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Denominatore comune: innovazione

15 Ottobre 2024/in Innovazione, Internazionale

Qualche settimana fa abbiamo approfondito le problematiche che stanno mettendo in difficoltà la Germania, fondamentale partner commerciale per la Svizzera. Difficoltà legate anche al rallentamento della Cina, nel settore automobilistico in particolare, ma non solo. Cina che sembra lontana ma che gioca un ruolo importante per l’economia mondiale, compresa quella svizzera, dato che dispone di molte materie prime essenziali per lo sviluppo tecnologico e l’innovazione. Con questa premessa diviene centrale domandarsi: quanto pesa la nostra dipendenza dalla Cina e quali potrebbero essere le alternative? Come sempre la risposta non può essere univoca e vi sono molte sfaccettature da considerare.

Il nodo delle materie prime

Già in passato abbiamo affrontato più volte il tema delle materie prime e della loro provenienza. La guerra Russia-Ucraina ha sollevato un tema altrimenti poco approfondito, ma che va oltre il dramma di questo conflitto.
In effetti, per l’Occidente vi sono, ad esempio, due materie nodali in ambito tecnologico, il gallio e il germanio. Il primo è essenziale per la produzione di chip per computer, per le fotocamere dei telefoni cellulari, i LED e i cavi in fibra ottica e il 98% utilizzato nel mondo viene dalla Cina. Per il germanio la percentuale è “solo” (si fa per dire) del 60%, ma anche qui parliamo di una materia di fondamentale importanza per la produzione di chip per computer, utilizzati in migliaia di oggetti elettronici di uso quotidiano, automobili, telefoni cellulari e negli aerei. Sia gallio che germanio hanno poi applicazioni importanti anche nell’ambito militare perché sono utilizzati nella produzione di dispositivi di visione notturna o di droni.
È quindi evidente che lo sviluppo tecnologico e fette importanti dell’innovazione occidentale dipendono fortemente dalle decisioni del governo cinese, in particolare quando vengono introdotti controlli sulle esportazioni delle materie prime in generale. Non solo delle due citate in particolare, come già avvenuto, ma anche di altre come il tungsteno (importante per molti beni militari e per l’industria automobilistica e aerospaziale) e la grafite (necessaria per la produzione di batterie per auto elettriche e chip per computer). Sullo sfondo della guerra commerciale in atto con gli Stati Uniti, non è escluso nemmeno un divieto di esportazione, che avrebbe effetti pesantissimi anche per la Svizzera. Nel mentre, il prezzo delle due materie è comunque già salito considerevolmente e l’ottenimento delle stesse in Cina, attraverso un complesso sistema di licenze, è tutt’altro che agevole.

Alternative?

Quali alternative esistono? Modificare rapidamente la dipendenza dalla Cina è di fatto quasi impossibile. Attraverso progetti di cooperazione si cerca di ovviare al problema, tanto che quattordici paesi dell’Unione europea si sono raggruppati in un Partenariato per la sicurezza dei minerali, finalizzato a finanziare progetti minerari per le materie prime critiche. Ma spesso anche solo l’ottenimento di determinate materie è complesso, perché occorre dapprima creare una catena di produzione.
Sempre rimanendo su gallio e germanio, è opportuno rilevare che il gallio si ottiene come sottoprodotto nella produzione di alluminio, mentre il germanio è un sottoprodotto della produzione di zinco. Guarda caso, la Cina è il primo produttore mondiale di alluminio e il secondo di zinco. Per produrre grandi quantità di gallio o germanio alle nostre latitudini occorrerebbe dapprima creare catene di produzioni per l’alluminio e lo zinco e, conoscendo anche i tempi lunghi delle scelte politiche, occorre essere realisti che vere alternative sono assai difficili da realizzare. Senza contare che sarebbero necessari investimenti massicci con scarsi margini di redditività. In passato in Germania si produceva il gallio, ma poi i siti sono stati dismessi perché poco redditizi e riavviarli oggi sarebbe oneroso, soprattutto nell’ottica di un impegno finanziario a lungo termine. Gli Stati Uniti, per contro, stanno cercando alternative in Africa.

Quali conseguenze per la Svizzera e il Ticino? Fra politica e innovazione

Come ripetutamente sottolineato, sarebbe illusorio pensare che la Svizzera e il Ticino non siano toccati da questi aspetti, con scenari che sembrano lontanissimi, ma che toccano il quotidiano di molte nostre aziende. Come produttori, fornitori, sub-fornitori, ecc., comprese quindi le aziende ticinesi che realizzano direttamente prodotti finiti oppure con semi-lavorati o componenti che confluiscono in prodotti finiti di altre aziende svizzere.
Non si tratta di allarmismo, ma di sano realismo, perché è inutile cercare di chiamarsi fuori, ignorando quanto succede al di fuori dei nostri confini. Il margine di manovra elvetico (e anche europeo…) è ridotto, visto che molto dipende dalle difficili dinamiche Stati Uniti-Cina e le elezioni presidenziali americane potranno in questo senso giocare un ruolo importante. Ma proprio perché abbiamo un margine di manovra ridotto è, a maggior ragione, fondamentale mantenere un tessuto economico diversificato e buoni rapporti con l’estero, considerando anche che con la Cina abbiamo già in atto un Accordo di libero scambio che può agevolarci in diversi ambiti. Senza dimenticare la necessità di nuovi accordi con l’Unione Europea.

Trovare alternative alle terre rare resta impresa quasi impossibile, almeno nel breve e medio termine. E qui entra in gioco anche l’ampio mondo dell’innovazione perché quella di produzione senza materie prime è di fatto impossibile.
D’altra parte, l’innovazione permette proprio di trovare vie per utilizzare meglio dette materie prime, ad esempio favorendone il riciclaggio in un sistema circolare, che avrebbe risvolti positivi non solo per la sostenibilità ambientale, ma anche per quella economica, troppo spesso dimenticata nella discussione politica, ma fondamentale per far funzionare il sistema-paese.


Think Tank

Recentemente abbiamo ospitato a Lugano una delegazione del Think Tank romando Manufacture Thinking (manufacturethinking.ch), struttura diretta da Xavier Comtesse e attiva da oltre dieci anni nell’analisi dei trend dell’innovazione.

La Cc-Ti ha concretizzato una collaborazione con questo gruppo che raccoglie accademici, unitamente alle più grandi e importanti aziende presenti in Romandia.
Questa collaborazione viene riproposta in un articolo apparso la scorsa settimana nella rivista economica “Agefi” a firma congiunta del Direttore della Cc-Ti, Luca Albertoni, del Direttore della Camera di commercio e dell’industria di Neuchâtel, Florian Németi e dello stesso Direttore della Manufacture Thinking, Xavier Comtesse.

Medtech e macchine sotto il “giogo” europeo

A causa delle sue normative, l’Unione Europea frena l’innovazione al contrario degli Stati Uniti e le cose stanno peggiorando. Come emerge chiaramente in uno studio pubblicato a metà settembre, i Regolamenti dell’Unione Europea (UE) stanno causando gravi danni all’industria Medtech svizzera, costringendola a certificare tutti i dispositivi medici nell’UE, anziché solo in Svizzera come avveniva in precedenza.
Il Regolamento europeo sui dispositivi medici (MDR) è burocratico, costoso e costituisce proprio per le sue dinamiche un freno all’innovazione stessa. Questo iter non è nuovo, ma si è concretizzato negli ultimi due anni. Per gestirne l’applicazione, l’80% delle aziende ha dovuto assumere ulteriore personale e il 60% delle imprese ha dovuto attingere a risorse umane tolte dai settori della ricerca e dello sviluppo. La metà delle aziende ha ridotto il proprio portafoglio di dispositivi in media del 20%. I costi di sviluppo sono aumentati in media del 28% circa, i costi dei dispositivi del 13% circa e i prezzi dei dispositivi dell’8% circa. Questi aumenti non sono esclusivamente legati al succitato MDR. Anche i maggiori costi delle materie prime, dell’energia, dei trasporti e della logistica sono stati e restano un fattore determinante.

La salvezza arriverà dagli Stati Uniti e dalla FDA?

Con la burocrazia del Regolamento MDR, l’Europa è in ritardo rispetto agli Stati Uniti. Già oggi, oltre il 20% delle aziende svizzere non richiede più l’autorizzazione iniziale all’immissione in commercio dei propri dispositivi più recenti nell’Unione Europea, ma negli Stati Uniti. Oltre il 30% certifica i propri dispositivi in entrambe le regioni.
Poiché il processo richiede molto più tempo in Europa che presso la Food and Drug Administration (FDA) statunitense, le innovazioni possono essere rese disponibili al pubblico svizzero solo dopo anni.

Sarà la volta delle macchine?

Sebbene il settore del Medtech abbia sperimentato questo cambiamento normativo soprattutto negli ultimi due anni, esso era già in cantiere dal 2017. Il settore delle macchine (non inteso come automobili ma come macchinari), di importanza vitale per la Svizzera con oltre 300.000 posti di lavoro, sta seguendo lo stesso processo di adeguamento alle norme europee.
Il 29 giugno di quest’anno è stato pubblicato il nuovo Regolamento europeo, che sostituisce la vecchia Direttiva europea sul tema. Il regolamento entrerà in vigore il 20 gennaio 2027, fatte salve alcune disposizioni transitorie. Questo regolamento creerà ulteriori oneri burocratici e costi per le aziende svizzere, che già soffrono di un tasso di cambio sfavorevole con i Paesi europei.

Cosa fare?

È chiaro che l’industria svizzera è messa sotto pressione da un’UE che continua a regolamentare senza comprendere che la propria salvezza è nell’innovazione, non nel protezionismo. Continuando a perseguire questa direzione, le conseguenze si rivelano gravose anche per la Svizzera, legata a doppio filo al mercato dell’UE e che vanta un’industria grande, solida e innovativa. La soluzione per il nostro Paese sarà senza dubbio quella di accelerare ulteriormente la digitalizzazione delle imprese, in particolare attraverso l’uso di strumenti di intelligenza artificiale, particolarmente efficaci nella riduzione della burocrazia.
È pertanto auspicabile un deciso programma nazionale atto a facilitare la creazione di strumenti di intelligenza artificiale in questo settore.

L’inazione e la mancata presa di coscienza rappresentano una condanna per le attività e per le persone che le fanno vivere.

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