compilato due volte, ogni dato trasmesso a più uffici, ogni autorizzazione senza coordinamento rappresenta un costo.

È tempo sottratto agli imprenditori, alle aziende e ai clienti.

È tempo sottratto all’innovazione, alla formazione e allo sviluppo dell’attività. E questo peso ricade soprattutto sulle PMI.

Propongo una moratoria burocratica per la crescita e un programma cantonale di semplificazione. Per ogni nuova legge, regolamento o adempimento occorre indicare quale obbligo viene eliminato e quanto tempo verrà concretamente risparmiato.

Il principio «once only» deve diventare la regola: un dato trasmesso correttamente a un’autorità non deve essere richiesto di nuovo.

Digitalizzare una procedura duplicata non significa semplificarla.

Significa soltanto digitalizzare la complicazione.

Le procedure edilizie devono diventare più rapide, coordinate e prevedibili. Accelerare non significa rinunciare ai controlli. Significa verificare subito la completezza del dossier, indicare tempi trasparenti, coordinare le autorità, svolgere in parallelo le verifiche indipendenti e consentire il monitoraggio digitale della pratica.

Per gli investimenti importanti propongo una conferenza preliminare con le autorità coinvolte, così da individuare gli aspetti critici all’inizio e non dopo mesi di progettazione.

Anche gli appalti pubblici devono essere realmente accessibili alle PMI. Servono requisiti proporzionati, attestazioni riutilizzabili, procedure elettroniche uniformi e riscontri utili alle imprese.

La complessità burocratica non seleziona necessariamente l’impresa migliore.

Spesso seleziona quella che dispone di più risorse per compilare il dossier.

Una riforma cantonale dovrebbe fondarsi su sei principi:

una sola trasmissione dei dati; digitalizzare per sostituire; tempi e responsabilità chiari; proporzionalità; coordinamento; misurazione della riduzione effettiva di tempi, costi e documenti.

Vogliamo un’Amministrazione autorevole e orientata al servizio, vicina ai cittadini e alle imprese, capace di accompagnare chi presenta un progetto nel rispetto delle regole, con procedure chiare, tempi definiti e disponibilità al confronto.

Quando le condizioni peggiorano troppo, l’impresa non protesta soltanto. Si muove. L’investitore sceglie un altro territorio. L’imprenditore investe semplicemente altrove.

Un’impresa non è un problema da gestire. È un valore da coltivare. Quando cresce, assume, investe, forma apprendisti, genera innovazione e contribuisce alla prosperità del territorio. Quando parte, lascia un vuoto.

Tuttavia, anche le migliori condizioni quadro non bastano. Senza persone e competenze, nessuna strategia può funzionare.

La risposta è la formazione. Una formazione di qualità.

Nei prossimi anni una parte importante dei baby boomers uscirà dal mercato del lavoro. Già oggi molte aziende faticano a trovare le competenze necessarie, mentre intelligenza artificiale, robotica e automazione cambiano professioni e modelli produttivi ad una velocità inimmaginabile.

La formazione professionale duale è uno dei maggiori vantaggi competitivi della Svizzera. Dobbiamo dirlo con convinzione:

l’apprendistato non è e non dev’essere il piano B per i nostri giovani. È una scelta professionale e di vita che può portare a carriere straordinarie.

Questo vale soprattutto per edilizia, impiantistica, meccanica, elettricità, manutenzione, logistica e per le professioni tecniche e artigianali.

Possiamo digitalizzare e automatizzare moltissimo, certo!

Ma qualcuno dovrà ancora costruire, installare, riparare, programmare, mantenere, progettare e produrre.

L’intelligenza artificiale non posa un tetto.

Non installa un impianto.

Non ripara una macchina.

Non posa un nuovo pavimento.

Non realizza una nuova facciata.

L’intelligenza artificiale trasformerà molte professioni, siamone certi, ma non sostituirà il valore delle competenze tecniche, artigianali e operative di cui il nostro territorio continuerà ad avere bisogno.

Abbiamo bisogno di un Patto ticinese per la formazione duale: sostegno alle PMI che formano, incentivi a nuovi posti di apprendistato, promozione e orientamento più incisivi e convinti, maggiore coinvolgimento delle imprese nelle scuole e valorizzazione della formazione professionale superiore.

Dobbiamo offrire percorsi rapidi di riqualificazione, competenze digitali e di intelligenza artificiale trasversali e un monitoraggio annuale del fabbisogno delle imprese.

La formazione deve dialogare con l’economia. Non ci sono alternative.

Non per subordinare la scuola alle esigenze contingenti delle aziende, ma per costruire un raccordo stabile e lungimirante fra scuola, apprendistato, università, innovazione e mondo del lavoro.

L’intelligenza artificiale può diventare un’opportunità. Dobbiamo chiederci quali nuovi posti di lavoro e quali nuove imprese possiamo creare grazie ad essa.

Propongo un Ticino AI & Innovation Hub orientato all’applicazione concreta dell’intelligenza artificiale nelle PMI: un luogo nel quale una piccola impresa possa arrivare con un problema e uscire con una soluzione, o quantomeno un indirizzo applicabile.

Il Ticino deve diventare un luogo nel quale un giovane possa dire: qui posso studiare, lavorare, fare impresa, costruire una famiglia e immaginare il mio futuro.

E parlando di persone arriviamo forse alla madre di tutte le sfide economiche, quella che si intreccia con tutte le altre: la demografia.

Nel 2025 in Ticino sono nati soltanto 2’285 bambini, ma sono decedute ahimé 3’476 persone. Il saldo naturale è quindi negativo di 1’191 unità.

Meno giovani in futuro significa meno lavoratori, meno imprenditori e meno contribuenti. Una popolazione più anziana significa maggiore pressione sul sistema sociale, sanitario e assistenziale.

Non possiamo affrontare la denatalità con uno slogan. E nemmeno soltanto con un assegno, per buona pace della coscienza.

La scelta di avere figli dipende da casa, lavoro, reddito, servizi, conciliazione, stabilità e fiducia nel futuro.

La politica familiare non è soltanto una politica sociale. È una politica economica.

Abbiamo bisogno di un programma cantonale pluriennale basato su quattro pilastri:

fiscalità, conciliazione, abitazione e lavoro.

Non dobbiamo misurare soltanto quanti milioni abbiamo speso. Le imprese finanziano il fondo conciliabilità attraverso un prelievo pari allo 0,15% dei salari determinanti AVS.
Tradotto, ben oltre 100 mio di Chf. negli ultimi 4-5 anni.
Sarebbe però interessante poter misurare quante famiglie abbiamo aiutato, quanti genitori sono rimasti nel mercato del lavoro e quanto capitale umano abbiamo trattenuto.

L’evoluzione, o meglio l’inverno demografico a cui stiamo assistendo, ci impone anche una strategia di attrazione di competenze e attività ad alto valore aggiunto.

Il vero banco di prova per il Ticino non è soltanto il 2029.

È il 2040.

È la capacità di garantire opportunità alle prossime generazioni. È la possibilità per i nostri giovani di costruire qui una vita. È la sostenibilità economica e sociale del Cantone nel lungo periodo.

Finanze, economia, formazione e demografia non sono capitoli separati. Sono parti della stessa domanda:

quale Ticino vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi?

Finanze, competitività, formazione e demografia ci portano alla stessa conclusione: nessuno può affrontare queste sfide da solo.

Non vogliamo una contrapposizione fra politica ed economia. Desideriamo promuovere un patto di responsabilità tra le parti.

La politica deve garantire finanze pubbliche sostenibili, condizioni quadro competitive, meno burocrazia e una visione economica di lungo periodo.

L’economia deve continuare a investire, innovare, formare, creare posti di lavoro e assumersi rischi e responsabilità.

L’economia non chiede agli altri responsabilità dalle quali intende sottrarsi.

La Cc-Ti è pronta a fare la propria parte e a dialogare con le autorità, il mondo politico, i Comuni, le associazioni, le organizzazioni dei lavoratori, la scuola, le università e tutte le forze vive del Cantone.

Anche la difesa delle condizioni quadro deve, però, disporre di strumenti concreti. Per questo l’Ufficio presidenziale della Cc-Ti ha deciso di istituire dal 2027 un fondo destinato alle future campagne politiche, alimentato dai soci e dalle associazioni economiche di settore.

Non sarà uno strumento contro la politica, ma un mezzo di partecipazione democratica trasparente e responsabile, attraverso il quale l’economia intende contribuire al confronto pubblico con fatti, dati e proposte.

Ma in fondo, tutto ciò di cui ho parlato oggi conduce alla stessa conclusione.

Finanze pubbliche. Politica economica. Competitività. Formazione. Demografia.

Non sono temi separati. Sono facce diverse della stessa sfida e realtà di oggi.

Restituire al Ticino una direzione.

Restituire al Ticino una visione.

Restituire al Ticino una rotta che si traduca in dieci cantieri, dieci obiettivi concreti che desidero riassumere:

Primo: Spending Review e verifica dei compiti dello Stato.

Secondo: equilibrio finanziario.

Terzo: strategia fiscale Ticino 2035.

Quarto: semplificazione amministrativa.

Quinto: Libro bianco Ticino 2040.

Sesto: Patto per la formazione duale.

Settimo: riqualificazione professionale.

Ottavo: politica familiare e abitativa.

Nono: attrazione di imprese e talenti.

Decimo: Ticino AI & Innovation Hub.

Queste non sono dieci promesse. Sono dieci cantieri aperti, nei quali dobbiamo impegnarci e costruire soluzioni concrete.

E su questi cantieri la Cc-Ti è pronta a lavorare.

Abbiamo imprese, persone, competenze, scuole, università, qualità di vita e una posizione geografica straordinaria. Abbiamo soprattutto la possibilità di scegliere.

La bussola, come accennato in entrata di discorso, ha quattro punti cardinali:

finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo.

Siamo pronti a investire. Siamo pronti a formare. Siamo pronti a innovare. Siamo pronti ad assumerci responsabilità.

Perché un patto di Paese non può essere un patto nel quale alcuni chiedono e altri pagano. Deve essere un patto nel quale tutti contribuiscono, ognuno per le proprie competenze.

Con fermezza, quando sarà necessario.

Con proposte, sempre.

Con spirito costruttivo, perché gli imprenditori non hanno interesse a vincere una battaglia politica. Hanno interesse a:

Far vincere il Ticino.

Un Ticino nel quale valga la pena di investire.

Un Ticino nel quale valga la pena di lavorare.

Un Ticino nel quale valga la pena di far crescere una famiglia.

Un Ticino nel quale valga la pena di restare.

E un Ticino nel quale le prossime generazioni possano dire con orgoglio: questo è il nostro Paese. Questa è la nostra casa. Questo è il nostro futuro.

La rotta possiamo ancora sceglierla.

La bussola ce l’abbiamo.

Ora dobbiamo avere il coraggio di usarla.

Grazie per l’attenzione e buon proseguimento d’assemblea.


Bellinzona, 16 ottobre 2026

109esima Assemblea generale ordinaria della Cc-Ti

Comunicato stampa

Ritrovare la rotta: dieci cantieri per il futuro del Ticino


Finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo: sono i quattro punti cardinali indicati dalla Cc-Ti per restituire al Ticino una direzione. Al centro della 109esima Assemblea generale ordinaria anche i nuovi equilibri geopolitici, le tensioni commerciali tra i grandi blocchi e le conseguenze per economia, imprese e filiere.
La Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Canton Ticino (Cc-Ti), associazione-mantello dell’economia ticinese, ha tenuto oggi, 16 ottobre 2026, all’Espocentro di Bellinzona la sua 109esima Assemblea generale ordinaria.

L’evento si è svolto con il supporto di EFG Private Banking, Gold Partner, e Sunrise, Partner.
Nel corso dei lavori assembleari sono state nominate nell’Ufficio presidenziale Nicole Anna Pandiscia Hasler, fondatrice e Project & Event Manager di EventsDesigner Sagl e copresidente nazionale di Swiss LiveCom Association, ed Eszter Jakab, CEO di EJ Solutions SA e copresidente del Ticino Chapter della Swiss Asian Chamber of Commerce. Subentrano a Enzo Lucibello e Alessandro Colombi, rafforzando la rappresentanza dei servizi alle imprese, della live communication, dell’industria e delle relazioni economiche internazionali.

Sono intervenuti il Presidente della Cc-Ti Andrea Gehri, il Direttore Luca Albertoni, la Vicepresidente Cristina Maderni, il Vicepresidente Didier Guglielmetti, il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE) Christian Vitta e Sergio Giraldo, Energy & Commodity Advisor e fondatore di Energytide.it.

Ritrovare la rotta: quattro punti cardinali e dieci cantieri

Nel suo intervento, intitolato «Ritrovare la rotta», il Presidente Andrea Gehri ha invitato il Ticino a superare la gestione dell’ordinario e delle emergenze per tornare a scegliere una direzione condivisa. Finanze pubbliche, politica economica, competitività, formazione e demografia non sono, ha sottolineato, temi separati, ma parti della stessa sfida: garantire opportunità alle prossime generazioni e tradurre una visione di lungo periodo in scelte concrete.

Sul fronte finanziario, Gehri ha richiamato l’urgenza di intervenire su uno squilibrio che non è più congiunturale, ma strutturale, prima che il margine d’azione del Cantone si riduca ulteriormente e gli oneri vengano trasferiti alle generazioni future. A un anno dall’appello «Riformare per servire meglio», il Presidente ha rilevato che alcuni primi passi sono stati compiuti, ma che il cambiamento resta distante dalla profondità ritenuta necessaria. Da qui la proposta di una Spending Review Ticino permanente, fondata sulla verifica dei compiti dello Stato, delle priorità, della spesa e dell’efficacia dell’Amministrazione. Gehri ha precisato che l’obiettivo non è indebolire lo Stato né colpire i suoi collaboratori o i servizi pubblici, ma costruire uno Stato migliore: più semplice, rapido, vicino a cittadini e imprese e sostenibile nel tempo.

Nel medesimo contesto, il Presidente ha richiamato l’iniziativa «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali», del cui comitato promotore fa parte la Cc-Ti, auspicando un controprogetto credibile che colleghi il contenimento degli effettivi alla verifica dei compiti, alla mobilità interna, alla digitalizzazione e alla sostituzione selettiva delle partenze.

Mettere ordine nei conti, tuttavia, non basta: il Ticino deve anche tornare a crescere. Gehri ha ricordato che le imprese creano il valore che finanzia la solidarietà e lo Stato sociale e ha chiesto una strategia economica cantonale coerente e di lungo periodo, da costruire insieme alle istituzioni, al mondo accademico, alle associazioni economiche, alle parti sociali e alla società civile. In questa prospettiva ha proposto un Libro bianco Ticino 2040 e una strategia fiscale Ticino 2035, accompagnati da condizioni quadro competitive, da una moratoria burocratica per la crescita e dalla concreta applicazione del principio «once only». L’accento è stato posto anche sulla formazione duale e sulla riqualificazione professionale, sull’intelligenza artificiale applicata alle PMI, sull’attrazione di imprese e talenti e sulla demografia: la politica familiare, ha evidenziato, non è soltanto una politica sociale, ma anche una politica economica. La rotta indicata si traduce in dieci cantieri concreti:

  • spending Review e verifica dei compiti dello Stato;
  • equilibrio finanziario;
  • strategia fiscale Ticino 2035;
  • semplificazione amministrativa;
  • libro bianco Ticino 2040;
  • patto per la formazione duale;
  • riqualificazione professionale;
  • politica familiare e abitativa;
  • attrazione di imprese e talenti;
  • Ticino AI & Innovation Hub.

Le proposte delineano un patto di responsabilità tra politica, economia e società. Alla politica spetta garantire finanze pubbliche sostenibili, condizioni quadro competitive, meno burocrazia e una visione economica di lungo periodo; l’economia è pronta a investire, formare, innovare, creare posti di lavoro e assumersi rischi e responsabilità. L’obiettivo, ha concluso Gehri, non è vincere una battaglia politica, ma far vincere il Ticino: un Cantone nel quale valga la pena investire, lavorare, far crescere una famiglia e restare.

Nuovi equilibri geopolitici e impatto sull’economia

Nel suo intervento, Sergio Giraldo ha analizzato i nuovi equilibri geopolitici e i loro effetti sull’economia, partendo dagli squilibri commerciali tra i grandi blocchi. Ha richiamato il surplus record della Cina, sostenuto da uno yuan debole e da una domanda interna in difficoltà, la risposta
degli Stati Uniti attraverso i dazi e il crescente peso di gas e petrolio nelle forniture europee. In questo scenario, l’Europa affronta la guerra commerciale divisa al proprio interno, mentre la Germania resta stretta tra il mercato americano e quello cinese.

Giraldo ha inoltre richiamato il ritorno di tassi d’interesse elevati, alimentati dall’inflazione legata all’energia, dagli ingenti investimenti nell’intelligenza artificiale e dal riarmo. La tesi di fondo è che, dopo il lungo ciclo di crescita del dopoguerra e la globalizzazione seguita alla fine dell’Unione Sovietica, il mondo sia entrato in una nuova fase segnata dalla politica di potenza e dal confronto economico e militare tra Stati Uniti e Cina. Per le imprese, comprendere questi mutamenti significa leggere con maggiore consapevolezza rischi, mercati e catene di approvvigionamento.

Un confronto sul lavoro svolto e sulle sfide ancora aperte

La parte conclusiva dell’Assemblea ha proposto una conversazione tra la Vicepresidente Cristina Maderni e il Consigliere di Stato Christian Vitta. Il confronto ha ripercorso alcuni risultati raggiunti grazie al dialogo tra il DFE e le associazioni economiche: dalla modifica della legge sull’apertura domenicale dei negozi alle riforme dell’imposizione delle persone giuridiche e fisiche, fino alla votazione sull’iniziativa cantonale contro il dumping salariale.

Lo sguardo si è poi rivolto alle sfide ancora aperte: innovazione e sviluppo dello Switzerland Innovation Park Ticino, governabilità, presenza degli imprenditori nella politica e necessità di rinnovare la collaborazione tra autorità e associazioni economiche. Richiamando l’esperienza della pandemia, Maderni e Vitta hanno ribadito il valore di un confronto pragmatico anche per il rilancio dell’economia e il risanamento delle finanze pubbliche. La conversazione ha infine tracciato un bilancio dei trent’anni di impegno politico di Christian Vitta, con uno sguardo alle prospettive future e alla continuità del dialogo tra istituzioni ed economia.

Automotive, l’Europa paga le strategie mancate

L’automotive europeo è sotto pressione: concorrenza cinese, protezionismo americano, costi energetici e transizione tecnologica stanno ridisegnando un settore strategico. Al CEO Experience del 7 ottobre, Gian Luca Pellegrini ha spiegato, nel dialogo con Marcello Foa, perché in gioco non c’è soltanto il futuro dell’auto, ma la capacità dell’Europa di difendere industria, competenze e autonomia, con conseguenze dirette anche per la Svizzera e il Ticino.

L’Europa è ancora al volante? È la domanda da cui ha preso avvio il CEO Experience del 7 ottobre 2026, organizzato dalla Cc-Ti in collaborazione con Colin&Cie Svizzera SA, economiesuisse, EY, Sunrise e UBS Switzerland SA. Nel confronto con Marcello Foa, Gian Luca Pellegrini, direttore editoriale Automotive di Quattroruote, Ruoteclassiche e Quattroruote Fleet&Business, ha formulato una previsione destinata a segnare l’incontro: la crisi corre più velocemente del previsto e il punto più difficile potrebbe non essere ancora stato raggiunto.

Il rallentamento della domanda, l’aumento dei costi, gli investimenti richiesti dalla trasformazione tecnologica e la pressione dei concorrenti cinesi stanno indebolendo uno dei pilastri dell’economia europea. Le conseguenze non si fermano ai grandi costruttori: si propagano lungo l’intera filiera, colpendo per primi fornitori e componentisti. La Svizzera, fortemente integrata nelle catene produttive tedesche ed europee, è esposta a questa onda lunga, con possibili ricadute anche sulle imprese attive in Ticino e nella Svizzera orientale.

Cina e Stati Uniti accelerano, l’Europa resta stretta

Per anni la Cina è stata un mercato decisivo per la redditività dei marchi europei, soprattutto tedeschi. Oggi quelle stesse imprese perdono terreno anche nei segmenti premium: i produttori locali non competono più soltanto sul prezzo, ma su qualità, batterie, software, connettività e velocità di sviluppo. Nel frattempo, gli Stati Uniti proteggono e incentivano la produzione nazionale. L’Europa si trova così compressa tra il protezionismo americano e l’espansione cinese, mentre un settore un tempo globale tende a regionalizzarsi.
Il confronto, ha sottolineato Foa, è profondamente asimmetrico: Pechino sostiene la propria industria, Washington risponde con incentivi e dazi, mentre l’Europa rischia di indebolirsi rispettando regole che gli altri interpretano in modo più muscolare. Pellegrini ha però richiamato anche le responsabilità dei costruttori europei, troppo fiduciosi nella forza dei propri marchi e lenti nel cogliere il cambiamento delle aspettative dei clienti.

Decarbonizzazione, la meta senza la strada

Nel confronto non è stata contestata la necessità di ridurre le emissioni e la dipendenza dai combustibili fossili. Le perplessità hanno riguardato il metodo europeo: obiettivi e scadenze molto stringenti sarebbero stati fissati prima di predisporre energia, infrastrutture e condizioni industriali adeguate. Secondo Pellegrini, le norme sulle emissioni allo scarico hanno reso l’elettrico di fatto la soluzione dominante. Ne è derivata una concentrazione di investimenti che avrebbe lasciato meno risorse per software, digitalizzazione e guida autonoma.
Dietro la transizione si intravede anche una scelta geopolitica: ridurre il consumo di petrolio significa diminuire la dipendenza da fornitori esterni. Pellegrini ha avanzato una lettura non usuale: la sostenibilità potrebbe essere stata la cornice comunicativa di una decisione soprattutto strategica, analoga a quella perseguita dalla Cina. A suo giudizio, la sequenza avrebbe dovuto partire dalla politica energetica — includendo anche una riflessione sul nucleare — per creare poi le condizioni del mercato. Può una politica industriale indicare la meta senza costruire prima la strada per raggiungerla?

Dal Dieselgate alla deindustrializzazione: il conto europeo

Per Pellegrini, il Dieselgate rappresenta l’«anno zero» della nuova era dell’automobile. Nel tentativo di riscattarsi anche sul piano morale, l’industria tedesca avrebbe accelerato la transizione elettrica, commettendo però errori strategici e manageriali. La conseguente perdita di volumi non è soltanto un problema commerciale: mette in discussione la sostenibilità degli stabilimenti e può trasformarsi in deindustrializzazione, con riduzione degli ordinativi, ristrutturazioni, chiusure e dispersione di competenze.
Alla pressione esterna si aggiunge una debolezza interna: la frammentazione dell’industria europea. I marchi continuano a differenziare piattaforme e componenti che il cliente non vede, mentre i concorrenti cinesi condividono più elementi e realizzano economie di scala. I dazi possono rallentare l’avanzata asiatica, ma non risolvono il problema: i gruppi cinesi possono adattare l’offerta, produrre in Europa o acquisire aziende locali. Interessi nazionali divergenti rendono inoltre difficile una risposta europea unitaria e incisiva.

Auto più care e consumatori più prudenti

Una possibile risposta europea potrebbe arrivare da un modello inatteso: le kei car giapponesi, piccole vetture soggette in Giappone a requisiti specifici e più leggeri. Pellegrini ha ricordato che Luca de Meo aveva proposto per l’Europa una categoria analoga, mentre automobili sempre più complesse e regolamentate costano di più e i modelli accessibili diminuiscono. Il tema è anche sociale: nelle aree meno servite dal trasporto pubblico l’auto resta essenziale, ma restrizioni urbane e costi crescenti rischiano di penalizzare chi non può sostituire il proprio veicolo. Prezzi elevati e incertezza tecnologica spingono molti acquirenti a rinviare la decisione, facendo invecchiare il parco circolante. Ne deriva un paradosso: una transizione pensata per ridurre le emissioni può finire per rallentare il rinnovo dei veicoli. La diffusione dell’elettrico dipende inoltre da reddito, possibilità di ricarica privata, costo dell’energia e abitudini di mobilità. Gli obiettivi pubblici possono orientare il mercato, ma non sostituiscono la convenienza percepita dal consumatore.

Non solo elettrico: le tecnologie che cercano spazio

La posizione di Pellegrini contiene un elemento rivelatore: da anni guida soltanto auto elettriche e considera l’elettrico il punto d’arrivo della mobilità. La sua critica non riguarda quindi la tecnologia, ma il modo in cui la trasformazione viene imposta. Restano nodi concreti: costo e diffusione delle colonnine, accesso alla ricarica per chi non dispone di un posto auto privato e valore residuo dei veicoli, reso incerto dalla rapida evoluzione delle batterie. Sono aspetti decisivi soprattutto per leasing, noleggio e flotte aziendali.
Idrogeno e taxi senza conducente hanno aperto una finestra sul futuro della mobilità. Secondo Pellegrini, l’idrogeno presenta vantaggi in termini di autonomia e rapidità di rifornimento, ma per l’auto privata resta oggi poco realistico a causa delle difficoltà di produzione, stoccaggio e distribuzione; potrebbe invece trovare spazio nel trasporto pubblico locale. La guida autonoma, già sperimentata in alcune città statunitensi, richiede connettività, infrastrutture e risposte a delicati interrogativi etici. A suo giudizio, avrà applicazioni specifiche, senza sostituire completamente la guida tradizionale.

La crisi dell’auto arriva fino in Svizzera e in Ticino

Per le imprese svizzere inserite nelle catene del valore europee, l’automotive è già un indicatore concreto delle trasformazioni in corso: diminuiscono gli ordinativi, aumenta la pressione sui margini e cresce la necessità di innovare, diversificare clienti e mercati, proteggendo al tempo stesso le competenze specialistiche. Nel corso dell’incontro è stato sottolineato come questo scenario possa riguardare da vicino anche il Ticino e come si intrecci con il dibattito sull’approvvigionamento energetico e sul futuro del nucleare in Svizzera.
Il messaggio conclusivo supera i confini del settore. La competitività europea richiede energia a costi sostenibili, economie di scala, accesso ai mercati, regole prevedibili e la capacità di agire come un unico attore geopolitico. Pellegrini ha auspicato che i costruttori tornino a offrire vetture con un rapporto qualità-prezzo capace di competere davvero con i marchi cinesi. La sfida, per l’Europa, non è soltanto scegliere quali automobili produrre domani, ma assicurarsi di poter continuare a progettarle, costruirle e venderle.


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Nuovo Registro svizzero per la trasparenza: obblighi per le imprese dal 1°ottobre 2026

Dal 1° ottobre 2026 entreranno in vigore la Legge federale sulla trasparenza delle persone giuridiche e sull’identificazione degli aventi economicamente diritto (LTPG) e il Registro svizzero per la trasparenza.
Gli enti soggetti alla nuova normativa dovranno identificare gli aventi economicamente diritto, verificarne e documentarne le informazioni, comunicarle al Registro e mantenerle aggiornate.
Per le aziende esistenti, i termini di annuncio variano generalmente da 3 a 6 mesi, fino a 2 anni in determinati casi. Le modifiche al Registro di commercio dovranno essere comunicate entro un mese.

Maggiori informazioni

La Cc-Ti riassume

EasyGov

Portale ufficiale TranspaReg: informazioni sul Registro, soggetti obbligati, modalità di annuncio, basi legali e assistenza.

Procedura  di annuncio e condizioni di utilizzo dei diversi canali; preparazione e  accesso tramite EasyGov; basi legali aggiornate sul portale TranspaReg

«Basi  legali» del portale TranspaReg

Il registro per la trasparenza è operativo

Il 1° ottobre 2026, con l’entrata in vigore della legge sulla trasparenza delle persone giuridiche (LTPG) diventa operativo il registro svizzero per la trasparenza, dopo che un progetto pilota a più fasi condotto con circa 2500 imprese interessate è stato concluso con successo. Da oggi, tutti gli enti giuridici soggetti agli obblighi di annuncio devono iscriversi una tantum nel registro per la trasparenza e segnalare ogni modifica relativa agli aventi economicamente diritto. La sicurezza dei dati e delle informazioni del registro per la trasparenza ha la priorità assoluta.

Nel registro svizzero per la trasparenza vengono iscritte tutte le persone che, ad esempio tramite la partecipazione al capitale o ai diritti di voto, esercitano il controllo su persone giuridiche svizzere o estere con legami in Svizzera.

Il 1° ottobre 2026 entra in vigore la LTPG. Al contempo diventa operativo il registro per la trasparenza, un sistema informatico della Confederazione che è stato dapprima testato con successo nel quadro di un progetto pilota a più fasi.

Quest’ultimo ha coinvolto circa 2500 imprese che, a titolo volontario, hanno annunciato i loro aventi economicamente diritto. I riscontri sono stati per lo più positivi. La procedura di annuncio, totalmente digitalizzata, è semplice e intuitiva.

Per leggere l’intero comunicato: https://www.bj.admin.ch/it/newnsb/L0rkU9ZvCFSw


Fonte: UFG

Ufficio federale di giustizia

https://www.bj.admin.ch

Gehri: «Abbiamo speso senza sapere da quale borsello prendere i soldi»

A qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, il presidente della Camera di commercio (Cc-Ti), Andrea Gehri, riporta al centro del dibattito il tema delle finanze pubbliche, nell’intervista di Francesco Pellegrinelli, apparsa sul Corriere del Ticino di venerdì 25 settembre 2026

A pochi giorni dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, la Camera di commercio (Cc-Ti) torna a lanciare l’allarme sulla tenuta delle finanze pubbliche ticinesi. Il presidente Andrea Gehri parla di una situazione che non può più essere rimandata e chiede alla politica di intervenire prima che gli squilibri diventino ancora più difficili da correggere. «Siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno», avverte Gehri, secondo cui serve un «patto di Paese» che coinvolga Governo, Parlamento, partiti, economia e sindacati per definire un percorso di rientro e una nuova strategia per le finanze cantonali.

Signor Gehri, perché l’economia è così preoccupata per l’andamento dei conti pubblici?
«Semplicemente perché stiamo parlando di un grave problema che è già presente e che non può più essere rimandato. Finora è mancato il coraggio di affrontarlo. Il Cantone vive da anni al di sopra delle proprie possibilità e continuare a ignorare questa realtà significa accumulare debiti. Debiti che, prima o poi, qualcuno dovrà pur pagare! Vogliamo lasciare questa eredità ai nostri giovani?».

Qual è la posta in gioco per i cittadini e le imprese?
«Direi il futuro stesso del Canton Ticino. Se le finanze cantonali perdono equilibrio, diminuisce automaticamente la capacità di investire, di sostenere la crescita economica e di finanziare i servizi pubblici di cui i cittadini hanno bisogno. In gioco anche la qualità della vita e le opportunità che vogliamo garantire alle prossime generazioni».

Lanciate il vostro appello a qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027. Perché?
«Perché riteniamo che questo sia forse l’ultimo momento per poter agire concretamente. Questo ragionamento, a mio avviso, andava fatto molto prima. Aspettare ancora significherebbe però arrivare all’emergenza assoluta e dover prendere decisioni magari affrettate, sicuramente dolorose. Serve un patto di Paese: che tutti si siedano attorno a un tavolo – Governo, Parlamento, partiti, economia, sindacati – affinché si corregga la traiettoria».

Che cosa vi aspettate dal preventivo 2027?
«Ci aspettiamo sicuramente coraggio e soprattutto una certa leadership nell’impostare un percorso di rientro. Occorre indicare una strada, individuare una strategia, stabilire delle priorità e avere una visione chiara su quali prestazioni il Cantone vorrà e potrà garantire in futuro e con quali risorse. Finora ho l’impressione che abbiamo speso senza sapere prima da quale borsello andare a prendere i soldi».

Dove bisogna intervenire? La simmetria dei sacrifici cui giunge spesso la politica non basta più?
«Bisogna avere il coraggio di riesaminare, senza tabù, l’intera crescita della spesa pubblica. La spesa pubblica sta crescendo a ritmi che non sono più sostenibili, nonostante le entrate fiscali abbiano comunque registrato una crescita. L’economia si assume le proprie responsabilità, ma non può essere chiamata continuamente ad aumentare i propri tributi perché non ci sono più le condizioni quadro per farlo. Ogni prestazione, ogni progetto e ogni nuovo onere devono essere valutati alla luce della loro sostenibilità finanziaria. La revisione dei compiti dello Stato è quindi un primo passo fondamentale che deve essere messo in atto».

Nella vostra riflessione indicate una «regola elementare»: prima di assumere nuove spese, autorità e cittadini devono essere informati compiutamente. Qual è il nodo?
«Questo è uno dei grandi problemi. Non si possono proporre iniziative senza sapere dove reperire i fondi necessari per finanziarle. Serve, quindi, responsabilità da parte della politica, e serve anche che i cittadini abbiano a disposizione il quadro completo per poter prendere una decisione con scienza e coscienza. Non si possono vendere illusioni. Per poter finanziare delle prestazioni, bisogna sapere esattamente dove si vanno a prendere i fondi».

I toni del vostro intervento sono piuttosto preoccupati.
«A giusto titolo. Direi che oggi siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno. La domanda è se effettivamente la politica si renda conto di questa situazione e, soprattutto, se abbia il coraggio finalmente di affrontare il tema in modo serio, insieme a tutti i partner».

Il consuntivo 2025 indica un disavanzo di 32, 5 milioni di franchi. Lo scenario che evocate, invece, è molto più cupo. Perché?
«È vero, il 2025 si è chiuso con un deficit di 32,5 milioni di franchi. Ma, se escludiamo le entrate straordinarie, la situazione è decisamente più preoccupante. Uno studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato durante la giornata di studio dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, stima infatti un disavanzo strutturale nell’ordine dei 200 milioni di franchi annui, una volta considerati separatamente la quota sull’utile della BNS e le sopravvenienze fiscali. A questo si aggiungono gli oneri derivanti da decisioni che sono già state prese e che, nei prossimi anni, avranno un impatto stimato tra i 350 e i 400 milioni di franchi all’anno. E c’è un ulteriore elemento di cui tenere conto: i proventi della Banca nazionale, come pure le sopravvenienze fiscali, come abbiamo già visto, non sono garantiti e quindi non possono essere considerati una fonte di finanziamento strutturale. Quando arrivano, a nostro avviso, dovrebbero essere utilizzati per investire, sostenere progetti strategici e rafforzare la capacità del territorio di generare sviluppo, non per coprire spese correnti o compensare squilibri strutturali. Altrimenti si rischia semplicemente di rinviare il problema, senza affrontarne le cause».


Intervista di Francesco Pellegrinelli, apparsa sul Corriere del Ticino di venerdì 25 settembre 2026

Situazione finanziaria del Cantone

Comunicato stampa Cc-Ti del 24 settembre 2026

La crisi del ’29?

No, non quella del 1929. Quella del 2029. E a differenza del grande crollo di un secolo fa, questa non arriverà come un fulmine a ciel sereno: è già scritta nei documenti ufficiali, nelle decisioni votate, nelle leggi approvate.
La conosciamo in anticipo. È proprio questo che rende l’inerzia difficile da giustificare.
Complice un’estate torrida – sul piano meteorologico quanto su quello istituzionale – la questione delle finanze cantonali è scivolata nel dimenticatoio. Un’amnesia collettiva che la Camera di commercio intende interrompere. Bastano poche cifre.

Il punto di partenza: un disavanzo che non è un incidente

Da anni il Cantone convive con disavanzi strutturali, cioè squilibri che non dipendono da eventi eccezionali ma dal rapporto ordinario tra entrate e uscite. La risposta, finora, si è mossa su due binari: la speranza e l’espediente.
La speranza che arrivino sopravvenienze fiscali o utili generosi della Banca nazionale – voci per definizione imprevedibili e non governabili. E gli espedienti: misure raffazzonate alla bell’e meglio, spesso temporanee, spesso di natura puramente contabile, quasi mai strutturali. Si è rinviato, non risolto.

I numeri, resi pubblici lo scorso 4 maggio

Lo studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato nella giornata di studio ufficiale dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, fotografa la situazione senza indulgenze: 200 milioni all’anno: il disavanzo strutturale “ordinario”, quello con cui il Cantone già convive oggi.

350/400 milioni all’anno: i nuovi oneri che entro il 2029 si aggiungeranno per effetto di decisioni già prese, dal popolo o dagli organi politici competenti. Non ipotesi, non scenari: impegni assunti. 600 milioni all’anno: il totale. Ogni anno. Non una volta sola.
Ed è su quest’ultimo punto che vale la pena fermarsi, perché è quello che sfugge più facilmente. Un disavanzo strutturale non è una buca da riempire una volta: si ripresenta ogni dodici mesi.
Due anni fanno 1,2 miliardi. Tre anni, 1,8 miliardi. Una legislatura intera, 2,4 miliardi. Il debito si accumula.

Ciò che preoccupa di più non sono le cifre

È l’assenza di una risposta. A oggi non esiste – e nemmeno è stata abbozzata – una strategia organica per affrontare il problema. Non un pacchetto di ritocchi, ma una visione d’insieme su quali prestazioni il Cantone vuole e può garantire, con quali risorse e con quale sostenibilità nel tempo.
Il tema avrebbe meritato di stare al centro del dibattito pubblico con ben altro anticipo. Il termine ultimo, ormai, è la discussione sul preventivo e sull’aggiornamento del piano finanziario che saranno presentati in ottobre. Per due ragioni.
La prima è la trasparenza. Cittadini, imprese e istituzioni hanno il diritto di conoscere le conseguenze finanziarie delle decisioni già adottate. Non si tratta di aprire un processo al passato, ma di sapere dove ci si trova.
La seconda è aritmetica politica. Intervenire quando il disavanzo si sarà manifestato nella sua interezza significa rinunciare alla possibilità di scegliere. Chi agisce in anticipo può calibrare, distribuire, negoziare. Chi agisce sotto emergenza subisce decisioni drastiche, disordinate e dolorose, imposte dall’urgenza anziché dal merito.

Come si ricostruisce

Non con una scorciatoia. Occorre studiare, approfondire, costruire il consenso attorno a misure equilibrate e durevoli, inserite in un disegno coerente. Qualche intervento parziale sarà probabilmente ancora inevitabile – ma dovrà essere un ponte verso una soluzione, non un sostituto.
Serve inoltre una regola di elementare responsabilità: prima di assumere nuove spese ricorrenti o nuovi investimenti, le autorità competenti – e i cittadini eventualmente chiamati alle urne – devono essere pienamente informati del quadro finanziario in cui quella decisione si colloca. Votare senza conoscere il conto non è democrazia: è sonnambulismo istituzionale.

Il vero oggetto della discussione

Non sono i conti del 2029. E in fondo non sono nemmeno i conti. È la capacità del Cantone, negli anni a venire, di finanziare le proprie prestazioni, di investire, di rispondere ai bisogni della popolazione. È il margine di manovra delle generazioni che verranno. Il momento per affrontare tutto questo non sarà quando il disavanzo toccherà i 600 milioni. È adesso.

Votazioni federali del 27 settembre 2026: la Cc-Ti invita a votare due volte NO

Comunicato stampa

La Cc-Ti raccomanda di respingere le iniziative su neutralità e alimentazione: a suo giudizio, gli strumenti proposti ridurrebbero la capacità di adattamento della Svizzera e comporterebbero rischi per la competitività.

La Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti) raccomanda di votare NO alle due iniziative popolari federali sottoposte al voto il prossimo 27 settembre 2026. Secondo la valutazione della Cc-Ti, l’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera (Iniziativa sulla neutralità)» potrebbe ridurre il margine di manovra della politica estera, mentre l’iniziativa «Per un’alimentazione sicura – mediante il rafforzamento di una produzione nazionale sostenibile, più derrate alimentari vegetali e acqua potabile pulita» potrebbe introdurre nuovi vincoli e costi per imprese, filiere e consumatori.

Raccomandazione NO

La Cc-Ti invita la popolazione a respingere entrambe le iniziative, poiché ritiene che gli strumenti proposti introdurrebbero rigidità e vincoli non necessari, riducendo la capacità di adattamento del Paese e la competitività delle imprese.

Per la Cc-Ti, la Svizzera deve poter reagire con pragmatismo ai cambiamenti internazionali e garantire condizioni quadro affidabili alle imprese. Le due iniziative perseguono obiettivi rilevanti; gli strumenti proposti, tuttavia, introdurrebbero rigidità costituzionali e costi che, secondo la Cc-Ti, limiterebbero tale capacità.

Neutralità: preservare flessibilità e capacità di mediazione

La neutralità è un elemento distintivo della Svizzera, uno strumento al servizio della pace, del dialogo e della mediazione e un fattore di stabilità anche per l’economia. La Cc-Ti ritiene tuttavia che una sua definizione rigida nella Costituzione potrebbe limitare la capacità delle autorità federali di adattarne l’applicazione alle evoluzioni del contesto internazionale e di contribuire, con strumenti adeguati, alla sicurezza e alla cooperazione internazionale.

In un contesto internazionale segnato da tensioni, trasformazioni degli equilibri economici e nuove sfide alla cooperazione tra gli Stati, è essenziale che la Svizzera mantenga il margine di manovra necessario per condurre una politica estera coerente con i propri principi. Un quadro troppo vincolante potrebbe ridurre la flessibilità indispensabile per tutelare gli interessi del Paese e delle sue imprese e, al tempo stesso, per continuare a favorire il dialogo, la mediazione e la ricerca di soluzioni pacifiche.

Diversi principi richiamati dall’iniziativa sono già parte della prassi svizzera: la neutralità è permanente, il Paese non aderisce ad alleanze militari, non partecipa a conflitti tra Stati terzi, applica le sanzioni dell’ONU e offre i propri buoni uffici. Secondo la Cc-Ti, la nuova disciplina costituzionale restringerebbe invece la possibilità di riprendere altre sanzioni non militari e di cooperare con partner internazionali in materia di sicurezza, anche quando tali strumenti contribuiscono a tutelare l’indipendenza e gli interessi della Svizzera.

Per una Svizzera aperta, fortemente orientata all’esportazione e impegnata nella cooperazione internazionale, è fondamentale preservare una capacità di adattamento che permetta di affrontare con pragmatismo le sfide future, sostenere il dialogo e tutelare gli interessi del Paese e delle sue imprese. Secondo la Cc-Ti, l’attuale impostazione della neutralità offre già un quadro adeguato per conciliare questi obiettivi e non necessita di un irrigidimento costituzionale.

Alimentazione: sicurezza e sostenibilità, evitando il rischio di nuovi vincoli e costi

La Cc-Ti condivide l’obiettivo di rafforzare la sicurezza alimentare della Svizzera e di promuovere un’agricoltura sostenibile, innovativa e attenta alla tutela delle risorse naturali e al benessere animale. La sua opposizione non riguarda queste finalità, ma gli strumenti proposti dall’iniziativa, che rischiano di introdurre rigidità costituzionali e di compromettere la competitività economica, la libertà imprenditoriale e l’apertura commerciale del nostro Paese.

Il mondo economico riconosce il valore della sostenibilità, della cura del territorio, del benessere animale e della responsabilità sociale d’impresa (CSR). Gli investimenti nell’innovazione, nell’efficienza delle risorse e nella tracciabilità delle filiere possono contribuire alla tutela dell’ambiente, alla vitalità delle regioni e a modelli di produzione e consumo più responsabili. Per la Cc-Ti, tali risultati possono essere perseguiti più efficacemente con misure proporzionate, capaci di valorizzare l’impegno delle aziende e di preservarne la capacità di investire e adattarsi.

L’iniziativa mira, inoltre, a portare il grado di autoapprovvigionamento netto almeno al 70% entro dieci anni. Alla luce dei limiti territoriali e produttivi della Svizzera, la Cc-Ti condivide i dubbi sulla concreta realizzabilità di questo obiettivo nei tempi previsti. Un adeguamento così rapido potrebbe incidere sugli investimenti già effettuati dalle aziende agricole e alimentari e richiedere interventi capaci di condizionare sia le scelte produttive sia quelle di consumo. La sicurezza alimentare, la sostenibilità e la protezione delle risorse sono peraltro obiettivi già presenti nell’ordinamento e nei lavori sulla futura politica agricola.

L’introduzione di obiettivi dettagliati a livello costituzionale potrebbe ridurre la flessibilità necessaria per adeguare nel tempo le politiche agricole e alimentari. Secondo la Cc-Ti, gli strumenti previsti rischierebbero inoltre di aumentare gli oneri regolatori per le imprese e di rendere meno adattabili le catene di approvvigionamento. Ne potrebbero derivare maggiori costi lungo la filiera e prezzi alimentari più elevati, con ripercussioni sulle famiglie e sulle attività legate al settore, dalla ristorazione al commercio.

La Cc-Ti auspica una politica agricola equilibrata, capace di coniugare sostenibilità ambientale, tutela del territorio, benessere animale, innovazione e integrazione nei mercati internazionali. A suo giudizio, le misure dovrebbero essere valutate in base alla loro efficacia, ai costi per imprese e consumatori e alla compatibilità con catene di approvvigionamento aperte. Pur riconoscendo la rilevanza degli obiettivi perseguiti, la Cc-Ti ritiene che l’iniziativa non offra garanzie sufficienti su questi aspetti.

La raccomandazione della Cc-Ti

La Cc-Ti invita pertanto la popolazione a votare NO a entrambe le iniziative il prossimo 27 settembre 2026. A suo giudizio, preservare flessibilità, apertura e competitività richiede di evitare vincoli costituzionali che potrebbero ridurre il margine d’azione della Svizzera di fronte alle future sfide economiche e internazionali.

GeoRisk Ticino: uno strumento di analisi per comprendere i rischi geopolitici che incidono sulle imprese ticinesi

Comunicato stampa

GeoRisk Ticino nasce per supportare le imprese associate nella comprensione, nell’anticipazione e nella gestione degli effetti concreti che i rischi geopolitici possono avere sulle attività economiche del Cantone.
Le imprese ticinesi operano oggi in un contesto internazionale sempre più complesso e incerto. Tensioni geopolitiche, cambiamenti nelle politiche commerciali, instabilità delle catene di approvvigionamento, volatilità valutaria e shock energetici possono incidere direttamente sui costi aziendali, sulla disponibilità di materie prime e sulla continuità delle attività produttive. Per aiutare le aziende a leggere questi fenomeni e a valutarne gli effetti concreti nasce GeoRisk Ticino, un servizio di monitoraggio e analisi sviluppato specificamente per la realtà economica cantonale.

L’obiettivo del progetto è offrire alle aziende associate uno strumento di lettura e interpretazione degli sviluppi internazionali che possono influenzare il commercio e le filiere produttive ticinesi. Rispetto alle analisi di carattere generale disponibili sul mercato, GeoRisk Ticino adotta un taglio specifico sulla struttura effettiva dell’economia cantonale e considera in modo mirato i principali mercati di sbocco e le fonti di approvvigionamento delle imprese del territorio.
Il cuore del servizio è costituito da un report periodico che integra informazioni geopolitiche, macroeconomiche e commerciali e le collega alle filiere più rilevanti per il Ticino. Oltre a descrivere gli eventi internazionali, il report evidenzia in che modo tali sviluppi possono generare opportunità o criticità per le aziende locali. Offre quindi una lettura applicata degli scenari e sostiene le imprese nelle valutazioni strategiche e operative.
Elemento distintivo del progetto è la matrice di rischio geopolitico delle filiere ticinesi, sviluppata a partire dai dati ufficiali sul commercio estero e aggiornata in funzione dell’evoluzione degli scenari internazionali.

Le principali filiere di esportazione e importazione vengono monitorate attraverso un indice sintetico che consente di misurare il grado di esposizione al rischio e di seguirne l’evoluzione nel tempo.
La metodologia si fonda su tre criteri fondamentali: l’instabilità del mercato di destinazione o della fonte di approvvigionamento, la possibilità di sostituire partner commerciali o risorse in caso di interruzione e il grado di concentrazione degli scambi su un numero limitato di attori. Dalla combinazione di questi elementi nasce un indice di rischio su una scala da 0 a 100, utile per confrontare le diverse filiere e individuare quelle più esposte alle turbolenze internazionali.
L’analisi viene aggiornata attraverso il monitoraggio di variabili che considerano sia le cause del rischio sia i suoi possibili effetti economici. Tra gli aspetti osservati figurano l’evoluzione della situazione nei singoli Paesi, le politiche economiche e commerciali, l’andamento della domanda, le dinamiche valutarie, nonché fattori legati alla logistica, all’energia, alle materie prime e all’esposizione settoriale. Questo approccio consente di cogliere non solo l’insorgere di nuovi rischi, ma anche le loro possibili ricadute lungo le catene del valore.

Un ulteriore elemento importante è il confronto sistematico tra la situazione del Ticino e quella della Svizzera nel suo complesso. In questo modo le imprese possono comprendere se le criticità osservate riflettano tendenze generali oppure se il Cantone presenti caratteristiche specifiche che richiedono particolare attenzione.

In definitiva, GeoRisk Ticino mette a disposizione delle aziende uno strumento di monitoraggio e interpretazione dei rischi internazionali fondato su dati concreti, metodologie trasparenti e un forte radicamento nella realtà economica cantonale. Il servizio contribuisce a rafforzare la capacità delle imprese di anticipare gli sviluppi esterni, comprendere meglio la propria esposizione e orientare le decisioni in un contesto globale sempre più interconnesso.

GeoRisk Ticino beneficia inoltre della collaborazione con Energytide.it e, in particolare, del contributo specialistico di Sergio Giraldo, analista indipendente con consolidata esperienza nei mercati energetici, nelle commodities e nelle politiche europee. La sua capacità di interpretare l’evoluzione degli scenari internazionali, collegando dinamiche geopolitiche, fattori energetici e implicazioni economiche, rappresenta un importante valore aggiunto per il progetto e consente di offrire alle imprese una lettura più approfondita e orientata alle decisioni.


La Cc-Ti al fianco della formazione professionale e dei giovani talenti

Giovani talenti, competenze digitali e collaborazione tra economia, scuola e istituzioni: la formazione professionale si conferma una leva fondamentale per il futuro del Cantone.

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti e Michele Merazzi, COO Cc-Ti

La premiazione degli apprendisti e delle apprendiste che hanno concluso con successo la formazione 2025/2026 nei percorsi di informatico AFC, mediamatico AFC e operatore informatico AFC conferma il valore strategico della formazione professionale per il futuro economico del nostro Cantone. In un mercato del lavoro sempre più digitale e in rapida evoluzione, competenze qualificate sono essenziali per accompagnare le imprese nelle sfide della modernizzazione e dell’innovazione.

Lo ha sottolineato anche Luca Albertoni, direttore della Cc-Ti e presidente di ICT-Formazione professionale della Svizzera italiana, ricordando come entro il 2033 saranno necessari oltre 54’000 nuovi professionisti ICT. Un dato che evidenzia l’importanza di investire oggi nella crescita dei giovani, nella qualità dei percorsi formativi e nella collaborazione tra scuola, istituzioni, associazioni professionali e mondo economico.

La serata ha permesso di valorizzare non solo i risultati scolastici, ma anche le competenze tecniche e pratiche maturate durante il percorso formativo. Tra i giovani distintisi nei campionati regionali ICT figurano Yannik Ramser nella categoria Software Applications Development, Alan Gregorio nelle Web Technologies e Manuel Caimmi nel Cloud Computing. Particolarmente significativo è inoltre il risultato ottenuto in vista degli SwissSkills 2026: quattro giovani ticinesi – Alan Gregorio, Nemanja Zecevic, Robin Sartore e Amos Haefliger, tutti della SAMT di Trevano – si sono qualificati nella categoria Web Technologies, portando il talento ticinese sulla scena nazionale.

Questi risultati si inseriscono in un impegno più ampio e costante della Cc-Ti a favore della formazione professionale. Un impegno che Michele Merazzi, Chief Operations Officer della Cc-Ti, rappresentante del Cantone Ticino nel Consiglio di fondazione degli SwissSkills e nuovo membro della Commissione cantonale per la formazione professionale in rappresentanza della Camera di commerco e dell’industria del Cantone Ticino, ha più volte richiamato con forza: la formazione professionale è una leva decisiva per la competitività economica e la coesione sociale. Gli SwissSkills ne sono una dimostrazione concreta, perché rendono visibile il valore del sistema duale, la qualità delle competenze trasmesse dalle aziende formatrici e il ruolo essenziale delle associazioni di categoria.

Per la Cc-Ti, promuovere la formazione significa creare le condizioni affinché ogni giovane possa trovare la propria strada, sviluppare il proprio talento e inserirsi con fiducia nel mondo del lavoro. L’apprendistato non è una scelta di ripiego, ma un percorso di valore, moderno e aperto, capace di offrire prospettive concrete anche grazie alle passerelle verso la formazione superiore. Il successo dei giovani premiati e dei candidati ticinesi qualificati agli SwissSkills è quindi motivo di orgoglio e, al tempo stesso, uno stimolo a rafforzare la collaborazione tra economia, scuola e istituzioni.

Guardando al futuro, la sfida sarà continuare a valorizzare le professioni, coinvolgere sempre più giovani e accompagnare le imprese nella trasmissione delle competenze di cui il territorio avrà bisogno. La Cc-Ti intende restare un attore attivo di questo processo, ascoltando le esigenze dell’economia, sostenendo le associazioni di categoria e promuovendo una cultura della formazione capace di riconoscere e far crescere i talenti del nostro Cantone.

In questa prospettiva, la formazione continuata rappresenta uno strumento essenziale per tutte le persone e per tutte le imprese: permette di aggiornare le competenze, anticipare i cambiamenti e rafforzare la capacità di affrontare con consapevolezza le sfide del mercato del lavoro. Le proposte della Cc-Ti, tra percorsi formativi strutturati e momenti di formazione puntuale, sono disponibili al seguente link: www.cc-ti.ch/formazione/.