I prossimi milionari? Elettricisti, idraulici e carpentieri

La formazione professionale è LA scommessa sul piano strategico.

Michele Merazzi, COO Cc-Ti

«La prossima generazione di milionari sarà fatta di elettricisti, idraulici e carpentieri».

La provocazione – recentemente attribuita al CEO di Nvidia, Jensen Huang, una delle figure di riferimento globali nel campo dell’intelligenza artificiale – coglie una verità che il nostro sistema conosce e sottolinea da tempo: il futuro appartiene alle competenze.

Non si tratta solo di una frase ad effetto. Huang ha, più volte, sottolineato come la corsa all’intelligenza artificiale rappresenti una delle più grandi opere di costruzione infrastrutturale della storia: data center, sistemi energetici, impianti di raffreddamento e reti esigono una quantità enorme di competenze tecniche.

Dietro l’innovazione digitale più avanzata, cresce quindi la domanda concreta di professionisti qualificati, capaci di costruire e mantenere queste “fabbriche di intelligenza artificiale”.

È proprio questo apparente paradosso a far riflettere: l’intelligenza artificiale porterà cambiamenti profondi ed epocali nel mondo del lavoro, ma proprio i mestieri dell’artigianato qualificato, pur evolvendo anch’essi verso standard sempre più avanzati, resteranno fondamentali e insostituibili per sostenere questa trasformazione.

In qualità di COO della Cc-Ti e, soprattutto, di rappresentante del nostro Cantone nel Consiglio di fondazione degli SwissSkills, sono un osservatore privilegiato di quanto la formazione professionale sia oggi una leva decisiva per la competitività economica e la coesione sociale.

Gli SwissSkills ne sono la manifestazione più concreta. A Berna, per cinque giorni, tutto questo diventa esperienza viva: oltre 120’000 visitatori, 150 professioni e 74 associazioni di categoria coinvolte in una vera e propria “festa delle competenze”.

Ma ciò che colpisce, al di là dei numeri, è il sistema che rende possibile tutto questo: una collaborazione efficace tra scuola, istituzioni e mondo economico. In questo modello, le associazioni di categoria e le imprese formatrici svolgono un ruolo essenziale.

Desidero sottolinearlo con convinzione: la forza della formazione professionale svizzera nasce proprio dall’impegno delle associazioni e delle aziende, che investono ogni giorno nella trasmissione delle competenze e nella crescita dei nostri giovani.

Gli SwissSkills simboleggiano il risultato concreto di questo lavoro spesso silenzioso ma di primaria importanza.

C’è un messaggio che considero cruciale: l’apprendistato è una scelta di valore, non una scelta di ripiego. Il nostro sistema offre percorsi differenziati, aperti e di qualità, che permettono, grazie alle passerelle, di arrivare fino agli studi superiori partendo da una formazione pratica. È un modello moderno, inclusivo e orientato proprio al merito.

Agli SwissSkills tutto questo diventa tangibile. Si percepisce l’entusiasmo dei giovani, la passione dei formatori, l’orgoglio degli imprenditori. In un tempo in cui molti ragazzi affrontano incertezze e difficoltà nel definire il proprio futuro, questa manifestazione equivale a una vera chiave di volta: motivazione, fiducia, direzione, futuro.

Per il Ticino, la partecipazione è motivo di orgoglio e impegno. I nostri giovani, le nostre aziende e i nostri esperti dimostrano, in ogni occasione, di essere all’altezza della sfida, valorizzando, allo stesso tempo, il nostro territorio all’interno di un progetto nazionale.

Guardando agli SwissSkills 2027, la sfida è chiara: rafforzare ulteriormente questa dinamica, coinvolgere sempre più talenti e consolidare la collaborazione tra scuola, orientamento e mondo economico. Una collaborazione che deve essere continua, strutturata e orientata al futuro.

Come Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del cantone Ticino siamo un attore attivo di questo processo: ascoltare l’economia attraverso le diverse associazioni di categoria, alle quali va il mio sincero apprezzamento per l’impegno quotidiano e concreto a favore della formazione, valorizzare le professioni e contribuire a creare le condizioni perché ogni giovane possa trovare la propria strada mettendo in risalto le proprie abilità e sostenere in modo fattuale la forza del nostro Paese.

Perché investire nelle competenze significa investire nel futuro del nostro Cantone. E perché, oggi più che mai, il talento ha bisogno di essere riconosciuto, accompagnato e messo nelle condizioni di esprimersi.


Si può parlare di etica nell’uso dell’Intelligenza Artificiale (IA)?

La risposta è sì. Esiste infatti un ambito specifico, noto come etica dell’IA, che studia le implicazioni economiche, sociali e culturali dei sistemi di intelligenza artificiale, con l’obiettivo di massimizzarne i benefici e ridurne i rischi. Tra i temi centrali rientrano la responsabilità, la riservatezza dei dati, l’equità, la trasparenza, la spiegabilità e l’inclusione, oltre alla prevenzione di usi impropri della tecnologia.

Un po’ di storia

Con la crescita esponenziale dei dati disponibili, Big Data, e delle capacità computazionali, come le moderne unità di elaborazione (GPU), molte organizzazioni hanno iniziato ad automatizzare processi decisionali basandosi sull’estrazione delle informazioni presenti nei dati grazie all’uso di modelli di IA. L’obiettivo è quello di migliorare l’efficienza e i risultati nell’azienda.

Tuttavia, l’adozione su larga scala di questi sistemi ha evidenziato criticità non sempre prevedibili in fase di progettazione e sviluppo. In molti casi, alcuni problemi sono emersi solo a posteriori, quando i sistemi sono stati messi in produzione e applicati a contesti reali. Un problema rilevante riguarda i dati distorti, in termine tecnico “bias”.  Un esempio molto noto è quello del sistema di screening dei CV sviluppato da Amazon. Nel 2018 era infatti emerso che il modello penalizzava automaticamente le candidature femminili, poiché addestrato su dati storici che riflettevano prevalentemente le scelte passate effettuate dai recruiter di Amazon che prediligevano i candidati uomini. Infatti, i sistemi di IA apprendono da informazioni storiche: se queste contengono distorsioni, anche i risultati tenderanno a rifletterle. L’IA non crea necessariamente nuovi pregiudizi, ma amplifica e “industrializza” quelli esistenti nei dati. Ciò può tradursi in decisioni discriminatorie, non solo nei processi automatizzati di selezione del personale, ma anche in contesti come la valutazione dell’accesso a un credito bancario o come la valutazione del rischio per un’assicurazione.

Un altro esempio chiaro sono i moderni modelli linguistici (LLM), come i chatbot conversazionali, che riflettono prevalentemente prospettive culturali occidentali (“western-centric”), poiché addestrati principalmente su contenuti disponibili online in lingua inglese e provenienti da contesti occidentali. Nel “Human Development Report 2025” delle Nazioni Unite viene evidenziato come l’IA rischi di rafforzare squilibri culturali e sociali già esistenti, soprattutto quando i dati utilizzati per l’addestramento non rappresentano adeguatamente la diversità linguistica, culturale e geografica globale.

È proprio a partire da criticità come queste che la necessità di definire linee guida e standard condivisi per uno sviluppo più responsabile è diventata sempre più evidente.

Principali attori in campo di Etica dell’AI

Negli ultimi anni, comunità scientifiche, istituzioni e aziende hanno lavorato alla definizione di principi etici per l’IA.

In Europa, un ruolo centrale è svolto dalla Commissione europea attraverso gruppi di esperti che hanno elaborato il concetto di “Intelligenza Artificiale Affidabile” (Trustworthy AI). Queste linee guida si basano su requisiti fondamentali come sicurezza, rispetto della riservatezza e protezione dei dati, trasparenza e supervisione umana.

A livello normativo, l’Unione Europea ha inoltre introdotto l’AI Act. In vigore dall’agosto 2024, rappresenta un quadro regolatorio che classifica i sistemi di IA in base al livello di rischio e stabilisce obblighi più stringenti per quelli ad alto impatto. L’approccio europeo è quindi orientato alla tutela dei diritti fondamentali e alla prevenzione dei rischi.

Anche la Svizzera sta progressivamente definendo il proprio approccio regolatorio all’Intelligenza Artificiale. Pur non avendo ancora introdotto una normativa equivalente all’AI Act europeo, ma prevista entro la fine del 2026, diverse autorità federali stanno lavorando su linee guida e principi di governance. In particolare, la FINMA ha già pubblicato indicazioni rivolte al settore finanziario sui rischi legati all’utilizzo dell’IA, con attenzione specifica alla gestione dei dati, alla trasparenza dei modelli e alla supervisione umana. L’approccio svizzero punta attualmente a bilanciare innovazione, competitività e tutela dei diritti fondamentali.

In Svizzera stanno inoltre emergendo iniziative concrete orientate a un utilizzo affidabile e controllato dell’IA. Un esempio è Apertus, il sistema di traduzione sviluppato per il Cantone Ticino, progettato per garantire maggiore riservatezza dei dati e un’infrastruttura gestita localmente (“on-premise”). Il progetto coinvolge realtà accademiche e tecnologiche svizzere come ETH Zürich, EPFL, CSCS e Artificialy SA, con l’obiettivo di sviluppare soluzioni di IA affidabili, trasparenti e coerenti con i requisiti di protezione dei dati e sovranità digitale.

Al di fuori dell’Europa, gli approcci risultano differenti. Negli Stati Uniti non esiste ancora una normativa federale unica paragonabile all’AI Act: il modello americano rimane più frammentato e orientato a favorire innovazione e competitività. In Cina, invece, il ruolo dello Stato è molto più centrale nella definizione e nell’applicazione di regole, con un approccio focalizzato sulla stabilità sociale e sul controllo dei sistemi tecnologici.

Queste differenze evidenziano come l’etica dell’IA non sia un concetto universale e immutabile, ma risenta dei contesti culturali, politici e normativi.

I rischi principali

Oltre ai dati distorti che generano risultati distorti, uno dei temi più sensibili è la riservatezza dei dati. In molti casi, soprattutto utilizzando piattaforme pubbliche online, i dati inseriti dagli utenti, talvolta personali o sensibili, vengono utilizzati per l’addestramento dei modelli di IA. Questo significa che informazioni aziendali, documenti interni o dati personali potrebbero essere memorizzati ed eventualmente riemergere nei contenuti generati dal sistema, con potenziali rischi di diffusione non autorizzata. Quest’ultimo rappresenta un rischio che riguarda i modelli linguistici generativi (LLM), che crea potenziali criticità non solo dal punto di vista della privacy, ma anche della proprietà intellettuale e della riservatezza aziendale. Per questo motivo, molte aziende stanno introducendo framework di governance interna e regole precise sull’utilizzo degli strumenti di IA generativa. In Svizzera, inoltre, l’inserimento di dati personali di terzi in piattaforme non autorizzate può comportare problematiche di conformità rispetto alla Legge federale sulla protezione dei dati (LPD).

Un altro rischio, molto connesso alla riservatezza dei dati, riguarda la mancanza di trasparenza.  Molti modelli funzionano come “scatole nere”, rendendo difficile comprendere come vengano prese determinate decisioni e quali siano i dati maggiormente rilevanti per il modello. Questo limita la possibilità di aggiustarli e al tempo stesso migliorarli.

Infine, è importante ricordare che l’Intelligenza Artificiale può supportare il processo decisionale umano, ma non può sostituirlo. Questo vale in particolare in contesti complessi o eticamente sensibili, dove il giudizio umano, l’esperienza e la capacità di valutare il contesto restano elementi imprescindibili.

Consapevolezza e responsabilità nell’uso quotidiano

Un uso etico dell’IA non è dettato solo da leggi o linee guida, ma anche dalle persone che quotidianamente ne fanno uso. Per questo è fondamentale promuovere consapevolezza e responsabilità. Alcune buone pratiche possono aiutare a ridurre i rischi:

  • Utilizzare strumenti approvati dalla propria organizzazione, evitando l’inserimento di dati sensibili in piattaforme non controllate.
  • Considerare l’IA come uno strumento di supporto, non come un’autorità decisionale.
  • Essere consapevoli dei possibili bias e delle limitazioni dei sistemi.
  • Verificare sempre le informazioni generate, confrontandole con fonti affidabili.

È chiaro che l’Intelligenza Artificiale sta trasformando profondamente il nostro modo di lavorare. Tuttavia, la vera sfida non riguarda solo la particolare tecnologia IA scelta, ma la responsabilità con cui si sceglie non solo di svilupparla, ma anche di utilizzarla. Rendere l’IA più etica significa, prima di tutto, promuoverne un uso consapevole, trasparente e responsabile.


Articolo a cura di Giulia Gualtieri, Senior AI Consultant, Artificialy SA

Gehri: ‘Vitta, bilancio insufficiente. Adesso serve una vera visione’

Nell’intervista di Jacopo Scarinci, pubblicata su laRegione di oggi, 3 giugno 2026, il Presidente della Camera di commercio ringrazia il direttore del Dfe, ‘ma ascoltare non basta’. E sul successore: ‘Non è importante chi, ma cosa farà’.

«Il prossimo capo del Dipartimento finanze ed economia dovrà innanzitutto riportare al centro una vera politica economica: non una gestione dell’ordinario, ma una visione chiara e orientata al medio-lungo termine». A pochi giorni dalla decisione del direttore del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta di non ripresentarsi alle prossime cantonali, il presidente della Camera di commercio Andrea Gehri a colloquio con ‘laRegione’ fa un bilancio della gestione Vitta – «sui risultati concreti il bilancio è insufficiente» – ma, soprattutto, pensa già al futuro e sprona a priori chi prenderà le redini del Dfe: «I cantieri aperti sono noti da tempo, adesso bisogna agire».

Con ordine. Al comitato cantonale Plr di settimana scorsa era presente anche lei e, a Vitta, ha dedicato parole di elogio e ringraziamento. Ma da quando è diventato presidente della Cc-Ti piccona a ritmo regolare il governo su temi anche economici. La verità è nel mezzo?

Non credo ci sia contraddizione, semmai una distinzione netta tra riconoscimento personale e giudizio sui risultati. L’elogio e il ringraziamento al direttore Vitta sono doverosi: in questi anni ha sempre dimostrato attenzione verso i temi economici e il dialogo promosso dalle associazioni è stato ascoltato. Questo è un dato di fatto e va riconosciuto senza ambiguità. Ma ascoltare non basta. Se guardiamo ai risultati concreti, soprattutto su dossier chiave come la promozione del tessuto economico, la costruzione di una vera visione di politica economica a medio-lungo termine e il rafforzamento dell’attrattività del territorio, il bilancio resta insufficiente.

Che legnata.

È mancato il coraggio di scelte incisive e di dotarsi di strumenti davvero efficaci. E questo è il nodo centrale: senza misure forti non si crea valore, non si generano posti di lavoro attrattivi e non si costruisce un tessuto economico di qualità, solido e competitivo. È esattamente ciò di cui il Ticino avrebbe bisogno oggi. Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato ridurre tutto a una questione personale. Le decisioni in materia economica sono il risultato di dinamiche istituzionali più ampie: il governo agisce collegialmente e il direttore del Dfe rappresenta un quinto dell’esecutivo. A ciò si aggiunge il ruolo determinante del parlamento cantonale, che approva, orienta e spesso condiziona le scelte strategiche. Le responsabilità, nei risultati come nelle mancanze, sono quindi chiaramente condivise.

Vitta è noto per la prudenza, lei che vive all’attacco avrebbe desiderato un atteggiamento diverso dal direttore del Dfe?

La troppa prudenza rappresenta talvolta purtroppo un ostacolo per l’evoluzione del Paese, soprattutto nelle istituzioni. Ma quando si parla di politica economica, la prudenza non può diventare immobilismo. E tengo a chiarirlo: non vivo all’attacco per principio; intervengo con decisione quando vedo che il contesto lo richiede e, soprattutto, quando l’economia e gli imprenditori vengono ingiustamente attaccati o denigrati, non riconoscendone il valore per la comunità. In questi anni al Ticino è mancato proprio questo: accanto alla disponibilità al dialogo, che va riconosciuta, sarebbe servita più determinazione nelle scelte. Su dossier cruciali come l’attrattività del territorio, il sostegno concreto alle imprese e, come dicevo, una visione economica a medio-lungo termine, un approccio più coraggioso era non solo auspicabile, ma necessario. Perché è lì che si gioca il futuro: senza scelte incisive e strumenti davvero efficaci non si crea valore, non si generano posti di lavoro attrattivi e non si costruisce un tessuto economico competitivo. E oggi il Ticino non ha bisogno di prudenza: ha bisogno di decisioni.

Ora però si cambierà. Cosa dovrà fare, per lei e per la Camera, il prossimo capo del Dipartimento finanze ed economia? Quali cantieri restano aperti?

Vero, adesso si aprirà una nuova fase e le aspettative, per quanto ci riguarda, sono molto chiare. Il prossimo capo del Dfe dovrà innanzitutto riportare al centro una vera politica economica: non una gestione dell’ordinario, ma una visione chiara e orientata al medio-lungo termine. I cantieri aperti sono noti da tempo. Servono misure concrete per rafforzare l’attrattività del Ticino nei confronti di imprese e imprenditori, una politica attiva di promozione del tessuto economico e condizioni quadro che permettano alle aziende di investire, innovare e crescere. Senza questo, il rischio è di perdere progressivamente competitività. Accanto a ciò, è indispensabile tradurre più rapidamente in atti concreti quanto il mondo economico segnala da anni: meno burocrazia, maggiore prevedibilità e certezza normativa, strumenti più incisivi per sostenere lo sviluppo e la creazione di valore sul territorio. Sono temi che la Cc-Ti porta avanti con coerenza e che continueremo a ribadire anche in futuro. Perché il punto è semplice: senza una politica economica più coraggiosa non si generano valore aggiunto, posti di lavoro qualificati e prospettive attrattive per le nuove generazioni, di cui abbiamo tremendamente bisogno. Infine, va detto con altrettanta chiarezza che anche in questo caso la responsabilità non è di una sola persona. Il capo del Dfe avrà un ruolo importante, ma il successo dipenderà dalla capacità del governo e del Parlamento di assumersi insieme la responsabilità di scelte finalmente incisive.

Basandosi su quali possibili esempi da seguire? E concretamente, oltre alle legnate, quali misure suggerisce per rivitalizzare il Canton Ticino con l’obiettivo di invertire la rotta?

Se guardiamo alla realtà svizzera, gli esempi non mancano. Ci sono Cantoni che hanno dimostrato cosa significa avere una politica economica coerente, coraggiosa e orientata alla crescita. Un caso particolarmente interessante è Lucerna, che partiva da una situazione finanziaria difficile, se non addirittura al collasso, con finanze tese e l’assoluta necessità di risparmio. Una competitività fiscale insufficiente nel contesto della Svizzera centrale, un’economia poco dinamica e poco internazionale che si traduceva chiaramente in scarsa attrattività rispetto ai Cantoni limitrofi. E in circa 15-20 anni è riuscita a ribaltarla grazie a una strategia chiara e coraggiosa. Ha scelto una politica fiscale molto competitiva riducendo in modo importante l’imposizione sulle imprese, accettando anche sacrifici a breve-medio termine per attrarre aziende, contribuenti e capitali. Parallelamente ha investito in innovazione, formazione e qualità delle condizioni quadro, rafforzando settori a maggior valore aggiunto. Oggi raccoglie i frutti di questa impostazione: più competitività, più occupazione qualificata e una base economica più solida, oltre a finanze cantonali migliori. Anche la Svizzera romanda, con Vaud e Ginevra, ha rafforzato negli ultimi anni la propria competitività grazie a politiche attive e a una chiara volontà di attrarre imprese e talenti. Il denominatore comune è evidente: questi territori hanno fatto scelte precise per attrarre aziende, investimenti e competenze. E oggi ne raccolgono i frutti. Il Ticino, al confronto, parte oggi da un posizionamento più fragile rispetto ai Cantoni della Svizzera centrale. Ma questo non è un destino inevitabile: con una politica economica mirata, coerente e coraggiosa può rafforzare la propria attrattività e generare maggiore valore e benessere sul territorio. La vera domanda, quindi, non è cosa fanno gli altri, ma se il Ticino avrà finalmente il coraggio di fare le scelte necessarie per competere davvero.

E in tutto questo, secondo lei il Plr ha ancora sensibilità vicina all’economia, capacità e nomi per mantenere il Dfe? O un cambio sarebbe salutare?

Storicamente il Plr è sempre stato il partito più vicino a un’economia liberale e liberista nelle applicazioni, dove le regolamentazioni devono fungere da volano di crescita e non trasformarsi nella burocrazia soffocante e nell’iper-regolamentazione di cui oggi tutti ne siamo, purtroppo, vittime. Cittadini inclusi, non solo gli imprenditori. Questo resta, a mio avviso, il suo riferimento naturale. Per quanto riguarda i nomi, spetterà alla commissione cerca del partito e ai suoi gremi direttivi identificare, trovare e convincere i profili più adatti. Il tema non è solo “chi”, ma soprattutto “con quale visione”: serve qualcuno capace di portare avanti una vera politica economica da concepire, condividere naturalmente con le associazioni economiche e i partner sociali e che dimostri abilità nel trovare ampie alleanze, senza le quali oggi purtroppo si affonda. Un cambio di dipartimento, viste le contingenze, potrebbe anche essere un’opzione da non scartare. Ma deve essere chiaro un punto: chi assumerà il Dfe dovrà dimostrare attenzione concreta per gli imprenditori e le aziende, che sono i veri creatori di benessere, valore e posti di lavoro sul territorio. E proprio qui sta una delle sfide principali: avere il coraggio di abbattere certe letture ideologiche, purtroppo ancora diffuse, che dipingono gli imprenditori come degli avvoltoi. In Ticino esistono invece molti imprenditori seri, radicati nel territorio, che dimostrano responsabilità, sensibilità e riconoscenza verso la collettività. La politica economica del futuro dovrà partire da qui.


Intervista di Jacopo Scarinci, pubblicata su laRegione di oggi, 3 giugno 2026

“Ti ho scritto un’e-mail”

Tutti connessi, nessuno allineato: quando la comunicazione diventa rumore.

In azienda si comunica oggi più che mai: e-mail, chat, WhatsApp, piattaforme di collaborazione, social interni, videoconferenze. Mai come ora le persone dispongono di tanti strumenti per restare in contatto. Eppure, mai come ora la comunicazione interna sembra frammentata, dispersiva e, in alcuni casi, controproducente.

La trasformazione digitale ha portato con sé un paradosso oramai conclamato da tempo: siamo iperconnessi, ma non sempre davvero allineati. La promessa di una comunicazione più rapida ed efficiente si è spesso tradotta in un eccesso di messaggi, canali sovrapposti e informazioni ridondanti, che riducono il tempo dedicato alla concentrazione e alla riflessione. Come se non bastasse, per la prima volta nella storia recente, ben cinque generazioni si ritrovano a lavorare all’interno delle stesse organizzazioni. Ciascuna, con un diverso approccio alla comunicazione – dal più formale scritto, al più informale visivo e rapido – affronta il tema con abitudini e aspettative diverse, introducendo involontariamente ulteriori sacche di inefficacia comunicativa.

Il paradosso dell’iperconnessione

La moltiplicazione dei canali comunicativi nasce con buone intenzioni: facilitare la collaborazione, ridurre i tempi decisionali e rendere le organizzazioni più agili. Ma nella pratica, molti team si trovano a gestire contemporaneamente e-mail, messaggi su Teams o Slack, notifiche su WhatsApp, aggiornamenti su piattaforme collaborative e, in alcuni casi, interazioni via social.
Il risultato? Una costante sensazione di urgenza e di rumore informativo, dove l’importanza di un messaggio non è più legata al contenuto, ma alla velocità con cui appare sullo schermo.

Le neuroscienze confermano che ogni interruzione — anche breve — richiede minuti per ritrovare il livello di concentrazione precedente. Nelle aziende moderne, questo costo cognitivo si traduce in ore di produttività perse ogni settimana, oltre che in un crescente senso di stress e frammentazione mentale.

Triage dei messaggi e inefficienza produttiva

È sempre utile classificare le informazioni che riceviamo definendo diverse modalità di elaborazione. Ma per farlo, dobbiamo leggere tutti i messaggi che riceviamo, da quelli più importanti, che prevedono un’azione conseguente, a quelli semplicemente informativi, fino allo spam pubblicitario e ai tentativi fraudolenti (phishing e altri tipi di attacchi). Non sempre abbiamo tempo e concentrazione sufficienti per questo “triage” e le conseguenze sono evidenti.

Dove nasce il problema

In ogni caso non è la tecnologia in sé a creare inefficienza, ma la mancanza di governance della comunicazione. Molte organizzazioni adottano nuovi strumenti senza definire regole chiare d’uso: cosa passa via e-mail e cosa via chat? Quali canali sono destinati agli aggiornamenti formali e quali al lavoro operativo? Chi è responsabile di mantenere la coerenza e l’ordine informativo? Che tipo di formazione viene messa in atto affinché già individualmente si possa disporre di un metodo comune di classificazione dei messaggi?

Senza una cornice condivisa, la comunicazione si trasforma in una rete disordinata di messaggi che rimbalzano tra piattaforme diverse. La conseguenza è una perdita di responsabilità individuale (“l’ho scritto da qualche parte”), un rallentamento dei processi decisionali e un aumento del rischio di errori dovuti a informazioni incomplete o disperse.

E-mail, chat e WhatsApp: quando gli strumenti si confondono

L’email, nata come strumento formale e tracciabile, è oggi usata come una chat lenta e sovraccarica di destinatari in copia.
Le chat aziendali, pensate per l’operatività, diventano spesso un flusso continuo di messaggi che distolgono l’attenzione.
WhatsApp — rapido e diretto — si insinua nel contesto professionale, mescolando la sfera privata con quella lavorativa e creando problemi di riservatezza, reperibilità e continuità informativa.
In assenza di confini chiari, la distinzione tra tempo di lavoro e tempo personale tende a svanire. Le notifiche si moltiplicano, la reperibilità diventa implicita e il lavoro si estende ben oltre gli orari previsti, con un impatto diretto sul benessere delle persone.

Verso una cultura della comunicazione consapevole

La soluzione non è limitare i canali, ma imparare a usare meglio quelli giusti.
Servono linee guida semplici ma vincolanti:

  • stabilire quali strumenti utilizzare per quali scopi.
  • classificare i messaggi su un piano cartesiano immaginario basato su urgenza e importanza.
  • definire tempi di risposta ragionevoli.
  • ridurre il numero di destinatari ai soli realmente interessati.
  • promuovere un’educazione digitale che insegni a “scrivere meno, comunicare meglio”.

Fondamentale è anche il ruolo dei manager, che devono dare l’esempio: scegliere con cura il canale giusto, ridurre la pressione delle notifiche e favorire momenti di comunicazione intenzionale, non reattiva, cercando di superare le proprie abitudini “generazionali”.

Dalla connessione alla chiarezza

L’intelligenza artificiale può aiutarci nell’automatizzare la classificazione dei messaggi in entrata ma occorre sempre tenere presente che per “classificare” in senso complesso (es. assegnare tag personalizzati, etichette sensibili, movimentazione automatica) potrebbe essere necessario attivare funzionalità di governance come, ad esempio, Microsoft Purview e impostare criteri di sicurezza/compliance che vanno definiti a livello aziendale.

La vera trasformazione digitale, quindi, non consiste necessariamente nell’aggiungere nuovi strumenti, ma nel trovare equilibrio tra velocità e senso. In un contesto dove tutto comunica, il valore nasce dalla capacità di discernere ciò che è davvero importante. Governare la comunicazione significa restituire tempo, attenzione e direzione alle persone: le risorse più scarse e preziose dell’era digitale.

La misura raccomandata? Un’analisi dei flussi di comunicazione della vostra azienda, degli strumenti adottati e dell’approccio individuale, è il primo passo per investire un po’ di tempo per poi guadagnarne molto di più.


Articolo a cura di Carlo Secchi, Head of Enterprise Sales I-CH, Sunrise LLC

“Lettere inutili”: quando il marchio non colpisce (e il sistema reagisce)

Negli ultimi anni e emerso un fenomeno curioso – e problematico – nell’universo dei marchi: la registrazione di sequenze alfanumeriche lunghe, apparentemente senza senso, che puntano più al vuoto che alla  distinzione.

Dietro queste combinazioni si nasconde spesso l’espediente di inserire marchi noti all’interno di catene di caratteri “casuali”, rendendo più difficile individuarli, e particolarmente importante l’istituzione di servizi di sorveglianza accurati. L’agenzia delle Unione Europea EUIPO (Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale) tende infatti a respingere questi segni perché incapaci di svolgere la funzione primaria del marchio, cioè, distinguere l’origine di prodotti e servizi. Il problema delle “meaningless letters” non e soltanto estetico. Sigle come “HSTCPGKQYXHS” o “QPDIZHZLHGU” – entrambe oggetto di domande di marchi europeo rifiutate – sono troppo lunghe e indecifrabili per rimanere nella memoria del consumatore. Un marchio, per essere tale, deve essere percepito e ricordato: se e impronunciabile o privo di qualunque associazione, come può identificare un’impresa? L’EUIPO applica un criterio semplice: più un segno appare complesso e astratto, meno probabilità ha di essere registrato.

Esiste pero un margine. Non tutte le sequenze prive di senso sono automaticamente escluse: in teoria, se un richiedente dimostra che quella combinazione evoca concetti, sensazioni o associazioni riconoscibili dal pubblico, la distintività potrebbe emergere. In pratica, casi del genere restano rari. La questione solleva implicazioni importanti anche per i titolari di marchi noti. La sorveglianza tradizionale, basata sul confronto diretto tra segni simili, non basta più: occorre prestare attenzione anche a domande che, dietro una sequenza apparentemente casuale, nascondano un marchio già tutelato (i più attenti, in questa sigla “KJLDNIKEPRT”, noteranno il nome di un noto marchio di abbigliamento sportivo). Questo richiede strumenti di monitoraggio più sofisticati e una strategia di difesa ampliata. Il bilancio che emerge e duplice. Da un lato, gli Uffici Marchi devono proteggere l’integrità del sistema, evitando che l’abuso di segni “vuoti” lo indebolisca. Dall’altro, chi crea un marchio deve ricordare che originalità e complessità non bastano: un segno funziona se resta impresso, se e pronunciabile, se comunica. La creatività non può sostituire la chiarezza. Un marchio valido e prima di tutto riconoscibile: non basta essere esotico, bisogna essere memorabile.


Articolo a cura di Hermann Padovani, European Trademark Attorney, M. ZARDI & Co. S.A.

Competenze cercansi (ma anche buon senso)

Recentemente si è tornati a parlare — ancora una volta — della difficoltà, in Ticino ma non solo, di trovare i profili professionali richiesti dalle aziende. Un problema reale, certo. Ma non nuovo. E forse dovremmo iniziare a guardarlo da una nuova prospettiva, perché continuare a sorprenderci di qualcosa che accade da anni significa non voler vedere il problema per com’è: sistemico.

Le competenze non nascono nel vuoto. Nascono dentro un contesto che oggi, semplicemente, non è più in equilibrio.

Prendiamo il settore commerciale. Negli ultimi dieci anni, l’offerta scolastica è esplosa — da 933 allievi nel 2012/13 a 1’118 nel 2022/23 solo nelle scuole a tempo pieno (dobbiamo aggiungere l’apprendistato e la scuola cantonale di commercio) — mentre i giovani, nel complesso, sono diminuiti. Più corsi, più opzioni, più percorsi “facili da scegliere”. È comprensibile: entrare in una scuola è molto più semplice che trovare un posto di apprendistato, soprattutto per una generazione che fatica a reggere la pressione di un processo di selezione. Ma il risultato è che stiamo formando sempre più ragazzi in mestieri dove il mercato è saturo, mentre i settori che davvero cercano personale restano scoperti. Così alcuni non trovano manodopera, altri formano giovani che poi dovranno ricominciare da zero. E questo non significa solo ritardi nell’ingresso nel mondo del lavoro, ma anche un impatto economico: meno imposte, meno contributi sociali, meno risorse per la collettività.

Il paradosso è che molti giovani non conoscono nemmeno le professioni che esistono davvero. Non sanno cosa fa un installatore di sistemi di refrigerazione, una polimeccanica o un tecnologo di dispositivi medici. Non è disinteresse: è mancanza di visibilità. L’assenza di una fiera centrale delle professioni e la scarsa capacità delle associazioni di comunicare in modo moderno hanno reso molti mestieri praticamente invisibili. Così si finisce per scegliere quello che “si conosce” o che sembra più “prestigioso”, non quello che serve davvero.

E mentre questo accade, il mercato del lavoro si sbilancia. Ci sono mestieri dove i posti di apprendistato si esauriscono in poche settimane — a volte con liste d’attesa dall’anno prima — e altri dove nessuno si presenta. I primi sono quelli popolari, i secondi quelli essenziali. E così le aziende ticinesi, per restare a galla, guardano oltre frontiera per trovare personale, portando sì competenze ma perdendo il legame con il territorio. Nel frattempo, tanti giovani rimangono in attesa o finiscono in percorsi senza sbocchi. In pratica: formiamo, ma non collochiamo. E questo è un lusso che non possiamo più permetterci.

Inoltre, molte aziende, di fronte a tutto questo, hanno smesso di formare apprendisti. Il carico è diventato enorme: reclutamento complicato, alto tasso di abbandono, carenze crescenti nelle competenze sociali di base. Chi arriva in azienda ha spesso bisogno di un accompagnamento personalizzato, non solo tecnico ma anche umano. Questo significa tempo, energia e costi. E quando la formazione diventa un rischio economico, molte PMI non ce la fanno più. Il risultato è un circolo vizioso: meno posti di apprendistato, più scuola a tempo pieno, più costi per lo Stato e un allontanamento sempre maggiore tra formazione e lavoro — quello che dovrebbe essere, e restare, il fiore all’occhiello del modello svizzero.

Il problema, però, non è solo tecnico ma profondamente umano. Molti giovani sanno fare, ma fanno fatica a stare: a comunicare, collaborare, gestire la frustrazione, rispettare tempi e impegni. Le competenze trasversali — autonomia, responsabilità, adattabilità — sono quelle che mancano di più. E sono anche quelle che fanno la differenza tra chi porta valore e chi semplicemente esegue.

Non serve moltiplicare corsi o inventarsi soluzioni tampone. Serve il coraggio di cambiare prospettiva e ricostruire un sistema che torni a funzionare davvero — per le aziende, per i giovani e per il Paese. Una visione condivisa e pragmatica, capace di riequilibrare l’offerta formativa, sostenere chi sceglie di formare e accompagnare i ragazzi nello sviluppo delle competenze trasversali fin dai primi passi nel mondo del lavoro. Solo così potremo riportare coerenza tra ciò che insegniamo e ciò che serve davvero là fuori.


Articolo a cura di Sara Rossini, titolare e fondatrice Fill-up Sagl

Obiezioni? Grazie! Come trasformare i “NO” in occasioni di vendite

Non sono un rifiuto: sono un segnale di richiesta.

Le obiezioni non sono problemi ma opportunità, se sai come affrontarle!

Quante volte ti sei sentito dire frasi come:
“Costa troppo.”
“Devo pensarci.”
“Ora non è il momento.”
“Non sono io a decidere.”

Sono frasi che conosci bene, vero? E ogni volta, anche dopo anni di esperienza, fanno male. Perché suonano come un rifiuto, come un muro che si alza improvvisamente proprio quando pensavi di aver costruito un rapporto fiducia e la strada sembrava in discesa.

Quando arrivano le obiezioni, il risultato è che spesso ci si irrigidisce. Ci si mette sulla difensiva. Si inizia a spiegare, a giustificarsi, a concedere sconti per l’ansia di chiudere.

E il cliente? Invece di avvicinarsi, lo vedi allontanarsi.

Quello che resta di una conversazione che voleva essere costruttiva, è invece un’occasione mancata…ma non sempre persa.
Dietro a un’obiezione spesso non c’è un “no”. C’è una domanda nascosta, un dubbio legittimo, un bisogno non ancora esplicitato.

“Costa troppo” non significa “Non lo voglio” ma “Non ho ancora capito il valore di ciò che mi stai proponendo”.

“Non sono io a decidere”può voler dire:“Aiutami a portare la tua proposta a chi prende le decisioni”.

Il problema delle obiezioni è come le viviamo.
Se le percepiamo come un attacco personale o l’ennesima montagna da scalare, perdiamo lucidità.
Se, invece, le vediamo come un segnale da interpretare, diventano un varco attraverso il quale guidare il cliente.

Lavorare sulle obiezioni oggi è più vitale che mai

Il mondo delle vendite è cambiato. I clienti sono più informati, più esigenti e spesso arrivano con dubbi già formati da ricerche online, recensioni e confronti con la concorrenza.
In questo scenario la differenza non la fa chi ha il prezzo più basso, ma chi sa gestire la conversazione nei momenti più delicati.

Le ricerche lo confermano: la maggior parte delle trattative non si blocca per mancanza di interesse ma perché non si riesce a dare una risposta convincente a un’obiezione. E non basta“sapere”che arriveranno:

  • Bisogna allenarsi a gestirle: con calma, con intelligenza e con metodo.
  • Bisogna saper trasformare il muro in un ponte.

La vendita non è un percorso lineare. Non è un monologo in cui il cliente ascolta e alla fine dice “sì”.
È un dialogo, e come tale, prevede momenti di incertezza, di domande, di resistenza.

Il vero professionista non cerca di evitare questi momenti ma li abbraccia e li trasforma.
Il “no” del cliente può diventare l’occasione per distinguersi, per dimostrare la propria competenza e per costruire una relazione di fiducia che dura ben oltre la singola transazione.
Se vuoi allenarti a farlo in modo pratico, con simulazioni reali e strumenti concreti, il corso che propone la Cc-Ti è l’occasione perfetta: in agenda per il prossimo 14 novembre. Tutti i dettagli nel box sottostante.

Perché, alla fine, le obiezioni non sono problemi. Sono la porta d’ingresso verso il tuo prossimo successo.

Un corso che è una vera palestra

È proprio questo l’obiettivo del nuovo corso organizzato dalla Cc-Ti: un’esperienza pratica, dinamica e coinvolgente per imparare a riconoscere, accogliere e trasformare ogni obiezione in un’opportunità.
Niente teoria astratta, ma:

  • Ascolto attivo ed empatia per capire cosa c’è davvero dietro ogni frase
  • Domande potenti che aiutano il cliente a chiarire i suoi dubbi
  • Tecniche di reframe per trasformare l’obiezione in una leva di valore
  • Gestione dello stress e del linguaggio non verbale per trasmettere sicurezza e fiducia
  • Esercizi pratici e reali per costruire la tua personale “toolbox” di risposte efficaci

Un contesto formativo in cui si prova, si sbaglia, ci si confronta, si impara dagli altri e si portano a casa strumenti subito applicabili.

Per chi è pensato

Questo workshop è per te se:

  • sei un venditore B2B o B2C e ti capita di sentirti spiazzato davanti alle
    obiezioni;
  • sei un Key Account o un consulente commerciale che deve gestire più
    interlocutori;
  • sei un imprenditore o un libero professionista per cui vendere è parte
    integrante della giornata;
  • sei un manager che vuole trasmettere al team più sicurezza e un metodo
    replicabile.

Che tu abbia anni di esperienza o che tu stia muovendo i primi passi, troverai spunti, tecniche e strumenti pratici per crescere.

Il corso si tiene in presenza presso gli Spazi Cc-Ti a Lugano il prossimo 14 novembre 2025. Informazioni ed iscrizioni qui.

Project Management: il motore invisibile della crescita e dell’innovazione

I progetti rappresentano il veicolo principale attraverso cui l’innovazione si traduce in azione all’interno delle organizzazioni.

A differenza delle attività operative, che assicurano la continuità e la stabilità dei processi esistenti, i progetti servono a introdurre cambiamenti: nuovi prodotti, nuovi servizi, ma anche innovazioni di processo che migliorano l’efficienza e la qualità del lavoro. Ogni evoluzione, ogni risposta a un’esigenza di mercato, prende vita attraverso un progetto.

È grazie ai progetti che le strategie si trasformano in risultati concreti, che l’adattamento diventa reale e che l’innovazione si rende visibile. Governare i progetti con competenza significa guidare il cambiamento, creando le condizioni non solo per la sopravvivenza, ma per il successo duraturo delle organizzazioni in un contesto sempre più dinamico.

Negli ultimi anni, il project management si è affermato come leva strategica fondamentale, trainato dalla complessità crescente degli scenari economici, sociali e tecnologici. In un contesto dove il cambiamento è rapido, l’innovazione continua e l’incertezza perenne, la gestione dei progetti ha smesso di essere una funzione meramente operativa per diventare un elemento essenziale della visione strategica delle organizzazioni. Non si parla più soltanto di controllare tempi, costi e qualità: il project management è oggi parte integrante dei processi decisionali, capace di incidere sulla capacità di innovare, adattarsi e generare valore in modo concreto e duraturo.

Negli ultimi vent’anni, la crescita della disciplina è stata esponenziale. Sempre più aziende hanno compreso che il successo non nasce solo da buone idee, ma dalla capacità di trasformarle in risultati concreti attraverso una gestione efficace e coordinata. Questa consapevolezza ha portato a una crescente domanda di professionisti in grado di combinare competenze tecniche, capacità analitiche, leadership e gestione del cambiamento. La figura del project manager si è evoluta di pari passo, passando da esecutore di piani a protagonista delle strategie di innovazione.

Uno dei fattori chiave di questa evoluzione è stata l’adattabilità. I modelli tradizionali, inizialmente rigidi e sequenziali, si sono trasformati integrando approcci più agili e flessibili, capaci di rispondere alle esigenze di mercati in continuo movimento. Questa trasformazione ha reso il project management uno strumento estremamente versatile, adatto sia alle grandi multinazionali sia alle startup in fase di sviluppo. L’approccio ibrido, che unisce pianificazione rigorosa e capacità di reazione veloce, ha dimostrato di essere una delle risposte più efficaci alla crescente complessità degli ecosistemi economici.

L’importanza della gestione dei progetti non si limita al perimetro delle singole organizzazioni. I Paesi che investono nella formazione dei project manager e nella cultura della gestione per progetti mostrano una maggiore competitività, attraggono più investimenti esteri e registrano una crescita economica più robusta. È ormai evidente che la capacità di gestire progetti complessi ha effetti positivi non solo sul successo aziendale, ma anche sullo sviluppo socioeconomico generale.

Oggi il project management è diventato una lingua comune tra settori diversi. Dalle industrie manifatturiere ai servizi finanziari, dalla pubblica amministrazione alle organizzazioni no-profit, la gestione per progetti favorisce una maggiore collaborazione, una migliore tracciabilità e una più chiara responsabilizzazione dei team. Questo modo di operare riduce gli sprechi, aumenta la trasparenza e migliora la coerenza nell’uso delle risorse, creando una base solida su cui costruire il successo.

Uno dei segnali più forti della maturazione del project management è il suo crescente coinvolgimento nei processi di definizione strategica. Sempre più spesso, chi gestisce i progetti siede ai tavoli dove si prendono le decisioni cruciali, offrendo contributi basati su dati concreti, analisi dei rischi e valutazioni di impatto. In questo modo, il project management aiuta a ridurre l’incertezza, migliora la qualità delle scelte e assicura che ogni iniziativa sia allineata agli obiettivi a lungo termine dell’organizzazione.

Anche l’adozione delle nuove tecnologie ha avuto un ruolo trasformativo. L’intelligenza artificiale, l’automazione dei processi decisionali, la tracciabilità sicura delle informazioni e la simulazione virtuale dei progetti stanno cambiando profondamente il modo di pianificare, monitorare e gestire. Questi strumenti rendono possibile una gestione più predittiva, flessibile ed efficiente, rafforzando il ruolo strategico del project management come motore di innovazione e adattamento.

Il project manager di oggi non è più solo un controllore di tempi e budget. È un promotore dell’innovazione, un orchestratore del cambiamento e un catalizzatore della cultura del miglioramento continuo. Il suo compito non è solo assicurare che un progetto si concluda nei termini previsti, ma soprattutto garantire che ogni progetto sia un passo concreto verso la realizzazione della missione aziendale.

Guardando al futuro, il valore strategico del project management è destinato a crescere ulteriormente. In un mondo sempre più interconnesso e dinamico, la capacità di gestire il cambiamento attraverso progetti ben condotti rappresenterà un vantaggio competitivo imprescindibile.

È grazie ai progetti che le strategie si trasformano in risultati concreti

Investire nello sviluppo di competenze manageriali avanzate, integrare le potenzialità delle tecnologie emergenti e promuovere una cultura fortemente orientata ai progetti diventerà una necessità vitale. Non si tratterà più di una scelta, ma di una condizione essenziale per prosperare nella nuova economia globale. Il project management non è più soltanto una disciplina organizzativa: è uno dei pilastri su cui costruire il futuro delle organizzazioni e delle società.


A cura del Prof. Antonio Bassi, Presidente Associazione Project Management Svizzera

Accessibilità digitale: l’onda lunga della Direttiva Europea arriva anche in Svizzera

A partire dal 28 giugno 2025, l’European Accessibility Act (EAA – Direttiva UE 2019/882) entrerà in vigore nell’Unione Europea. L’impatto per il mercato elvetico sarà tutt’altro che secondario. Vediamo perché.

Cosa prevede l’Accessibility Act

La Direttiva impone che prodotti e servizi digitali – tra cui siti web, e-commerce, terminali self-service, app mobile, lettori e-book, servizi bancari e di trasporto – rispettino criteri di accessibilità funzionale. In pratica: dovranno essere percepibili, utilizzabili, comprensibili e robusti per tutti, comprese le persone con disabilità, entro il 28 giugno di quest’anno; non sono previsti periodi di tolleranza. Le sanzioni variano da Paese a Paese e vanno dall’oscuramento del servizio fino a multe salate (in Italia fino al 5% del fatturato annuo).

Un esempio: i non vedenti navigano i siti web grazie a software chiamati „screen reader“ che leggono a voce alta il testo e descrivono gli elementi visivi; è quindi indispensabile che le immagini siano state caricate con descrizioni alternative (alt text) che gli screen reader possano leggere. Indicazioni come questa, ispirazione della nuova legge, si rifanno alle linee guida WCAG 2.1 (Web Content Accessibility Guidelines), standard internazionale per rendere il Web accessibile anche ai portatori di disabilità visiva, auditiva, cognitiva, o motoria. Sono state sviluppate dal World Wide Web Consortium (W3C), organizzazione non governativa internazionale fondata da Tim Berners-Lee per valorizzare e diffondere le potenzialità del Web.

La situazione in Svizzera

Attualmente, l’Accessibilità dei siti web è un requisito obbligatorio per le istituzioni pubbliche, che sono tenute a riferirsi alle linee guida WCAG; per il settore privato, la situazione è più complessa: le aziende private non possono discriminare i dipendenti o il pubblico, ma non sono tenute ad adottare misure speciali per fornire i propri servizi ai portatori di disabilità.

Anche qui qualcosa sta cambiando: la proposta di modifica della legge sui disabili (LDis) dello scorso dicembre mira a una maggiore inclusività. Secondo l’Ufficio federale di statistica, circa il 21% della popolazione svizzera vive con una forma di disabilità; nella UE, la percentuale sale al 27% ossia un adulto su quattro sopra i 6 anni. La nuova normativa europea potrebbe quindi fungere da ispirazione anche per il Legislatore svizzero: pensiamo al precedente del GDPR, a cui è seguita la nLPD. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che, se un sito web svizzero si rivolge anche a un pubblico Europeo, deve necessariamente essere conforme alla Direttiva EAA.

Cosa significa “accessibile” per un sito web?
Anche in questo caso, ci viene in soccorso la W3C, che stabilisce 4 principi fondamentali: per essere accessibile, un sito web deve essere:

  • Percepibile: il contenuto deve essere presentabile agli utenti, inclusi quelli con disabilità sensoriali (es. testo alternativo per le immagini per non
    vedenti, netto contrasto tra colore dei caratteri e colore dello sfondo per gli ipovedenti, ecc.).
  • Utilizzabile: i componenti e la navigazione devono essere utilizzabili da tutti, indipendentemente dalle capacità motorie o cognitive.
  • Comprensibile: il contenuto deve essere chiaro e facile da comprendere, con un linguaggio semplice e una struttura logica.
  • Robusto: il contenuto deve essere interpretabile correttamente da diversi strumenti (browser, screen reader, ecc.) e tecnologie assistive.

Queste caratteristiche migliorano il rendimento del sito. E non solo agli occhi degli utenti.

Accessibilità e SEO: un binomio vincente

Ecco 5 punti da seguire per rendere il proprio sito web più accessibile:

  1. Condurre un audit di accessibilità: valutare lo stato attuale del sito rispetto alle linee guida WCAG 2.1.
  2. Implementare miglioramenti tecnici: apportare le modifiche necessarie alla struttura e ai contenuti per garantire l’accessibilità.
  3. Integrare strumenti per migliorare la navigazione, come widget che permettono agli utenti di personalizzare la fruizione del sito (es. navigazione da mobile con una sola mano).
  4. Cambiare i processi consolidati nelle attività continuative, come la pubblicazione di postblog (es. curare l’impostazione di testi e metatesti);
  5. Formare il personale: assicurarsi che designer, sviluppatori e content editor siano consapevoli delle best practice in materia di accessibilità, in modo da remare tutti nella stessa direzione.

Un punto di svolta

L’entrata in vigore dell’European Accessibility Act rappresenta un momento cruciale per le aziende svizzere. Adeguarsi agli standard di accessibilità non è solo una questione di conformità legale, ma un’opportunità per migliorare la propria presenza online, raggiungere un pubblico più ampio e dimostrare un impegno verso l’inclusività. Investire nell’accessibilità oggi significa prepararsi a un futuro digitale più equo.


Articolo a cura di Manuela Cuadrado, Account Manager Breva Digital Communication Sagl

Pensionamento flessibile nel regime del 1° pilastro

La riforma dell’AVS 21, che è entrata in vigore il 1° gennaio 2024, prevede una maggiore flessibilità nel pensionamento. Ad esempio, il termine “età pensionabile” è stato sostituito da “età di riferimento”, per designare il momento in cui gli assicurati possono richiedere la rendita di  vecchiaia senza essere soggetti a una riduzione per il pensionamento anticipato o a un supplemento per il differimento

Data la complessità della materia e le numerose specificità ed eccezioni, la presente scheda fornisce una panoramica delle nuove possibilità offerte dal primo pilastro, tenendo presente che il primo pilastro è solo uno dei fattori che entrano in gioco nel determinare le risorse disponibili al momento del pensionamento.

Pensionamento all’età di riferimento

L’età pensionabile di riferimento sarà gradualmente innalzata da 64 a 65 anni per le donne, con misure di compensazione per le donne nate tra il 1961 e il 1969. Queste possono assumere varie forme, tra cui prestazioni pensionistiche migliori in determinate situazioni, non soggette al massimale per le donne sposate. Tutti i futuri pensionati devono presentare una richiesta al fondo di compensazione competente alcuni mesi prima del raggiungimento dell’età di riferimento per attivare il pagamento della pensione.

Pensionamento anticipato

  • Anticipo totale
    È ora possibile percepire la pensione in anticipo a partire dal primo giorno del mese successivo al compimento del 63° anno di età. È possibile scegliere di percepire la pensione in anticipo, per intero o in parte. In questo caso, la pensione viene calcolata in modo normale, tenendo presente che la pensione anticipata è generalmente parziale, in assenza di un periodo completo di contributi. L’importo della pensione così calcolato viene poi ridotto di una percentuale che dipende dalla durata del periodo di prepensionamento. Durante il periodo di prepensionamento è necessario continuare a versare i contributi AVS, se necessario, come persona non attiva.
  • Anticipo parziale
    È ora possibile percepire tra il 20% e l’80% della pensione di vecchiaia prima di raggiungere l’età di riferimento. Durante il periodo di anticipazione, è possibile aumentare una volta la percentuale anticipata. In questo caso, il calcolo viene effettuato come per il prelievo anticipato completo.
  • Fine dell’anticipazione
    Al raggiungimento dell’età di riferimento, viene calcolata la pensione di vecchiaia definitiva, tenendo conto dei contributi versati durante il periodo di prepensionamento. Una volta stabilito l’importo della pensione, questo viene ridotto in base alla durata del periodo di pensionamento anticipato.
    Al momento del decesso dell’assicurato che ha versato la pensione anticipata, la pensione della vedova, del vedovo o dell’orfano che gli succede non viene ridotta.

Rinvio del pensionamento

  • Rinvio totale
    Chi raggiunge l’età di riferimento può differire la riscossione della pensione di vecchiaia da uno a cinque anni. Ciò consente di ricevere una pensione di vecchiaia maggiorata, a seconda della durata del differimento. Il meccanismo è quindi inverso a quello dell’anticipazione. Il differimento non può essere inferiore a un anno. Nel caso di assicurati coniugati, l’aumento legato al differimento non è influenzato dal massimale della pensione. Il differimento può riguardare la totalità o una parte della pensione, senza che sia necessario stabilire in anticipo la durata del differimento. Dopo un anno di differimento, è possibile revocarlo, in tutto o in parte, e ottenere il pagamento della pensione a partire dal mese successivo alla revoca. Tuttavia, il differimento non è possibile se l’assicurato percepisce una pensione di invalidità totale o un’indennità di frequenza.
  • Rinvio parziale
    Il differimento può riguardare solo una parte della pensione, dal 20% all’80% della stessa. Questa percentuale può essere ridotta una volta durante il periodo di differimento, ma non aumentata. Se una parte della pensione è stata anticipata, è possibile differire solo il saldo.
  • Fine del rinvio
    Il differimento termina quando l’assicurato revoca la rendita. La revoca si considera avvenuta anche quando è trascorso il periodo massimo di cinque anni, precisando che l’assicurato deve richiedere espressamente il pagamento della pensione. Anche la concessione di un assegno di invalidità o il decesso dell’assicurato pone fine al differimento. Le pensioni di reversibilità che seguono una pensione di vecchiaia differita non vengono aumentate.

Fonte: CVCI, Demain, agosto/settembre 2024. Traduzione ed adattamento: Cc-Ti