Gehri: «Abbiamo speso senza sapere da quale borsello prendere i soldi»

A qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, il presidente della Camera di commercio (Cc-Ti), Andrea Gehri, riporta al centro del dibattito il tema delle finanze pubbliche, nell’intervista di Francesco Pellegrinelli, apparsa sul Corriere del Ticino di venerdì 25 settembre 2026

A pochi giorni dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, la Camera di commercio (Cc-Ti) torna a lanciare l’allarme sulla tenuta delle finanze pubbliche ticinesi. Il presidente Andrea Gehri parla di una situazione che non può più essere rimandata e chiede alla politica di intervenire prima che gli squilibri diventino ancora più difficili da correggere. «Siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno», avverte Gehri, secondo cui serve un «patto di Paese» che coinvolga Governo, Parlamento, partiti, economia e sindacati per definire un percorso di rientro e una nuova strategia per le finanze cantonali.

Signor Gehri, perché l’economia è così preoccupata per l’andamento dei conti pubblici?
«Semplicemente perché stiamo parlando di un grave problema che è già presente e che non può più essere rimandato. Finora è mancato il coraggio di affrontarlo. Il Cantone vive da anni al di sopra delle proprie possibilità e continuare a ignorare questa realtà significa accumulare debiti. Debiti che, prima o poi, qualcuno dovrà pur pagare! Vogliamo lasciare questa eredità ai nostri giovani?».

Qual è la posta in gioco per i cittadini e le imprese?
«Direi il futuro stesso del Canton Ticino. Se le finanze cantonali perdono equilibrio, diminuisce automaticamente la capacità di investire, di sostenere la crescita economica e di finanziare i servizi pubblici di cui i cittadini hanno bisogno. In gioco anche la qualità della vita e le opportunità che vogliamo garantire alle prossime generazioni».

Lanciate il vostro appello a qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027. Perché?
«Perché riteniamo che questo sia forse l’ultimo momento per poter agire concretamente. Questo ragionamento, a mio avviso, andava fatto molto prima. Aspettare ancora significherebbe però arrivare all’emergenza assoluta e dover prendere decisioni magari affrettate, sicuramente dolorose. Serve un patto di Paese: che tutti si siedano attorno a un tavolo – Governo, Parlamento, partiti, economia, sindacati – affinché si corregga la traiettoria».

Che cosa vi aspettate dal preventivo 2027?
«Ci aspettiamo sicuramente coraggio e soprattutto una certa leadership nell’impostare un percorso di rientro. Occorre indicare una strada, individuare una strategia, stabilire delle priorità e avere una visione chiara su quali prestazioni il Cantone vorrà e potrà garantire in futuro e con quali risorse. Finora ho l’impressione che abbiamo speso senza sapere prima da quale borsello andare a prendere i soldi».

Dove bisogna intervenire? La simmetria dei sacrifici cui giunge spesso la politica non basta più?
«Bisogna avere il coraggio di riesaminare, senza tabù, l’intera crescita della spesa pubblica. La spesa pubblica sta crescendo a ritmi che non sono più sostenibili, nonostante le entrate fiscali abbiano comunque registrato una crescita. L’economia si assume le proprie responsabilità, ma non può essere chiamata continuamente ad aumentare i propri tributi perché non ci sono più le condizioni quadro per farlo. Ogni prestazione, ogni progetto e ogni nuovo onere devono essere valutati alla luce della loro sostenibilità finanziaria. La revisione dei compiti dello Stato è quindi un primo passo fondamentale che deve essere messo in atto».

Nella vostra riflessione indicate una «regola elementare»: prima di assumere nuove spese, autorità e cittadini devono essere informati compiutamente. Qual è il nodo?
«Questo è uno dei grandi problemi. Non si possono proporre iniziative senza sapere dove reperire i fondi necessari per finanziarle. Serve, quindi, responsabilità da parte della politica, e serve anche che i cittadini abbiano a disposizione il quadro completo per poter prendere una decisione con scienza e coscienza. Non si possono vendere illusioni. Per poter finanziare delle prestazioni, bisogna sapere esattamente dove si vanno a prendere i fondi».

I toni del vostro intervento sono piuttosto preoccupati.
«A giusto titolo. Direi che oggi siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno. La domanda è se effettivamente la politica si renda conto di questa situazione e, soprattutto, se abbia il coraggio finalmente di affrontare il tema in modo serio, insieme a tutti i partner».

Il consuntivo 2025 indica un disavanzo di 32, 5 milioni di franchi. Lo scenario che evocate, invece, è molto più cupo. Perché?
«È vero, il 2025 si è chiuso con un deficit di 32,5 milioni di franchi. Ma, se escludiamo le entrate straordinarie, la situazione è decisamente più preoccupante. Uno studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato durante la giornata di studio dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, stima infatti un disavanzo strutturale nell’ordine dei 200 milioni di franchi annui, una volta considerati separatamente la quota sull’utile della BNS e le sopravvenienze fiscali. A questo si aggiungono gli oneri derivanti da decisioni che sono già state prese e che, nei prossimi anni, avranno un impatto stimato tra i 350 e i 400 milioni di franchi all’anno. E c’è un ulteriore elemento di cui tenere conto: i proventi della Banca nazionale, come pure le sopravvenienze fiscali, come abbiamo già visto, non sono garantiti e quindi non possono essere considerati una fonte di finanziamento strutturale. Quando arrivano, a nostro avviso, dovrebbero essere utilizzati per investire, sostenere progetti strategici e rafforzare la capacità del territorio di generare sviluppo, non per coprire spese correnti o compensare squilibri strutturali. Altrimenti si rischia semplicemente di rinviare il problema, senza affrontarne le cause».


Intervista di Francesco Pellegrinelli, apparsa sul Corriere del Ticino di venerdì 25 settembre 2026

Situazione finanziaria del Cantone

Comunicato stampa Cc-Ti del 24 settembre 2026

La crisi del ’29?

No, non quella del 1929. Quella del 2029. E a differenza del grande crollo di un secolo fa, questa non arriverà come un fulmine a ciel sereno: è già scritta nei documenti ufficiali, nelle decisioni votate, nelle leggi approvate.
La conosciamo in anticipo. È proprio questo che rende l’inerzia difficile da giustificare.
Complice un’estate torrida – sul piano meteorologico quanto su quello istituzionale – la questione delle finanze cantonali è scivolata nel dimenticatoio. Un’amnesia collettiva che la Camera di commercio intende interrompere. Bastano poche cifre.

Il punto di partenza: un disavanzo che non è un incidente

Da anni il Cantone convive con disavanzi strutturali, cioè squilibri che non dipendono da eventi eccezionali ma dal rapporto ordinario tra entrate e uscite. La risposta, finora, si è mossa su due binari: la speranza e l’espediente.
La speranza che arrivino sopravvenienze fiscali o utili generosi della Banca nazionale – voci per definizione imprevedibili e non governabili. E gli espedienti: misure raffazzonate alla bell’e meglio, spesso temporanee, spesso di natura puramente contabile, quasi mai strutturali. Si è rinviato, non risolto.

I numeri, resi pubblici lo scorso 4 maggio

Lo studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato nella giornata di studio ufficiale dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, fotografa la situazione senza indulgenze: 200 milioni all’anno: il disavanzo strutturale “ordinario”, quello con cui il Cantone già convive oggi.

350/400 milioni all’anno: i nuovi oneri che entro il 2029 si aggiungeranno per effetto di decisioni già prese, dal popolo o dagli organi politici competenti. Non ipotesi, non scenari: impegni assunti. 600 milioni all’anno: il totale. Ogni anno. Non una volta sola.
Ed è su quest’ultimo punto che vale la pena fermarsi, perché è quello che sfugge più facilmente. Un disavanzo strutturale non è una buca da riempire una volta: si ripresenta ogni dodici mesi.
Due anni fanno 1,2 miliardi. Tre anni, 1,8 miliardi. Una legislatura intera, 2,4 miliardi. Il debito si accumula.

Ciò che preoccupa di più non sono le cifre

È l’assenza di una risposta. A oggi non esiste – e nemmeno è stata abbozzata – una strategia organica per affrontare il problema. Non un pacchetto di ritocchi, ma una visione d’insieme su quali prestazioni il Cantone vuole e può garantire, con quali risorse e con quale sostenibilità nel tempo.
Il tema avrebbe meritato di stare al centro del dibattito pubblico con ben altro anticipo. Il termine ultimo, ormai, è la discussione sul preventivo e sull’aggiornamento del piano finanziario che saranno presentati in ottobre. Per due ragioni.
La prima è la trasparenza. Cittadini, imprese e istituzioni hanno il diritto di conoscere le conseguenze finanziarie delle decisioni già adottate. Non si tratta di aprire un processo al passato, ma di sapere dove ci si trova.
La seconda è aritmetica politica. Intervenire quando il disavanzo si sarà manifestato nella sua interezza significa rinunciare alla possibilità di scegliere. Chi agisce in anticipo può calibrare, distribuire, negoziare. Chi agisce sotto emergenza subisce decisioni drastiche, disordinate e dolorose, imposte dall’urgenza anziché dal merito.

Come si ricostruisce

Non con una scorciatoia. Occorre studiare, approfondire, costruire il consenso attorno a misure equilibrate e durevoli, inserite in un disegno coerente. Qualche intervento parziale sarà probabilmente ancora inevitabile – ma dovrà essere un ponte verso una soluzione, non un sostituto.
Serve inoltre una regola di elementare responsabilità: prima di assumere nuove spese ricorrenti o nuovi investimenti, le autorità competenti – e i cittadini eventualmente chiamati alle urne – devono essere pienamente informati del quadro finanziario in cui quella decisione si colloca. Votare senza conoscere il conto non è democrazia: è sonnambulismo istituzionale.

Il vero oggetto della discussione

Non sono i conti del 2029. E in fondo non sono nemmeno i conti. È la capacità del Cantone, negli anni a venire, di finanziare le proprie prestazioni, di investire, di rispondere ai bisogni della popolazione. È il margine di manovra delle generazioni che verranno. Il momento per affrontare tutto questo non sarà quando il disavanzo toccherà i 600 milioni. È adesso.

La situazione sul mercato del lavoro

Rapporti della Seco sulla situazione del mercato del lavoro

2026

2025

Superare la contrapposizione

a cura di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti
Un’unica forza economica: grandi aziende e PMI crescono insieme

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti – © CdT-C. Zocchetti

Qualche giorno fa è stata pubblicata la notizia secondo cui le entrate fiscali della Confederazione sarebbero superiori a quanto ipotizzato in sede di preventivo. Il gettito dovrebbe superare di circa due miliardi di franchi le previsioni. Già nel 2025 gli incassi effettivi erano risultati superiori di oltre tre miliardi rispetto al preventivo.

Al di là delle inevitabili polemiche sulla reale o presunta eccessiva prudenza nella pianificazione finanziaria, un fatto emerge chiaramente: una parte rilevante di queste entrate è riconducibile alle grandi aziende internazionali presenti nel nostro Paese. Questo elemento contraddice la ricorrente rappresentazione delle grandi imprese come realtà interessate unicamente a sfruttare il territorio, i vantaggi fiscali o il costo della manodopera. Secondo questa narrazione, vi sarebbero da una parte le grandi aziende, considerate dannose, e dall’altra le piccole e medie imprese, ritenute per definizione virtuose.

La realtà è molto più articolata. In ogni categoria vi sono comportamenti virtuosi e comportamenti criticabili, e il mondo imprenditoriale non fa eccezione. Le generalizzazioni, tuttavia, non aiutano a comprendere il funzionamento dell’economia. Un sistema economico forte e resiliente poggia proprio sulla diversificazione del suo tessuto e sull’interazione fra piccole, medie e grandi imprese, attive sul mercato interno o sui mercati internazionali. Contrapporle risponde più a esigenze ideologiche che alla realtà economica.

I dati dovrebbero indurre a riflettere chi continua a indicare le grandi imprese come un bersaglio, proponendo di penalizzarle fiscalmente o di sottoporle, per principio, a regole più severe. Nessuna azienda deve naturalmente essere sottratta alle proprie responsabilità fiscali, sociali e ambientali. Trasformare però le imprese di maggiori dimensioni nel bersaglio permanente del dibattito politico significa ignorare il contributo che esse forniscono all’intero sistema economico. Significa anche rischiare di dividere artificiosamente il mondo economico, contrapponendo le grandi aziende alle PMI nel tentativo di raccogliere consenso presso queste ultime.

Limitandosi all’ambito fiscale, le cifre sono eloquenti. Le entrate federali derivanti dall’imposta sugli utili sono passate da circa due miliardi di franchi nel 1990 a 17,4 miliardi nel 2025. Le imprese versano oggi alla Confederazione più imposte dirette delle persone fisiche. Anche ammettendo che una parte degli incassi più recenti sia legata a operazioni straordinarie o a utili eccezionali, come nel caso dei risultati conseguiti a Ginevra dal settore delle materie prime, la tendenza di lungo periodo rimane evidente.

Il contributo delle grandi aziende, però, non si esaurisce nelle imposte pagate. Attorno a ogni grande gruppo industriale o finanziario opera una rete di fornitori, artigiani, società informatiche, studi professionali e imprese attive nella logistica, nella manutenzione, nelle costruzioni e nei servizi. In Ticino, attorno a una grande azienda possono ruotare realisticamente fra le 100 e le 200 PMI radicate nel territorio, che grazie a queste relazioni possono investire, innovare, formare apprendisti e creare posti di lavoro qualificati.

Una grande azienda non genera quindi soltanto occupazione diretta, ma produce un effetto moltiplicatore lungo intere catene del valore. Porta competenze, ricerca, capitali e relazioni internazionali. Consente inoltre a numerose piccole aziende di accedere indirettamente ai mercati mondiali e contribuisce alla solidità finanziaria della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. Indebolire la competitività delle grandi imprese significa inevitabilmente minare anche l’ecosistema economico che le circonda.

L’importanza dell’indotto generato da una grande organizzazione è stata riconosciuta, ad esempio, nel dibattito sulle conseguenze economiche di una possibile riduzione delle attività della SSR. È quindi difficile comprendere perché lo stesso principio venga trascurato quando è il mondo imprenditoriale a sottolineare il valore economico e occupazionale prodotto dalle grandi aziende.

In un contesto di questo tipo, la Svizzera e il Ticino devono continuare a offrire stabilità giuridica, infrastrutture efficienti, personale qualificato e condizioni quadro affidabili. Sono questi i fattori che convincono le imprese a investire, a mantenere le proprie attività e a sviluppare nuovi progetti nel nostro Paese.

Contrapporre grandi aziende e PMI è dunque un errore economico, politico e strategico. Le une hanno bisogno delle altre. Difendere condizioni favorevoli alle imprese non significa tutelare pochi privilegiati, ma proteggere una rete diffusa di lavoro, innovazione e benessere.

Prima di criminalizzare chi crea valore, sarebbe opportuno riconoscere quanta parte di quel valore ritorni alla collettività, direttamente attraverso le imposte e indirettamente attraverso migliaia di aziende e posti di lavoro.

La prosperità non nasce dalla contrapposizione, ma dalla capacità di fare sistema: sostenere chi investe, innova e crea lavoro è la scelta più concreta per costruire il futuro.

Fiscalità delle aziende – risultato negativo per il Ticino

L’Amministrazione federale delle finanze ha appena pubblicato i dati concernenti lo sfruttamento fiscale di persone fisiche e giuridiche in Svizzera e nei vari cantoni.

Ebbene i dati ufficiali indicano chiaramente come il Ticino risulta essere il secondo Cantone svizzero con il più elevato indice di sfruttamento fiscale sulle imprese, preceduto unicamente dal Vallese. L’indice cantonale, infatti, indica che il Ticino tassa le aziende l’84% in più della media nazionale, un valore che colloca il nostro Cantone ai vertici della pressione fiscale sulle persone giuridiche. Con buona pace di chi continua a sproloquiare di sgravi fiscali selvaggi, regali alle aziende e cose del genere.

Si tratta di un dato di forte rilevanza economica, che impone una riflessione approfondita sul posizionamento competitivo del Ticino. In un contesto svizzero e internazionale caratterizzato da crescente mobilità delle attività economiche e concorrenza globale, i livelli di imposizione rivestono un ruolo centrale nelle decisioni imprenditoriali relative a investimenti, insediamenti, ampliamenti e mantenimento delle sedi operative. Un Cantone che risulta strutturalmente più oneroso rispetto alla media nazionale rischia di compromettere la propria attrattività per le aziende, con conseguenze dirette su posti di lavoro, gettito fiscale e dinamismo economico.

Questi dati, inoltre, smentiscono in modo netto e inequivocabile la narrazione secondo cui il Ticino avrebbe praticato “sgravi fiscali selvaggi e incontrollati” a favore delle imprese. Al contrario, il confronto intercantonale ufficiale mostra che il nostro Cantone si posiziona nella fascia alta della pressione fiscale, lontanissimo da qualsiasi forma di competizione fiscale aggressiva.
Sostenere il contrario non solo non trova riscontro nelle cifre federali, ma rischia di ostacolare un dibattito sereno e basato sui fatti, proprio in un momento in cui il Ticino avrebbe bisogno di discutere con lucidità di come migliorare la sua competitività e sostenere il tessuto economico locale.

Il messaggio che emerge dai dati è chiaro: il Ticino non è un paradiso fiscale per le imprese, bensì uno dei Cantoni con il maggiore sfruttamento del proprio potenziale fiscale nei loro confronti. In questo quadro, attribuire alle aziende una responsabilità ingiustificata o rappresentarle come beneficiarie di privilegi inesistenti rischia soltanto di indebolire il clima di fiducia e collaborazione necessario per sostenere la crescita economica. A maggior ragione, in un contesto del genere, è fondamentale poter contare su un clima di collaborazione e fiducia fra economia, istituzioni politiche e amministrazione. Alla luce di queste evidenze, diventa fondamentale potersi confrontare in maniera costruttiva sul futuro della fiscalità cantonale. Rendere il Ticino più attrattivo non significa favorire pochi, ma garantire condizioni competitive che permettano a tutti – imprese, lavoratori e famiglie – di beneficiare di un’economia dinamica, capace di generare valore e benessere diffuso. Solo partendo da dati oggettivi e riconosciuti sarà possibile costruire politiche efficaci e realmente orientate allo sviluppo.

“Riformare per servire al meglio”

In un contesto finanziario e istituzionale sempre più complesso, come hanno dimostrato anche le recenti votazioni cantonali, appare evidente che anche il Cantone Ticino debba affrontare con decisione una fase di rinnovamento e di profonde riforme che richiedono la partecipazione attiva di tutti, senza distinzioni. Il tema sarà al centro dell’imminente Assemblea Generale Ordinaria della Cc-Ti, prevista il 17 ottobre 2025 a Bellinzona. L’intenzione è di appellarsi al Consiglio di Stato affinché assuma un deciso ruolo di guida in un percorso di riforma concreto e coraggioso.

Andrea Gehri, Presidente Cc-Ti

Negli ultimi anni, il Cantone ha progressivamente ampliato la propria sfera d’azione, moltiplicando strutture, regolamenti e procedure, anche perché sollecitato da più parti in tal senso. È un fenomeno che non riguarda solo il Ticino, ma tutta la Svizzera.
Nel nostro contesto si manifesta però con particolare evidenza. Ogni nuova esigenza sociale o normativa si traduce, spesso, in nuove strutture e funzioni, ma raramente questo è accompagnato da una disamina di quelle già esistenti.

L’esito di una tale disfunzione è un sistema che viene, non solo percepito ma dimostrato, come sempre più macchinoso, lento, costoso e distante da cittadine e cittadini; parallelamente, il settore privato affronta sfide crescenti sul piano economico e sociale.

Il messaggio della nostra 108esima Assemblea Generale Ordinaria vuole essere trasparente ed energico: non si tratta di indebolire le Autorità, ma di renderle più risolutive e concludenti (questo lo sottolineiamo per evitare malintesi e polemiche gratuite e inutili).

Trasformare non significa abolire senza distinzioni, bensì una ricerca consapevole nella direzione di semplificare, eliminare le ridondanze, ridare forza e coerenza alle priorità e mettere in discussione abitudini amministrative che non rispondono in modo allineato, alle esigenze e necessità della società di oggi.
L’obiettivo è uno Cantone più snello, più vicino a cittadine i cittadini e più sostenibile nel lungo periodo e, di conseguenza, contemporaneo alle attuali richieste eterogenee.

Le Autorità potrebbero disporre, del resto, di ampi margini di perfezionamento. I dati lo confermano: la spesa è cresciuta in modo esponenziale e anche il continuo incremento indiscriminato di normative pesa inevitabilmente sui conti pubblici.

Con queste premesse, si impone una riflessione sui compiti nodali del Cantone nei suoi rappresentanti, su ciò che deve restare pubblico e su ciò che può essere gestito con maggiore responsabilità individuale o in collaborazione con il settore privato.
Non deve trattarsi però solo di emanare dall’alto. Occorre un cambio di mentalità, la volontà di osare, ma soprattutto di operare con una vera unità di intenti. Nel rispetto dei vari ruoli, è indispensabile che anche le forze politiche e le parti sociali trovino alcuni terreni d’intesa e di alleanza, sui quali operare.

Per questo il ruolo di guida del Consiglio di Stato è essenziale e il governo deve assumere il coraggio di una visione: guidare il cantone in un percorso di riorganizzazione che riduca la burocrazia, renda più efficiente la macchina amministrativa e restituisca centralità al cittadino.
L’intento è costruttivo e propositivo: la credibilità delle Istituzioni passa oggi dalla loro capacità di riformarsi e/o conformarsi. Il Ticino dispone delle competenze, dell’energia e del capitale umano per farlo.

Occorre, (più che nuove risorse), una nuova volontà politica e culturale.

“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno!” M. Luther King

La nostra Assemblea Generale Ordinaria intende proporre un’opportunità di confronto aperto, che intende ribadire un dibattito pubblico sui valori, sulle priorità e sul futuro del Cantone.
Perché, come ribadiamo con forza, riformare per servire meglio non è uno slogan — è una necessità che riguarda tutti, nessuno escluso.

Scambio di informazioni con 110 Stati su circa 3,8 milioni di conti finanziari

L’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC) ha scambiato informazioni relative a conti finanziari con 110 Stati. Lo scambio si inserisce nel quadro dello standard globale per lo scambio automatico di informazioni.

Quest’anno lo scambio di informazioni ha avuto luogo con complessivamente 110 Stati. Ai 108 Stati finora tenuti alla comunicazione si sono aggiunti il Kenya e la Thailandia. Con 84 Stati lo scambio di dati è stato reciproco, mentre gli altri 26 hanno trasmesso informazioni al nostro Paese senza riceverne, poiché non soddisfano ancora i requisiti internazionali di confidenzialità e sicurezza dei dati (13 Stati) oppure hanno rinunciato volontariamente a riceverne (13 Stati). Anche quest’anno non sono stati scambiati dati con la Russia.

Attualmente, tra banche, trust, assicurazioni e istituti di altro tipo, sono registrati presso l’AFC circa 9000 istituti finanziari tenuti alla comunicazione che hanno raccolto e trasmesso dati all’AFC. Quest’ultima ha inviato agli Stati partner informazioni relative a circa 3,8 milioni di conti finanziari, ricevendo informazioni analoghe su circa 3,5 milioni di conti finanziari. L’AFC non può fornire indicazioni in merito all’entità delle attività finanziarie.

Il nostro Paese si è impegnato a recepire lo standard globale per lo scambio automatico di informazioni a fini fiscali. Le basi legali per la sua attuazione in Svizzera sono entrate in vigore il 1° gennaio 2017.

Sono oggetto dello scambio informazioni sull’identificazione del titolare, sul conto e informazioni finanziarie (tra cui nome, indirizzo, Stato di residenza, numero d’identificazione fiscale così come indicazioni sull’istituto finanziario tenuto alla comunicazione, sul saldo del conto e sui redditi da capitale).

Grazie alle informazioni scambiate, le autorità fiscali cantonali possono verificare se i contribuenti hanno dichiarato correttamente i conti finanziari detenuti all’estero.

L’attuazione dello scambio automatico di informazioni è oggetto di verifica da parte del Forum globale sulla trasparenza e sullo scambio di informazioni a fini fiscali dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici.

Ulteriori informazioni:
Panoramica dei Paesi che attuano lo scambio automatico di informazioni relative a conti finanziari


Fonte: AFC – Comunicato stampa

Nessuna revoca dello statuto di protezione S

Dal momento che continua a non prospettarsi una stabilizzazione duratura della situazione in Ucraina, nella seduta dell’8 ottobre 2025 il Consiglio federale ha deciso di non revocare prima del 4 marzo 2027 lo statuto S a favore delle persone bisognose di protezione provenienti dall’Ucraina. Ha inoltre prorogato fino a tale data anche le misure di sostegno per i titolari dello statuto di protezione S (programma S). In attuazione di una decisione del Parlamento, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) nel concedere la protezione provvisoria distingue ora tra regioni in cui il ritorno è considerato esigibile e regioni in cui non lo è.

Tenuto conto della situazione tuttora instabile e del protrarsi degli attacchi russi su diverse aree dell’Ucraina, il Consiglio federale ritiene ancora soddisfatte le condizioni per mantenere lo statuto di protezione S. Malgrado gli sforzi di pace a livello interazionale, una stabilizzazione duratura della situazione in tutto il territorio ucraino, tale da garantire un ritorno sicuro, non appare realistica nel medio periodo.

Maggiore chiarezza per le persone interessate

Il Consiglio federale ha deciso di non revocare lo statuto di protezione S prima del 4 marzo 2027, chiarendo così la situazione dei prossimi 18 mesi per le persone in cerca di protezione, i Cantoni, i Comuni e i datori di lavoro. Qualora la situazione in Ucraina dovesse stabilizzarsi in modo duraturo, il Consiglio federale deciderà nuovamente in merito allo statuto di protezione S.

Poiché la Svizzera fa parte dello spazio Schengen, il Consiglio federale ritiene imprescindibile una stretta concertazione con l’Unione europea (UE). Il 13 giugno 2025 gli Stati dell’UE hanno deciso di prorogare la protezione provvisoria fino al 4 marzo 2027 senza prevedere restrizioni territoriali.

Verifica periodica della situazione

Adottando la mozione Friedli 24.3378, le Camere federali hanno deciso di riservare lo statuto di protezione S ai soli profughi provenienti dai territori ucraini occupati o contesi. Nel concedere la protezione provvisoria si distingue ora tra regioni in cui il ritorno è considerato esigibile e regioni in cui non lo è. Attualmente il ritorno è esigibile nelle regioni di Volinia, Rivne, Leopoli, Ternopil, Transcarpazia, Ivano-Frankivsk e Černivci.

Questa nuova regola non riguarda né le persone che già beneficiano dello statuto di protezione S, né i loro familiari che si trovano ancora in Ucraina. Poiché la situazione nelle regioni ucraine evolve di continuo, la SEM riesamina regolarmente tale elenco e, se necessario, lo aggiorna.

Esame dei singoli casi da parte della SEM

La SEM continuerà a esaminare ogni singolo caso. Se respinge una domanda di protezione perché il richiedente proviene da una regione in cui il ritorno è considerato esigibile, ne ordina l’allontanamento. Qualora nel caso concreto l’esecuzione dell’allontanamento risulti inammissibile o non esigibile, la persona è ammessa provvisoriamente in Svizzera. Alle persone escluse dalla protezione provvisoria resta inoltre aperta la possibilità di chiedere asilo in Svizzera.

Le nuove regole entrano in vigore il 1° novembre 2025 e si applicano a tutte le domande esaminate dopo tale data, anche se presentate prima. Entra in vigore il 1° novembre 2025 anche la modifica ai viaggi in Ucraina decisa dal Parlamento: i titolari dello statuto di protezione S potranno recarsi in Ucraina per 15 giorni a semestre, anziché per 15 giorni a trimestre come attualmente previsto.

Proroga delle misure d’integrazione

Sono prorogate fino al 4 marzo 2027 anche le misure di sostengo specifiche a favore dei titolari dello statuto S (programma S), decise il 13 aprile 2022. La Confederazione partecipa con un contributo di 3000 franchi per persona all’anno alle iniziative d’integrazione promosse dai Cantoni, incentrate in particolare sulla promozione linguistica e sull’accesso alla formazione e al mercato del lavoro.


Fonte: CF – Comunicato stampa

Il Consiglio federale prolunga la durata massima dell’indennità per lavoro ridotto a 24 mesi

L’8 ottobre 2025 il Consiglio federale si è avvalso della competenza estesa che gli è stata conferita di recente dal Parlamento e ha portato a 24 mesi la durata massima di riscossione dell’indennità per lavoro ridotto (ILR). In questo modo fornisce un sostegno mirato ai rami e alle imprese svizzeri, in particolare a quelli orientati all’esportazione. L’ordinanza modificata entrerà in vigore il 1o novembre 2025 e si applicherà fino al 31 luglio 2026.

Il 26 settembre 2025 il Parlamento ha adottato una modifica urgente della legge sull’assicurazione contro la disoccupazione (LADI), conferendo al Consiglio federale la possibilità di portare la durata massima dell’ILR a 24 mesi in totale. Il Parlamento ha inoltre introdotto un periodo di attesa di sei mesi nel caso in cui l’ILR sia stata percepita ininterrottamente dalle imprese per 24 mesi nello stesso termine quadro. Questa modifica di legge, limitata al 31 dicembre 2028, è entrata in vigore il 27 settembre 2025.

Considerato che le previsioni sull’evoluzione del mercato del lavoro non lasciano intravedere alcun miglioramento e vista l’incertezza legata ai dazi doganali aggiuntivi USA in vigore dal 7 agosto 2025, il Consiglio federale ha deciso di avvalersi della sua competenza estesa. A partire dal 1o novembre 2025 porta quindi a 24 mesi la durata massima dell’ILR. Ciò significa che le imprese che raggiungeranno presto i 18 mesi di riscossione dell’indennità potranno beneficiare di sei mesi supplementari, a condizione che continuino ad adempiere i presupposti del diritto all’ILR.

L’industria metalmeccanica ed elettrica (MEM) e l’industria orologiera sono tra le più colpite dal persistente ristagno congiunturale. L’ulteriore prolungamento della durata di riscossione dell’indennità offre alle aziende del settore una sicurezza non trascurabile in termini di pianificazione, consentendo loro di adattarsi a una situazione economica ancora difficile, ad esempio trovando nuove opportunità e nuovi sbocchi commerciali. Questa misura è volta a evitare licenziamenti e consentire alle aziende di mantenere i propri effettivi in caso di perdite di lavoro temporanee.

L’ordinanza modificata entrerà in vigore il 1o novembre 2025 e si applicherà fino al 31 luglio 2026, rispettando così la durata di prolungamento vigente stabilita dal Consiglio federale il 14 maggio 2025. Nella primavera del 2026 il Consiglio federale valuterà l’opportunità di prolungare nuovamente la durata massima di riscossione dell’ILR.


Fonte: CF – Comunicato stampa

Proroga dei termini per la presentazione del rendiconto IVA

Il termine per la presentazione del rendiconto IVA può essere prorogato in modo comodo, rapido e gratuito online nel servizio ePortal «Conteggiare l’IVA». Vogliate notare che per le domande di proroga dei termini è obbligatoria la procedura elettronica (nell’ambito della presentazione del rendiconto ai sensi dell’art. 123 OIVA). Le richieste di proroga che non verranno presentate tramite l’apposito servizio nell’ePortal non potranno essere prese in considerazione dall’AFC.


Proroga dei termini per la presentazione del rendiconto IVA

Fonte: AFC – Comunicato stampa