C’erano una volta le materie prime

C’era una volta un Paese chiamato Svizzera che, pur non coltivando una sola pianta di cacao, diventa leader mondiale del cioccolato. Riflessioni su materie prime e sostenibilità.

Per risalire alle radici di questa storia di successo bisogna compiere un passo indietro e tornare tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.
La Svizzera, localizzata nel cuore del Continente europeo, per ragioni riconducibili alle ridotte dimensioni del Paese, così come per motivi climatici e di scarsità di materie prime locali, dovette prevedere un metodo per coprire i propri fabbisogno primari importando cereali per la popolazione ed esportando in cambio prodotti di allevamento principalmente tra Italia e Francia.

Cominciò così a sfruttare gli spazi a propria disposizione per rafforzare il settore agricolo e quello manifatturiero, iniziando così un processo import-export.
Alla fine del XIX secolo si compì un nuovo passo, molto importante per lo sviluppo della Confederazione, ossia l’introduzione della rete ferroviaria, con riferimento in particolare al traforo del San Gottardo. Quest’importante investimento infrastrutturale collegò il Paese alla rete europea dove si posero le basi per una piccola economia “aperta”.
Da qui, l’importazione e l’approvvigionamento di beni essenziali quali derrate alimentari, materie prime ed energetiche iniziò a svilupparsi. Anche se in Svizzera non cresce il cacao, il cioccolato è divenuto il simbolo del nostro Paese. Essendo priva di materie prime, la Svizzera le importa, le lavora, ed esporta quindi i semilavorati e i prodotti finiti in tutto il mondo.

La storia continua con l’eredità di imprenditori brillanti quali Daniel Peter, Alexander Cailler e Henri Nestlé, grazie ai quali si inaugurò una produzione su larga scala di vari prodotti derivati sia dal cioccolato, che dal caffè e dal latte. Di fatto questi nomi, si affermano ben presto come un simbolo mondiale di scoperta e innovazione rappresentano oggigiorno colossi dell’industria alimentare. I pionieri del cioccolato e del latte non avrebbero avuto questo successo se non grazie ad un commercio libero tra i diversi Paesi. Questa ascesa fu resa possibile essenzialmente per due ragioni.
Da un lato, le ottime relazioni con Paesi terzi permisero agli imprenditori svizzeri di instaurare rapporti di scambi commerciali con numerose altri Stati assicurandosi un approvvigionamento delle materie prime necessarie al confezionamento del prodotto. Dall’altro lato, giocarono un forte ruolo anche la crescente urbanizzazione delle città e di conseguenza l’aumento della domanda. Oltre a ciò, ferrovie e navi favorirono l’abbattimento dei costi di trasporto delle merci nonché un aumento nella velocità di trasporto. Anche sul nostro territorio, nel nostro piccolo Ticino, conosciamo ora nomi eccellenti ed aziende affermate che assicurano e confermano la tradizione, quali Chocolat Stella SA, Chocolat Alprose SA, Domani Food SA, LATI SA e Agroval SA, ad esempio.

Per un piccolo Paese che non dispone delle premesse favorevoli per uno sviluppo autonomo, le relazioni con l’estero hanno sempre rivestito un’importanza fondamentale. Esportando beni e servizi, esso si procura la valuta necessaria per importare i generi di cui è sprovvisto o che non è in grado di produrre. Considerato l’aumento delle esportazioni-importazioni e parallelamente l’aumento anche delle prestazioni del settore terziario tra servizi bancari, assicurativi, investimenti e di turismo, la Svizzera impara così ad essere un forte intermediario di transazioni invisibili ma molto proficue. L’espansione del settore continua anche durante e dopo le due guerre mondiali. Società estere, tutt’ora esistenti legate al commercio di petrolio, cotone, di spedizione, ecc., hanno trovato nel nostro Paese, caratterizzato da una politica stabile, dalla neutralità e da una moneta forte la sede adatta per i propri commerci. Questo ha portato a una forte espansione del settore. Comincia così la lunga tradizione della compravendita di materie prime. Tale commercio è importante e proficuo non solo per la Svizzera ma anche per il resto del mondo: in modo molto semplice ha permesso un equo scambio commerciale tra Paesi che vantano di materie prime in eccesso sul proprio territorio, Paesi che ne possiedono poche o che ne sono completamente privi.

C’era una volta una tazza di caffè…

Anche una gran parte del commercio del caffè mondiale viene elaborato direttamente o indirettamente attraverso la Svizzera. Le esportazioni di caffè superano ampiamente quelle di prodotti alimentari tradizionalmente associati alla Svizzera, ad esempio, il cioccolato o il formaggio.

Nel 1975 il padre delle capsule di caffè Eric Favre – ingegnere vodese, a quel tempo impiegato nel reparto confezionamento di Nestlé – dopo un viaggio a Roma insieme alla moglie allo scopo di cercare spunti, si mette a lavorare all’invenzione che oggi ha aperto la strada a un oggetto divenuto ormai irrinunciabile: la capsula da caffè.

Serviranno dieci anni di persistenza da parte di Favre e il volto di George Clooney per dar vita al boom mondiale del caffè in capsula chiusa, che oggi tutti conosciamo. La ricerca costante e importantissima della sostenibilità dei prodotti ha dato, inoltre, un valore aggiunto indispensabile anche e specialmente, guardando al futuro.

Una curiosità: quale è il modo meno impattante per far nascere una tazza di caffè? Stimando una media per famiglia, uno studio ha preso in considerazione tutti gli aspetti del ciclo di vita di una tazza di caffè: dall’estrazione, la coltivazione completa del chicco, dall’acqua consumata, l’uso del suolo, trasporto, produzione e dalla lavorazione di tutte le materie prime fino alla fine del ciclo di vita di tutti i componenti, trasporto, produzione, lavorazione delle materie prime e l’imballaggio. Oggi le persone sono sempre più preoccupate e attente all’impronta ecologica di qualsiasi attività. Sempre di più, ci si interroga sull’uso delle risorse nel processo di produzione e sull’impatto dopo l’uso. Per quanto possa sembrare singolare, è il modo in cui consumiamo il caffè con il modo in cui viene coltivato che genera il maggiore impatto ambientale e non, come spesso si pensa, dalla sua produzione o l’imballaggio, nel caso citato, la scelta dell’alluminio. Questa è solo una riflessione su come una semplice tazza caffè possa avere così svariati aspetti economici ed ambientali servendosi di diversi processi di studio per realizzarla in modo più intelligente, ed è solo una piccola fetta di ciò che il commercio di materie prime offre.

C’era una volta, un’economia circolare…

Il bene delle materie prime, il bisogno che ha l’uomo verso di esse. Dobbiamo soffermarci brevemente sull’uso quotidiano che le caratterizza. Basta guardare tutto ciò che abbiamo attorno, tutto ciò che addirittura indossiamo. Tutto viene prodotto da materiali diversi ma collegati tra loro da un commercio globalizzato.

La globalizzazione ha moltiplicato le relazioni transfrontaliere fra i governi, i gruppi sociali e gli attori dell’economia. Le relazioni internazionali sono diventare sempre più fitte e intense. Un intreccio, che evoca, al contempo, la vulnerabilità legata agli sviluppi esterni, e che descrive non sole le interrelazioni economiche e sociali, ma anche quelle politiche e culturali, senza peraltro trascurare mai le vulnerabilità ecologiche. Tracce di Svizzera nel mondo e del mondo in Svizzera. La politica di sviluppo e la cooperazione allo sviluppo devono fornire una risposta alle sfide che questo Paese è chiamato ad affrontare in loco e a livello globale. Infatti, un Paese fortemente integrato sul piano internazionale come la Svizzera ha grandi possibilità di contribuire a definire l’assetto della globalizzazione.

Per le imprese esposte alla globalizzazione, l’espansione all’estero è una strategia di sopravvivenza e non rappresenta un elemento di concorrenza con l’esportazione dalla Svizzera, bensì uno stimolo. Infatti, agli investimenti effettuai all’estero fanno seguito le forniture di bene d’investimento svizzeri, pezzi di ricambio, tecnologie e prestazioni di consulenza. La Terra ci offre moltissime risorse essenziali; l’aria, l’acqua, il legno, il petrolio, i minerali, ecc.. Molte materie prime sono però limitate, difficilmente accessibili o hanno bisogno di tempo per rigenerarsi. Tutti noi, perciò, dobbiamo utilizzarle in modo adeguato: non dobbiamo sprecarle. In Svizzera le superfici arabili non sono sufficientemente estese e le condizioni climatiche non idonee alla produzione di tutte le derrate alimentari consumate. L’acquisto di derrate all’estero ha dunque tradizione. In questo modo sfruttiamo più terreno di quanto non ne abbiamo a disposizione. Grazie al solo commercio di prodotti agricoli con i Paesi in via di sviluppo, la superficie arabile risulta più che raddoppiata. Inoltre, per via dei nostri consumi utilizziamo indirettamente acque e altre risorse naturali nei Paesi d’esportazione. Ciò non vale solo per i prodotti alimentari, ma anche per l’elettronica d’intrattenimento, l’abbigliamento, l’energia e tant’altro ancora. Inoltre, per approntare questi beni e assicurarne lo smaltimento occorrono ulteriori risorse.

Ma dentro le aziende?

Il benessere dei propri collaboratori, i legami con il territorio e l’ambiente. Questi sono tre fattori strategici la cui salvaguardia è fondamentale per l’esistenza dell’impresa stessa. È qui che subentra la RSI, Responsabilità Sociale di Impresa, che offre la visione di un modello business al quale tutte le imprese ed uffici possono far riferimento per poter modificare la loro filosofia in modo da avere un impatto positivo sul mercato del lavoro e potersi affermare come leader in questo spazio di crescita umanitaria e ambientale.

Alla Cc-Ti

Questi aspetti devono andare di pari passo. Qui comprendiamo il perché la responsabilità sociale gioca un ruolo importante ed aiuta di fatto a mantenere e a gestire al meglio gli assi fondamentali.
Una gestione consapevole dell’impatto si traduce in migliori relazioni esterne, una buona reputazione, ispirazione innovativa e rischi meglio gestiti.

La Cc-Ti è da sempre molto impegnata nella responsabilità sociale con consulenze o corsi mirati, ad esempio, per gli associati cercando di garantire e solidificare una formazione sociale virtuosa. Ricordiamo che nel nostro team annoveriamo un CSR Manager, nella persona di Gianluca Pagani, a vostra disposizione per qualsiasi supporto (Tel. +41 91 911 51 36, pagani@cc-ti.ch; altri dettagli visitando il nostro sito e leggendo questo articolo).

Il settore delle materie (sezione Ticino) prime ha il proprio segretariato presso la Camera di commercio e dell’industria con l’associazione Lugano Commodity Trading Association (LCTA). Questo settore offre lavoro a circa 35’000 persone e genera il 3.8 percento del prodotto interno lordo. Il Ticino, in questo ramo si posiziona al terzo posto in ordine di importanza dopo Ginevra e Zugo; con 120 aziende e oltre 900 impiegati. A livello federale le aziende del settore delle materie prime vengono rappresentate dall’associazione mantello STSA, Swiss Trading and Shipping Association mentre a livello regionale, da oltre dieci anni la LCTA rappresenta le aziende in Ticino.
Oltre che garantire un sostegno e uno sviluppo delle aziende affiliate, la LCTA in collaborazione con l’Università di Lucerna e l’associazione regionale ZCA, Zug Commodity Association si impegna a fornire una formazione mirata del settore per dipendenti che vogliono intraprendere un nuovo percorso formativo.


Fonte: pubblicazione “La Svizzera e il mondo”, 2007, R. Gerster

Associazioni professionali: l’unione fa la forza

Nel 2020, più che mai, le associazioni di categoria hanno giocato un ruolo predominate nel sostegno alle attività economiche.

Si tratta di entità che lavora e supporta i propri associati fungendo anche da intermediari fra Stato e società. L’integrazione nei tavoli di lavoro tematici dei diversi esponenti di categoria permette di creare dialogo, fondamento del nostro sistema democratico, fra i diversi attori e pensare a soluzioni concertate per la società.

Uno degli elementi chiave della prosperità svizzera

L’importanza delle associazioni professionali ed economiche per il tessuto sociale elvetico è di primaria importanza. Basti pensare che in Svizzera, esistono oltre 100’000 associazioni, operanti nei settori economici, sportivi, culturali e sociali.

Associazioni, ma anche cooperative e fondazioni sono forme giuridiche proprie della tradizione svizzera. Da un lato, infatti, quest’ultime rappresentano la concretizzazione dei valori elvetici per ciò che concerne il conseguimento di certi obiettivi, rispettando la responsabilità individuale e l’indipendenza dallo Stato. Dall’altro queste persone giuridiche si inseriscono perfettamente nel nostro quadro legislativo, in cui la libertà d’associazione garantita costituzionalmente (l’articolo 23 della Costituzione svizzera prevede proprio questa libertà). Nella pluralità di voci e testimonianze che compongono il nostro tessuto economico, la Cc-Ti, con le sue 45 associazioni affiliate, rappresenta un Ticino imprenditoriale e composto da numerosi e diversificati ambiti eccellenti. Raggruppare le realtà e portare alla luce progetti condivisi e puntuali, può rendere il risultato concreto e affinato alle esigenze estremamente uniche di ogni settore.

Questionario di autovalutazione per PMI

Lanciato il questionario per le PMI nell’ambito delle iniziative Cc-Ti per la CSR – Corporate Social Responsibility

Il tema della CSR, acronimo inglese di Corporate Social Responsibility, è sempre più d’attualità.

La recente pandemia ha cambiato in maniera significativa le nostre abitudini incrementando il lavoro da casa. “Smartworking” e “Home office” sono i termini che molte delle nostre imprese hanno cominciato a conoscere meglio, ma il concetto di CSR è molto più ampio. Comprende ad esempio la sensibilità ambientale per ridurre l’impatto che le aziende hanno sul territorio in termini di gestione dei rifiuti e consumi energetici. Vi sono però anche la razionalizzazione dei trasporti e degli spostamenti, la conciliabilità lavoro-famiglia promossa anche attraverso le misure sociali introdotte dalla riforma cantonale fiscale e sociale, accettata in votazione popolare nell’aprile 2018. Oppure la prossima introduzione nella LC-Pubb di criteri di responsabilità sociale per quelle imprese che partecipano ai bandi d’appalto pubblici. Il tema CSR è molto ampio e per le grandi aziende è gestibile con relativa facilità. Per le piccole e medie aziende è invece spesso più complicato, per cui abbiamo deciso di creare uno strumento ritagliato soprattutto sulle esigenze delle imprese di piccole e medie dimensioni, per facilitare il loro approccio al tema della CSR.

La nostra annuale Inchiesta congiunturale del 2019 ha portato alla luce un fatto interessante e cioè che molte imprese ticinesi attuano già delle buone pratiche riferite alla CSR, situandosi nella media di quanto fanno gli altri cantoni. Questo avviene spesso in maniera quasi inconscia e automatica nel lavoro quotidiano. Per questo motivo, in collaborazione con la SUPSI, abbiamo elaborato un questionario semplice e intuitivo che permette alle aziende di fare rapidamente il punto sulla loro situazione rispetto ai temi della CSR.

Il questionario si compone di 18 domande sui temi principali della CSR, cioè governance, ambiente e aspetti sociali. Compilando il formulario si riceve un’immediata valutazione con un determinato punteggio che indica la situazione aziendale e formula suggerimenti utili alle aziende per rafforzare misure già esistenti o prevederne altre. Il tutto si svolge online.

Il questionario è disponibile da oggi sul sito della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del cantone Ticino, nell’area riservata ai soci.
La compilazione del formulario non ha termini di scadenza e sarà sempre a disposizione. Ciò permetterà alle aziende di verificare lo stato dei loro progressi, aggiornando i dati sulla base dell’evoluzione della loro situazione.

Analisi dei dati

I dati inseriti nel formulario daranno la possibilità alle aziende di avere un’autovalutazione immediata sotto forma di punteggio, ma serviranno anche alla Cc-Ti per valutare e implementare misure a favore delle imprese. I dati saranno aggregati e trattati nel pieno rispetto della Legge federale sulla protezione dei dati (LPD). L’analisi dei dati verrà effettuata periodicamente, in collaborazione con la SUPSI.

A medio termine, i dati serviranno anche a realizzare un modello di “Rapporto di sostenibilità” che sarà poi a disposizione dei soci della Cc-Ti.

Il questionario è riservato a imprese che operano in Ticino nei settori del commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi con un numero di collaboratori superiori a due unità. Pertanto i dati da raccogliere riguardano esclusivamente le sedi presenti sul territorio e le loro attività. La raccolta dati non riguarda imprese individuali, enti pubblici e associazioni del terzo settore. Come detto in precedenza, il questionario è riservato ai soci della Cc-Ti.

Ulteriori informazioni, anche sulla compilazione del formulario, possono essere richieste contattandoci al seguente indirizzo: csr@cc-ti.ch

Per le imprese affiliate alla Cc-Ti che intendono approfondire il tema, il CSR Manager della Cc-Ti Gianluca Pagani (pagani@cc-ti.ch) è a disposizione per una consulenza.

Valutate l’approccio della vostra azienda in tema CSR grazie al nostro questionario che troverete a questo link!

La Responsabilità sociale delle imprese dal punto di vista degli ingegneri e degli architetti

Gianluca Pagani, CSR Manager Cc-Ti, ha partecipato a una conferenza sul tema, illustrando i punti chiave della CSR.

La CSR, secondo la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), costituisce una manifestazione della volontà delle imprese di gestire l’impatto sociale e ambientale delle loro attività. Per la Confederazione, si tratta di un contributo delle aziende allo sviluppo sostenibile, o ancora «la responsabilità delle imprese per gli impatti che hanno sulla società». L’elemento distintivo della CSR è dunque quello di affiancare alla responsabilità economica anche una responsabilità sociale, che crea valori tangibili e intangibili, per tutto ciò che ruota intorno all’azienda. Valori che permettono un’evoluzione positiva per l’impresa, per le persone, per il territorio e per l’ambiente.

Nell’ambito del mondo della costruzione, il legame con la componente ambientale legata alla riduzione del consumo di energia del concetto CSR è oggi riconosciuto e in un certo senso anche abbastanza sviluppato. Si può affermare che la necessità di progettare edifici che limitano i consumi energetici è già oggi una consapevolezza per gli addetti ai lavori.

Lo scopo della tavola rotonda è stato quello di ampliare la conoscenza della definizione di sostenibilità, nozione cardine codificata nella Costituzione federale (art. 73 e art. 89 cpv. 5) e cantonale (Preambolo), inglobando anche gli altri due elementi della CRS, ossia l’aspetto economico e l’aspetto sociale. Durante la serata vi è stata l’opportunità di comprendere come le istituzioni, i rappresentanti dell’economia e della formazione si pongono rispetto a questo tema, quali risultati hanno già prodotto e quali sono gli obiettivi e le visioni che intendono perseguire.

Per quanto riguarda degli ingegneri e degli architetti, il loro ruolo per rapporto alla CSR può essere esaminato da angolazioni diverse. Una in qualità di azienda e in quest’ottica le domande che ci si potrebbe porre sono quelle a sapere che cosa deve fare uno studio al proprio interno per agire in modo socialmente responsabile. L’altra è quella di consulente del committente (sia pubblico, sia privato), il quale deve aiutare il proprio mandante a costruire in modo sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale.

I relatori sono stati: On. Raffaele De Rosa, Consigliere di Stato e Direttore DSS; Gianluca Pagani, CSR manager Cc-Ti; Jenny Assi, Docente e ricercatrice SUPSI ; Marco Del Fedele, Architetto e Presidente OTIA. L’evento è stato moderato da Walter Bizzozero, Architetto e membro del Consiglio OTIA.

Fonte: sito OTIA


Video dell’evento

Quando l’agricoltura incontra l’innovazione

Quando si parla di sviluppo e tecnologia raramente lo si fa parlando del primario ma piuttosto di settori industriali e dei servizi. In realtà l’orticoltura (e così anche gli altri settori dell’agricoltura) negli ultimi decenni ha sviluppato notevolmente la tecnologia a supporto della sua attività.

Si pensi alle misurazioni dei venti, dell’acqua, delle proprietà organolettiche dei terreni ma anche ai macchinari utilizzati per la semina, il raccolto e la lavorazione dei prodotti.

Applicazioni smart permettono di controllare tutto quanto dal proprio telefonino aiutando gli agricoltori a pianificare in modo efficiente il proprio lavoro quotidiano. Di stretta attualità è anche l’approvvigionamento energetico: sul piano di Magadino le nuove strutture sono riscaldate utilizzando l’acqua calda prodotta dal Termovalorizzatore di Giubiasco grazie alla rete TERIS e i nuovi schermi delle serre moderne permettono di ridurre al minimo le dispersioni di calore; alcune aziende stanno anche vagliando altri sistemi di riscaldamento a emissioni zero.

Grazie alla tecnologia delle colture fuori suolo vi è un utilizzo parsimonioso delle risorse naturali in quanto viene utilizzato solo lo stretto necessario di acqua e terriccio e l’eccesso viene recuperato e riutilizzato. Sì, perché la tecnologia avvicina alla natura e ne aumenta la tutela. Sembra un controsenso e normalmente siamo tentati di pensare il contrario quando guardiamo le coltivazioni più evolute, invece tecnologia e agricoltura stanno lavorando per utilizzare in modo sempre più parsimonioso le risorse a vantaggio dell’ambiente.

Anche la grande distribuzione, nostro principale cliente, sta richiedendoci di andare in questa direzione perché vuole proporre al consumatore un prodotto di qualità non solo perché buono da mangiare ma anche il più possibile rispettoso dell’ambiente dalla sua coltivazione all’arrivo sui banchi dei supermercati. Tra pochi anni, oltre a sapere chi ha prodotto un pomodoro, sapremo quanto sole ha preso, come è stata riscaldata la pianta, quanto è stato nutrito e tante altre informazioni che oggi il produttore ha già in mano ma che con la tecnologia blockchain presto saranno accessibili anche al consumatore. Inoltre la produzione secondo i canoni di qualità richiesti necessita di strutture all’avanguardia che permettano di limitare al massimo il prodotto non conforme e le perdite, a vantaggio del produttore che ha una maggior resa e dell’ambiente perché non vi è spreco di risorse.

Tutto questo però richiede importanti investimenti, perché la tecnologia va testata e acquistata e le strutture più vecchie non sempre permettono di utilizzarla. Occorrono perciò capitali e soprattutto una solidità del mercato che purtroppo ad oggi non è garantita a causa della forte pressione sui prezzi.

La Federazione Ortofrutticola Ticinese è in prima linea nell’analisi e nello studio di investimenti che possano aiutare i propri associati e tutto il settore a fare un passo importante nell’innovazione, un passo necessario per garantire il futuro dell’orticoltura nel nostro Cantone. Solo con l’innovazione potremo continuare ad approvvigionare il mercato svizzero e così garantire il futuro alle aziende del nostro territorio.


Articolo a cura di

Alice Croce, Presidente Federazione Ortofrutticola Ticinese (FOFT)

Indicatori di sostenibilità – edizione 2020

La Cc-Ti presenta la propria valutazione interna per il triennio 2016 – 2018 in termini di responsabilità sociale delle imprese.

A tre anni dalla prima edizione della valutazione interna di sostenibilità, si è deciso di pubblicare nuovamente un set di indicatori aggiornato. I dati testimoniano la costanza e la serietà dell’approccio al tema. Il documento riporta i risultati emersi, pur non esprimendo in modo esaustivo l’impegno che, con innumerevoli attività, svolgiamo a favore della crescita in ambito sociale e ambientale e che trovano riscontro nelle indicazioni sulla Corporate Social Responsibility (CSR) date dalle aziende nei nostri rilevamenti annuali.

Questo progetto si è avvalso della collaborazione istituita nel 2016 fra la Cc-Ti e Quantis, che guida le aziende nella definizione e nell’attuazione di soluzioni intelligenti per la sostenibilità ambientale.

Indicatori di performance economica

Indicatori di performance sociale

Indicatori di performance ambientale

Il flyer completo è a disposizione per tutti i dettagli. La Cc-Ti, con questo progetto, dà prova di continuità delle iniziative dedicate al monitoraggio delle proprie performance di sostenibilità. Per il futuro quindi si intende proseguire sulla via tracciata, con nuove iniziative e progetti per gli associati. A questo proposito è possibile contattare Gianluca Pagani, CSR Manager Cc-Ti.

Una strategia di rilancio economico per il Ticino post Coronavirus

L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione (O.Wilde).

FONTE: BILAN NR. 12- ANNO 2020

«Andrà tutto bene» è stato l’incoraggiamento che ci ha sostenuti nei mesi più drammatici del Coronavirus. Ora che la pandemia ha allentato la sua morsa, dobbiamo domandarci cosa fare affinché «tutto finisca davvero bene», scongiurando il rischio che dall’emergenza sanitaria si sprofondi in un’emergenza economica e sociale. Anche la Camera di commercio e dell’industria unitamente agli attori del territorio, è persuasa che sia il momento di predisporre una strategia di rilancio economico post Covid- 19, favorendo le condizioni per un nuovo ciclo di sviluppo del Paese. Indubbiamente la crescita e la salvaguardia della competitività delle imprese potranno evitare effetti devastanti per l’occupazione, i redditi e il sostegno alle fasce più deboli della popolazione. Diviene, dunque, ancora più importante il dialogo tra imprese, sindacati, politica,
governo e società civile se vogliamo costruire una visione comune per il Ticino del XXI secolo, concentrandoci sulle vere priorità della collettività, poiché Cantone e Comuni saranno confrontati con un importante calo delle entrate fiscali.
Innovazione tecnologica, digitalizzazione, formazione, sburocratizzazione e lavoro sono per la Cc-Ti gli assi strategici su cui intervenire per favorire la ripresa e sostenere strutturalmente l’economia e la società.

Innovazione

Incoraggiare l’innovazione in tutte le sue applicazioni è la migliore garanzia per rendere più competitivo il sistema economico. Le premesse ci sono. L’anno scorso il Ticino si è aggiudicato il secondo posto nella classifica europea sull’innovazione e ha registrato, inoltre, un numero di brevetti superiore alla media svizzera. Tre le direttrici principali per dare nuovi impulsi all’innovazione:

  • Intensificare ulteriormente la collaborazione dei nostri Centri di ricerca (vantiamo istituti di fama mondiale), dell’USI e della SUPSI con le aziende.
  • Sfruttare la collocazione geografica che pone il Ticino al centro delle aree più innovative dell’Europa.
  • Promuovere un ambiente socioeconomico che attiri talenti e specialisti, agevoli la nascita di start up ed esorti il rischio imprenditoriale.

Digitalizzazione e sostenibilità

La trasformazione digitale è un moltiplicatore dei nostri tempi che delinea l’innovazione per tutte le attività economiche. Secondo uno studio del MIT, in quattro mesi di pandemia col boom dell’e-commerce, il telelavoro, le lezioni a distanza, la telemedicina e le comunicazioni online, si è avuto un’estensione delle tecnologie digitali che avrebbe richiesto, normalmente, dai 3 ai 5 anni. L’emergenza sanitaria ha dimostrato che il settore ITC è il tessuto connettivo della società. Di fronte a questo incredibile salto tecnologico diventa fondamentale pensare di estendere al più presto la banda ultralarga a tutto il Ticino, eliminando o limitando le barriere digitali tra aree urbane e zone periferiche e assicurare nuove opportunità di crescita in ogni regione. Strettamente legata a questo passaggio è la realizzazione della rete di telefonia 5G. Una tematica che dovrebbe essere affrontata con emotività maggiormente razionale, considerato che questo nuovo standard di comunicazione, oltre ad essere un eccezionale vettore competitivo per le imprese, diventa essenziale per gestire il flusso di dati che ormai governa i servizi collettivi e la vita quotidiana. Ma le tecnologie digitali offrono soluzioni inedite anche per garantire quella sostenibilità ambientale che è uno dei principali traguardi delle aziende. Esse permettono, infatti, una migliore efficienza energetica, un uso più razionale delle risorse (evitando sprechi e riducendo le emissioni nocive), un’ottimizzazione delle filiere produttive e modalità di impiego, come il telelavoro, a più basso impatto ambientale.

Formazione

Assieme all’innovazione, la formazione è l’altro motore della crescita. Per sintonizzare la formazione alle esigenze reali del mercato del lavoro, è indispensabile una collaborazione costante tra imprese, sindacati, scuola e istituzioni politiche. Questa sinergia riuscirà a ricalibrare la formazione sui cambiamenti produttivi e sociali che richiedono una manodopera ancora più preparata e, soprattutto, in grado di acquisire sempre nuove competenze. Grazie alla formazione duale, la Svizzera ha ottenuto per l’occupazione giovanile risultati che gli altri Paesi ci invidiano. Un sistema oggi confrontato, purtroppo, con la crisi indotta dalla pandemia e che va, quindi, sostenuto e potenziato: mettendo le aziende formatrici nelle migliori condizioni per l’inserimento degli apprendisti, sgravandole da costi e carichi burocratici eccessivi; accostando con più efficacia l’orientamento professionale alla vita reale delle imprese; organizzando campagne mirate sia per persuadere i ragazzi e le loro famiglie che il tirocinio non è assolutamente una formazione di serie B (permette tra l’atro anche l’accesso all’università), sia per avvalorare ai loro occhi, mestieri che garantiscono ottimi sbocchi occupazionali. L’avanzata dell’intelligenza artificiale spazzerà via molte professioni, ne farà nascere altre e riconfigurerà, con abilità diverse, le modalità del lavoro ad ogni livello. Tutto ciò richiederà modelli formativi decisamente flessibili. È questa la sfida che guida l’offerta formativa della Cc-Ti con corsi mirati, moduli commisurati a specifiche esigenze aziendali e la sua Scuola Manageriale con attestato federale. Bisogna attrezzarsi per cogliere le opportunità offerte dall’evoluzione digitale.

Dobbiamo imparare bene le regole in modo da infrangerle nel modo giusto (Dalai Lama).

L’accelerazione tecnologica di questi ultimi anni va supportata con una forte capacità d’innovazione istituzionale per rendere più dinamica
la governance di un sistema paese in rapida trasformazione. Serve in particolare una drastica riduzione della burocrazia che ha ormai pervaso ogni attività. Oggi persino medici e insegnanti si lamentano dell’eccessivo carico burocratico che sottrae tempo ai loro veri compiti. Tra Confederazione, Cantoni e Comuni si è addensata una stratificazione di leggi, regolamenti e ordinanze che penalizza la competitività delle imprese e soffoca la società e lo spirito d’iniziativa. Da anni in Ticino si chiede di ridurre la densità normativa, di semplificare le regolamentazioni, accelerare le procedure amministrative, coordinare meglio servizi e competenze della pubblica amministrazione e sfoltire gli oneri amministrativi che gravano sulle aziende. Ciò non significa deregolamentare, ma permettere, oggi più che mai, all’economia e alla società di rimettersi in moto per superare una crisi che si annuncia lunga e difficile. La necessità di una maggiore flessibilità burocratica è avvertita da
tante imprese che oggi devono confrontarsi con una concorrenza più agguerrita che mai. Il nodo da sciogliere, nell’interesse, in primis, degli stessi lavoratori, è anche la riforma di una legge del lavoro non più interamente aderente all’odierna realtà produttiva e sociale.

La riscoperta della nostra terra

In molti hanno paragonato il periodo che stiamo vivendo a una guerra. In realtà fortunatamente si tratta di qualcosa di ben diverso, ma per certi versi vi sono delle similitudini, soprattutto per quanto concerne il sentimento di vulnerabilità e il legame alla propria terra, la propria Patria.

Le regole di comportamento e le limitazioni di movimento hanno modificato le nostre abitudini e ci hanno costretti a nuove norme. Molte delle attività che facevamo in modo automatico hanno dovuto essere messe da parte o modificate. Tra queste vi è anche il “fare la spesa”. Il settore orticolo possiamo dire che, seppur nella difficoltà, ha potuto in parte beneficiare di questi mutamenti di abitudini e mentalità. “Distanti ma vicini”, “insieme ce la faremo”, “andrà tutto bene”, sono gli slogan che hanno contraddistinto la nostra quotidianità in queste settimane di fatica e di incertezza. E così la “distanza sociale” ha fatto il paio con una maggiore unità di popolo; l’individualismo di quando si poteva fare tutto e incontrare chiunque si è trasformato in attenzione all’altro, rispetto e solidarietà, per la consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca e che dal comportamento di ciascuno, dunque anche il mio, dipende la salute e talvolta la vita degli altri.

Lo spirito di solidarietà

La grande distribuzione ci ha sostenuto nel promuovere alcune particolari insalate che normalmente non acquista perché utilizzate esclusivamente dall’industria e dalla ristorazione. La chiusura di questi due importanti canali di vendita ha creato non pochi problemi a questa produzione che, invece, non ha mai potuto fermarsi giacché la natura ha continuato il suo corso e in marzo e aprile queste insalate hanno dovuto essere raccolte. L’acquisto da parte di alcune importanti catene di alimentari che hanno provato a proporre gli articoli ai propri clienti, è stato un gesto di collaborazione molto apprezzato che fa ben sperare per il futuro. Purtroppo molto prodotto non ha potuto comunque essere smerciato ed è finito in biogas, con conseguente perdita di guadagno per i produttori. Un’altra espressione di solidarietà nei confronti dell’orticoltura è invece riconducibile al consumatore finale che ha molto spesso scelto di acquistare locale per sostenere i produttori che non hanno mai smesso di lavorare, adeguandosi alle misure sanitarie imposte non senza difficoltà. La pandemia è capitata nel momento in cui la produzione cominciava a entrare nel vivo per molte colture per cui bisognava raccogliere. Inoltre la domanda di prodotto è sempre stata alta ed era necessario garantire l’approvvigionamento. Molti svizzeri hanno scelto di comperare i prodotti indigeni anche per dimostrare gratitudine al mondo contadino.

La spesa di prossimità

La vendita di ortaggi ha visto un incremento rispetto ai periodi “normali”, il che può sembrare paradossale, se pensiamo che si tratta di merce fresca e che la possibilità di fare la spesa regolarmente era limitata. Eppure i ticinesi non si sono limitati ad acquistare verdura in scatola o surgelata. Le frontiere chiuse hanno naturalmente aiutato, bloccando il fenomeno del turismo degli acquisti e così il consumatore ha ancor più scoperto il prodotto locale, a volte un po’più caro, ma di grande qualità e a due passi da casa. Addirittura si è vissuto un grande successo delle vendite dirette nelle aziende: in molti hanno preferito recarsi direttamente dai produttori piuttosto che l’acquisto al supermercato, sia per evitare l’affollamento, sia perché il prodotto appena raccolto è stato toccato da meno mani e quindi con meno rischio di essere “contagiato”. Anche il servizio di acquisto online con consegna a domicilio della TIOR SA (ossia la società commerciale che distribuisce la produzione orticola dei soci della Federazione Ortofrutticola Ticinese) portoacasa.ch ha visto un notevole incremento. Tutto ciò ha creato una nuova vicinanza dei consumatori ticinesi ai nostri prodotti e ai nostri stessi produttori, con soddisfazione e gratificazione per tutti. Permettendo al prodotto locale, che di regola in questo periodo subisce una forte pressione di prezzo perché l’importazione è ancora libera, di essere comunque preferito a scapito della produzione spagnola o olandese.

Lavorare la terra, un lavoro che può anche essere svizzero

A inizio primavera le aziende, come ogni anno, si sono trovate nella necessità di assumere addetti alle attività agricole (i cosiddetti “braccianti”). Personale che normalmente è difficile trovare in Ticino ma arriva da altri Paesi (prevalentemente Europa dell’Est). Viste le limitazioni di spostamento e la paura del contagio queste persone non hanno potuto o voluto raggiungere il nostro Cantone e il resto del Paese. La collaborazione con l’ufficio del lavoro, il soccorso operaio e altre organizzazioni del territorio, ha permesso di reperire personale residente alla ricerca di un impiego per questi numerosi posti di lavoro. Le aziende hanno dovuto organizzarsi e insegnare il mestiere a tante persone nuove sotto la pressione della urgenza della raccolta, ciò che ha richiesto loro un notevole sforzo. Si sa che lavorare la terra è e faticoso, e in molti hanno desistito dopo breve tempo, ma diverse di queste esperienze sono state positive e qualcuno ha anche scoperto il piacere di questo lavoro rimanendo nelle aziende.

Quale futuro?

La pandemia non è ancora passata, anche se questa fase di allentamento ci sta facendo ritornare ad una vita quasi normale. Che cosa succederà? L’auspicio è che il buono che si è potuto imparare e vivere in questo periodo possa rimanere nel tempo e consolidarsi. Gli orticoltori sono lavoratori instancabili, abituati all’imprevisto perché la natura comanda sempre, entusiasti di quello che fanno e orgogliosi di quanto producono, e alle parole preferiscono sempre i fatti. Pensando a loro gli auspici per il futuro non possono ridursi a semplice retorica. La pandemia ha portato le persone più vicino al territorio sia fisicamente (andando nelle aziende ad acquistare) sia moralmente (scegliendo di sostenere la produzione indigena). Certamente la riconoscenza dimostrata in questi mesi è importante ma occorre lavorare affinché il legame tra produzione e consumatore si consolidi e cresca sempre di più. Per raggiungere questo obiettivo è importante che anche l’agricoltura trovi nelle nuove vie per avvicinare la popolazione alla realtà contadina. La vendita online è un esempio di questo, ma ci sono sicuramente molte altre iniziative che si possono realizzare affinché anche la nostra filiera alimentare sia maggiormente conosciuta e valorizzata. A livello nazionale si sono levate voci e richieste di maggiore tutela della realtà contadina, proprio perché la sensibilità accresciuta in questi mesi ha dato forza a un settore primario che tante volte è sotto i riflettori più per i suoi aspetti negativi (per l’agricoltura pensiamo alle votazioni contro l’utilizzo di pesticidi) piuttosto che per ciò che offre. La valorizzazione del prodotto locale è in atto da tempo nei concetti di marketing e nella politica della grande distribuzione, ma il limite che c’è sempre tra le parole e i fatti è costituito dai prezzi, troppo spesso ancora l’unico metro di giudizio. Credo che nessuno metta in dubbio la qualità della produzione ma si fatica ad accettare che se vogliamo il “made in Switzerland” dobbiamo comprendere cosa significa produrlo in Svizzera: i costi sono diversi, le regole sono diverse, il territorio è diverso. E tutto questo genera oneri finanziari che per forza di cose ricadono in parte sul prodotto finale. Solo comprendendo questo e facendo quindi una scelta consapevole di volerlo sostenere, l’orticoltura, e in generale il primario, potranno avere un futuro nel nostro Paese. Speriamo che anche questa volta potremo ripetere il detto “non tutti i mali vengono per nuocere” e la pandemia porti i ticinesi, e in generale gli svizzeri, a guardare con occhi nuovi ciò che il nostro Paese è in grado di offrire.
Riscoprire o scoprire un amore e una passione per una terra e un settore che ha instancabilmente lavorato da sempre per noi e continua a volerci offrire beni e qualità che aggiungono valore al nostro territorio e lo sostengono.


Articolo a cura di

Alice Croce, Presidente Federazione Ortofrutticola Ticinese (FOFT)

Uno sviluppo sostenibile è erede di aziende determinate

La Cc-Ti affianca le imprese nel rafforzamento e nella promozione di una responsabilità sociale consapevole

I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile OSS (Sustainable Development Goals SDGs) e i 169 sotto-obiettivi ad essi associati costituiscono il nucleo vitale dell’Agenda 2030.

Imprese sempre più socialmente responsabili e orientate sulla sostenibilità ambientale. L’ultima Inchiesta congiunturale della Cc-Ti ha messo in luce, in collaborazione con la SUPSI che ha analizzato una parte di dati, una crescente sensibilità delle aziende ticinesi per la Corporate Social Responsibility (CSR). Sono state, difatti, rilevate ben 138 buone pratiche, suddivise in 32 diverse tipologie d’intervento, adottate nei diversi settori economici. Un impegno che va dalla tutela dell’ambiente ai rapporti con la comunità, dalla gestione delle risorse umane alla governance, dallo smart working al risparmio energetico, coinvolgendo sia le piccole imprese che le medie e le grandi aziende. Per tutte c’è un significativo denominatore comune. La vocazione alla responsabilità sociale non è sollecitata da pressioni esterne o dall’aspettativa di guadagni maggiori. Nasce, invece, autonomamente all’interno delle stesse imprese per migliorarne l’immagine e, soprattutto, con la convinzione di un valore aziendale fondamentale.

Le piccole imprese

È chiaro che quanto più grande è l’impresa tanto più sono i mezzi a disposizione per la CSR. Risultano, perciò, ancora più apprezzabili gli sforzi intrapresi dalle piccole aziende. Se si guarda ai piani per la mobilità, si nota che oltre un quarto delle aziende ha predisposto delle misure specifiche: incentivi per il trasporto pubblico, car-sharing, mobilità lenta e ottimizzazione dei parcheggi. Non si prevederanno delle navette aziendali per ridurre ancora di più l’impatto ambientale, ciò non toglie però che anche con altre modalità si possa dare un fattivo contributo alla mobilità sostenibile. Del resto, per un piccolo imprenditore con una decina di collaboratori non è possibile organizzare, e non solo per ragioni di costi, un trasporto collettivo per i dipendenti che il più delle volte arrivano da località diverse del Ticino. A differenza di un’industria con centinaia di collaboratori dove può essere più facile coordinare un simile servizio. Va ricordato, inoltre, che, queste “piccole” imprese adottano spesso spontaneamente delle buone pratiche senza, magari, qualificarle e consapevolizzarle come tali. Se si considera che il 64% delle imprese ticinesi sono a proprietà familiare, questa loro stessa natura implica un legame più personale e diretto col territorio e il contesto sociale in cui operano. Un rapporto che si traduce in una sensibilità istintiva per l’ambiente, i dipendenti e le relazioni sociali, sentendosi parte integrante della comunità locale. Le buone pratiche non vanno, quindi, identificate esclusivamente con quelle riconosciute dai canoni ordinari della CSR. Né vanno demonizzate quelle realtà che non rientrano apertamente in questi schemi. Esse danno un apporto, forse meno visibile ma non per questo meno positivo, alla tutela dell’ambiente e al benessere della società. In fondo, cosa c’è di più socialmente responsabile dell’avviare un’attività economica in una regione periferica, creando dei posti di lavoro laddove le opportunità occupazionali scarseggiano? O gli sforzi di un piccolo imprenditore che non è nelle condizioni di creare un asilo nido aziendale, ma che fa di tutto, tra mille difficoltà, per agevolare i propri collaboratori e assicurare il futuro alla sua azienda? Sacrifici questi che vanno riconosciuti e sostenuti per un concetto di responsabilità più aderente alla vita reale delle imprese. Ci sono dei margini per migliorare l’adozione della CSR e su questo obiettivo si concentrerà l’impegno della Cc-Ti. Con un lavoro mirato di informazione, formazione e consulenza, offrendo strumenti praticabili e adeguati alle singole realtà produttive, nell’ottica di ridurre i deficit portati all’attenzione dallo studio.

Le grandi aziende

Nei nuovi scenari dell’economia digitale, che aprono anche prospettive inedite per lo sviluppo sostenibile, la CSR ha un peso particolare per le grandi aziende. In primo luogo per quelle che hanno il loro core business proprio nell’evoluzione tecnologica, come la Swisscom a esempio. “La digitalizzazione influisce sempre di più su economia e società. In quanto azienda ICT leader in Svizzera, Swisscom sente di avere una particolare responsabilità al riguardo. Occorre rendere fruibili le opportunità che si creano per il benessere del Paese, senza perdere di vista i possibili rischi; in altre parole, vogliamo plasmare il futuro con responsabilità, curiosità e impegno” spiega Carlo Secchi, Sales Director Ticino- VP della principale società svizzera di telecomunicazioni. Swisscom intende approfondire tre nuove sfide fondamentali per la società digitale dell’informazione. “Per le persone: da qui al 2025 aiuteremo due milioni di persone all’anno a sviluppare le loro competenze nel mondo interconnesso e nella nostra catena di fornitura – precisa Secchi –. Per l’ambiente: insieme ai nostri clienti ridurremo le emissioni di CO2 di 50’000 t (netto) a fronte di un impatto climatico positivo. Ciò equivale all’1% delle emissioni di gas serra della Svizzera. Per il Paese: portiamo una connessione affidabile a banda ultralarga a tutte le persone e a tutte le aziende in Svizzera. Così contiamo di aumentare la competitività e la
qualità della vita nel nostro Paese”.

Sostenibilità e crescita economica

Oggi la CSR e lo sviluppo sostenibile sono, giustamente, temi centrali nel dibattito politico. Ma è altrettanto importante riportare al centro del discorso pubblico anche la necessità di rafforzare le condizioni quadro, sia sul piano nazionale che cantonale, per salvaguardare la competitività e la leadership tecnologica della Svizzera, che risentono della forte pressione della concorrenza internazionale. I segnali di allarme non mancano. Tre qualificati studi, dell’IMD di Losanna, del WEF e della Banca Mondiale, hanno registrato, difatti, una flessione della competitività svizzera, a causa dei ritardi per alcune riforme, così come nella modernizzazione delle infrastrutture della comunicazione e del loro quadro giuridico, che permetterebbe di utilizzare meglio, e a beneficio di tutti, le opportunità offerte dall’economia digitale. “A mio personale parere, la trasformazione digitale talvolta coglie impreparati diversi elementi del nostro ecosistema – avverte Secchi –. Per fare qualche esempio, basti pensare a certi modelli commerciali avvenieristici, che non hanno trovato impianti legislativi adeguati, oppure al rapporto tra l’evoluzione della tecnologia rispetto alla formazione in azienda, con un divario che rischia di crescere costantemente. Inoltre, a fianco di un’infrastruttura competitiva, serve un atteggiamento più consapevole verso gli strumenti digitali, dagli smartphones ai social media, dalla posta elettronica agli acquisti online. Il che ci riporta allo sviluppo delle competenze digitali”. Responsabilità sociale e tutela dell’ambiente sostengono anch’esse la crescita economica e creano ormai un rapporto di reciprocità. Frenare questa crescita, si traduce nella limitazione dei mezzi a disposizione che possano permettere uno sviluppo delle buone pratiche della CSR, in una costrizione degli investimenti tecnologici che consentono un uso più efficace e proficuo delle risorse ambientali.

A tutto LIFT!

Nell’ambito del progetto LIFT, la Cc-Ti ha dedicato un pomeriggio alla formazione continua dei docenti delle scuole medie coinvolte.

Lo scorso 2 settembre sono iniziate le scuole nel Cantone Ticino. Per alcuni allievi delle scuole medie ticinesi vi è un’opzione in più: il progetto LIFT.

La definizione

LIFT è un progetto attivo in Ticino e in tutta la Svizzera, dedicato ai ragazzi delle scuole medie (3° e 4° media). Lo scopo è quello di far incontrare scuole e aziende, al fine di aumentare le chances d’accesso a un posto di formazione professionale a quei giovani che – per ragioni scolastiche, familiari e/o sociali – potrebbero presumibilmente trovarsi in difficoltà nella transizione scuola-lavoro.
Il contatto avviene, per i ragazzi, con uno stage in azienda, dando la possibilità di familiarizzare in anticipo con il mondo del lavoro, per  prepararli a ciò che li attende alla fine della scuola dell’obbligo. Sin dalla sua introduzione (nel 2013 quale progetto sperimentale, ora consolidato) la Cc-Ti ha sostenuto questo progetto con entusiasmo e impegno, quale trait d’union fra mondo del lavoro e scuola.

Formazione nella formazione

Proprio per implementare nuove strategie e incrementare le competenze di tutti gli attori in gioco in questo progetto (oltre ai giovani e ai datori di lavoro, la scuola stessa rappresenta l’altro importante tassello), la Cc-Ti ha organizzato – in  collaborazione con la Coordinatrice per il Ticino del Progetto LIFT, Karole Manfredi – un pomeriggio di formazione continua per i docenti e i Direttori delle Scuole medie coinvolte nel progetto.

Il 25 settembre scorso nella sede della Cc-Ti si è svolto un seminario che ha visto fra i relatori Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti; Moreno Tenzi, Specialista prevenzione e consulente clienti, SUVA; Fabio Bonaldi, Responsabile imprese, SUVA e Stefano Di Pasquale, Collaboratore Ispettorato del lavoro. I temi discussi vertevano su questioni assicurative e relative al diritto del lavoro negli stages e nell’impiego di giovani leve.

Necessiti di maggiori informazioni sul progetto LIFT? Contatta Lisa Pantini, Responsabile Relazioni con i soci.