Gehri: «Abbiamo speso senza sapere da quale borsello prendere i soldi»

A qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, il presidente della Camera di commercio (Cc-Ti), Andrea Gehri, riporta al centro del dibattito il tema delle finanze pubbliche, nell’intervista di Francesco Pellegrinelli, apparsa sul Corriere del Ticino di venerdì 25 settembre 2026

A pochi giorni dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, la Camera di commercio (Cc-Ti) torna a lanciare l’allarme sulla tenuta delle finanze pubbliche ticinesi. Il presidente Andrea Gehri parla di una situazione che non può più essere rimandata e chiede alla politica di intervenire prima che gli squilibri diventino ancora più difficili da correggere. «Siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno», avverte Gehri, secondo cui serve un «patto di Paese» che coinvolga Governo, Parlamento, partiti, economia e sindacati per definire un percorso di rientro e una nuova strategia per le finanze cantonali.

Signor Gehri, perché l’economia è così preoccupata per l’andamento dei conti pubblici?
«Semplicemente perché stiamo parlando di un grave problema che è già presente e che non può più essere rimandato. Finora è mancato il coraggio di affrontarlo. Il Cantone vive da anni al di sopra delle proprie possibilità e continuare a ignorare questa realtà significa accumulare debiti. Debiti che, prima o poi, qualcuno dovrà pur pagare! Vogliamo lasciare questa eredità ai nostri giovani?».

Qual è la posta in gioco per i cittadini e le imprese?
«Direi il futuro stesso del Canton Ticino. Se le finanze cantonali perdono equilibrio, diminuisce automaticamente la capacità di investire, di sostenere la crescita economica e di finanziare i servizi pubblici di cui i cittadini hanno bisogno. In gioco anche la qualità della vita e le opportunità che vogliamo garantire alle prossime generazioni».

Lanciate il vostro appello a qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027. Perché?
«Perché riteniamo che questo sia forse l’ultimo momento per poter agire concretamente. Questo ragionamento, a mio avviso, andava fatto molto prima. Aspettare ancora significherebbe però arrivare all’emergenza assoluta e dover prendere decisioni magari affrettate, sicuramente dolorose. Serve un patto di Paese: che tutti si siedano attorno a un tavolo – Governo, Parlamento, partiti, economia, sindacati – affinché si corregga la traiettoria».

Che cosa vi aspettate dal preventivo 2027?
«Ci aspettiamo sicuramente coraggio e soprattutto una certa leadership nell’impostare un percorso di rientro. Occorre indicare una strada, individuare una strategia, stabilire delle priorità e avere una visione chiara su quali prestazioni il Cantone vorrà e potrà garantire in futuro e con quali risorse. Finora ho l’impressione che abbiamo speso senza sapere prima da quale borsello andare a prendere i soldi».

Dove bisogna intervenire? La simmetria dei sacrifici cui giunge spesso la politica non basta più?
«Bisogna avere il coraggio di riesaminare, senza tabù, l’intera crescita della spesa pubblica. La spesa pubblica sta crescendo a ritmi che non sono più sostenibili, nonostante le entrate fiscali abbiano comunque registrato una crescita. L’economia si assume le proprie responsabilità, ma non può essere chiamata continuamente ad aumentare i propri tributi perché non ci sono più le condizioni quadro per farlo. Ogni prestazione, ogni progetto e ogni nuovo onere devono essere valutati alla luce della loro sostenibilità finanziaria. La revisione dei compiti dello Stato è quindi un primo passo fondamentale che deve essere messo in atto».

Nella vostra riflessione indicate una «regola elementare»: prima di assumere nuove spese, autorità e cittadini devono essere informati compiutamente. Qual è il nodo?
«Questo è uno dei grandi problemi. Non si possono proporre iniziative senza sapere dove reperire i fondi necessari per finanziarle. Serve, quindi, responsabilità da parte della politica, e serve anche che i cittadini abbiano a disposizione il quadro completo per poter prendere una decisione con scienza e coscienza. Non si possono vendere illusioni. Per poter finanziare delle prestazioni, bisogna sapere esattamente dove si vanno a prendere i fondi».

I toni del vostro intervento sono piuttosto preoccupati.
«A giusto titolo. Direi che oggi siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno. La domanda è se effettivamente la politica si renda conto di questa situazione e, soprattutto, se abbia il coraggio finalmente di affrontare il tema in modo serio, insieme a tutti i partner».

Il consuntivo 2025 indica un disavanzo di 32, 5 milioni di franchi. Lo scenario che evocate, invece, è molto più cupo. Perché?
«È vero, il 2025 si è chiuso con un deficit di 32,5 milioni di franchi. Ma, se escludiamo le entrate straordinarie, la situazione è decisamente più preoccupante. Uno studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato durante la giornata di studio dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, stima infatti un disavanzo strutturale nell’ordine dei 200 milioni di franchi annui, una volta considerati separatamente la quota sull’utile della BNS e le sopravvenienze fiscali. A questo si aggiungono gli oneri derivanti da decisioni che sono già state prese e che, nei prossimi anni, avranno un impatto stimato tra i 350 e i 400 milioni di franchi all’anno. E c’è un ulteriore elemento di cui tenere conto: i proventi della Banca nazionale, come pure le sopravvenienze fiscali, come abbiamo già visto, non sono garantiti e quindi non possono essere considerati una fonte di finanziamento strutturale. Quando arrivano, a nostro avviso, dovrebbero essere utilizzati per investire, sostenere progetti strategici e rafforzare la capacità del territorio di generare sviluppo, non per coprire spese correnti o compensare squilibri strutturali. Altrimenti si rischia semplicemente di rinviare il problema, senza affrontarne le cause».


Intervista di Francesco Pellegrinelli, apparsa sul Corriere del Ticino di venerdì 25 settembre 2026

Situazione finanziaria del Cantone

Comunicato stampa Cc-Ti del 24 settembre 2026

La crisi del ’29?

No, non quella del 1929. Quella del 2029. E a differenza del grande crollo di un secolo fa, questa non arriverà come un fulmine a ciel sereno: è già scritta nei documenti ufficiali, nelle decisioni votate, nelle leggi approvate.
La conosciamo in anticipo. È proprio questo che rende l’inerzia difficile da giustificare.
Complice un’estate torrida – sul piano meteorologico quanto su quello istituzionale – la questione delle finanze cantonali è scivolata nel dimenticatoio. Un’amnesia collettiva che la Camera di commercio intende interrompere. Bastano poche cifre.

Il punto di partenza: un disavanzo che non è un incidente

Da anni il Cantone convive con disavanzi strutturali, cioè squilibri che non dipendono da eventi eccezionali ma dal rapporto ordinario tra entrate e uscite. La risposta, finora, si è mossa su due binari: la speranza e l’espediente.
La speranza che arrivino sopravvenienze fiscali o utili generosi della Banca nazionale – voci per definizione imprevedibili e non governabili. E gli espedienti: misure raffazzonate alla bell’e meglio, spesso temporanee, spesso di natura puramente contabile, quasi mai strutturali. Si è rinviato, non risolto.

I numeri, resi pubblici lo scorso 4 maggio

Lo studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato nella giornata di studio ufficiale dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, fotografa la situazione senza indulgenze: 200 milioni all’anno: il disavanzo strutturale “ordinario”, quello con cui il Cantone già convive oggi.

350/400 milioni all’anno: i nuovi oneri che entro il 2029 si aggiungeranno per effetto di decisioni già prese, dal popolo o dagli organi politici competenti. Non ipotesi, non scenari: impegni assunti. 600 milioni all’anno: il totale. Ogni anno. Non una volta sola.
Ed è su quest’ultimo punto che vale la pena fermarsi, perché è quello che sfugge più facilmente. Un disavanzo strutturale non è una buca da riempire una volta: si ripresenta ogni dodici mesi.
Due anni fanno 1,2 miliardi. Tre anni, 1,8 miliardi. Una legislatura intera, 2,4 miliardi. Il debito si accumula.

Ciò che preoccupa di più non sono le cifre

È l’assenza di una risposta. A oggi non esiste – e nemmeno è stata abbozzata – una strategia organica per affrontare il problema. Non un pacchetto di ritocchi, ma una visione d’insieme su quali prestazioni il Cantone vuole e può garantire, con quali risorse e con quale sostenibilità nel tempo.
Il tema avrebbe meritato di stare al centro del dibattito pubblico con ben altro anticipo. Il termine ultimo, ormai, è la discussione sul preventivo e sull’aggiornamento del piano finanziario che saranno presentati in ottobre. Per due ragioni.
La prima è la trasparenza. Cittadini, imprese e istituzioni hanno il diritto di conoscere le conseguenze finanziarie delle decisioni già adottate. Non si tratta di aprire un processo al passato, ma di sapere dove ci si trova.
La seconda è aritmetica politica. Intervenire quando il disavanzo si sarà manifestato nella sua interezza significa rinunciare alla possibilità di scegliere. Chi agisce in anticipo può calibrare, distribuire, negoziare. Chi agisce sotto emergenza subisce decisioni drastiche, disordinate e dolorose, imposte dall’urgenza anziché dal merito.

Come si ricostruisce

Non con una scorciatoia. Occorre studiare, approfondire, costruire il consenso attorno a misure equilibrate e durevoli, inserite in un disegno coerente. Qualche intervento parziale sarà probabilmente ancora inevitabile – ma dovrà essere un ponte verso una soluzione, non un sostituto.
Serve inoltre una regola di elementare responsabilità: prima di assumere nuove spese ricorrenti o nuovi investimenti, le autorità competenti – e i cittadini eventualmente chiamati alle urne – devono essere pienamente informati del quadro finanziario in cui quella decisione si colloca. Votare senza conoscere il conto non è democrazia: è sonnambulismo istituzionale.

Il vero oggetto della discussione

Non sono i conti del 2029. E in fondo non sono nemmeno i conti. È la capacità del Cantone, negli anni a venire, di finanziare le proprie prestazioni, di investire, di rispondere ai bisogni della popolazione. È il margine di manovra delle generazioni che verranno. Il momento per affrontare tutto questo non sarà quando il disavanzo toccherà i 600 milioni. È adesso.

Votazioni federali del 27 settembre 2026: la Cc-Ti invita a votare due volte NO

Comunicato stampa

La Cc-Ti raccomanda di respingere le iniziative su neutralità e alimentazione: a suo giudizio, gli strumenti proposti ridurrebbero la capacità di adattamento della Svizzera e comporterebbero rischi per la competitività.

La Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti) raccomanda di votare NO alle due iniziative popolari federali sottoposte al voto il prossimo 27 settembre 2026. Secondo la valutazione della Cc-Ti, l’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera (Iniziativa sulla neutralità)» potrebbe ridurre il margine di manovra della politica estera, mentre l’iniziativa «Per un’alimentazione sicura – mediante il rafforzamento di una produzione nazionale sostenibile, più derrate alimentari vegetali e acqua potabile pulita» potrebbe introdurre nuovi vincoli e costi per imprese, filiere e consumatori.

Raccomandazione NO

La Cc-Ti invita la popolazione a respingere entrambe le iniziative, poiché ritiene che gli strumenti proposti introdurrebbero rigidità e vincoli non necessari, riducendo la capacità di adattamento del Paese e la competitività delle imprese.

Per la Cc-Ti, la Svizzera deve poter reagire con pragmatismo ai cambiamenti internazionali e garantire condizioni quadro affidabili alle imprese. Le due iniziative perseguono obiettivi rilevanti; gli strumenti proposti, tuttavia, introdurrebbero rigidità costituzionali e costi che, secondo la Cc-Ti, limiterebbero tale capacità.

Neutralità: preservare flessibilità e capacità di mediazione

La neutralità è un elemento distintivo della Svizzera, uno strumento al servizio della pace, del dialogo e della mediazione e un fattore di stabilità anche per l’economia. La Cc-Ti ritiene tuttavia che una sua definizione rigida nella Costituzione potrebbe limitare la capacità delle autorità federali di adattarne l’applicazione alle evoluzioni del contesto internazionale e di contribuire, con strumenti adeguati, alla sicurezza e alla cooperazione internazionale.

In un contesto internazionale segnato da tensioni, trasformazioni degli equilibri economici e nuove sfide alla cooperazione tra gli Stati, è essenziale che la Svizzera mantenga il margine di manovra necessario per condurre una politica estera coerente con i propri principi. Un quadro troppo vincolante potrebbe ridurre la flessibilità indispensabile per tutelare gli interessi del Paese e delle sue imprese e, al tempo stesso, per continuare a favorire il dialogo, la mediazione e la ricerca di soluzioni pacifiche.

Diversi principi richiamati dall’iniziativa sono già parte della prassi svizzera: la neutralità è permanente, il Paese non aderisce ad alleanze militari, non partecipa a conflitti tra Stati terzi, applica le sanzioni dell’ONU e offre i propri buoni uffici. Secondo la Cc-Ti, la nuova disciplina costituzionale restringerebbe invece la possibilità di riprendere altre sanzioni non militari e di cooperare con partner internazionali in materia di sicurezza, anche quando tali strumenti contribuiscono a tutelare l’indipendenza e gli interessi della Svizzera.

Per una Svizzera aperta, fortemente orientata all’esportazione e impegnata nella cooperazione internazionale, è fondamentale preservare una capacità di adattamento che permetta di affrontare con pragmatismo le sfide future, sostenere il dialogo e tutelare gli interessi del Paese e delle sue imprese. Secondo la Cc-Ti, l’attuale impostazione della neutralità offre già un quadro adeguato per conciliare questi obiettivi e non necessita di un irrigidimento costituzionale.

Alimentazione: sicurezza e sostenibilità, evitando il rischio di nuovi vincoli e costi

La Cc-Ti condivide l’obiettivo di rafforzare la sicurezza alimentare della Svizzera e di promuovere un’agricoltura sostenibile, innovativa e attenta alla tutela delle risorse naturali e al benessere animale. La sua opposizione non riguarda queste finalità, ma gli strumenti proposti dall’iniziativa, che rischiano di introdurre rigidità costituzionali e di compromettere la competitività economica, la libertà imprenditoriale e l’apertura commerciale del nostro Paese.

Il mondo economico riconosce il valore della sostenibilità, della cura del territorio, del benessere animale e della responsabilità sociale d’impresa (CSR). Gli investimenti nell’innovazione, nell’efficienza delle risorse e nella tracciabilità delle filiere possono contribuire alla tutela dell’ambiente, alla vitalità delle regioni e a modelli di produzione e consumo più responsabili. Per la Cc-Ti, tali risultati possono essere perseguiti più efficacemente con misure proporzionate, capaci di valorizzare l’impegno delle aziende e di preservarne la capacità di investire e adattarsi.

L’iniziativa mira, inoltre, a portare il grado di autoapprovvigionamento netto almeno al 70% entro dieci anni. Alla luce dei limiti territoriali e produttivi della Svizzera, la Cc-Ti condivide i dubbi sulla concreta realizzabilità di questo obiettivo nei tempi previsti. Un adeguamento così rapido potrebbe incidere sugli investimenti già effettuati dalle aziende agricole e alimentari e richiedere interventi capaci di condizionare sia le scelte produttive sia quelle di consumo. La sicurezza alimentare, la sostenibilità e la protezione delle risorse sono peraltro obiettivi già presenti nell’ordinamento e nei lavori sulla futura politica agricola.

L’introduzione di obiettivi dettagliati a livello costituzionale potrebbe ridurre la flessibilità necessaria per adeguare nel tempo le politiche agricole e alimentari. Secondo la Cc-Ti, gli strumenti previsti rischierebbero inoltre di aumentare gli oneri regolatori per le imprese e di rendere meno adattabili le catene di approvvigionamento. Ne potrebbero derivare maggiori costi lungo la filiera e prezzi alimentari più elevati, con ripercussioni sulle famiglie e sulle attività legate al settore, dalla ristorazione al commercio.

La Cc-Ti auspica una politica agricola equilibrata, capace di coniugare sostenibilità ambientale, tutela del territorio, benessere animale, innovazione e integrazione nei mercati internazionali. A suo giudizio, le misure dovrebbero essere valutate in base alla loro efficacia, ai costi per imprese e consumatori e alla compatibilità con catene di approvvigionamento aperte. Pur riconoscendo la rilevanza degli obiettivi perseguiti, la Cc-Ti ritiene che l’iniziativa non offra garanzie sufficienti su questi aspetti.

La raccomandazione della Cc-Ti

La Cc-Ti invita pertanto la popolazione a votare NO a entrambe le iniziative il prossimo 27 settembre 2026. A suo giudizio, preservare flessibilità, apertura e competitività richiede di evitare vincoli costituzionali che potrebbero ridurre il margine d’azione della Svizzera di fronte alle future sfide economiche e internazionali.

GeoRisk Ticino: uno strumento di analisi per comprendere i rischi geopolitici che incidono sulle imprese ticinesi

Comunicato stampa

GeoRisk Ticino nasce per supportare le imprese associate nella comprensione, nell’anticipazione e nella gestione degli effetti concreti che i rischi geopolitici possono avere sulle attività economiche del Cantone.
Le imprese ticinesi operano oggi in un contesto internazionale sempre più complesso e incerto. Tensioni geopolitiche, cambiamenti nelle politiche commerciali, instabilità delle catene di approvvigionamento, volatilità valutaria e shock energetici possono incidere direttamente sui costi aziendali, sulla disponibilità di materie prime e sulla continuità delle attività produttive. Per aiutare le aziende a leggere questi fenomeni e a valutarne gli effetti concreti nasce GeoRisk Ticino, un servizio di monitoraggio e analisi sviluppato specificamente per la realtà economica cantonale.

L’obiettivo del progetto è offrire alle aziende associate uno strumento di lettura e interpretazione degli sviluppi internazionali che possono influenzare il commercio e le filiere produttive ticinesi. Rispetto alle analisi di carattere generale disponibili sul mercato, GeoRisk Ticino adotta un taglio specifico sulla struttura effettiva dell’economia cantonale e considera in modo mirato i principali mercati di sbocco e le fonti di approvvigionamento delle imprese del territorio.
Il cuore del servizio è costituito da un report periodico che integra informazioni geopolitiche, macroeconomiche e commerciali e le collega alle filiere più rilevanti per il Ticino. Oltre a descrivere gli eventi internazionali, il report evidenzia in che modo tali sviluppi possono generare opportunità o criticità per le aziende locali. Offre quindi una lettura applicata degli scenari e sostiene le imprese nelle valutazioni strategiche e operative.
Elemento distintivo del progetto è la matrice di rischio geopolitico delle filiere ticinesi, sviluppata a partire dai dati ufficiali sul commercio estero e aggiornata in funzione dell’evoluzione degli scenari internazionali.

Le principali filiere di esportazione e importazione vengono monitorate attraverso un indice sintetico che consente di misurare il grado di esposizione al rischio e di seguirne l’evoluzione nel tempo.
La metodologia si fonda su tre criteri fondamentali: l’instabilità del mercato di destinazione o della fonte di approvvigionamento, la possibilità di sostituire partner commerciali o risorse in caso di interruzione e il grado di concentrazione degli scambi su un numero limitato di attori. Dalla combinazione di questi elementi nasce un indice di rischio su una scala da 0 a 100, utile per confrontare le diverse filiere e individuare quelle più esposte alle turbolenze internazionali.
L’analisi viene aggiornata attraverso il monitoraggio di variabili che considerano sia le cause del rischio sia i suoi possibili effetti economici. Tra gli aspetti osservati figurano l’evoluzione della situazione nei singoli Paesi, le politiche economiche e commerciali, l’andamento della domanda, le dinamiche valutarie, nonché fattori legati alla logistica, all’energia, alle materie prime e all’esposizione settoriale. Questo approccio consente di cogliere non solo l’insorgere di nuovi rischi, ma anche le loro possibili ricadute lungo le catene del valore.

Un ulteriore elemento importante è il confronto sistematico tra la situazione del Ticino e quella della Svizzera nel suo complesso. In questo modo le imprese possono comprendere se le criticità osservate riflettano tendenze generali oppure se il Cantone presenti caratteristiche specifiche che richiedono particolare attenzione.

In definitiva, GeoRisk Ticino mette a disposizione delle aziende uno strumento di monitoraggio e interpretazione dei rischi internazionali fondato su dati concreti, metodologie trasparenti e un forte radicamento nella realtà economica cantonale. Il servizio contribuisce a rafforzare la capacità delle imprese di anticipare gli sviluppi esterni, comprendere meglio la propria esposizione e orientare le decisioni in un contesto globale sempre più interconnesso.

GeoRisk Ticino beneficia inoltre della collaborazione con Energytide.it e, in particolare, del contributo specialistico di Sergio Giraldo, analista indipendente con consolidata esperienza nei mercati energetici, nelle commodities e nelle politiche europee. La sua capacità di interpretare l’evoluzione degli scenari internazionali, collegando dinamiche geopolitiche, fattori energetici e implicazioni economiche, rappresenta un importante valore aggiunto per il progetto e consente di offrire alle imprese una lettura più approfondita e orientata alle decisioni.


La Cc-Ti al fianco della formazione professionale e dei giovani talenti

Giovani talenti, competenze digitali e collaborazione tra economia, scuola e istituzioni: la formazione professionale si conferma una leva fondamentale per il futuro del Cantone.

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti e Michele Merazzi, COO Cc-Ti

La premiazione degli apprendisti e delle apprendiste che hanno concluso con successo la formazione 2025/2026 nei percorsi di informatico AFC, mediamatico AFC e operatore informatico AFC conferma il valore strategico della formazione professionale per il futuro economico del nostro Cantone. In un mercato del lavoro sempre più digitale e in rapida evoluzione, competenze qualificate sono essenziali per accompagnare le imprese nelle sfide della modernizzazione e dell’innovazione.

Lo ha sottolineato anche Luca Albertoni, direttore della Cc-Ti e presidente di ICT-Formazione professionale della Svizzera italiana, ricordando come entro il 2033 saranno necessari oltre 54’000 nuovi professionisti ICT. Un dato che evidenzia l’importanza di investire oggi nella crescita dei giovani, nella qualità dei percorsi formativi e nella collaborazione tra scuola, istituzioni, associazioni professionali e mondo economico.

La serata ha permesso di valorizzare non solo i risultati scolastici, ma anche le competenze tecniche e pratiche maturate durante il percorso formativo. Tra i giovani distintisi nei campionati regionali ICT figurano Yannik Ramser nella categoria Software Applications Development, Alan Gregorio nelle Web Technologies e Manuel Caimmi nel Cloud Computing. Particolarmente significativo è inoltre il risultato ottenuto in vista degli SwissSkills 2026: quattro giovani ticinesi – Alan Gregorio, Nemanja Zecevic, Robin Sartore e Amos Haefliger, tutti della SAMT di Trevano – si sono qualificati nella categoria Web Technologies, portando il talento ticinese sulla scena nazionale.

Questi risultati si inseriscono in un impegno più ampio e costante della Cc-Ti a favore della formazione professionale. Un impegno che Michele Merazzi, Chief Operations Officer della Cc-Ti, rappresentante del Cantone Ticino nel Consiglio di fondazione degli SwissSkills e nuovo membro della Commissione cantonale per la formazione professionale in rappresentanza della Camera di commerco e dell’industria del Cantone Ticino, ha più volte richiamato con forza: la formazione professionale è una leva decisiva per la competitività economica e la coesione sociale. Gli SwissSkills ne sono una dimostrazione concreta, perché rendono visibile il valore del sistema duale, la qualità delle competenze trasmesse dalle aziende formatrici e il ruolo essenziale delle associazioni di categoria.

Per la Cc-Ti, promuovere la formazione significa creare le condizioni affinché ogni giovane possa trovare la propria strada, sviluppare il proprio talento e inserirsi con fiducia nel mondo del lavoro. L’apprendistato non è una scelta di ripiego, ma un percorso di valore, moderno e aperto, capace di offrire prospettive concrete anche grazie alle passerelle verso la formazione superiore. Il successo dei giovani premiati e dei candidati ticinesi qualificati agli SwissSkills è quindi motivo di orgoglio e, al tempo stesso, uno stimolo a rafforzare la collaborazione tra economia, scuola e istituzioni.

Guardando al futuro, la sfida sarà continuare a valorizzare le professioni, coinvolgere sempre più giovani e accompagnare le imprese nella trasmissione delle competenze di cui il territorio avrà bisogno. La Cc-Ti intende restare un attore attivo di questo processo, ascoltando le esigenze dell’economia, sostenendo le associazioni di categoria e promuovendo una cultura della formazione capace di riconoscere e far crescere i talenti del nostro Cantone.

In questa prospettiva, la formazione continuata rappresenta uno strumento essenziale per tutte le persone e per tutte le imprese: permette di aggiornare le competenze, anticipare i cambiamenti e rafforzare la capacità di affrontare con consapevolezza le sfide del mercato del lavoro. Le proposte della Cc-Ti, tra percorsi formativi strutturati e momenti di formazione puntuale, sono disponibili al seguente link: www.cc-ti.ch/formazione/.

Superare la contrapposizione

a cura di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti
Un’unica forza economica: grandi aziende e PMI crescono insieme

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti – © CdT-C. Zocchetti

Qualche giorno fa è stata pubblicata la notizia secondo cui le entrate fiscali della Confederazione sarebbero superiori a quanto ipotizzato in sede di preventivo. Il gettito dovrebbe superare di circa due miliardi di franchi le previsioni. Già nel 2025 gli incassi effettivi erano risultati superiori di oltre tre miliardi rispetto al preventivo.

Al di là delle inevitabili polemiche sulla reale o presunta eccessiva prudenza nella pianificazione finanziaria, un fatto emerge chiaramente: una parte rilevante di queste entrate è riconducibile alle grandi aziende internazionali presenti nel nostro Paese. Questo elemento contraddice la ricorrente rappresentazione delle grandi imprese come realtà interessate unicamente a sfruttare il territorio, i vantaggi fiscali o il costo della manodopera. Secondo questa narrazione, vi sarebbero da una parte le grandi aziende, considerate dannose, e dall’altra le piccole e medie imprese, ritenute per definizione virtuose.

La realtà è molto più articolata. In ogni categoria vi sono comportamenti virtuosi e comportamenti criticabili, e il mondo imprenditoriale non fa eccezione. Le generalizzazioni, tuttavia, non aiutano a comprendere il funzionamento dell’economia. Un sistema economico forte e resiliente poggia proprio sulla diversificazione del suo tessuto e sull’interazione fra piccole, medie e grandi imprese, attive sul mercato interno o sui mercati internazionali. Contrapporle risponde più a esigenze ideologiche che alla realtà economica.

I dati dovrebbero indurre a riflettere chi continua a indicare le grandi imprese come un bersaglio, proponendo di penalizzarle fiscalmente o di sottoporle, per principio, a regole più severe. Nessuna azienda deve naturalmente essere sottratta alle proprie responsabilità fiscali, sociali e ambientali. Trasformare però le imprese di maggiori dimensioni nel bersaglio permanente del dibattito politico significa ignorare il contributo che esse forniscono all’intero sistema economico. Significa anche rischiare di dividere artificiosamente il mondo economico, contrapponendo le grandi aziende alle PMI nel tentativo di raccogliere consenso presso queste ultime.

Limitandosi all’ambito fiscale, le cifre sono eloquenti. Le entrate federali derivanti dall’imposta sugli utili sono passate da circa due miliardi di franchi nel 1990 a 17,4 miliardi nel 2025. Le imprese versano oggi alla Confederazione più imposte dirette delle persone fisiche. Anche ammettendo che una parte degli incassi più recenti sia legata a operazioni straordinarie o a utili eccezionali, come nel caso dei risultati conseguiti a Ginevra dal settore delle materie prime, la tendenza di lungo periodo rimane evidente.

Il contributo delle grandi aziende, però, non si esaurisce nelle imposte pagate. Attorno a ogni grande gruppo industriale o finanziario opera una rete di fornitori, artigiani, società informatiche, studi professionali e imprese attive nella logistica, nella manutenzione, nelle costruzioni e nei servizi. In Ticino, attorno a una grande azienda possono ruotare realisticamente fra le 100 e le 200 PMI radicate nel territorio, che grazie a queste relazioni possono investire, innovare, formare apprendisti e creare posti di lavoro qualificati.

Una grande azienda non genera quindi soltanto occupazione diretta, ma produce un effetto moltiplicatore lungo intere catene del valore. Porta competenze, ricerca, capitali e relazioni internazionali. Consente inoltre a numerose piccole aziende di accedere indirettamente ai mercati mondiali e contribuisce alla solidità finanziaria della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. Indebolire la competitività delle grandi imprese significa inevitabilmente minare anche l’ecosistema economico che le circonda.

L’importanza dell’indotto generato da una grande organizzazione è stata riconosciuta, ad esempio, nel dibattito sulle conseguenze economiche di una possibile riduzione delle attività della SSR. È quindi difficile comprendere perché lo stesso principio venga trascurato quando è il mondo imprenditoriale a sottolineare il valore economico e occupazionale prodotto dalle grandi aziende.

In un contesto di questo tipo, la Svizzera e il Ticino devono continuare a offrire stabilità giuridica, infrastrutture efficienti, personale qualificato e condizioni quadro affidabili. Sono questi i fattori che convincono le imprese a investire, a mantenere le proprie attività e a sviluppare nuovi progetti nel nostro Paese.

Contrapporre grandi aziende e PMI è dunque un errore economico, politico e strategico. Le une hanno bisogno delle altre. Difendere condizioni favorevoli alle imprese non significa tutelare pochi privilegiati, ma proteggere una rete diffusa di lavoro, innovazione e benessere.

Prima di criminalizzare chi crea valore, sarebbe opportuno riconoscere quanta parte di quel valore ritorni alla collettività, direttamente attraverso le imposte e indirettamente attraverso migliaia di aziende e posti di lavoro.

La prosperità non nasce dalla contrapposizione, ma dalla capacità di fare sistema: sostenere chi investe, innova e crea lavoro è la scelta più concreta per costruire il futuro.

Il valore di chi si mette a disposizione

A cura di Michele Merazzi, COO Cc-Ti
Una società prospera quando ai diritti si affiancano responsabilità condivisa e partecipazione.

Michele Merazzi, COO Cc-Ti

Quando si parla di competitività, crescita economica e sviluppo del territorio, il dibattito si concentra spesso su fiscalità, infrastrutture, innovazione, formazione e accesso ai mercati. Temi fondamentali e cruciali, certamente. Esiste però un elemento meno visibile, difficilmente misurabile e raramente al centro dell’attenzione pubblica che contribuisce in modo determinante alla prosperità del nostro Cantone e della Svizzera: l’impegno associativo e civico.

Viviamo in un Paese che ha costruito il proprio successo non soltanto grazie alla solidità delle proprie imprese e istituzioni, ma anche grazie alla partecipazione attiva dei cittadini. Migliaia di persone dedicano ogni anno una parte significativa del proprio tempo ad associazioni professionali, società sportive, organizzazioni culturali, enti di volontariato, fondazioni, comuni e istituzioni politiche. Un contributo spesso silenzioso che non compare nelle statistiche economiche, ma che genera ogni giorno valore per l’intera collettività.

Il riconoscimento dei diritti, dei servizi e delle legittime aspettative riveste un’importanza fondamentale. Accanto a questi aspetti, merita altrettanta attenzione il valore della responsabilità condivisa e della partecipazione. È infatti grazie alla disponibilità di molte persone a mettere tempo, competenze ed energie al servizio della comunità che si rafforza la qualità di vita che caratterizza il nostro Paese.

Le associazioni non rappresentano soltanto luoghi di aggregazione o di difesa di interessi specifici. Sono spazi nei quali si costruiscono relazioni, si condividono competenze, si sviluppano idee e si cercano soluzioni comuni alle sfide del presente. In altre parole, sono autentiche scuole di cittadinanza attiva e di leadership. È spesso all’interno di questi contesti che si impara ad ascoltare, mediare, costruire consenso e assumersi responsabilità.

Lo osservo regolarmente anche nel mio lavoro presso la Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino. Nel Consiglio economico della Cc-Ti, le 65 associazioni rappresentate offrono un contributo di particolare rilievo, mettendo a disposizione competenze, esperienza e visione strategica per affrontare le sfide che interessano il nostro territorio. Tale disponibilità assume un valore ancora maggiore poiché si aggiunge al quotidiano impegno professionale delle persone che vi partecipano ed è animata dalla volontà di concorrere allo sviluppo economico e sociale del Cantone. Un esempio concreto di una risorsa strategica spesso poco visibile, ma fondamentale per sostenere nel tempo lo sviluppo economico e sociale del Cantone.

In un’epoca nella quale tutto sembra dover essere immediatamente remunerato, l’impegno associativo ci ricorda che esiste anche un’altra forma di investimento: quella nella comunità. Un investimento che genera fiducia, relazioni, coesione sociale e capacità di affrontare insieme i cambiamenti: risorse imprescindibili nel contesto economico odierno.

La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: continuare a coinvolgere nuove generazioni e valorizzare chi sceglie di assumersi responsabilità a favore della collettività. Perché associazioni economiche, società sportive, organizzazioni culturali e istituzioni vivono grazie alle strutture ma anche grazie alle persone che decidono di dedicare una parte del proprio tempo agli altri.

La riflessione centrale riguarda non soltanto la tutela del nostro benessere economico, ma anche la capacità di promuovere e sostenere la disponibilità delle persone a contribuire al bene comune. Una società prospera, infatti, quando al riconoscimento dei diritti e all’accesso ai servizi si affianca una partecipazione consapevole e costruttiva alla ricerca di soluzioni condivise.

La ricchezza di un Paese si misura anche nella disponibilità delle persone a collaborare, partecipare e contribuire.

È questo capitale invisibile che da generazioni sostiene la Svizzera e il Ticino. Un patrimonio prezioso che merita di essere riconosciuto, valorizzato e tramandato alle nuove generazioni. La Cc-Ti e le sue 65 associazioni di categoria ne rappresentano un esempio concreto e vincente: una rete capace di riunire competenze, esperienze e responsabilità diverse attorno a obiettivi condivisi. Promuovere questa disponibilità al dialogo, alla collaborazione e all’impegno per il bene comune è parte integrante della missione della nostra associazione e del suo contributo allo sviluppo economico e sociale del Cantone.



Inchiesta congiunturale 2026/27

L’inchiesta congiunturale condotta in collaborazione con le Camere di commercio e dell’industria della Svizzera romanda è giunta alla sua 17esima edizione. È possibile compilare il tutto online su www.enquetecci.ch. Termine: 31.10.2026.

Questa indagine traduce concretamente la nostra missione: ascoltare le imprese, comprenderne le esigenze e trasformare i dati raccolti in una voce forte e autorevole a tutela dell’intera economia cantonale. Il quadro che ne emerge, coerente con le statistiche ufficiali, ci consente di intervenire con determinazione per rafforzare la competitività, la resilienza e la solidità delle catene di approvvigionamento.

Accanto alle consuete domande sull’attività aziendale, l’edizione di quest’anno affronta temi decisivi per il futuro delle nostre imprese e del territorio: la capacità di investire con continuità, l’adattamento ai rischi climatici, la tenuta delle catene di approvvigionamento e la creazione di valore.

Su questi fronti la Cc-Ti intende far valere con fermezza le esigenze dell’economia reale e promuovere condizioni che permettano alle aziende di crescere, innovare e competere.

I risultati dell’inchiesta saranno pubblicati sui nostri usuali canali di comunicazione (Ticino Business, Newsletter, www.cc-ti.ch, Social Media) in forma anonima. Tutti i dati vengono trattati in ottemperanza della legge vigente sulla protezione dati.


Istruzioni per la compilazione:

L’inchiesta deve essere compilata entro il 31 ottobre 2026, attraverso una delle seguenti modalità a vostra scelta:

  • direttamente online sul sito www.enquete-cci.ch – inserendo il vostro login e la relativa password (presenti nell’intestazione dell’inchiesta)
  • inviando il formulario in forma cartacea via posta (CP 1269, 6901 Lugano)
  • via e-mail a: trabattoni@cc-ti.ch

Il consiglio economico della Cc-Ti: convergere verso obiettivi comuni

L’ultimo Consiglio economico della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino ha riunito oltre quaranta rappresentanti delle principali associazioni economiche e professionali affiliate alla Cc-Ti. Un risultato che conferma non soltanto l’interesse verso i temi di attualità che riguardano il tessuto economico ticinese, ma anche la vitalità di un sistema associativo che costituisce una delle grandi ricchezze del nostro territorio.

Michele Merazzi, COO Cc-Ti

L’economia ticinese dispone infatti di una risorsa spesso poco visibile ma di straordinaria importanza: il lavoro svolto nelle associazioni di categoria. Dietro molte prese di posizione, progetti, iniziative formative e attività di rappresentanza vi sono imprenditori, professionisti e dirigenti che mettono a disposizione tempo, competenze ed esperienza a favore dell’interesse collettivo. È una forma concreta di spirito di milizia che contribuisce in maniera determinante alla competitività del nostro Cantone e alla qualità del dialogo tra economia, società e istituzioni.

In un contesto sempre più complesso e caratterizzato da sfide economiche, geopolitiche e tecnologiche di grande portata, il confronto tra le diverse realtà professionali assume un’importanza crescente. Il Consiglio economico della Cc-Ti rappresenta proprio uno spazio privilegiato di incontro e di dialogo, nel quale sensibilità, esperienze e competenze differenti possono convergere verso obiettivi comuni.

La forte partecipazione registrata negli ultimi incontri dimostra come vi sia la volontà di contribuire attivamente alla costruzione di una visione condivisa per il futuro economico del Ticino. Un impegno che va oltre gli interessi delle singole categorie e che si traduce nella capacità di individuare priorità comuni, formulare proposte costruttive e rafforzare il ruolo dell’economia quale interlocutore credibile nei confronti delle istituzioni e della società civile.

Lo spirito di milizia, che caratterizza da sempre il nostro Paese, continua quindi a rappresentare un elemento fondamentale anche per il mondo economico. La disponibilità di tante persone ad assumersi responsabilità associative, spesso accanto a impegni professionali già particolarmente intensi, è un patrimonio prezioso che merita di essere riconosciuto e valorizzato.

Il successo del Consiglio economico della Cc-Ti ne è una dimostrazione concreta: quando competenze, esperienza e spirito di servizio si mettono al servizio della collettività, il risultato è una comunità imprenditoriale più forte, più coesa e meglio preparata ad affrontare le sfide del futuro.

Il coraggio di riformare

La Svizzera si è spesso distinta per la capacità di adattarsi all’evoluzione dei tempi e quindi di procedere, seppure con la giusta prudenza, a riforme regolari e puntuali. Questa capacità sembra essersi in parte smarrita negli ultimi anni, ad esempio nell’ambito delle assicurazioni sociali, leggi l’AVS. Un cantiere senza dubbio difficile e delicato, con mille implicazioni.

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti – © CdT-C. Zocchetti

Eppure, qualche esempio interessante giunge anche da paesi “insospettabili”, perché considerati culla della socialità. Come la Svezia. Per decenni il paese scandinavo è stato il simbolo europeo dello Stato sociale, con il cosiddetto modello del Folkhem, la “casa del popolo”, che prometteva sicurezza e protezione attraverso un ampio sistema di prestazioni pubbliche finanziato da una pressione fiscale elevata. Poi la grave crisi dei primi anni Novanta con una crisi bancaria, immobiliare e finanziaria costrinse il Paese a rimettere in discussione molte delle proprie certezze.

La risposta fu tutt’altro che ideologica. Il governo intervenne per salvaguardare il sistema bancario, ma avviò contemporaneamente un profondo programma di risanamento delle finanze pubbliche e di riforme strutturali. L’obiettivo non era di ridimensionare lo Stato sociale, bensì di renderlo sostenibile stimolando al contempo l’economia per renderla più competitiva e quindi anche atta a finanziare il sistema.

La prima grande riforma riguardò la previdenza. La Svezia collegò progressivamente l’età pensionabile all’aumento della speranza di vita e rese più flessibile il passaggio dal lavoro alla pensione. Per i nati tra il 1960 e il 1964 l’età di riferimento è 67 anni, per i nati fra il 2015 e il 2017 è 71 anni. Oggi una quota significativa di cittadine e cittadini (oltre il 40%) continua volontariamente a lavorare anche oltre l’età di riferimento, contribuendo sia alla sostenibilità del sistema sia alla disponibilità di personale qualificato.

Anche la Svizzera è confrontata, come tutto il mondo occidentale, all’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, toccare l’età pensionabile, anche nel senso di una maggiore flessibilità, è ancora un tabù, come hanno dimostrato recenti votazioni popolari.

Il secondo spunto interessante che proviene dalla Svezia riguarda la fiscalità. Dopo aver constatato che capitali, imprenditori e investimenti lasciavano il Paese, la Svezia abolì le imposte sulla sostanza (dal 2007) e sulle successioni (2005). La scelta non fu dettata da motivazioni ideologiche, ma dalla volontà di preservare la competitività economica e, con essa, la capacità dello Stato di finanziare il proprio sistema sociale.

È un’esperienza che merita attenzione anche per noi, visto che in Svizzera riemergono periodicamente proposte per introdurre nuove imposte federali sul patrimonio o sulle successioni. Eppure, l’esperienza mostra che, in un’economia aperta e fortemente interconnessa come la nostra, il capitale è mobile: se la pressione fiscale diventa eccessiva, persone, imprese e investimenti possono spostarsi altrove. In questi casi, aumentare le aliquote non significa automaticamente aumentare il gettito. Al contrario, può indebolire la base economica che consente allo Stato di finanziare nel tempo le proprie prestazioni.

Ovviamente non si tratta di riprodurre 1:1 il modello svedese, perché ogni realtà ha le sue peculiarità e il nostro Paese continua a distinguersi per competitività, stabilità istituzionale e legale, qualità della formazione, capacità innovativa e solidità delle finanze pubbliche. Sono punti di forza costruiti in decenni di politiche lungimiranti e che devono assolutamente essere preservati. Ma sarebbe pericoloso considerarli come acquisiti, procrastinando le riforme fino a quando ci si trova a dover affrontare una crisi pesante. Cambiare quando si può scegliere e non solo quando si è costretti a farlo è indubbiamente più vantaggioso per tutti.

La Svizzera dispone di solide basi per affrontare anche queste sfide: senso di responsabilità, pragmatismo, stabilità istituzionale e una comprovata capacità di trovare soluzioni equilibrate. Proprio facendo leva su questi punti di forza, il nostro Paese può continuare a riformarsi per tempo, preservando ciò che funziona e adattandolo con lungimiranza alle esigenze future.