Superare la contrapposizione

a cura di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

Un’unica forza economica: grandi aziende e PMI crescono insieme

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti – © CdT-C. Zocchetti

Qualche giorno fa è stata pubblicata la notizia secondo cui le entrate fiscali della Confederazione sarebbero superiori a quanto ipotizzato in sede di preventivo. Il gettito dovrebbe superare di circa due miliardi di franchi le previsioni. Già nel 2025 gli incassi effettivi erano risultati superiori di oltre tre miliardi rispetto al preventivo.

Al di là delle inevitabili polemiche sulla reale o presunta eccessiva prudenza nella pianificazione finanziaria, un fatto emerge chiaramente: una parte rilevante di queste entrate è riconducibile alle grandi aziende internazionali presenti nel nostro Paese. Questo elemento contraddice la ricorrente rappresentazione delle grandi imprese come realtà interessate unicamente a sfruttare il territorio, i vantaggi fiscali o il costo della manodopera. Secondo questa narrazione, vi sarebbero da una parte le grandi aziende, considerate dannose, e dall’altra le piccole e medie imprese, ritenute per definizione virtuose.

La realtà è molto più articolata. In ogni categoria vi sono comportamenti virtuosi e comportamenti criticabili, e il mondo imprenditoriale non fa eccezione. Le generalizzazioni, tuttavia, non aiutano a comprendere il funzionamento dell’economia. Un sistema economico forte e resiliente poggia proprio sulla diversificazione del suo tessuto e sull’interazione fra piccole, medie e grandi imprese, attive sul mercato interno o sui mercati internazionali. Contrapporle risponde più a esigenze ideologiche che alla realtà economica.

I dati dovrebbero indurre a riflettere chi continua a indicare le grandi imprese come un bersaglio, proponendo di penalizzarle fiscalmente o di sottoporle, per principio, a regole più severe. Nessuna azienda deve naturalmente essere sottratta alle proprie responsabilità fiscali, sociali e ambientali. Trasformare però le imprese di maggiori dimensioni nel bersaglio permanente del dibattito politico significa ignorare il contributo che esse forniscono all’intero sistema economico. Significa anche rischiare di dividere artificiosamente il mondo economico, contrapponendo le grandi aziende alle PMI nel tentativo di raccogliere consenso presso queste ultime.

Limitandosi all’ambito fiscale, le cifre sono eloquenti. Le entrate federali derivanti dall’imposta sugli utili sono passate da circa due miliardi di franchi nel 1990 a 17,4 miliardi nel 2025. Le imprese versano oggi alla Confederazione più imposte dirette delle persone fisiche. Anche ammettendo che una parte degli incassi più recenti sia legata a operazioni straordinarie o a utili eccezionali, come nel caso dei risultati conseguiti a Ginevra dal settore delle materie prime, la tendenza di lungo periodo rimane evidente.

Il contributo delle grandi aziende, però, non si esaurisce nelle imposte pagate. Attorno a ogni grande gruppo industriale o finanziario opera una rete di fornitori, artigiani, società informatiche, studi professionali e imprese attive nella logistica, nella manutenzione, nelle costruzioni e nei servizi. In Ticino, attorno a una grande azienda possono ruotare realisticamente fra le 100 e le 200 PMI radicate nel territorio, che grazie a queste relazioni possono investire, innovare, formare apprendisti e creare posti di lavoro qualificati.

Una grande azienda non genera quindi soltanto occupazione diretta, ma produce un effetto moltiplicatore lungo intere catene del valore. Porta competenze, ricerca, capitali e relazioni internazionali. Consente inoltre a numerose piccole aziende di accedere indirettamente ai mercati mondiali e contribuisce alla solidità finanziaria della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. Indebolire la competitività delle grandi imprese significa inevitabilmente minare anche l’ecosistema economico che le circonda.

L’importanza dell’indotto generato da una grande organizzazione è stata riconosciuta, ad esempio, nel dibattito sulle conseguenze economiche di una possibile riduzione delle attività della SSR. È quindi difficile comprendere perché lo stesso principio venga trascurato quando è il mondo imprenditoriale a sottolineare il valore economico e occupazionale prodotto dalle grandi aziende.

In un contesto di questo tipo, la Svizzera e il Ticino devono continuare a offrire stabilità giuridica, infrastrutture efficienti, personale qualificato e condizioni quadro affidabili. Sono questi i fattori che convincono le imprese a investire, a mantenere le proprie attività e a sviluppare nuovi progetti nel nostro Paese.

Contrapporre grandi aziende e PMI è dunque un errore economico, politico e strategico. Le une hanno bisogno delle altre. Difendere condizioni favorevoli alle imprese non significa tutelare pochi privilegiati, ma proteggere una rete diffusa di lavoro, innovazione e benessere.

Prima di criminalizzare chi crea valore, sarebbe opportuno riconoscere quanta parte di quel valore ritorni alla collettività, direttamente attraverso le imposte e indirettamente attraverso migliaia di aziende e posti di lavoro.

La prosperità non nasce dalla contrapposizione, ma dalla capacità di fare sistema: sostenere chi investe, innova e crea lavoro è la scelta più concreta per costruire il futuro.

Il valore di chi si mette a disposizione

A cura di Michele Merazzi, COO Cc-Ti Una società prospera quando ai diritti si affiancano responsabilità condivisa e partecipazione. Quando si parla di competitività, crescita economica e sviluppo del territorio, il dibattito si concentra spesso su fiscalità, infrastrutture, innovazione, formazione e accesso ai mercati. Temi fondamentali e cruciali, certamente. Esiste però un elemento meno visibile, […]

Inchiesta congiunturale 2026/27

L’inchiesta congiunturale condotta in collaborazione con le Camere di commercio e dell’industria della Svizzera romanda è giunta alla sua 17esima edizione. È possibile compilare il tutto online su www.enquetecci.ch. Termine: 31.10.2026.

Questa indagine traduce concretamente la nostra missione: ascoltare le imprese, comprenderne le esigenze e trasformare i dati raccolti in una voce forte e autorevole a tutela dell’intera economia cantonale. Il quadro che ne emerge, coerente con le statistiche ufficiali, ci consente di intervenire con determinazione per rafforzare la competitività, la resilienza e la solidità delle catene di approvvigionamento.

Accanto alle consuete domande sull’attività aziendale, l’edizione di quest’anno affronta temi decisivi per il futuro delle nostre imprese e del territorio: la capacità di investire con continuità, l’adattamento ai rischi climatici, la tenuta delle catene di approvvigionamento e la creazione di valore.

Su questi fronti la Cc-Ti intende far valere con fermezza le esigenze dell’economia reale e promuovere condizioni che permettano alle aziende di crescere, innovare e competere.

I risultati dell’inchiesta saranno pubblicati sui nostri usuali canali di comunicazione (Ticino Business, Newsletter, www.cc-ti.ch, Social Media) in forma anonima. Tutti i dati vengono trattati in ottemperanza della legge vigente sulla protezione dati.


Istruzioni per la compilazione:

L’inchiesta deve essere compilata entro il 31 ottobre 2026, attraverso una delle seguenti modalità a vostra scelta:

  • direttamente online sul sito www.enquete-cci.ch inserendo il vostro login e la relativa password (presenti nell’intestazione dell’inchiesta)
  • inviando il formulario in forma cartacea via posta (CP 1269, 6901 Lugano)
  • via e-mail a: trabattoni@cc-ti.ch

Il consiglio economico della Cc-Ti: convergere verso obiettivi comuni

L’ultimo Consiglio economico della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino ha riunito oltre quaranta rappresentanti delle principali associazioni economiche e professionali affiliate alla Cc-Ti. Un risultato che conferma non soltanto l’interesse verso i temi di attualità che riguardano il tessuto economico ticinese, ma anche la vitalità di un sistema associativo che costituisce una delle grandi ricchezze del nostro territorio.

Michele Merazzi, COO Cc-Ti

L’economia ticinese dispone infatti di una risorsa spesso poco visibile ma di straordinaria importanza: il lavoro svolto nelle associazioni di categoria. Dietro molte prese di posizione, progetti, iniziative formative e attività di rappresentanza vi sono imprenditori, professionisti e dirigenti che mettono a disposizione tempo, competenze ed esperienza a favore dell’interesse collettivo. È una forma concreta di spirito di milizia che contribuisce in maniera determinante alla competitività del nostro Cantone e alla qualità del dialogo tra economia, società e istituzioni.

In un contesto sempre più complesso e caratterizzato da sfide economiche, geopolitiche e tecnologiche di grande portata, il confronto tra le diverse realtà professionali assume un’importanza crescente. Il Consiglio economico della Cc-Ti rappresenta proprio uno spazio privilegiato di incontro e di dialogo, nel quale sensibilità, esperienze e competenze differenti possono convergere verso obiettivi comuni.

La forte partecipazione registrata negli ultimi incontri dimostra come vi sia la volontà di contribuire attivamente alla costruzione di una visione condivisa per il futuro economico del Ticino. Un impegno che va oltre gli interessi delle singole categorie e che si traduce nella capacità di individuare priorità comuni, formulare proposte costruttive e rafforzare il ruolo dell’economia quale interlocutore credibile nei confronti delle istituzioni e della società civile.

Lo spirito di milizia, che caratterizza da sempre il nostro Paese, continua quindi a rappresentare un elemento fondamentale anche per il mondo economico. La disponibilità di tante persone ad assumersi responsabilità associative, spesso accanto a impegni professionali già particolarmente intensi, è un patrimonio prezioso che merita di essere riconosciuto e valorizzato.

Il successo del Consiglio economico della Cc-Ti ne è una dimostrazione concreta: quando competenze, esperienza e spirito di servizio si mettono al servizio della collettività, il risultato è una comunità imprenditoriale più forte, più coesa e meglio preparata ad affrontare le sfide del futuro.

Il coraggio di riformare

La Svizzera si è spesso distinta per la capacità di adattarsi all’evoluzione dei tempi e quindi di procedere, seppure con la giusta prudenza, a riforme regolari e puntuali. Questa capacità sembra essersi in parte smarrita negli ultimi anni, ad esempio nell’ambito delle assicurazioni sociali, leggi l’AVS. Un cantiere senza dubbio difficile e delicato, con mille implicazioni.

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti – © CdT-C. Zocchetti

Eppure, qualche esempio interessante giunge anche da paesi “insospettabili”, perché considerati culla della socialità. Come la Svezia. Per decenni il paese scandinavo è stato il simbolo europeo dello Stato sociale, con il cosiddetto modello del Folkhem, la “casa del popolo”, che prometteva sicurezza e protezione attraverso un ampio sistema di prestazioni pubbliche finanziato da una pressione fiscale elevata. Poi la grave crisi dei primi anni Novanta con una crisi bancaria, immobiliare e finanziaria costrinse il Paese a rimettere in discussione molte delle proprie certezze.

La risposta fu tutt’altro che ideologica. Il governo intervenne per salvaguardare il sistema bancario, ma avviò contemporaneamente un profondo programma di risanamento delle finanze pubbliche e di riforme strutturali. L’obiettivo non era di ridimensionare lo Stato sociale, bensì di renderlo sostenibile stimolando al contempo l’economia per renderla più competitiva e quindi anche atta a finanziare il sistema.

La prima grande riforma riguardò la previdenza. La Svezia collegò progressivamente l’età pensionabile all’aumento della speranza di vita e rese più flessibile il passaggio dal lavoro alla pensione. Per i nati tra il 1960 e il 1964 l’età di riferimento è 67 anni, per i nati fra il 2015 e il 2017 è 71 anni. Oggi una quota significativa di cittadine e cittadini (oltre il 40%) continua volontariamente a lavorare anche oltre l’età di riferimento, contribuendo sia alla sostenibilità del sistema sia alla disponibilità di personale qualificato.

Anche la Svizzera è confrontata, come tutto il mondo occidentale, all’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, toccare l’età pensionabile, anche nel senso di una maggiore flessibilità, è ancora un tabù, come hanno dimostrato recenti votazioni popolari.

Il secondo spunto interessante che proviene dalla Svezia riguarda la fiscalità. Dopo aver constatato che capitali, imprenditori e investimenti lasciavano il Paese, la Svezia abolì le imposte sulla sostanza (dal 2007) e sulle successioni (2005). La scelta non fu dettata da motivazioni ideologiche, ma dalla volontà di preservare la competitività economica e, con essa, la capacità dello Stato di finanziare il proprio sistema sociale.

È un’esperienza che merita attenzione anche per noi, visto che in Svizzera riemergono periodicamente proposte per introdurre nuove imposte federali sul patrimonio o sulle successioni. Eppure, l’esperienza mostra che, in un’economia aperta e fortemente interconnessa come la nostra, il capitale è mobile: se la pressione fiscale diventa eccessiva, persone, imprese e investimenti possono spostarsi altrove. In questi casi, aumentare le aliquote non significa automaticamente aumentare il gettito. Al contrario, può indebolire la base economica che consente allo Stato di finanziare nel tempo le proprie prestazioni.

Ovviamente non si tratta di riprodurre 1:1 il modello svedese, perché ogni realtà ha le sue peculiarità e il nostro Paese continua a distinguersi per competitività, stabilità istituzionale e legale, qualità della formazione, capacità innovativa e solidità delle finanze pubbliche. Sono punti di forza costruiti in decenni di politiche lungimiranti e che devono assolutamente essere preservati. Ma sarebbe pericoloso considerarli come acquisiti, procrastinando le riforme fino a quando ci si trova a dover affrontare una crisi pesante. Cambiare quando si può scegliere e non solo quando si è costretti a farlo è indubbiamente più vantaggioso per tutti.

La Svizzera dispone di solide basi per affrontare anche queste sfide: senso di responsabilità, pragmatismo, stabilità istituzionale e una comprovata capacità di trovare soluzioni equilibrate. Proprio facendo leva su questi punti di forza, il nostro Paese può continuare a riformarsi per tempo, preservando ciò che funziona e adattandolo con lungimiranza alle esigenze future.

La Cc-Ti incontra l’Ambasciata di El Salvador

La Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti) ha accolto una delegazione dell’Ambasciata di El Salvador in Svizzera, guidata dall’Ambasciatrice Yessenia Lozano, per un incontro dedicato alle prospettive di rafforzamento delle relazioni economiche tra il Paese centroamericano e il Ticino.

Da sinistra: Flor Rodriguez (Ministro consigliere, Ambasciata di El Salvador), Monica Zurfluh (Resp. Commercio internazionale, Cc-Ti), S.E. Yessenia Lozano (Ambasciatrice di El Salvador in Svizzera), Luca Albertoni (Direttore Cc-Ti), Giacomo Zucco (Console onorario di El Salvador in Ticino), Vidar Tobar (Console generale di El Salvador a Ginevra), Alex (Plan B Network).

L’incontro si inserisce in un momento particolarmente significativo per la presenza salvadoregna in Ticino, a seguito dell’inaugurazione, il 1° luglio 2026, del Consolato onorario di El Salvador a Lugano. La rappresentanza costituisce un importante punto di riferimento per lo sviluppo dei rapporti istituzionali ed economici tra i due territori.

Negli ultimi anni El Salvador ha avviato un importante percorso di trasformazione economica e di apertura internazionale. Il Paese continua a registrare una crescita economica sostenuta, prossima al 4%, accompagnata da significativi investimenti nelle infrastrutture di trasporto e nella connettività. Il Governo punta, inoltre, a rafforzarne l’attrattività nei settori del turismo, della logistica, delle tecnologie digitali, dell’innovazione, delle life sciences e della manifattura avanzata, con l’obiettivo di attrarre nuovi investimenti internazionali.

L’incontro ha posto le basi per future iniziative congiunte dedicate alla promozione delle opportunità offerte da El Salvador nei settori del commercio, degli investimenti e del turismo. In questo contesto, la Cc-Ti ha confermato la propria disponibilità a collaborare con l’Ambasciata e il Consolato onorario per valorizzare il potenziale del Paese e rafforzare i rapporti economici tra El Salvador e il Ticino.

Non basta accumulare dati…

Per oltre vent’anni la trasformazione digitale delle imprese è stata guidata da una convinzione semplice: raccogliere il maggior numero possibile di dati. Si è parlato di big data, business intelligence, data analytics e intelligenza artificiale. Le aziende hanno investito ingenti risorse per digitalizzare processi, archiviare informazioni e costruire sistemi sempre più sofisticati di raccolta e gestione dei dati. Secondo il motto: «I dati sono il nuovo petrolio».

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

Oggi, però questo non è più sufficiente. Siamo già entrati in un’ulteriore fase della trasformazione digitale, nella quale emerge in maniera prorompente come il valore non risieda tanto nei dati in quanto tali, ma piuttosto nelle relazioni che esistono tra di essi. Un dato isolato è poco più di un elemento statico. Senz’altro utile, ma dall’impatto tutto sommato limitato. Un nome, una data, una transazione o una posizione geografica danno indicazioni parziali se osservati singolarmente. La vera conoscenza nasce quando questi elementi vengono collegati e inseriti in un contesto che prevede la loro messa in relazione. Sembra forse una cosa banale, ma in realtà non è ancora un approccio molto diffuso. Eppure è questo il principio che sta alla base di una delle evoluzioni più interessanti dell’intelligenza artificiale: l’ontologia.

In ambito informatico, un’ontologia è una struttura che organizza concetti, oggetti e relazioni all’interno di un determinato dominio. In altre parole, permette ai sistemi digitali di comprendere non soltanto i dati, ma anche il significato delle connessioni che li legano. Può sembrare un concetto teorico, ma le sue applicazioni sono estremamente concrete.

Pensiamo a un cliente registrato nel sistema informatico di un’azienda. Il suo nome, preso da solo, ha un’utilità limitata. La situazione cambia quando viene collegato alla cronologia degli acquisti, alla frequenza delle visite, alla localizzazione geografica, alle preferenze espresse online o alle interazioni con altri clienti. Non si dispone pertanto più solo di un dato ma di una conoscenza che può guidare decisioni commerciali, strategie di marketing e sviluppo di nuovi prodotti.

L’intelligenza non risiede quindi nell’oggetto, ma nella relazione.
Al di là dell’esempio forse un po’ banale appena citato, questo approccio permette soprattutto di individuare fenomeni che rimangono invisibili nelle tradizionali tabelle contenenti dati. Gli specialisti parlano di proprietà emergenti: caratteristiche che non si trovano nei singoli elementi ma che emergono dall’interazione tra più informazioni.
Un altro esempio tutto sommato semplice è quello degli smartphone. I dati provenienti dall’accelerometro e quelli del GPS, considerati separatamente, forniscono indicazioni limitate. Analizzati insieme permettono invece di capire se una persona sta camminando, correndo, guidando un’automobile o se è stata coinvolta in un incidente.

La conoscenza nasce quindi dalla correlazione.

Cosa significa tutto ciò per le imprese? Significa passare da una logica di raccolta e archiviazione a una logica di interpretazione e deduzione. La sfida non consiste più nel conservare enormi quantità di informazioni, ma nel costruire modelli capaci di evidenziare connessioni significative. È probabilmente questa la vera seconda digitalizzazione delle imprese. La prima è stata caratterizzata dalla dematerializzazione dei processi, dall’introduzione degli ERP, dei CRM e della documentazione elettronica. La seconda riguarda la capacità di trasformare dati sparsi in conoscenza operativa.
In questo contesto assumono crescente importanza i grafi di conoscenza, i sistemi di inferenza e le piattaforme di intelligenza artificiale capaci di ragionare sulle relazioni piuttosto che limitarsi a registrare informazioni.

Anche le domande che le aziende si pongono stanno ovviamente cambiando. Non basta più sapere quanti clienti hanno acquistato un determinato prodotto. Diventa più importante comprendere quali percorsi portano un cliente a diventare fedele a un marchio, quali fattori influenzano le sue scelte e quali segnali anticipano futuri comportamenti.
Per la Svizzera e per il Ticino questa evoluzione assume una rilevanza particolare. Operiamo in un contesto nel quale il vantaggio competitivo non può essere costruito sui volumi, ma sulla qualità, sull’innovazione e sulla capacità di generare valore aggiunto.
Le imprese ticinesi di tutti i settori dispongono già oggi di enormi quantità di dati. Il vero salto di qualità consisterà nel trasformarli in reti di conoscenza capaci di supportare decisioni più rapide e più accurate.

In un’economia sempre più fondata sulla conoscenza, il futuro non apparterrà a chi possiede più dati, ma a chi saprà comprenderne meglio le connessioni. Per il Ticino, che deve competere soprattutto con il capitale umano, la specializzazione e l’innovazione, questa potrebbe diventare una delle chiavi della competitività del prossimo decennio.

CEO Experience: le nuove logiche del potere

L’incontro con Gianandrea Gaiani e Luca Tenzi, intervistati da Marcello Foa, si è tenuto il 9 giugno 2026

Il contesto internazionale è attraversato da una progressiva transizione verso un assetto più multipolare, nel quale i rapporti tra Stati appaiono sempre più segnati dalla competizione strategica, dalla tutela degli interessi nazionali e da nuove forme di interdipendenza economica, tecnologica e politica.

Dopo la fase di predominio statunitense successiva alla Guerra fredda, il sistema internazionale appare oggi caratterizzato soprattutto dal confronto strategico tra Stati Uniti e Cina, mentre la Russia mantiene un ruolo rilevante sul piano militare e nucleare. A questi attori si affiancano potenze e aree di crescente peso regionale e globale, tra cui Unione europea, India, Turchia e monarchie del Golfo.

La discussione tenutasi durante l’evento “CEO Experience: le nuove logiche del potere” dello scorso 9 giugno 2026 presso l’Hotel Villa Principe Leopoldo a Lugano (organizzato dalla Cc-Ti con la collaborazione di economiesuisse, UBS Switzerland SA, Sunrise e Colin&Cie Svizzera SA) ha evidenziato come ogni Stato agisca in base ai propri punti di forza e alle proprie vulnerabilità, contribuendo a ridefinire equilibri, alleanze e rapporti di forza a livello globale.

Gli Stati Uniti restano la principale potenza militare e tecnologica, ma il loro ruolo internazionale si sta evolvendo: il sostegno all’Ucraina e il coinvolgimento in Medio Oriente evidenziano una strategia fondata su alleanze, strumenti di deterrenza, gestione indiretta delle crisi e controllo delle tecnologie avanzate.

La Cina, pur mantenendo un approccio generalmente prudente rispetto a un’esposizione militare diretta, si conferma il principale sfidante strategico degli Stati Uniti, rafforzando progressivamente la propria presenza militare, tecnologica ed economica. Il nodo di Taiwan resta uno degli elementi più sensibili nei rapporti sino-americani.

La Russia, pur confrontandosi con limiti tecnologici, pressioni economiche e l’elevato costo umano del conflitto in Ucraina, conserva un ruolo significativo grazie alla deterrenza nucleare, alla capacità industriale bellica e a forme di sostegno politico, economico o tecnologico da parte di partner quali Cina e Iran.

Le tensioni in Medio Oriente, incluse quelle che coinvolgono Iran, Israele e Stati Uniti, mostrano inoltre quanto i conflitti moderni dipendano da droni, intelligence, satelliti, cybercapacità e attacchi a distanza, con ricadute immediate sull’economia globale.

La dipendenza energetica dal Medio Oriente, il ruolo strategico dello Stretto di Hormuz e la volatilità dei prezzi dimostrano come le relazioni tra nazioni non siano più solo militari, ma anche economiche, energetiche e commerciali.

In questo contesto, la competizione non riguarda più soltanto territorio e risorse, ma anche tecnologia, dati, semiconduttori, intelligenza artificiale e controllo delle infrastrutture critiche.

L’Europa si confronta con un contesto di sicurezza sempre più complesso: dopo decenni in cui la garanzia statunitense ha avuto un ruolo centrale nella difesa del continente, diventa oggi prioritario rafforzare le capacità europee in materia di difesa, autonomia tecnologica, sicurezza energetica e base industriale.

All’interno dell’Unione europea, la definizione di una strategia condivisa resta una sfida rilevante: la diversità di interessi, priorità e sensibilità nazionali rende necessario un maggiore coordinamento per rispondere in modo efficace all’evoluzione dello scenario internazionale.

Anche la Svizzera è chiamata a confrontarsi con l’evoluzione di questo scenario. Pur non essendo, allo stato attuale, esposta a un rischio militare diretto comparabile a quello di altri Paesi europei, il contesto internazionale impone una crescente attenzione alle minacce ibride, alla cybersicurezza, alla resilienza economica, alla gestione delle pressioni sulle esportazioni e alla sicurezza degli approvvigionamenti.

In questa prospettiva, per la Svizzera assumono particolare rilievo la salvaguardia della neutralità, il rafforzamento della sovranità tecnologica, la protezione delle infrastrutture critiche, la diversificazione dei fornitori strategici e il sostegno alla ricerca e all’innovazione.

In conclusione, le crisi attuali evidenziano una trasformazione profonda dei rapporti internazionali: alleanze e organizzazioni multilaterali restano importanti, ma sono sempre più condizionate dagli interessi strategici dei singoli Stati.

La sicurezza futura non dipenderà soltanto dalla forza militare, ma anche dalla capacità dei Paesi di proteggere reti energetiche, dati, telecomunicazioni, sistemi finanziari, tecnologie strategiche e catene di approvvigionamento.

La domanda centrale non è più soltanto come vincere un conflitto, ma come restare resilienti in un mondo instabile, competitivo e sempre più interdipendente.


Rivivete l’evento


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I prossimi milionari? Elettricisti, idraulici e carpentieri

La formazione professionale è LA scommessa sul piano strategico.

Michele Merazzi, COO Cc-Ti

«La prossima generazione di milionari sarà fatta di elettricisti, idraulici e carpentieri».

La provocazione – recentemente attribuita al CEO di Nvidia, Jensen Huang, una delle figure di riferimento globali nel campo dell’intelligenza artificiale – coglie una verità che il nostro sistema conosce e sottolinea da tempo: il futuro appartiene alle competenze.

Non si tratta solo di una frase ad effetto. Huang ha, più volte, sottolineato come la corsa all’intelligenza artificiale rappresenti una delle più grandi opere di costruzione infrastrutturale della storia: data center, sistemi energetici, impianti di raffreddamento e reti esigono una quantità enorme di competenze tecniche.

Dietro l’innovazione digitale più avanzata, cresce quindi la domanda concreta di professionisti qualificati, capaci di costruire e mantenere queste “fabbriche di intelligenza artificiale”.

È proprio questo apparente paradosso a far riflettere: l’intelligenza artificiale porterà cambiamenti profondi ed epocali nel mondo del lavoro, ma proprio i mestieri dell’artigianato qualificato, pur evolvendo anch’essi verso standard sempre più avanzati, resteranno fondamentali e insostituibili per sostenere questa trasformazione.

In qualità di COO della Cc-Ti e, soprattutto, di rappresentante del nostro Cantone nel Consiglio di fondazione degli SwissSkills, sono un osservatore privilegiato di quanto la formazione professionale sia oggi una leva decisiva per la competitività economica e la coesione sociale.

Gli SwissSkills ne sono la manifestazione più concreta. A Berna, per cinque giorni, tutto questo diventa esperienza viva: oltre 120’000 visitatori, 150 professioni e 74 associazioni di categoria coinvolte in una vera e propria “festa delle competenze”.

Ma ciò che colpisce, al di là dei numeri, è il sistema che rende possibile tutto questo: una collaborazione efficace tra scuola, istituzioni e mondo economico. In questo modello, le associazioni di categoria e le imprese formatrici svolgono un ruolo essenziale.

Desidero sottolinearlo con convinzione: la forza della formazione professionale svizzera nasce proprio dall’impegno delle associazioni e delle aziende, che investono ogni giorno nella trasmissione delle competenze e nella crescita dei nostri giovani.

Gli SwissSkills simboleggiano il risultato concreto di questo lavoro spesso silenzioso ma di primaria importanza.

C’è un messaggio che considero cruciale: l’apprendistato è una scelta di valore, non una scelta di ripiego. Il nostro sistema offre percorsi differenziati, aperti e di qualità, che permettono, grazie alle passerelle, di arrivare fino agli studi superiori partendo da una formazione pratica. È un modello moderno, inclusivo e orientato proprio al merito.

Agli SwissSkills tutto questo diventa tangibile. Si percepisce l’entusiasmo dei giovani, la passione dei formatori, l’orgoglio degli imprenditori. In un tempo in cui molti ragazzi affrontano incertezze e difficoltà nel definire il proprio futuro, questa manifestazione equivale a una vera chiave di volta: motivazione, fiducia, direzione, futuro.

Per il Ticino, la partecipazione è motivo di orgoglio e impegno. I nostri giovani, le nostre aziende e i nostri esperti dimostrano, in ogni occasione, di essere all’altezza della sfida, valorizzando, allo stesso tempo, il nostro territorio all’interno di un progetto nazionale.

Guardando agli SwissSkills 2027, la sfida è chiara: rafforzare ulteriormente questa dinamica, coinvolgere sempre più talenti e consolidare la collaborazione tra scuola, orientamento e mondo economico. Una collaborazione che deve essere continua, strutturata e orientata al futuro.

Come Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del cantone Ticino siamo un attore attivo di questo processo: ascoltare l’economia attraverso le diverse associazioni di categoria, alle quali va il mio sincero apprezzamento per l’impegno quotidiano e concreto a favore della formazione, valorizzare le professioni e contribuire a creare le condizioni perché ogni giovane possa trovare la propria strada mettendo in risalto le proprie abilità e sostenere in modo fattuale la forza del nostro Paese.

Perché investire nelle competenze significa investire nel futuro del nostro Cantone. E perché, oggi più che mai, il talento ha bisogno di essere riconosciuto, accompagnato e messo nelle condizioni di esprimersi.


Ufficio migrazione: le domande di permesso diventano digitali

Da agosto 2026 le domande di permesso all’Ufficio della migrazione della Sezione della popolazione potranno essere trasmesse interamente in modalità digitale. La nuova procedura completa il percorso di digitalizzazione avviato nel 2017, eliminando definitivamente la necessità di stampare e spedire la documentazione cartacea. Cittadini e datori di lavoro beneficeranno di un accesso più semplice ai servizi, mentre l’Amministrazione cantonale migliorerà l’efficienza nella gestione delle pratiche. Una tappa importante nel percorso di digitalizzazione e semplificazione dei processi promosso dal Dipartimento delle istituzioni.

Il percorso di digitalizzazione all’interno dell’Ufficio della migrazione è iniziato nel 2017 con l’introduzione della procedura guidata per la compilazione dei formulari online. Finora, tuttavia, la fase finale del processo richiedeva ancora la stampa dei formulari, la firma autografa e l’invio postale della documentazione. Una volta ricevute, le pratiche dovevano essere nuovamente scansionate e registrate nei sistemi informatici dell’Amministrazione cantonale.

Da agosto 2026 l’invio delle domande di permesso diventa completamente digitale, eliminando definitivamente il passaggio cartaceo. Si tratta di un’evoluzione che permetterà di semplificare le procedure per l’utenza, ridurre gli oneri amministrativi e migliorare l’efficienza nella gestione delle pratiche, pur mantenendo tutti i controlli e le verifiche attualmente in vigore. Il nuovo sistema consente inoltre di salvare la domanda in qualsiasi fase della compilazione e di riprenderla successivamente, con la possibilità di beneficiare del supporto diretto del Contact Center in caso di necessità. 

Sul piano organizzativo, questa soluzione rafforzerà la gestione digitale dell’intero ciclo di vita delle domande, migliorando la tracciabilità degli incarti e ottimizzando i processi interni. L’intervento risponde a un’esigenza concreta sia dell’utenza sia dell’Amministrazione cantonale. Da un lato, il costante aumento delle aspettative in termini di rapidità, trasparenza e semplicità dei servizi pubblici rende necessario superare l’attuale modello. Dall’altro, i tempi previsti per il rinnovo dell’applicativo federale SIMIC rendono opportuno adottare già oggi soluzioni più efficaci a livello cantonale.  

L’importanza del cambiamento emerge anche a fronte dei volumi di incarti gestiti dall’Ufficio della migrazione che in media raggiungono le 700 unità giornaliere tra domande di rilascio, modifica o di rinnovo dei permessi.

«Con questa soluzione mettiamo a disposizione di cittadini e aziende uno strumento più semplice, rapido ed efficiente. Garantiamo altresì la sicurezza e la corretta gestione dei dati sensibili a beneficio di tutti gli attori coinvolti. La digitalizzazione è un mezzo per offrire servizi pubblici di qualità e utilizzare in modo più efficace le risorse dell’Amministrazione.», sottolinea il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Con l’entrata in funzione della nuova procedura, prevista nel mese di agosto, la Sezione della popolazione compirà quindi un ulteriore passo nel proprio processo di trasformazione digitale. L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di digitalizzazione e semplificazione dei processi promosso dal Dipartimento delle istituzioni, volto a rendere più accessibili ed efficaci i rapporti con cittadini, aziende ed enti locali.

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Fonte: Sezione della popolazione – Comunicato