Va incrementata la cultura della verifica

Le truffe basate sull’AI stanno aumentando: come proteggere l’azienda e il proprio business prima di diventarne vittime.

L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui le imprese lavorano e comunicano. Tuttavia, la stessa tecnologia che permette a una piccola o media impresa di automatizzare processi, scrivere contenuti, analizzare dati e servire meglio i clienti viene oggi utilizzata anche dai criminali informatici. Le truffe non sono più soltanto email piene di errori grammaticali o messaggi sospetti facilmente riconoscibili: grazie all’AI, diventano più credibili, personalizzate, rapide e difficili da individuare. L’uso dell’AI in frodi, phishing, deepfake e impersonificazioni aziendali è ormai una minaccia concreta per imprese di ogni dimensione.

Per le PMI, il rischio è particolarmente serio perché spesso dispongono di risorse limitate, team ridotti e procedure meno formalizzate rispetto alle grandi aziende. Un collaboratore amministrativo che riceve una falsa email dal “direttore”, un responsabile pagamenti che riceve una telefonata con voce clonata, o un venditore che clicca su un link inviato da un falso cliente possono causare danni economici, reputazionali e operativi rilevanti. Le frodi quali l’impersonificazione di dirigenti, fornitori o partner tramite email, sono già tra le minacce più costose per le aziende; gli esperti di cybersicurezza segnalano casi di false fatture, richieste urgenti di bonifico e modifiche fraudolente delle coordinate bancarie.

L’aspetto più insidioso è che l’AI rende queste truffe molto più convincenti. Un criminale può generare email perfette nella lingua della vittima, imitare il tono di un manager, creare un sito falso quasi identico a quello di un fornitore o persino clonare una voce da pochi secondi di audio disponibili online. I deepfake audio e video permettono di simulare una riunione, una telefonata o un messaggio vocale di una persona conosciuta, inducendo i dipendenti ad agire con urgenza.

Un altro fronte in rapida crescita è quello delle truffe sui social media e sulle piattaforme di messaggistica. I criminali possono raccogliere informazioni pubbliche su LinkedIn, Facebook, Instagram o siti aziendali per creare messaggi altamente personalizzati: conoscono nomi, ruoli, relazioni commerciali, eventi aziendali e perfino abitudini comunicative.

Oltre alla consueta (ed importantissima) predisposizione di difese tecnologiche e relative alla sicurezza (infrastruttura, hardware, software, ecc.), alla formazione del personale e ad una strutturazione processuale ed organizzativa efficiente, vogliamo qui attirare l’attenzione sull’esigenza di creare una cultura della verifica. Elemento centrale del pensiero critico, la verifica delle fonti comporta il processo di accertamento dell’attendibilità di un’informazione. Consiste nel consultare fonti primarie, incrociare i dati, valutare l’autore dell’articolo e verificare l’autenticità di immagini e video.

Promuovere questa cultura significa responsabilizzare le persone, aiutandole a riconoscere i segnali di una possibile manipolazione prima ancora di reagire al contenuto di una richiesta. In un contesto in cui l’intelligenza artificiale consente di rendere sempre più convincente ciò che è falso, la capacità di verificare diventa una competenza strategica tanto quanto quella di utilizzare gli strumenti digitali.

Le truffe basate sull’intelligenza artificiale stanno aumentando, non attaccano solo i computer, attaccano la fiducia, l’urgenza e l’abitudine delle persone.

Davanti a situazioni simili, in un’azienda ci si dovrebbe chiedere: “questa richiesta è normale, verificabile e coerente con le nostre procedure?”

Se la risposta è negativa, è opportuno fermarsi, effettuare ulteriori verifiche e segnalare la situazione. Le frodi alimentate dall’AI funzionano proprio perché sfruttano la pressione del tempo e una fiducia artificiosamente costruita. La migliore difesa consiste nel rallentare il processo decisionale nei momenti critici, soprattutto quando sono coinvolti pagamenti, accessi informatici, dati sensibili o modifiche delle coordinate bancarie.

In un mondo sempre più digitale, la tecnologia resta fondamentale, ma il primo e più efficace strumento di difesa continua a essere il giudizio critico delle persone.


Parleremo di queste e altre tematiche relative alla sicurezza informatica per le aziende nel ciclo di eventi organizzate con la partnership della Polizia Cantonale “Sicurezza informatica in ambito lavorativo“. I prossimi appuntamenti sono previsti:
22 settembre 2026, Spazi Cc-Ti, Lugano
30 ottobre 2026, Hotel Belvedere Locarno, Locarno – in collaborazione con Hotel Belvedere Locarno e SCIA

Altri approfondimenti

Formazione: Project management – una competenza strategica per le imprese

Il project management è oggi una competenza essenziale per le organizzazioni che vogliono affrontare cambiamento, innovazione e complessità senza perdere capacità di governo. Non riguarda soltanto tempi, costi e attività, ma il modo in cui un’azienda trasforma un’idea in risultato, coordina persone, prende decisioni e crea valore.

Il percorso “Esperto in project management con certificazione” – organizzato dalla Cc-Ti in collaborazione con l’Associazione Project Management Svizzera – e giunto alla seconda edizione, nasce da questa esigenza: offrire una preparazione concreta, strutturata e orientata all’applicazione. Il corso aiuta i partecipanti a leggere il progetto nella sua interezza: obiettivi, stakeholder, ambito, pianificazione, qualità, rischi, opportunità, comunicazione, leadership, cambiamento e valore per l’organizzazione.

La rilevanza di queste competenze è confermata dal World Economic Forum. Nel Future of Jobs Report 2025, il WEF evidenzia che entro il 2030 il lavoro sarà trasformato da tecnologia, transizione verde, cambiamenti demografici, AI, frammentazione geoeconomica e incertezza. Il rapporto prevede un saldo netto positivo di 78 milioni di posti di lavoro e indica i Project Manager tra le categorie professionali che contribuiranno alla crescita occupazionale netta.

In questo scenario, le imprese hanno bisogno di professionisti capaci di guidare iniziative, coordinare risorse e trasformare investimenti in risultati. Ogni organizzazione realizza progetti — digitalizzazione, nuovi prodotti, riorganizzazioni, sostenibilità — e senza metodo questi progetti disperdono energie. Con competenza, diventano leve di crescita.

Il corso si fonda su un’impostazione coerente con la famiglia ISO 21500 / ISO 21502, riferimento internazionale per ruoli, responsabilità e pratiche di project management. Questo allineamento valorizza un profilo professionale riconoscibile e spendibile in contesti internazionali, anche grazie all’adesione al sistema di mutuo riconoscimento Global ACI — cui aderisce anche lo Swiss Accreditation Service.

Il percorso si conclude con una certificazione delle competenze riconosciuta a livello internazionale. Non è soltanto un titolo: è uno strumento che rende visibile e verificabile la preparazione del Project Manager e che offre alle aziende la garanzia di poter contare su figure capaci di operare con metodo, autonomia e responsabilità.

Per il tessuto economico ticinese, investire in project management significa rafforzare una competenza trasversale oggi sempre più richiesta. Significa formare professionisti capaci di portare ordine dove c’è complessità, metodo dove c’è dispersione e valore dove c’è investimento. È una scelta che rafforza competenze, maturità organizzativa e capacità del territorio di affrontare le sfide future.

Il prossimo corso inizierà nel settembre 2026, abbiamo ancora posti a disposizione. Info e iscrizioni

(Articolo a cura di Antonio Bassi, Prof., Presidente Associazione Project Management Svizzera)


Le testimonianze dei corsisti della prima edizione

Sono davvero molto soddisfatta che in Ticino ci sia la possibilità di seguire un corso strutturato e qualificante in project management. Il corso proposto dalla Camera di Commercio risponde, infatti, molto bene alle mie esigenze lavorative e di crescita professionale, perché offre una base tecnica solida e concreta che si può mettere subito in pratica. Già dopo poche lezioni mi ha permesso, infatti, di acquisire maggiore consapevolezza e sicurezza e di guardare ai progetti di cui mi occupo con un approccio più ordinato e consapevole. Nel lavoro di tutti i giorni spesso si tende a dare per scontati molti aspetti gestionali e si pensa di “saper fare” project management (almeno io lo pensavo!). In realtà ho capito quanto siano fondamentali metodologie, strumenti e competenze precise, che non si possono improvvisare. Il fatto che le lezioni si svolgano in remoto è un grande vantaggio, perché mi consente di conciliare lo studio con il lavoro e la famiglia senza rinunciare alla qualità della formazione. Anche se si può perdere parte del lavoro di gruppo in presenza, il numero ridotto di partecipanti permette comunque una buona interazione a distanza. L’impegno richiesto è sicuramente elevato e, proprio per questo, credo che seguire con costanza le lezioni sia fondamentale.
Claudia Pugni, Stellantis

Ho deciso di intraprendere il percorso di “Esperto in project management con certificazione” con l’obiettivo di acquisire strumenti concreti per gestire in modo più strutturato ed efficace i progetti che sto sviluppando. Provenendo da un contesto fortemente operativo e orientato alla crescita, sentivo l’esigenza di rafforzare le mie competenze nella pianificazione, nella gestione delle risorse, nell’analisi dei rischi e nel controllo strategico dei processi. Le competenze apprese durante il corso stanno già avendo un impatto concreto sul mio approccio manageriale, migliorando la capacità di organizzare obiettivi, tempistiche, budget e coordinamento dei collaboratori. Ritengo che oggi, soprattutto per un professionista/imprenditore, saper gestire progetti in maniera professionale rappresenti un vantaggio competitivo fondamentale. Dal punto di vista formativo, l’esperienza si sta rivelando estremamente stimolante e di alto valore. Oltre alla qualità dei contenuti trattati, sto apprezzando molto il confronto con docenti e professionisti provenienti da settori diversi, che arricchisce ulteriormente il percorso con casi pratici e visioni differenti. È un’esperienza che consiglio a chiunque voglia sviluppare una mentalità più strategica, organizzata e orientata ai risultati.
Riccardo Lauria

Ho deciso di iscrivermi a questo corso di Project Manager mossa dal desiderio di portare un cambiamento concreto all’interno della piccola ONG per cui lavoro. Il mio obiettivo principale è rendere la nostra organizzazione più efficiente e strutturata, ottimizzando le risorse e i tempi per massimizzare l’impatto dei nostri progetti sociali. Le mie aspettative sono state pienamente soddisfatte, se non superate: il corso è estremamente ben strutturato e approfondisce ogni argomento con grande cura. Un valore aggiunto fondamentale è rappresentato da Antonio Bassi, un docente eccellente capace di trasmettere competenze complesse in modo chiaro e stimolante. Sono certa che gli strumenti acquisiti mi permetteranno di gestire i flussi di lavoro in modo molto più professionale ed efficace.
Dr Scilla Roncallo, Little Scientists

Costruire competenze per domani

Lo sviluppo di azioni e misure a sostegno della formazione professionale di base, della formazione continua e dell’orientamento scolastico e professionale, insieme alla promozione delle professioni in tutti i settori economici e al supporto alle associazioni di categoria affiliate, rappresenta uno degli ambiti di attività
della Cc-Ti.

L’obiettivo è rispondere in modo concreto al crescente fabbisogno di manodopera qualificata e garantire alle aziende la disponibilità di figure professionali specializzate.

La formazione e l’orientamento professionale rivestono un ruolo fondamentale per la competitività e il successo dell’economia ticinese e svizzera. Da sempre sosteniamo che la formazione professionale costituisce una preziosa fonte di competenze e prospettive diversificate, risorse essenziali per il nostro Paese.
L’interazione tra il mondo economico e quello scolastico è imprescindibile. La Cc-Ti promuove da tempo un dialogo costante e costruttivo tra questi due ambiti, favorendo una conoscenza reciproca più approfondita e la costruzione di relazioni solide e durature.
Questo scambio rappresenta un fattore determinante per lo sviluppo economico del Cantone ed il benessere della società, che rimane una delle nostre priorità.

In tale contesto, merita particolare attenzione il sostegno al progetto LIFT, attivo con successo in 15 scuole medie ticinesi (dati 2026). La transizione tra la scuola dell’obbligo e la formazione professionale è infatti un momento delicato. Per agevolare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, LIFT propone un percorso per gli studenti di terza e quarta media che prevede esperienze di stage in azienda, correlati da un percorso di accompagnamento mirato con moduli su diversi temi svolti in classe durante l’anno scolastico.

Fin dalla sua introduzione in Ticino nel 2013, il progetto ha saputo creare un ponte concreto tra scuola e imprese, motivo per cui la Cc-Ti ha scelto di sostenerlo con convinzione. Abbiamo aderito al plenum direttivo, assumendo il ruolo di collegamento tra i due ambiti, facilitando l’individuazione di posti di stage e promuovendo l’iniziativa attraverso attività mirate e relazioni istituzionali (www.progetto-lift.ch).

La Cc-Ti continua a sostenere il progetto, contribuendo alla sua diffusione e valorizzando fin da subito l’ambizione dei giovani che poi entreranno nel mondo del lavoro.

Oltre la ‘Great Resignation’: la formazione che trattiene i talenti

La formazione continua svolge un ruolo fondamentale sia dal punto di vista dei collaboratori — in termini di successo professionale e partecipazione attiva al processo lavorativo — sia da quello delle aziende, che ne traggono benefici in termini di produttività, competitività, innovazione e pianificazione della successione.

Inoltre, la formazione rappresenta uno strumento essenziale anche nell’ambito della gestione del rischio. Per Risk Management, o Gestione del rischio, si intende l’insieme di azioni e attività che un’azienda mette in atto per identificare i rischi e sviluppare strategie utili a mitigarli e controllarli.

Il rischio è un elemento intrinseco alla vita aziendale e dipende da molteplici fattori, sia interni sia esterni. Un’efficace attività di gestione del rischio consente di affrontarlo in modo strutturato, salvaguardando l’organizzazione e permettendole di continuare a generare valore.

Il Risk Management coinvolge tutti i processi aziendali e, per essere davvero efficace, deve essere integrato nella cultura organizzativa, diventando parte integrante del modo di operare dell’impresa.

Un’azienda, inoltre, deve essere in grado di rispecchiare al proprio interno l’architettura, la cultura e la diversità dei mercati in cui opera.

Da un’indagine condotta dal Politecnico di Milano in collaborazione con Doxa, su un campione di 800 lavoratori e 100 aziende, e recentemente ripresa anche da ‘Il Sole 24 Ore’, emerge che il 41% dei lavoratori che hanno lasciato il proprio impiego negli ultimi 12 mesi — pari all’11% del campione totale — si dichiara oggi insoddisfatto della nuova esperienza professionale.

In altre parole, il rischio di passare dalla Great Resignation” alla “Great Regret” è tutt’altro che remoto.

In questo contesto, la formazione continua non è solo uno strumento di crescita, ma anche una leva strategica per trattenere i talenti, accompagnare i collaboratori nei cambiamenti e ridurre il rischio di scelte professionali poco consapevoli.

Quante volte ci si ritrova a desiderare un cambiamento professionale, a immaginare un nuovo lavoro o una carriera più in linea con le proprie aspirazioni? Il desiderio di cambiare è molto diffuso, ma spesso si scontra con la paura dell’ignoto o con l’assenza di un progetto concreto.

Eppure, un cambiamento di carriera può rappresentare un’opportunità straordinaria di crescita, sia personale sia professionale, permettendo di raggiungere nuovi obiettivi e trovare una maggiore soddisfazione nel proprio percorso lavorativo.

Esistono strumenti e guide che aiutano a individuare i passi da seguire: comprendere le proprie motivazioni, scegliere una nuova direzione professionale, affrontare dubbi e timori e costruire un piano d’azione efficace. Allo stesso tempo, è fondamentale mantenere alta la motivazione durante tutto il percorso di transizione.

Sognare di cambiare lavoro, in fondo, è il primo passo verso una svolta significativa. Questo desiderio può nascere da molte ragioni: la ricerca di una maggiore soddisfazione, il bisogno di un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro o la volontà di seguire una vera passione.

La domanda da porsi è quindi: qual è il motivo principale che spinge a voler cambiare lavoro?

Una volta chiarite le motivazioni, è possibile iniziare a trasformare il desiderio in un obiettivo concreto. Questo processo richiede impegno, determinazione e un piano ben strutturato.

Formarsi con la Cc-Ti

L’offerta formativa della Cc-Ti, in particolare nell’ambito dei corsi di lunga durata, è stata introdotta e progressivamente ampliata sulla base delle esigenze espresse dalle aziende e dalle associazioni di categoria affiliate.

Attualmente, essa comprende quattro aree formative, che consentono di conseguire attestati federali, CAS (Certificate of Advanced Studies) e certificati rilasciati dalla stessa Cc-Ti:

  • Specialista della gestione PMI con attestato federale

Questo corso puntuale è destinato a coloro che desiderano acquisire le competenze per assumere la posizione di quadro in una PMI.  Il corso è erogato in collaborazione con l’Istituto svizzero per la formazione dei capi azienda (SIU) di Zurigo.
I partecipanti ampliano le loro conoscenze grazie ad aggiornamenti e approfondimenti, dopo ogni lezione viene consegnato l’incarico di applicare quanto appreso nella propria realtà lavorativa.

Nuova edizione del corso in partenza a settembre 2026. Per dettagli e informazioni
  • Specialista in commercio estero con attestato professionale federale

La formazione come Specialista in commercio estero apre nuove opportunità di carriera. L’attestato federale di capacità offre un trampolino di lancio in questo settore, ed è destinata agli impiegati export, import, commercio internazionale, spedizioni e acquisti, nonché ai commercianti, diplomati di scuole universitarie professionali, professionisti del settore bancario e a tutte le persone coinvolte nella lavorazione e nella vendita delle esportazioni, indipendentemente dal settore.

Il corso viene erogato dalla Cc-Ti in collaborazione con SSIB – Swiss School for International Business.

Nuova edizione del corso in partenza a ottobre 2026. Per dettagli e informazioni
  • CAS – Certificate in Advanced Studies “Supply Chain Management”

Il corso è stato elaborato con la SUPSI – Dipartimento di tecnologie innovative e Spedlogswiss Ticino. La Supply Chain riguarda tutte le fasi che un prodotto attraversa dall’identificazione dei bisogni di mercato alla sua produzione alla vendita. Un ostacolo complesso da gestire è l’interruzione delle forniture che ha messo in crisi la Supply chain di molte aziende del comparto manufatturiero. Le molteplici emergenze sono un segnale di crisi del modello produttivo degli ultimi anni.

Il percorso formativo permetterà ai partecipanti di poter allestire un buon piano aziendale che deve prevedere diversi scenari di rischio e, per quanto riguarda la supply chain, avere cura di identificare e gestire le risorse in modo appropriato.

Nuova edizione del corso in partenza a settembre 2026. Per dettagli e informazioni
  • Esperto in project management con certificazione

La gestione dei progetti è diventata un pilastro fondamentale per il successo lo sviluppo delle organizzazioni. Il corso mira a fornire una preparazione strutturata riconosciuta virgola in linea con gli standard internazionali per formare professionisti in grado di affrontare con competenza e visione le sfide del Project Management contemporaneo punto il corso viene offerto in collaborazione con l’Associazione Project Management Svizzera (APMS).

Nuova edizione del corso in partenza a settembre 2026. Per dettagli e informazioni

I prossimi milionari? Elettricisti, idraulici e carpentieri

La formazione professionale è LA scommessa sul piano strategico.

Michele Merazzi, COO Cc-Ti

«La prossima generazione di milionari sarà fatta di elettricisti, idraulici e carpentieri».

La provocazione – recentemente attribuita al CEO di Nvidia, Jensen Huang, una delle figure di riferimento globali nel campo dell’intelligenza artificiale – coglie una verità che il nostro sistema conosce e sottolinea da tempo: il futuro appartiene alle competenze.

Non si tratta solo di una frase ad effetto. Huang ha, più volte, sottolineato come la corsa all’intelligenza artificiale rappresenti una delle più grandi opere di costruzione infrastrutturale della storia: data center, sistemi energetici, impianti di raffreddamento e reti esigono una quantità enorme di competenze tecniche.

Dietro l’innovazione digitale più avanzata, cresce quindi la domanda concreta di professionisti qualificati, capaci di costruire e mantenere queste “fabbriche di intelligenza artificiale”.

È proprio questo apparente paradosso a far riflettere: l’intelligenza artificiale porterà cambiamenti profondi ed epocali nel mondo del lavoro, ma proprio i mestieri dell’artigianato qualificato, pur evolvendo anch’essi verso standard sempre più avanzati, resteranno fondamentali e insostituibili per sostenere questa trasformazione.

In qualità di COO della Cc-Ti e, soprattutto, di rappresentante del nostro Cantone nel Consiglio di fondazione degli SwissSkills, sono un osservatore privilegiato di quanto la formazione professionale sia oggi una leva decisiva per la competitività economica e la coesione sociale.

Gli SwissSkills ne sono la manifestazione più concreta. A Berna, per cinque giorni, tutto questo diventa esperienza viva: oltre 120’000 visitatori, 150 professioni e 74 associazioni di categoria coinvolte in una vera e propria “festa delle competenze”.

Ma ciò che colpisce, al di là dei numeri, è il sistema che rende possibile tutto questo: una collaborazione efficace tra scuola, istituzioni e mondo economico. In questo modello, le associazioni di categoria e le imprese formatrici svolgono un ruolo essenziale.

Desidero sottolinearlo con convinzione: la forza della formazione professionale svizzera nasce proprio dall’impegno delle associazioni e delle aziende, che investono ogni giorno nella trasmissione delle competenze e nella crescita dei nostri giovani.

Gli SwissSkills simboleggiano il risultato concreto di questo lavoro spesso silenzioso ma di primaria importanza.

C’è un messaggio che considero cruciale: l’apprendistato è una scelta di valore, non una scelta di ripiego. Il nostro sistema offre percorsi differenziati, aperti e di qualità, che permettono, grazie alle passerelle, di arrivare fino agli studi superiori partendo da una formazione pratica. È un modello moderno, inclusivo e orientato proprio al merito.

Agli SwissSkills tutto questo diventa tangibile. Si percepisce l’entusiasmo dei giovani, la passione dei formatori, l’orgoglio degli imprenditori. In un tempo in cui molti ragazzi affrontano incertezze e difficoltà nel definire il proprio futuro, questa manifestazione equivale a una vera chiave di volta: motivazione, fiducia, direzione, futuro.

Per il Ticino, la partecipazione è motivo di orgoglio e impegno. I nostri giovani, le nostre aziende e i nostri esperti dimostrano, in ogni occasione, di essere all’altezza della sfida, valorizzando, allo stesso tempo, il nostro territorio all’interno di un progetto nazionale.

Guardando agli SwissSkills 2027, la sfida è chiara: rafforzare ulteriormente questa dinamica, coinvolgere sempre più talenti e consolidare la collaborazione tra scuola, orientamento e mondo economico. Una collaborazione che deve essere continua, strutturata e orientata al futuro.

Come Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del cantone Ticino siamo un attore attivo di questo processo: ascoltare l’economia attraverso le diverse associazioni di categoria, alle quali va il mio sincero apprezzamento per l’impegno quotidiano e concreto a favore della formazione, valorizzare le professioni e contribuire a creare le condizioni perché ogni giovane possa trovare la propria strada mettendo in risalto le proprie abilità e sostenere in modo fattuale la forza del nostro Paese.

Perché investire nelle competenze significa investire nel futuro del nostro Cantone. E perché, oggi più che mai, il talento ha bisogno di essere riconosciuto, accompagnato e messo nelle condizioni di esprimersi.


Si può parlare di etica nell’uso dell’Intelligenza Artificiale (IA)?

La risposta è sì. Esiste infatti un ambito specifico, noto come etica dell’IA, che studia le implicazioni economiche, sociali e culturali dei sistemi di intelligenza artificiale, con l’obiettivo di massimizzarne i benefici e ridurne i rischi. Tra i temi centrali rientrano la responsabilità, la riservatezza dei dati, l’equità, la trasparenza, la spiegabilità e l’inclusione, oltre alla prevenzione di usi impropri della tecnologia.

Un po’ di storia

Con la crescita esponenziale dei dati disponibili, Big Data, e delle capacità computazionali, come le moderne unità di elaborazione (GPU), molte organizzazioni hanno iniziato ad automatizzare processi decisionali basandosi sull’estrazione delle informazioni presenti nei dati grazie all’uso di modelli di IA. L’obiettivo è quello di migliorare l’efficienza e i risultati nell’azienda.

Tuttavia, l’adozione su larga scala di questi sistemi ha evidenziato criticità non sempre prevedibili in fase di progettazione e sviluppo. In molti casi, alcuni problemi sono emersi solo a posteriori, quando i sistemi sono stati messi in produzione e applicati a contesti reali. Un problema rilevante riguarda i dati distorti, in termine tecnico “bias”.  Un esempio molto noto è quello del sistema di screening dei CV sviluppato da Amazon. Nel 2018 era infatti emerso che il modello penalizzava automaticamente le candidature femminili, poiché addestrato su dati storici che riflettevano prevalentemente le scelte passate effettuate dai recruiter di Amazon che prediligevano i candidati uomini. Infatti, i sistemi di IA apprendono da informazioni storiche: se queste contengono distorsioni, anche i risultati tenderanno a rifletterle. L’IA non crea necessariamente nuovi pregiudizi, ma amplifica e “industrializza” quelli esistenti nei dati. Ciò può tradursi in decisioni discriminatorie, non solo nei processi automatizzati di selezione del personale, ma anche in contesti come la valutazione dell’accesso a un credito bancario o come la valutazione del rischio per un’assicurazione.

Un altro esempio chiaro sono i moderni modelli linguistici (LLM), come i chatbot conversazionali, che riflettono prevalentemente prospettive culturali occidentali (“western-centric”), poiché addestrati principalmente su contenuti disponibili online in lingua inglese e provenienti da contesti occidentali. Nel “Human Development Report 2025” delle Nazioni Unite viene evidenziato come l’IA rischi di rafforzare squilibri culturali e sociali già esistenti, soprattutto quando i dati utilizzati per l’addestramento non rappresentano adeguatamente la diversità linguistica, culturale e geografica globale.

È proprio a partire da criticità come queste che la necessità di definire linee guida e standard condivisi per uno sviluppo più responsabile è diventata sempre più evidente.

Principali attori in campo di Etica dell’AI

Negli ultimi anni, comunità scientifiche, istituzioni e aziende hanno lavorato alla definizione di principi etici per l’IA.

In Europa, un ruolo centrale è svolto dalla Commissione europea attraverso gruppi di esperti che hanno elaborato il concetto di “Intelligenza Artificiale Affidabile” (Trustworthy AI). Queste linee guida si basano su requisiti fondamentali come sicurezza, rispetto della riservatezza e protezione dei dati, trasparenza e supervisione umana.

A livello normativo, l’Unione Europea ha inoltre introdotto l’AI Act. In vigore dall’agosto 2024, rappresenta un quadro regolatorio che classifica i sistemi di IA in base al livello di rischio e stabilisce obblighi più stringenti per quelli ad alto impatto. L’approccio europeo è quindi orientato alla tutela dei diritti fondamentali e alla prevenzione dei rischi.

Anche la Svizzera sta progressivamente definendo il proprio approccio regolatorio all’Intelligenza Artificiale. Pur non avendo ancora introdotto una normativa equivalente all’AI Act europeo, ma prevista entro la fine del 2026, diverse autorità federali stanno lavorando su linee guida e principi di governance. In particolare, la FINMA ha già pubblicato indicazioni rivolte al settore finanziario sui rischi legati all’utilizzo dell’IA, con attenzione specifica alla gestione dei dati, alla trasparenza dei modelli e alla supervisione umana. L’approccio svizzero punta attualmente a bilanciare innovazione, competitività e tutela dei diritti fondamentali.

In Svizzera stanno inoltre emergendo iniziative concrete orientate a un utilizzo affidabile e controllato dell’IA. Un esempio è Apertus, il sistema di traduzione sviluppato per il Cantone Ticino, progettato per garantire maggiore riservatezza dei dati e un’infrastruttura gestita localmente (“on-premise”). Il progetto coinvolge realtà accademiche e tecnologiche svizzere come ETH Zürich, EPFL, CSCS e Artificialy SA, con l’obiettivo di sviluppare soluzioni di IA affidabili, trasparenti e coerenti con i requisiti di protezione dei dati e sovranità digitale.

Al di fuori dell’Europa, gli approcci risultano differenti. Negli Stati Uniti non esiste ancora una normativa federale unica paragonabile all’AI Act: il modello americano rimane più frammentato e orientato a favorire innovazione e competitività. In Cina, invece, il ruolo dello Stato è molto più centrale nella definizione e nell’applicazione di regole, con un approccio focalizzato sulla stabilità sociale e sul controllo dei sistemi tecnologici.

Queste differenze evidenziano come l’etica dell’IA non sia un concetto universale e immutabile, ma risenta dei contesti culturali, politici e normativi.

I rischi principali

Oltre ai dati distorti che generano risultati distorti, uno dei temi più sensibili è la riservatezza dei dati. In molti casi, soprattutto utilizzando piattaforme pubbliche online, i dati inseriti dagli utenti, talvolta personali o sensibili, vengono utilizzati per l’addestramento dei modelli di IA. Questo significa che informazioni aziendali, documenti interni o dati personali potrebbero essere memorizzati ed eventualmente riemergere nei contenuti generati dal sistema, con potenziali rischi di diffusione non autorizzata. Quest’ultimo rappresenta un rischio che riguarda i modelli linguistici generativi (LLM), che crea potenziali criticità non solo dal punto di vista della privacy, ma anche della proprietà intellettuale e della riservatezza aziendale. Per questo motivo, molte aziende stanno introducendo framework di governance interna e regole precise sull’utilizzo degli strumenti di IA generativa. In Svizzera, inoltre, l’inserimento di dati personali di terzi in piattaforme non autorizzate può comportare problematiche di conformità rispetto alla Legge federale sulla protezione dei dati (LPD).

Un altro rischio, molto connesso alla riservatezza dei dati, riguarda la mancanza di trasparenza.  Molti modelli funzionano come “scatole nere”, rendendo difficile comprendere come vengano prese determinate decisioni e quali siano i dati maggiormente rilevanti per il modello. Questo limita la possibilità di aggiustarli e al tempo stesso migliorarli.

Infine, è importante ricordare che l’Intelligenza Artificiale può supportare il processo decisionale umano, ma non può sostituirlo. Questo vale in particolare in contesti complessi o eticamente sensibili, dove il giudizio umano, l’esperienza e la capacità di valutare il contesto restano elementi imprescindibili.

Consapevolezza e responsabilità nell’uso quotidiano

Un uso etico dell’IA non è dettato solo da leggi o linee guida, ma anche dalle persone che quotidianamente ne fanno uso. Per questo è fondamentale promuovere consapevolezza e responsabilità. Alcune buone pratiche possono aiutare a ridurre i rischi:

  • Utilizzare strumenti approvati dalla propria organizzazione, evitando l’inserimento di dati sensibili in piattaforme non controllate.
  • Considerare l’IA come uno strumento di supporto, non come un’autorità decisionale.
  • Essere consapevoli dei possibili bias e delle limitazioni dei sistemi.
  • Verificare sempre le informazioni generate, confrontandole con fonti affidabili.

È chiaro che l’Intelligenza Artificiale sta trasformando profondamente il nostro modo di lavorare. Tuttavia, la vera sfida non riguarda solo la particolare tecnologia IA scelta, ma la responsabilità con cui si sceglie non solo di svilupparla, ma anche di utilizzarla. Rendere l’IA più etica significa, prima di tutto, promuoverne un uso consapevole, trasparente e responsabile.


Articolo a cura di Giulia Gualtieri, Senior AI Consultant, Artificialy SA

Gehri: ‘Vitta, bilancio insufficiente. Adesso serve una vera visione’

Nell’intervista di Jacopo Scarinci, pubblicata su laRegione di oggi, 3 giugno 2026, il Presidente della Camera di commercio ringrazia il direttore del Dfe, ‘ma ascoltare non basta’. E sul successore: ‘Non è importante chi, ma cosa farà’.

«Il prossimo capo del Dipartimento finanze ed economia dovrà innanzitutto riportare al centro una vera politica economica: non una gestione dell’ordinario, ma una visione chiara e orientata al medio-lungo termine». A pochi giorni dalla decisione del direttore del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta di non ripresentarsi alle prossime cantonali, il presidente della Camera di commercio Andrea Gehri a colloquio con ‘laRegione’ fa un bilancio della gestione Vitta – «sui risultati concreti il bilancio è insufficiente» – ma, soprattutto, pensa già al futuro e sprona a priori chi prenderà le redini del Dfe: «I cantieri aperti sono noti da tempo, adesso bisogna agire».

Con ordine. Al comitato cantonale Plr di settimana scorsa era presente anche lei e, a Vitta, ha dedicato parole di elogio e ringraziamento. Ma da quando è diventato presidente della Cc-Ti piccona a ritmo regolare il governo su temi anche economici. La verità è nel mezzo?

Non credo ci sia contraddizione, semmai una distinzione netta tra riconoscimento personale e giudizio sui risultati. L’elogio e il ringraziamento al direttore Vitta sono doverosi: in questi anni ha sempre dimostrato attenzione verso i temi economici e il dialogo promosso dalle associazioni è stato ascoltato. Questo è un dato di fatto e va riconosciuto senza ambiguità. Ma ascoltare non basta. Se guardiamo ai risultati concreti, soprattutto su dossier chiave come la promozione del tessuto economico, la costruzione di una vera visione di politica economica a medio-lungo termine e il rafforzamento dell’attrattività del territorio, il bilancio resta insufficiente.

Che legnata.

È mancato il coraggio di scelte incisive e di dotarsi di strumenti davvero efficaci. E questo è il nodo centrale: senza misure forti non si crea valore, non si generano posti di lavoro attrattivi e non si costruisce un tessuto economico di qualità, solido e competitivo. È esattamente ciò di cui il Ticino avrebbe bisogno oggi. Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato ridurre tutto a una questione personale. Le decisioni in materia economica sono il risultato di dinamiche istituzionali più ampie: il governo agisce collegialmente e il direttore del Dfe rappresenta un quinto dell’esecutivo. A ciò si aggiunge il ruolo determinante del parlamento cantonale, che approva, orienta e spesso condiziona le scelte strategiche. Le responsabilità, nei risultati come nelle mancanze, sono quindi chiaramente condivise.

Vitta è noto per la prudenza, lei che vive all’attacco avrebbe desiderato un atteggiamento diverso dal direttore del Dfe?

La troppa prudenza rappresenta talvolta purtroppo un ostacolo per l’evoluzione del Paese, soprattutto nelle istituzioni. Ma quando si parla di politica economica, la prudenza non può diventare immobilismo. E tengo a chiarirlo: non vivo all’attacco per principio; intervengo con decisione quando vedo che il contesto lo richiede e, soprattutto, quando l’economia e gli imprenditori vengono ingiustamente attaccati o denigrati, non riconoscendone il valore per la comunità. In questi anni al Ticino è mancato proprio questo: accanto alla disponibilità al dialogo, che va riconosciuta, sarebbe servita più determinazione nelle scelte. Su dossier cruciali come l’attrattività del territorio, il sostegno concreto alle imprese e, come dicevo, una visione economica a medio-lungo termine, un approccio più coraggioso era non solo auspicabile, ma necessario. Perché è lì che si gioca il futuro: senza scelte incisive e strumenti davvero efficaci non si crea valore, non si generano posti di lavoro attrattivi e non si costruisce un tessuto economico competitivo. E oggi il Ticino non ha bisogno di prudenza: ha bisogno di decisioni.

Ora però si cambierà. Cosa dovrà fare, per lei e per la Camera, il prossimo capo del Dipartimento finanze ed economia? Quali cantieri restano aperti?

Vero, adesso si aprirà una nuova fase e le aspettative, per quanto ci riguarda, sono molto chiare. Il prossimo capo del Dfe dovrà innanzitutto riportare al centro una vera politica economica: non una gestione dell’ordinario, ma una visione chiara e orientata al medio-lungo termine. I cantieri aperti sono noti da tempo. Servono misure concrete per rafforzare l’attrattività del Ticino nei confronti di imprese e imprenditori, una politica attiva di promozione del tessuto economico e condizioni quadro che permettano alle aziende di investire, innovare e crescere. Senza questo, il rischio è di perdere progressivamente competitività. Accanto a ciò, è indispensabile tradurre più rapidamente in atti concreti quanto il mondo economico segnala da anni: meno burocrazia, maggiore prevedibilità e certezza normativa, strumenti più incisivi per sostenere lo sviluppo e la creazione di valore sul territorio. Sono temi che la Cc-Ti porta avanti con coerenza e che continueremo a ribadire anche in futuro. Perché il punto è semplice: senza una politica economica più coraggiosa non si generano valore aggiunto, posti di lavoro qualificati e prospettive attrattive per le nuove generazioni, di cui abbiamo tremendamente bisogno. Infine, va detto con altrettanta chiarezza che anche in questo caso la responsabilità non è di una sola persona. Il capo del Dfe avrà un ruolo importante, ma il successo dipenderà dalla capacità del governo e del Parlamento di assumersi insieme la responsabilità di scelte finalmente incisive.

Basandosi su quali possibili esempi da seguire? E concretamente, oltre alle legnate, quali misure suggerisce per rivitalizzare il Canton Ticino con l’obiettivo di invertire la rotta?

Se guardiamo alla realtà svizzera, gli esempi non mancano. Ci sono Cantoni che hanno dimostrato cosa significa avere una politica economica coerente, coraggiosa e orientata alla crescita. Un caso particolarmente interessante è Lucerna, che partiva da una situazione finanziaria difficile, se non addirittura al collasso, con finanze tese e l’assoluta necessità di risparmio. Una competitività fiscale insufficiente nel contesto della Svizzera centrale, un’economia poco dinamica e poco internazionale che si traduceva chiaramente in scarsa attrattività rispetto ai Cantoni limitrofi. E in circa 15-20 anni è riuscita a ribaltarla grazie a una strategia chiara e coraggiosa. Ha scelto una politica fiscale molto competitiva riducendo in modo importante l’imposizione sulle imprese, accettando anche sacrifici a breve-medio termine per attrarre aziende, contribuenti e capitali. Parallelamente ha investito in innovazione, formazione e qualità delle condizioni quadro, rafforzando settori a maggior valore aggiunto. Oggi raccoglie i frutti di questa impostazione: più competitività, più occupazione qualificata e una base economica più solida, oltre a finanze cantonali migliori. Anche la Svizzera romanda, con Vaud e Ginevra, ha rafforzato negli ultimi anni la propria competitività grazie a politiche attive e a una chiara volontà di attrarre imprese e talenti. Il denominatore comune è evidente: questi territori hanno fatto scelte precise per attrarre aziende, investimenti e competenze. E oggi ne raccolgono i frutti. Il Ticino, al confronto, parte oggi da un posizionamento più fragile rispetto ai Cantoni della Svizzera centrale. Ma questo non è un destino inevitabile: con una politica economica mirata, coerente e coraggiosa può rafforzare la propria attrattività e generare maggiore valore e benessere sul territorio. La vera domanda, quindi, non è cosa fanno gli altri, ma se il Ticino avrà finalmente il coraggio di fare le scelte necessarie per competere davvero.

E in tutto questo, secondo lei il Plr ha ancora sensibilità vicina all’economia, capacità e nomi per mantenere il Dfe? O un cambio sarebbe salutare?

Storicamente il Plr è sempre stato il partito più vicino a un’economia liberale e liberista nelle applicazioni, dove le regolamentazioni devono fungere da volano di crescita e non trasformarsi nella burocrazia soffocante e nell’iper-regolamentazione di cui oggi tutti ne siamo, purtroppo, vittime. Cittadini inclusi, non solo gli imprenditori. Questo resta, a mio avviso, il suo riferimento naturale. Per quanto riguarda i nomi, spetterà alla commissione cerca del partito e ai suoi gremi direttivi identificare, trovare e convincere i profili più adatti. Il tema non è solo “chi”, ma soprattutto “con quale visione”: serve qualcuno capace di portare avanti una vera politica economica da concepire, condividere naturalmente con le associazioni economiche e i partner sociali e che dimostri abilità nel trovare ampie alleanze, senza le quali oggi purtroppo si affonda. Un cambio di dipartimento, viste le contingenze, potrebbe anche essere un’opzione da non scartare. Ma deve essere chiaro un punto: chi assumerà il Dfe dovrà dimostrare attenzione concreta per gli imprenditori e le aziende, che sono i veri creatori di benessere, valore e posti di lavoro sul territorio. E proprio qui sta una delle sfide principali: avere il coraggio di abbattere certe letture ideologiche, purtroppo ancora diffuse, che dipingono gli imprenditori come degli avvoltoi. In Ticino esistono invece molti imprenditori seri, radicati nel territorio, che dimostrano responsabilità, sensibilità e riconoscenza verso la collettività. La politica economica del futuro dovrà partire da qui.


Intervista di Jacopo Scarinci, pubblicata su laRegione di oggi, 3 giugno 2026

“Ti ho scritto un’e-mail”

Tutti connessi, nessuno allineato: quando la comunicazione diventa rumore.

In azienda si comunica oggi più che mai: e-mail, chat, WhatsApp, piattaforme di collaborazione, social interni, videoconferenze. Mai come ora le persone dispongono di tanti strumenti per restare in contatto. Eppure, mai come ora la comunicazione interna sembra frammentata, dispersiva e, in alcuni casi, controproducente.

La trasformazione digitale ha portato con sé un paradosso oramai conclamato da tempo: siamo iperconnessi, ma non sempre davvero allineati. La promessa di una comunicazione più rapida ed efficiente si è spesso tradotta in un eccesso di messaggi, canali sovrapposti e informazioni ridondanti, che riducono il tempo dedicato alla concentrazione e alla riflessione. Come se non bastasse, per la prima volta nella storia recente, ben cinque generazioni si ritrovano a lavorare all’interno delle stesse organizzazioni. Ciascuna, con un diverso approccio alla comunicazione – dal più formale scritto, al più informale visivo e rapido – affronta il tema con abitudini e aspettative diverse, introducendo involontariamente ulteriori sacche di inefficacia comunicativa.

Il paradosso dell’iperconnessione

La moltiplicazione dei canali comunicativi nasce con buone intenzioni: facilitare la collaborazione, ridurre i tempi decisionali e rendere le organizzazioni più agili. Ma nella pratica, molti team si trovano a gestire contemporaneamente e-mail, messaggi su Teams o Slack, notifiche su WhatsApp, aggiornamenti su piattaforme collaborative e, in alcuni casi, interazioni via social.
Il risultato? Una costante sensazione di urgenza e di rumore informativo, dove l’importanza di un messaggio non è più legata al contenuto, ma alla velocità con cui appare sullo schermo.

Le neuroscienze confermano che ogni interruzione — anche breve — richiede minuti per ritrovare il livello di concentrazione precedente. Nelle aziende moderne, questo costo cognitivo si traduce in ore di produttività perse ogni settimana, oltre che in un crescente senso di stress e frammentazione mentale.

Triage dei messaggi e inefficienza produttiva

È sempre utile classificare le informazioni che riceviamo definendo diverse modalità di elaborazione. Ma per farlo, dobbiamo leggere tutti i messaggi che riceviamo, da quelli più importanti, che prevedono un’azione conseguente, a quelli semplicemente informativi, fino allo spam pubblicitario e ai tentativi fraudolenti (phishing e altri tipi di attacchi). Non sempre abbiamo tempo e concentrazione sufficienti per questo “triage” e le conseguenze sono evidenti.

Dove nasce il problema

In ogni caso non è la tecnologia in sé a creare inefficienza, ma la mancanza di governance della comunicazione. Molte organizzazioni adottano nuovi strumenti senza definire regole chiare d’uso: cosa passa via e-mail e cosa via chat? Quali canali sono destinati agli aggiornamenti formali e quali al lavoro operativo? Chi è responsabile di mantenere la coerenza e l’ordine informativo? Che tipo di formazione viene messa in atto affinché già individualmente si possa disporre di un metodo comune di classificazione dei messaggi?

Senza una cornice condivisa, la comunicazione si trasforma in una rete disordinata di messaggi che rimbalzano tra piattaforme diverse. La conseguenza è una perdita di responsabilità individuale (“l’ho scritto da qualche parte”), un rallentamento dei processi decisionali e un aumento del rischio di errori dovuti a informazioni incomplete o disperse.

E-mail, chat e WhatsApp: quando gli strumenti si confondono

L’email, nata come strumento formale e tracciabile, è oggi usata come una chat lenta e sovraccarica di destinatari in copia.
Le chat aziendali, pensate per l’operatività, diventano spesso un flusso continuo di messaggi che distolgono l’attenzione.
WhatsApp — rapido e diretto — si insinua nel contesto professionale, mescolando la sfera privata con quella lavorativa e creando problemi di riservatezza, reperibilità e continuità informativa.
In assenza di confini chiari, la distinzione tra tempo di lavoro e tempo personale tende a svanire. Le notifiche si moltiplicano, la reperibilità diventa implicita e il lavoro si estende ben oltre gli orari previsti, con un impatto diretto sul benessere delle persone.

Verso una cultura della comunicazione consapevole

La soluzione non è limitare i canali, ma imparare a usare meglio quelli giusti.
Servono linee guida semplici ma vincolanti:

  • stabilire quali strumenti utilizzare per quali scopi.
  • classificare i messaggi su un piano cartesiano immaginario basato su urgenza e importanza.
  • definire tempi di risposta ragionevoli.
  • ridurre il numero di destinatari ai soli realmente interessati.
  • promuovere un’educazione digitale che insegni a “scrivere meno, comunicare meglio”.

Fondamentale è anche il ruolo dei manager, che devono dare l’esempio: scegliere con cura il canale giusto, ridurre la pressione delle notifiche e favorire momenti di comunicazione intenzionale, non reattiva, cercando di superare le proprie abitudini “generazionali”.

Dalla connessione alla chiarezza

L’intelligenza artificiale può aiutarci nell’automatizzare la classificazione dei messaggi in entrata ma occorre sempre tenere presente che per “classificare” in senso complesso (es. assegnare tag personalizzati, etichette sensibili, movimentazione automatica) potrebbe essere necessario attivare funzionalità di governance come, ad esempio, Microsoft Purview e impostare criteri di sicurezza/compliance che vanno definiti a livello aziendale.

La vera trasformazione digitale, quindi, non consiste necessariamente nell’aggiungere nuovi strumenti, ma nel trovare equilibrio tra velocità e senso. In un contesto dove tutto comunica, il valore nasce dalla capacità di discernere ciò che è davvero importante. Governare la comunicazione significa restituire tempo, attenzione e direzione alle persone: le risorse più scarse e preziose dell’era digitale.

La misura raccomandata? Un’analisi dei flussi di comunicazione della vostra azienda, degli strumenti adottati e dell’approccio individuale, è il primo passo per investire un po’ di tempo per poi guadagnarne molto di più.


Articolo a cura di Carlo Secchi, Head of Enterprise Sales I-CH, Sunrise LLC

“Lettere inutili”: quando il marchio non colpisce (e il sistema reagisce)

Negli ultimi anni e emerso un fenomeno curioso – e problematico – nell’universo dei marchi: la registrazione di sequenze alfanumeriche lunghe, apparentemente senza senso, che puntano più al vuoto che alla  distinzione.

Dietro queste combinazioni si nasconde spesso l’espediente di inserire marchi noti all’interno di catene di caratteri “casuali”, rendendo più difficile individuarli, e particolarmente importante l’istituzione di servizi di sorveglianza accurati. L’agenzia delle Unione Europea EUIPO (Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale) tende infatti a respingere questi segni perché incapaci di svolgere la funzione primaria del marchio, cioè, distinguere l’origine di prodotti e servizi. Il problema delle “meaningless letters” non e soltanto estetico. Sigle come “HSTCPGKQYXHS” o “QPDIZHZLHGU” – entrambe oggetto di domande di marchi europeo rifiutate – sono troppo lunghe e indecifrabili per rimanere nella memoria del consumatore. Un marchio, per essere tale, deve essere percepito e ricordato: se e impronunciabile o privo di qualunque associazione, come può identificare un’impresa? L’EUIPO applica un criterio semplice: più un segno appare complesso e astratto, meno probabilità ha di essere registrato.

Esiste pero un margine. Non tutte le sequenze prive di senso sono automaticamente escluse: in teoria, se un richiedente dimostra che quella combinazione evoca concetti, sensazioni o associazioni riconoscibili dal pubblico, la distintività potrebbe emergere. In pratica, casi del genere restano rari. La questione solleva implicazioni importanti anche per i titolari di marchi noti. La sorveglianza tradizionale, basata sul confronto diretto tra segni simili, non basta più: occorre prestare attenzione anche a domande che, dietro una sequenza apparentemente casuale, nascondano un marchio già tutelato (i più attenti, in questa sigla “KJLDNIKEPRT”, noteranno il nome di un noto marchio di abbigliamento sportivo). Questo richiede strumenti di monitoraggio più sofisticati e una strategia di difesa ampliata. Il bilancio che emerge e duplice. Da un lato, gli Uffici Marchi devono proteggere l’integrità del sistema, evitando che l’abuso di segni “vuoti” lo indebolisca. Dall’altro, chi crea un marchio deve ricordare che originalità e complessità non bastano: un segno funziona se resta impresso, se e pronunciabile, se comunica. La creatività non può sostituire la chiarezza. Un marchio valido e prima di tutto riconoscibile: non basta essere esotico, bisogna essere memorabile.


Articolo a cura di Hermann Padovani, European Trademark Attorney, M. ZARDI & Co. S.A.

Competenze cercansi (ma anche buon senso)

Recentemente si è tornati a parlare — ancora una volta — della difficoltà, in Ticino ma non solo, di trovare i profili professionali richiesti dalle aziende. Un problema reale, certo. Ma non nuovo. E forse dovremmo iniziare a guardarlo da una nuova prospettiva, perché continuare a sorprenderci di qualcosa che accade da anni significa non voler vedere il problema per com’è: sistemico.

Le competenze non nascono nel vuoto. Nascono dentro un contesto che oggi, semplicemente, non è più in equilibrio.

Prendiamo il settore commerciale. Negli ultimi dieci anni, l’offerta scolastica è esplosa — da 933 allievi nel 2012/13 a 1’118 nel 2022/23 solo nelle scuole a tempo pieno (dobbiamo aggiungere l’apprendistato e la scuola cantonale di commercio) — mentre i giovani, nel complesso, sono diminuiti. Più corsi, più opzioni, più percorsi “facili da scegliere”. È comprensibile: entrare in una scuola è molto più semplice che trovare un posto di apprendistato, soprattutto per una generazione che fatica a reggere la pressione di un processo di selezione. Ma il risultato è che stiamo formando sempre più ragazzi in mestieri dove il mercato è saturo, mentre i settori che davvero cercano personale restano scoperti. Così alcuni non trovano manodopera, altri formano giovani che poi dovranno ricominciare da zero. E questo non significa solo ritardi nell’ingresso nel mondo del lavoro, ma anche un impatto economico: meno imposte, meno contributi sociali, meno risorse per la collettività.

Il paradosso è che molti giovani non conoscono nemmeno le professioni che esistono davvero. Non sanno cosa fa un installatore di sistemi di refrigerazione, una polimeccanica o un tecnologo di dispositivi medici. Non è disinteresse: è mancanza di visibilità. L’assenza di una fiera centrale delle professioni e la scarsa capacità delle associazioni di comunicare in modo moderno hanno reso molti mestieri praticamente invisibili. Così si finisce per scegliere quello che “si conosce” o che sembra più “prestigioso”, non quello che serve davvero.

E mentre questo accade, il mercato del lavoro si sbilancia. Ci sono mestieri dove i posti di apprendistato si esauriscono in poche settimane — a volte con liste d’attesa dall’anno prima — e altri dove nessuno si presenta. I primi sono quelli popolari, i secondi quelli essenziali. E così le aziende ticinesi, per restare a galla, guardano oltre frontiera per trovare personale, portando sì competenze ma perdendo il legame con il territorio. Nel frattempo, tanti giovani rimangono in attesa o finiscono in percorsi senza sbocchi. In pratica: formiamo, ma non collochiamo. E questo è un lusso che non possiamo più permetterci.

Inoltre, molte aziende, di fronte a tutto questo, hanno smesso di formare apprendisti. Il carico è diventato enorme: reclutamento complicato, alto tasso di abbandono, carenze crescenti nelle competenze sociali di base. Chi arriva in azienda ha spesso bisogno di un accompagnamento personalizzato, non solo tecnico ma anche umano. Questo significa tempo, energia e costi. E quando la formazione diventa un rischio economico, molte PMI non ce la fanno più. Il risultato è un circolo vizioso: meno posti di apprendistato, più scuola a tempo pieno, più costi per lo Stato e un allontanamento sempre maggiore tra formazione e lavoro — quello che dovrebbe essere, e restare, il fiore all’occhiello del modello svizzero.

Il problema, però, non è solo tecnico ma profondamente umano. Molti giovani sanno fare, ma fanno fatica a stare: a comunicare, collaborare, gestire la frustrazione, rispettare tempi e impegni. Le competenze trasversali — autonomia, responsabilità, adattabilità — sono quelle che mancano di più. E sono anche quelle che fanno la differenza tra chi porta valore e chi semplicemente esegue.

Non serve moltiplicare corsi o inventarsi soluzioni tampone. Serve il coraggio di cambiare prospettiva e ricostruire un sistema che torni a funzionare davvero — per le aziende, per i giovani e per il Paese. Una visione condivisa e pragmatica, capace di riequilibrare l’offerta formativa, sostenere chi sceglie di formare e accompagnare i ragazzi nello sviluppo delle competenze trasversali fin dai primi passi nel mondo del lavoro. Solo così potremo riportare coerenza tra ciò che insegniamo e ciò che serve davvero là fuori.


Articolo a cura di Sara Rossini, titolare e fondatrice Fill-up Sagl