Discorso del Presidente Cc-Ti Andrea Gehri

Pronunciato in occasione della 109esima Assemblea Generale Ordinaria della Cc-Ti del 16 ottobre 2026

“RITROVARE LA ROTTA”

Signori Consiglieri di Stato,
Signori Consiglieri agli Stati e al Nazionale,
Autorità cantonali e comunali,
Care imprenditrici e cari imprenditori,
Gentili ospiti,
Care amiche e cari amici della Cc-Ti,

Quando ci ritroviamo ogni anno per la nostra Assemblea generale, abbiamo il dovere di guardare oltre il bilancio di un’associazione e oltre l’attualità di una stagione politica.

Dobbiamo chiederci dove sta andando il nostro Cantone.

E, soprattutto, dove vogliamo che vada.

Un Paese senza una direzione rischia di procedere, di vagare senza sapere dove sta andando.
Può amministrare il presente. Può reagire alle emergenze. Può correggere qualche problema.

Ma senza una rotta e senza una bussola perde, poco alla volta, la capacità di costruire il futuro.

Le finanze pubbliche peggiorano. La popolazione invecchia. Le nascite diminuiscono. Le aziende faticano a trovare personale qualificato. La formazione deve rincorrere l’innovazione e il progresso. La burocrazia si espande e le regolamentazioni si moltiplicano. La concorrenza fra territori è sempre più una realtà a cui bisogna prestare attenzione.

E intanto il mondo non ci aspetta.

Non voglio fare oggi un discorso retorico e/o di circostanza. Non voglio neppure aggiungere un’altra voce al rumore politico che troppo spesso, negli ultimi mesi, accompagna la vita istituzionale del nostro Cantone.

Ma proprio perché rappresentiamo l’economia ticinese, abbiamo il dovere di contribuire con franchezza e spirito costruttivo al dibattito sul futuro del Cantone. Osserviamo difficoltà che richiedono risposte più coordinate e una maggiore capacità di guardare oltre le emergenze e le contrapposizioni del momento.

La domanda è paradossalmente semplice:

vogliamo continuare a navigare a vista, oppure vogliamo tornare a scegliere una rotta?

Io credo che il Ticino possa ancora scegliere. Ma scegliere significa riconoscere i problemi e le opportunità, fissare le priorità e assumersi la responsabilità delle decisioni.

La nostra bussola ha quattro punti cardinali:
finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo.

Sono i quattro punti della bussola che possono, anzi devono, riportare il Ticino sulla giusta rotta.

Partiamo dalle finanze. Non perché tutto sia riconducibile ai conti dello Stato, ma perché senza finanze sane lo Stato perde progressivamente la capacità di fare politica.

Un anno fa, da questo stesso palco, avevo rivolto al Consiglio di Stato e alla politica tutta un appello: «Riformare per servire meglio». Non ci eravamo limitati a denunciare i problemi. Avevamo indicato sette misure concrete.

Contenere le nuove assunzioni e gestire responsabilmente gli avvicendamenti. Riformare il settore sanitario di competenza cantonale. Rivedere a trecentosessanta gradi il sistema dei sussidi. Eliminare le leggi inutili. Deregolamentare e orientare l’Amministrazione al cittadino. Favorire la mobilità interna. E, soprattutto, rivedere profondamente i compiti dello Stato.

Oggi, a un anno di distanza, la domanda è inevitabile.

Quante di quelle misure sono state ascoltate?

Quante sono state realmente applicate?

Il bilancio mostra alcuni primi passi, ma resta ancora distante dalla profondità del cambiamento che riteniamo necessario.

Qualche segnale esiste. In sanità sono stati avviati interventi puntuali per favorire il passaggio dalla degenza alle cure ambulatoriali e sono proseguite pure iniziative per governare determinate autorizzazioni. Sul fronte digitale sono disponibili nuovi servizi e il principio «once only» è entrato almeno nel dibattito amministrativo.

Ma segnali puntuali non sono ancora una riforma.

Non risulta attuata una più rigorosa gestione delle assunzioni e delle partenze. Non emerge una revisione complessiva dei sussidi. Non è stato introdotto un principio generale per eliminare una norma ogni volta che se ne approva una nuova. Non risulta neppure avviato un programma organico di mobilità interna. E, soprattutto, non vediamo ancora quella profonda verifica dei compiti dello Stato che avevamo indicato come la madre delle riforme.

Anche i conti confermano che il cambio di passo non è ancora avvenuto. Il Preventivo 2027, licenziato dal Consiglio di Stato il 30 settembre, prevede spese complessive per 4 miliardi e 731 milioni di franchi, 108 milioni in più rispetto al Preventivo 2026.

I ricavi salgono a 4 miliardi e 633 milioni, ma il risultato d’esercizio resta negativo per 98,5 milioni.

Gli investimenti netti rimangono elevati, attorno ai 291 milioni, e questo è forse uno degli spiragli di luce da evidenziare nel documento.

La perdita d’esercizio rispetta formalmente il freno al disavanzo, ma questo non significa che i conti siano risanati: significa soltanto che, per il 2027, restano entro il limite legale imposto.

Il giudizio deve essere equilibrato ma chiaro: alcune iniziative settoriali si sono mosse; poco delle sette misure può però dirsi realizzata in modo completo e strutturale.
Il discorso di oggi non corregge quello del 2025. Lo conferma.
E conferma soprattutto che il tempo disponibile si è ulteriormente ridotto.

Il Ticino ha chiuso il 2025 con un disavanzo d’esercizio di 32.5 milioni di franchi.
A fine 2025 il debito pubblico ammontava già a 2 miliardi e 729 milioni.
Salirà a 2 miliardi e 897 milioni nel 2026 e a 3 miliardi e 58 milioni nel 2027.

Ma è soprattutto la proiezione successiva a mostrare la vera dimensione del problema:
3 miliardi e 446 milioni nel 2028, 3 miliardi e 997 milioni nel 2029 e ben 4 miliardi e 585 milioni nel 2030.
In appena cinque anni, dal 2025 al 2030, il debito aumenterebbe quindi di circa 1 miliardo e 856 milioni, quasi il 68 per cento in più rispetto al dato attuale.

È una crescita che ridurrà drasticamente e progressivamente i margini di manovra del Cantone e trasferirà oneri rilevanti alla cittadinanza e alle future generazioni.

Una dinamica di questa portata non sarebbe compatibile con una gestione responsabile sul piano politico, sociale ed economico.

Il capitale proprio resta negativo. Intanto il Piano finanziario prevede disavanzi d’esercizio di 236 milioni nel 2028, 411 milioni nel 2029 e 460 milioni nel 2030. Nello stesso periodo le spese salirebbero da 4 miliardi e 731 milioni nel 2027 a oltre 5 miliardi nel 2030, mentre i ricavi resterebbero sostanzialmente fermi attorno ai 4,5-4,6 miliardi.

Il divario non è congiunturale: rimane strutturale.

Il risultato, e va sottolineato, è stato favorito da entrate non strutturali: 80,1 milioni dalla distribuzione degli utili della Banca nazionale svizzera, non preventivati, e 67 milioni in più dalle imposte di successione e donazione, riconducibili in larga parte a un importante singolo caso. Non è quindi il frutto di una correzione strutturale né di un riequilibrio stabile fra entrate e uscite.

Oggi il miglioramento dei conti poggia ancora su due elementi fragili.

La speranza e l’espediente.

La speranza che arrivino nuovi contributi dalla Banca nazionale. La speranza che si ripetano sopravvenienze fiscali. La speranza che un’entrata eccezionale ci permetta ancora una volta di guadagnare tempo.

E poi l’espediente: misure estemporanee, prive di strategia organica, spesso scollegate, troppo sovente di natura puramente contabile e quasi mai strutturali.

È prevalso un principio, profondamente errato.

Meglio rinviare il problema piuttosto che affrontarlo.

Ma un problema strutturale rinviato non scompare. Cresce soltanto.

Si accumula. Riduce la libertà di scelta. E trasferisce il conto alle generazioni successive.

Uno studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato il 4 maggio 2026 e richiamato dalla Cc-Ti, stima un disavanzo strutturale ordinario di circa 200 milioni di franchi all’anno e nuovi oneri già decisi per 350–400 milioni entro il 2029: uno squilibrio potenziale, quindi, nell’ordine di 550–600 milioni all’anno.

Non si tratta di un effetto isolato, ma di uno squilibrio che si ripeterebbe ogni anno.

Sono stime che richiedono una valutazione attenta e una risposta condivisa.

Alle istituzioni e alla politica rivolgiamo quindi un appello chiaro: affrontiamo insieme questi problemi con tempestività, trasparenza e senso di responsabilità.

Servono decisioni tempestive, capaci di affrontare le cause strutturali per evitare che il margine d’intervento si riduca ulteriormente.

Il tempo utile per intervenire in modo ordinato e graduale si sta riducendo; agire per tempo consentirebbe di evitare misure più dolorose in futuro.

In questi anni abbiamo assunto impegni e aumentato le uscite senza chiarire fino in fondo chi avrebbe dovuto pagarne il conto. Prima di approvare nuove spese ricorrenti o nuovi investimenti dobbiamo conoscere il quadro finanziario complessivo, le conseguenze future e la copertura.

Per questo proponiamo una vera Spending Review Ticino, ossia un’analisi e revisione della spesa pubblica. Non una commissione consultiva. Non un rapporto destinato a finire in un cassetto. Ma un programma permanente di verifica dei compiti, delle priorità, della spesa e dell’efficacia dell’Amministrazione.

La regola deve essere chiara: prima di chiedere altri soldi ai cittadini e alle imprese, dimostriamo di avere utilizzato bene quelli di cui già disponiamo.

In questo contesto si inserisce anche l’iniziativa «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali», della quale la Cc-Ti fa parte del comitato promotore. Noi auspichiamo che il Consiglio di Stato presenti un controprogetto coraggioso, seppur con ampio ritardo, credibile e realmente in linea con le aspettative dell’iniziativa: un progetto che colleghi il contenimento degli effettivi alla verifica dei compiti, alla mobilità interna, alla digitalizzazione e alla sostituzione selettiva delle partenze.

Solo una risposta politica di questa portata potrà rendere superfluo il voto popolare ed evitare di chiamare la cittadinanza alle urne, magari già nel febbraio 2027.

Non chiediamo un compromesso cosmetico. Chiediamo una soluzione sostanziale, misurabile e capace di dare una risposta alle preoccupazioni che hanno portato alla nascita dell’iniziativa.

Non è assolutamente una battaglia contro i collaboratori dello Stato.

Non è un attacco ai servizi pubblici.

E non è il tentativo di ridurre la capacità del Cantone di rispondere alle esigenze dei cittadini, delle famiglie e delle imprese.

È esattamente il contrario.

Vogliamo preservare nel tempo la capacità dello Stato di svolgere bene i compiti necessari. Ma proprio per questo non possiamo accettare che strutture, funzioni, organici e costi continuino a crescere quasi automaticamente, senza una verifica rigorosa della loro necessità, efficacia e sostenibilità.

Non si può crescere a dismisura senza fermarsi a chiedersi:

Ma è davvero necessario? È finanziariamente sostenibile? Il servizio reso ai cittadini è migliorato in misura proporzionata alle risorse impiegate?

Il punto non è partire dal numero dei dipendenti.

Il punto è, e lo ribadisco nuovamente, partire dai compiti dello Stato.

Significa scegliere con coerenza.

Significa concentrare le risorse dove producono il maggiore beneficio per la collettività. Significa eliminare ciò che non serve più, per proteggere e migliorare ciò che serve davvero.

Uno Stato moderno non si giudica dal numero di persone che impiega. Si giudica dalla qualità dei servizi, dalla rapidità delle risposte, dalla chiarezza delle responsabilità, dall’efficienza dei processi e dall’uso responsabile delle risorse.

Il nostro obiettivo non è uno Stato più debole. È uno Stato migliore.

Più semplice. Più rapido. Più vicino ai cittadini e alle imprese. E, soprattutto, sostenibile anche per le prossime generazioni.

Per raggiungere questi obiettivi è indispensabile mettere ordine nei conti. Ma il Ticino non può ritrovare la rotta soltanto risparmiando: deve anche tornare a crescere.

La politica finanziaria non può essere separata dalla politica economica. L’economia, infatti, non è il bancomat dello Stato. Le imprese non sono semplicemente soggetti ai quali chiedere più imposte, più contributi, più adempimenti e più obblighi.

Le imprese sono il luogo nel quale si crea valore. E quel valore, alla fine, finanzia anche e soprattutto la solidarietà e lo Stato sociale.

Prima si crea ricchezza. Poi la si può distribuire.

Senza produttività, investimenti e imprese competitive, finiamo per dividerci una torta che non cresce più. Noi dobbiamo tornare a parlare di come far crescere la torta.

E qui il Ticino ha un problema ancora più profondo: manca di una visione e di una strategia economica cantonale condivisa e di lungo periodo.

Nei mesi scorsi questa mia valutazione è stata ripresa con molta enfasi dai media e dalla politica, soprattutto in relazione al consigliere di Stato on. Christian Vitta.

Vorrei tuttavia precisare il significato del commento espresso. Il mio compito, quale presidente della Cc-Ti, è di rappresentare l’economia cantonale, dare voce alle preoccupazioni delle imprese, degli imprenditori e sollecitare la politica alle proprie responsabilità.

Durante tutti gli anni alla direzione del DFE, i rapporti personali e istituzionali con l’on. Christian Vitta sono sempre stati contraddistinti da grande stima, rispetto, correttezza e collaborazione.

Proprio perché la stima è sincera, possiamo e dobbiamo parlare con franchezza.

Il giudizio sui risultati non deve cancellare il riconoscimento personale, di stima e di rispetto, ma dev’essere parte del dialogo.

Le due dimensioni devono restare distinte. Entrambe vere. Entrambe espresse con lealtà.

E sottolineo quindi con altrettanta convinzione che, sarebbe sbagliato attribuire a una sola persona responsabilità che appartengono al Consiglio di Stato, al Parlamento e alla politica cantonale nel suo insieme.

Da tempo i nostri associati sollecitano un disegno coerente per lo sviluppo economico del Cantone, che dia continuità alle decisioni e fiducia a chi investe. Non chiedono misure isolate. Chiedono una direzione riconoscibile, priorità chiare, obiettivi misurabili e strumenti efficaci.

Se guardiamo ai dossier decisivi, dalla promozione del tessuto economico alla strategia di medio e lungo termine, fino all’attrattività territoriale, mancano progressi misurabili e che rispondano alle sfide che ci attendono.

E’ necessario compiere scelte più incisive per orientare l’economia verso le nuove sfide. Senza misure forti non si crea nuovo valore, non si generano posti di lavoro attrattivi e non si costruisce un tessuto economico di qualità, solido e competitivo.

Le decisioni economiche nascono da dinamiche istituzionali più ampie che coinvolgono in prima linea la politica a tutti i livelli.

Ma coinvolgono anche l’economia e le parti sociali.

L’economia è pronta a fare la propria parte: investire, formare, innovare e assumersi rischi. Confidiamo che, insieme alla politica e alle parti sociali, sia possibile tradurre questa disponibilità in scelte condivise e risultati concreti.

Il punto è: riconoscere che la gestione dell’ordinario non basta più.

Per questo propongo un nuovo Libro bianco Ticino 2040.

Non un documento ideologico, ma un progetto di Paese costruito insieme alle istituzioni, all’Università, alla SUPSI, alle associazioni economiche, alle parti sociali e alla società civile.

Possiamo imparare dai Cantoni che hanno reagito con una strategia chiara, lavorando insieme su fiscalità, disciplina finanziaria, innovazione, aree economiche, disponibilità di manodopera, digitalizzazione e amministrazione orientata al cliente.

Un esempio recente viene dal Canton Vaud. Il 27 settembre 2026 la popolazione ha approvato una riduzione del 12 per cento dell’imposta cantonale sul reddito e sulla sostanza delle persone fisiche, applicabile già dal 2027.

È importante essere precisi: lo sgravio non riguarda l’imposta sull’utile o sul capitale delle persone giuridiche.

Riguarda i contribuenti privati e mira a ridurre una pressione fiscale che, nel confronto intercantonale, rimane particolarmente elevata. Per il Cantone significa una diminuzione strutturale delle entrate stimata in 272 milioni di franchi all’anno. La decisione arriva mentre il progetto di Preventivo 2027 presenta già un disavanzo di ben 356 milioni.

Non tutto, in questo modello, è trasferibile automaticamente al Ticino. E una parte della copertura vodese poggia anche su ricavi straordinari e su una quota supplementare della Banca nazionale, quindi su elementi che richiedono prudenza.

Ma la lezione politica è chiara:

Vaud ha scelto di affrontare insieme fiscalità delle persone fisiche, disciplina finanziaria e attrattività territoriale.

Lo sgravio non viene presentato soltanto come un minore prelievo, ma come una scelta di posizionamento: restituire potere d’acquisto a salariati, indipendenti, pensionati e famiglie, trattenere contribuenti, competenze e famiglie, e soprattutto costringere lo Stato a ridefinire priorità e crescita della spesa.

Questa è la differenza tra una misura isolata e una visione di medio-lungo periodo.

Una strategia economica credibile non domanda soltanto quanto costa oggi una riduzione fiscale. Domanda quali famiglie, competenze, investimenti e attività economiche vogliamo trattenere e attrarre nei prossimi dieci o quindici anni. Il Ticino non deve copiare Vaud.

Ma deve ritrovare la stessa capacità di scegliere una direzione e di sostenerla con coerenza nel tempo.

Una visione vale soltanto se diventa realtà. E diventa realtà attraverso condizioni quadro concrete.

Le imprese non chiedono privilegi. Chiedono fiscalità sostenibile, regole comprensibili, infrastrutture, energia competitiva, formazione di livello, certezza del diritto e tempi amministrativi ragionevoli.

La domanda non è quanto possiamo ancora chiedere. La domanda è quale livello fiscale permetta di generare il massimo gettito sostenibile nel lungo periodo, senza spingere imprese, professionisti, giovani e investitori a scegliere altri territori.

Propongo una strategia fiscale Ticino 2035 orientata agli investimenti, alla crescita delle PMI, alla ricerca, all’innovazione e alle persone altamente qualificate.

Ma la competitività dipende anche dal tempo che le imprese devono dedicare alle procedure. Ogni formulario compilato due volte, ogni dato trasmesso a più uffici, ogni autorizzazione senza coordinamento rappresenta un costo.

È tempo sottratto agli imprenditori, alle aziende e ai clienti.

È tempo sottratto all’innovazione, alla formazione e allo sviluppo dell’attività. E questo peso ricade soprattutto sulle PMI.

Propongo una moratoria burocratica per la crescita e un programma cantonale di semplificazione. Per ogni nuova legge, regolamento o adempimento occorre indicare quale obbligo viene eliminato e quanto tempo verrà concretamente risparmiato.

Il principio «once only» deve diventare la regola: un dato trasmesso correttamente a un’autorità non deve essere richiesto di nuovo.

Digitalizzare una procedura duplicata non significa semplificarla.

Significa soltanto digitalizzare la complicazione.

Le procedure edilizie devono diventare più rapide, coordinate e prevedibili. Accelerare non significa rinunciare ai controlli. Significa verificare subito la completezza del dossier, indicare tempi trasparenti, coordinare le autorità, svolgere in parallelo le verifiche indipendenti e consentire il monitoraggio digitale della pratica.

Per gli investimenti importanti propongo una conferenza preliminare con le autorità coinvolte, così da individuare gli aspetti critici all’inizio e non dopo mesi di progettazione.

Anche gli appalti pubblici devono essere realmente accessibili alle PMI. Servono requisiti proporzionati, attestazioni riutilizzabili, procedure elettroniche uniformi e riscontri utili alle imprese.

La complessità burocratica non seleziona necessariamente l’impresa migliore.

Spesso seleziona quella che dispone di più risorse per compilare il dossier.

Una riforma cantonale dovrebbe fondarsi su sei principi:

una sola trasmissione dei dati; digitalizzare per sostituire; tempi e responsabilità chiari; proporzionalità; coordinamento; misurazione della riduzione effettiva di tempi, costi e documenti.

Vogliamo un’Amministrazione autorevole e orientata al servizio, vicina ai cittadini e alle imprese, capace di accompagnare chi presenta un progetto nel rispetto delle regole, con procedure chiare, tempi definiti e disponibilità al confronto.

Quando le condizioni peggiorano troppo, l’impresa non protesta soltanto. Si muove. L’investitore sceglie un altro territorio. L’imprenditore investe semplicemente altrove.

Un’impresa non è un problema da gestire. È un valore da coltivare. Quando cresce, assume, investe, forma apprendisti, genera innovazione e contribuisce alla prosperità del territorio. Quando parte, lascia un vuoto.

Tuttavia, anche le migliori condizioni quadro non bastano. Senza persone e competenze, nessuna strategia può funzionare.

La risposta è la formazione. Una formazione di qualità.

Nei prossimi anni una parte importante dei baby boomers uscirà dal mercato del lavoro. Già oggi molte aziende faticano a trovare le competenze necessarie, mentre intelligenza artificiale, robotica e automazione cambiano professioni e modelli produttivi ad una velocità inimmaginabile.

La formazione professionale duale è uno dei maggiori vantaggi competitivi della Svizzera. Dobbiamo dirlo con convinzione:

l’apprendistato non è e non dev’essere il piano B per i nostri giovani. È una scelta professionale e di vita che può portare a carriere straordinarie.

Questo vale soprattutto per edilizia, impiantistica, meccanica, elettricità, manutenzione, logistica e per le professioni tecniche e artigianali.

Possiamo digitalizzare e automatizzare moltissimo, certo!

Ma qualcuno dovrà ancora costruire, installare, riparare, programmare, mantenere, progettare e produrre.

L’intelligenza artificiale non posa un tetto.

Non installa un impianto.

Non ripara una macchina.

Non posa un nuovo pavimento.

Non realizza una nuova facciata.

L’intelligenza artificiale trasformerà molte professioni, siamone certi, ma non sostituirà il valore delle competenze tecniche, artigianali e operative di cui il nostro territorio continuerà ad avere bisogno.

Abbiamo bisogno di un Patto ticinese per la formazione duale: sostegno alle PMI che formano, incentivi a nuovi posti di apprendistato, promozione e orientamento più incisivi e convinti, maggiore coinvolgimento delle imprese nelle scuole e valorizzazione della formazione professionale superiore.

Dobbiamo offrire percorsi rapidi di riqualificazione, competenze digitali e di intelligenza artificiale trasversali e un monitoraggio annuale del fabbisogno delle imprese.

La formazione deve dialogare con l’economia. Non ci sono alternative.

Non per subordinare la scuola alle esigenze contingenti delle aziende, ma per costruire un raccordo stabile e lungimirante fra scuola, apprendistato, università, innovazione e mondo del lavoro.

L’intelligenza artificiale può diventare un’opportunità. Dobbiamo chiederci quali nuovi posti di lavoro e quali nuove imprese possiamo creare grazie ad essa.

Propongo un Ticino AI & Innovation Hub orientato all’applicazione concreta dell’intelligenza artificiale nelle PMI: un luogo nel quale una piccola impresa possa arrivare con un problema e uscire con una soluzione, o quantomeno un indirizzo applicabile.

Il Ticino deve diventare un luogo nel quale un giovane possa dire: qui posso studiare, lavorare, fare impresa, costruire una famiglia e immaginare il mio futuro.

E parlando di persone arriviamo forse alla madre di tutte le sfide economiche, quella che si intreccia con tutte le altre: la demografia.

Nel 2025 in Ticino sono nati soltanto 2’285 bambini, ma sono decedute ahimé 3’476 persone. Il saldo naturale è quindi negativo di 1’191 unità.

Meno giovani in futuro significa meno lavoratori, meno imprenditori e meno contribuenti. Una popolazione più anziana significa maggiore pressione sul sistema sociale, sanitario e assistenziale.

Non possiamo affrontare la denatalità con uno slogan. E nemmeno soltanto con un assegno, per buona pace della coscienza.

La scelta di avere figli dipende da casa, lavoro, reddito, servizi, conciliazione, stabilità e fiducia nel futuro.

La politica familiare non è soltanto una politica sociale. È una politica economica.

Abbiamo bisogno di un programma cantonale pluriennale basato su quattro pilastri:

fiscalità, conciliazione, abitazione e lavoro.

Non dobbiamo misurare soltanto quanti milioni abbiamo speso. Le imprese finanziano il fondo conciliabilità attraverso un prelievo pari allo 0,15% dei salari determinanti AVS.
Tradotto, ben oltre 100 mio di Chf. negli ultimi 4-5 anni.
Sarebbe però interessante poter misurare quante famiglie abbiamo aiutato, quanti genitori sono rimasti nel mercato del lavoro e quanto capitale umano abbiamo trattenuto.

L’evoluzione, o meglio l’inverno demografico a cui stiamo assistendo, ci impone anche una strategia di attrazione di competenze e attività ad alto valore aggiunto.

Il vero banco di prova per il Ticino non è soltanto il 2029.

È il 2040.

È la capacità di garantire opportunità alle prossime generazioni. È la possibilità per i nostri giovani di costruire qui una vita. È la sostenibilità economica e sociale del Cantone nel lungo periodo.

Finanze, economia, formazione e demografia non sono capitoli separati. Sono parti della stessa domanda:

quale Ticino vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi?

Finanze, competitività, formazione e demografia ci portano alla stessa conclusione: nessuno può affrontare queste sfide da solo.

Non vogliamo una contrapposizione fra politica ed economia. Desideriamo promuovere un patto di responsabilità tra le parti.

La politica deve garantire finanze pubbliche sostenibili, condizioni quadro competitive, meno burocrazia e una visione economica di lungo periodo.

L’economia deve continuare a investire, innovare, formare, creare posti di lavoro e assumersi rischi e responsabilità.

L’economia non chiede agli altri responsabilità dalle quali intende sottrarsi.

La Cc-Ti è pronta a fare la propria parte e a dialogare con le autorità, il mondo politico, i Comuni, le associazioni, le organizzazioni dei lavoratori, la scuola, le università e tutte le forze vive del Cantone.

Anche la difesa delle condizioni quadro deve, però, disporre di strumenti concreti. Per questo l’Ufficio presidenziale della Cc-Ti ha deciso di istituire dal 2027 un fondo destinato alle future campagne politiche, alimentato dai soci e dalle associazioni economiche di settore.

Non sarà uno strumento contro la politica, ma un mezzo di partecipazione democratica trasparente e responsabile, attraverso il quale l’economia intende contribuire al confronto pubblico con fatti, dati e proposte.

Ma in fondo, tutto ciò di cui ho parlato oggi conduce alla stessa conclusione.

Finanze pubbliche. Politica economica. Competitività. Formazione. Demografia.

Non sono temi separati. Sono facce diverse della stessa sfida e realtà di oggi.

Restituire al Ticino una direzione.

Restituire al Ticino una visione.

Restituire al Ticino una rotta che si traduca in dieci cantieri, dieci obiettivi concreti che desidero riassumere:

Primo: Spending Review e verifica dei compiti dello Stato.

Secondo: equilibrio finanziario.

Terzo: strategia fiscale Ticino 2035.

Quarto: semplificazione amministrativa.

Quinto: Libro bianco Ticino 2040.

Sesto: Patto per la formazione duale.

Settimo: riqualificazione professionale.

Ottavo: politica familiare e abitativa.

Nono: attrazione di imprese e talenti.

Decimo: Ticino AI & Innovation Hub.

Queste non sono dieci promesse. Sono dieci cantieri aperti, nei quali dobbiamo impegnarci e costruire soluzioni concrete.

E su questi cantieri la Cc-Ti è pronta a lavorare.

Abbiamo imprese, persone, competenze, scuole, università, qualità di vita e una posizione geografica straordinaria. Abbiamo soprattutto la possibilità di scegliere.

La bussola, come accennato in entrata di discorso, ha quattro punti cardinali:

finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo.

Siamo pronti a investire. Siamo pronti a formare. Siamo pronti a innovare. Siamo pronti ad assumerci responsabilità.

Perché un patto di Paese non può essere un patto nel quale alcuni chiedono e altri pagano. Deve essere un patto nel quale tutti contribuiscono, ognuno per le proprie competenze.

Con fermezza, quando sarà necessario.

Con proposte, sempre.

Con spirito costruttivo, perché gli imprenditori non hanno interesse a vincere una battaglia politica. Hanno interesse a:

Far vincere il Ticino.

Un Ticino nel quale valga la pena di investire.

Un Ticino nel quale valga la pena di lavorare.

Un Ticino nel quale valga la pena di far crescere una famiglia.

Un Ticino nel quale valga la pena di restare.

E un Ticino nel quale le prossime generazioni possano dire con orgoglio: questo è il nostro Paese. Questa è la nostra casa. Questo è il nostro futuro.

La rotta possiamo ancora sceglierla.

La bussola ce l’abbiamo.

Ora dobbiamo avere il coraggio di usarla.

Grazie per l’attenzione e buon proseguimento d’assemblea.


Bellinzona, 16 ottobre 2026

109esima Assemblea generale ordinaria della Cc-Ti

Comunicato stampa

Ritrovare la rotta: dieci cantieri per il futuro del Ticino


Finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo: sono i quattro punti cardinali indicati dalla Cc-Ti per restituire al Ticino una direzione. Al centro della 109esima Assemblea generale ordinaria anche i nuovi equilibri geopolitici, le tensioni commerciali tra i grandi blocchi e le conseguenze per economia, imprese e filiere.
La Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Canton Ticino (Cc-Ti), associazione-mantello dell’economia ticinese, ha tenuto oggi, 16 ottobre 2026, all’Espocentro di Bellinzona la sua 109esima Assemblea generale ordinaria.

L’evento si è svolto con il supporto di EFG Private Banking, Gold Partner, e Sunrise, Partner.
Nel corso dei lavori assembleari sono state nominate nell’Ufficio presidenziale Nicole Anna Pandiscia Hasler, fondatrice e Project & Event Manager di EventsDesigner Sagl e copresidente nazionale di Swiss LiveCom Association, ed Eszter Jakab, CEO di EJ Solutions SA e copresidente del Ticino Chapter della Swiss Asian Chamber of Commerce. Subentrano a Enzo Lucibello e Alessandro Colombi, rafforzando la rappresentanza dei servizi alle imprese, della live communication, dell’industria e delle relazioni economiche internazionali.

Sono intervenuti il Presidente della Cc-Ti Andrea Gehri, il Direttore Luca Albertoni, la Vicepresidente Cristina Maderni, il Vicepresidente Didier Guglielmetti, il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE) Christian Vitta e Sergio Giraldo, Energy & Commodity Advisor e fondatore di Energytide.it.

Ritrovare la rotta: quattro punti cardinali e dieci cantieri

Nel suo intervento, intitolato «Ritrovare la rotta», il Presidente Andrea Gehri ha invitato il Ticino a superare la gestione dell’ordinario e delle emergenze per tornare a scegliere una direzione condivisa. Finanze pubbliche, politica economica, competitività, formazione e demografia non sono, ha sottolineato, temi separati, ma parti della stessa sfida: garantire opportunità alle prossime generazioni e tradurre una visione di lungo periodo in scelte concrete.

Sul fronte finanziario, Gehri ha richiamato l’urgenza di intervenire su uno squilibrio che non è più congiunturale, ma strutturale, prima che il margine d’azione del Cantone si riduca ulteriormente e gli oneri vengano trasferiti alle generazioni future. A un anno dall’appello «Riformare per servire meglio», il Presidente ha rilevato che alcuni primi passi sono stati compiuti, ma che il cambiamento resta distante dalla profondità ritenuta necessaria. Da qui la proposta di una Spending Review Ticino permanente, fondata sulla verifica dei compiti dello Stato, delle priorità, della spesa e dell’efficacia dell’Amministrazione. Gehri ha precisato che l’obiettivo non è indebolire lo Stato né colpire i suoi collaboratori o i servizi pubblici, ma costruire uno Stato migliore: più semplice, rapido, vicino a cittadini e imprese e sostenibile nel tempo.

Nel medesimo contesto, il Presidente ha richiamato l’iniziativa «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali», del cui comitato promotore fa parte la Cc-Ti, auspicando un controprogetto credibile che colleghi il contenimento degli effettivi alla verifica dei compiti, alla mobilità interna, alla digitalizzazione e alla sostituzione selettiva delle partenze.

Mettere ordine nei conti, tuttavia, non basta: il Ticino deve anche tornare a crescere. Gehri ha ricordato che le imprese creano il valore che finanzia la solidarietà e lo Stato sociale e ha chiesto una strategia economica cantonale coerente e di lungo periodo, da costruire insieme alle istituzioni, al mondo accademico, alle associazioni economiche, alle parti sociali e alla società civile. In questa prospettiva ha proposto un Libro bianco Ticino 2040 e una strategia fiscale Ticino 2035, accompagnati da condizioni quadro competitive, da una moratoria burocratica per la crescita e dalla concreta applicazione del principio «once only». L’accento è stato posto anche sulla formazione duale e sulla riqualificazione professionale, sull’intelligenza artificiale applicata alle PMI, sull’attrazione di imprese e talenti e sulla demografia: la politica familiare, ha evidenziato, non è soltanto una politica sociale, ma anche una politica economica. La rotta indicata si traduce in dieci cantieri concreti:

  • spending Review e verifica dei compiti dello Stato;
  • equilibrio finanziario;
  • strategia fiscale Ticino 2035;
  • semplificazione amministrativa;
  • libro bianco Ticino 2040;
  • patto per la formazione duale;
  • riqualificazione professionale;
  • politica familiare e abitativa;
  • attrazione di imprese e talenti;
  • Ticino AI & Innovation Hub.

Le proposte delineano un patto di responsabilità tra politica, economia e società. Alla politica spetta garantire finanze pubbliche sostenibili, condizioni quadro competitive, meno burocrazia e una visione economica di lungo periodo; l’economia è pronta a investire, formare, innovare, creare posti di lavoro e assumersi rischi e responsabilità. L’obiettivo, ha concluso Gehri, non è vincere una battaglia politica, ma far vincere il Ticino: un Cantone nel quale valga la pena investire, lavorare, far crescere una famiglia e restare.

Nuovi equilibri geopolitici e impatto sull’economia

Nel suo intervento, Sergio Giraldo ha analizzato i nuovi equilibri geopolitici e i loro effetti sull’economia, partendo dagli squilibri commerciali tra i grandi blocchi. Ha richiamato il surplus record della Cina, sostenuto da uno yuan debole e da una domanda interna in difficoltà, la risposta
degli Stati Uniti attraverso i dazi e il crescente peso di gas e petrolio nelle forniture europee. In questo scenario, l’Europa affronta la guerra commerciale divisa al proprio interno, mentre la Germania resta stretta tra il mercato americano e quello cinese.

Giraldo ha inoltre richiamato il ritorno di tassi d’interesse elevati, alimentati dall’inflazione legata all’energia, dagli ingenti investimenti nell’intelligenza artificiale e dal riarmo. La tesi di fondo è che, dopo il lungo ciclo di crescita del dopoguerra e la globalizzazione seguita alla fine dell’Unione Sovietica, il mondo sia entrato in una nuova fase segnata dalla politica di potenza e dal confronto economico e militare tra Stati Uniti e Cina. Per le imprese, comprendere questi mutamenti significa leggere con maggiore consapevolezza rischi, mercati e catene di approvvigionamento.

Un confronto sul lavoro svolto e sulle sfide ancora aperte

La parte conclusiva dell’Assemblea ha proposto una conversazione tra la Vicepresidente Cristina Maderni e il Consigliere di Stato Christian Vitta. Il confronto ha ripercorso alcuni risultati raggiunti grazie al dialogo tra il DFE e le associazioni economiche: dalla modifica della legge sull’apertura domenicale dei negozi alle riforme dell’imposizione delle persone giuridiche e fisiche, fino alla votazione sull’iniziativa cantonale contro il dumping salariale.

Lo sguardo si è poi rivolto alle sfide ancora aperte: innovazione e sviluppo dello Switzerland Innovation Park Ticino, governabilità, presenza degli imprenditori nella politica e necessità di rinnovare la collaborazione tra autorità e associazioni economiche. Richiamando l’esperienza della pandemia, Maderni e Vitta hanno ribadito il valore di un confronto pragmatico anche per il rilancio dell’economia e il risanamento delle finanze pubbliche. La conversazione ha infine tracciato un bilancio dei trent’anni di impegno politico di Christian Vitta, con uno sguardo alle prospettive future e alla continuità del dialogo tra istituzioni ed economia.

Automotive, l’Europa paga le strategie mancate

L’automotive europeo è sotto pressione: concorrenza cinese, protezionismo americano, costi energetici e transizione tecnologica stanno ridisegnando un settore strategico. Al CEO Experience del 7 ottobre, Gian Luca Pellegrini ha spiegato, nel dialogo con Marcello Foa, perché in gioco non c’è soltanto il futuro dell’auto, ma la capacità dell’Europa di difendere industria, competenze e autonomia, con conseguenze dirette anche per la Svizzera e il Ticino.

L’Europa è ancora al volante? È la domanda da cui ha preso avvio il CEO Experience del 7 ottobre 2026, organizzato dalla Cc-Ti in collaborazione con Colin&Cie Svizzera SA, economiesuisse, EY, Sunrise e UBS Switzerland SA. Nel confronto con Marcello Foa, Gian Luca Pellegrini, direttore editoriale Automotive di Quattroruote, Ruoteclassiche e Quattroruote Fleet&Business, ha formulato una previsione destinata a segnare l’incontro: la crisi corre più velocemente del previsto e il punto più difficile potrebbe non essere ancora stato raggiunto.

Il rallentamento della domanda, l’aumento dei costi, gli investimenti richiesti dalla trasformazione tecnologica e la pressione dei concorrenti cinesi stanno indebolendo uno dei pilastri dell’economia europea. Le conseguenze non si fermano ai grandi costruttori: si propagano lungo l’intera filiera, colpendo per primi fornitori e componentisti. La Svizzera, fortemente integrata nelle catene produttive tedesche ed europee, è esposta a questa onda lunga, con possibili ricadute anche sulle imprese attive in Ticino e nella Svizzera orientale.

Cina e Stati Uniti accelerano, l’Europa resta stretta

Per anni la Cina è stata un mercato decisivo per la redditività dei marchi europei, soprattutto tedeschi. Oggi quelle stesse imprese perdono terreno anche nei segmenti premium: i produttori locali non competono più soltanto sul prezzo, ma su qualità, batterie, software, connettività e velocità di sviluppo. Nel frattempo, gli Stati Uniti proteggono e incentivano la produzione nazionale. L’Europa si trova così compressa tra il protezionismo americano e l’espansione cinese, mentre un settore un tempo globale tende a regionalizzarsi.
Il confronto, ha sottolineato Foa, è profondamente asimmetrico: Pechino sostiene la propria industria, Washington risponde con incentivi e dazi, mentre l’Europa rischia di indebolirsi rispettando regole che gli altri interpretano in modo più muscolare. Pellegrini ha però richiamato anche le responsabilità dei costruttori europei, troppo fiduciosi nella forza dei propri marchi e lenti nel cogliere il cambiamento delle aspettative dei clienti.

Decarbonizzazione, la meta senza la strada

Nel confronto non è stata contestata la necessità di ridurre le emissioni e la dipendenza dai combustibili fossili. Le perplessità hanno riguardato il metodo europeo: obiettivi e scadenze molto stringenti sarebbero stati fissati prima di predisporre energia, infrastrutture e condizioni industriali adeguate. Secondo Pellegrini, le norme sulle emissioni allo scarico hanno reso l’elettrico di fatto la soluzione dominante. Ne è derivata una concentrazione di investimenti che avrebbe lasciato meno risorse per software, digitalizzazione e guida autonoma.
Dietro la transizione si intravede anche una scelta geopolitica: ridurre il consumo di petrolio significa diminuire la dipendenza da fornitori esterni. Pellegrini ha avanzato una lettura non usuale: la sostenibilità potrebbe essere stata la cornice comunicativa di una decisione soprattutto strategica, analoga a quella perseguita dalla Cina. A suo giudizio, la sequenza avrebbe dovuto partire dalla politica energetica — includendo anche una riflessione sul nucleare — per creare poi le condizioni del mercato. Può una politica industriale indicare la meta senza costruire prima la strada per raggiungerla?

Dal Dieselgate alla deindustrializzazione: il conto europeo

Per Pellegrini, il Dieselgate rappresenta l’«anno zero» della nuova era dell’automobile. Nel tentativo di riscattarsi anche sul piano morale, l’industria tedesca avrebbe accelerato la transizione elettrica, commettendo però errori strategici e manageriali. La conseguente perdita di volumi non è soltanto un problema commerciale: mette in discussione la sostenibilità degli stabilimenti e può trasformarsi in deindustrializzazione, con riduzione degli ordinativi, ristrutturazioni, chiusure e dispersione di competenze.
Alla pressione esterna si aggiunge una debolezza interna: la frammentazione dell’industria europea. I marchi continuano a differenziare piattaforme e componenti che il cliente non vede, mentre i concorrenti cinesi condividono più elementi e realizzano economie di scala. I dazi possono rallentare l’avanzata asiatica, ma non risolvono il problema: i gruppi cinesi possono adattare l’offerta, produrre in Europa o acquisire aziende locali. Interessi nazionali divergenti rendono inoltre difficile una risposta europea unitaria e incisiva.

Auto più care e consumatori più prudenti

Una possibile risposta europea potrebbe arrivare da un modello inatteso: le kei car giapponesi, piccole vetture soggette in Giappone a requisiti specifici e più leggeri. Pellegrini ha ricordato che Luca de Meo aveva proposto per l’Europa una categoria analoga, mentre automobili sempre più complesse e regolamentate costano di più e i modelli accessibili diminuiscono. Il tema è anche sociale: nelle aree meno servite dal trasporto pubblico l’auto resta essenziale, ma restrizioni urbane e costi crescenti rischiano di penalizzare chi non può sostituire il proprio veicolo. Prezzi elevati e incertezza tecnologica spingono molti acquirenti a rinviare la decisione, facendo invecchiare il parco circolante. Ne deriva un paradosso: una transizione pensata per ridurre le emissioni può finire per rallentare il rinnovo dei veicoli. La diffusione dell’elettrico dipende inoltre da reddito, possibilità di ricarica privata, costo dell’energia e abitudini di mobilità. Gli obiettivi pubblici possono orientare il mercato, ma non sostituiscono la convenienza percepita dal consumatore.

Non solo elettrico: le tecnologie che cercano spazio

La posizione di Pellegrini contiene un elemento rivelatore: da anni guida soltanto auto elettriche e considera l’elettrico il punto d’arrivo della mobilità. La sua critica non riguarda quindi la tecnologia, ma il modo in cui la trasformazione viene imposta. Restano nodi concreti: costo e diffusione delle colonnine, accesso alla ricarica per chi non dispone di un posto auto privato e valore residuo dei veicoli, reso incerto dalla rapida evoluzione delle batterie. Sono aspetti decisivi soprattutto per leasing, noleggio e flotte aziendali.
Idrogeno e taxi senza conducente hanno aperto una finestra sul futuro della mobilità. Secondo Pellegrini, l’idrogeno presenta vantaggi in termini di autonomia e rapidità di rifornimento, ma per l’auto privata resta oggi poco realistico a causa delle difficoltà di produzione, stoccaggio e distribuzione; potrebbe invece trovare spazio nel trasporto pubblico locale. La guida autonoma, già sperimentata in alcune città statunitensi, richiede connettività, infrastrutture e risposte a delicati interrogativi etici. A suo giudizio, avrà applicazioni specifiche, senza sostituire completamente la guida tradizionale.

La crisi dell’auto arriva fino in Svizzera e in Ticino

Per le imprese svizzere inserite nelle catene del valore europee, l’automotive è già un indicatore concreto delle trasformazioni in corso: diminuiscono gli ordinativi, aumenta la pressione sui margini e cresce la necessità di innovare, diversificare clienti e mercati, proteggendo al tempo stesso le competenze specialistiche. Nel corso dell’incontro è stato sottolineato come questo scenario possa riguardare da vicino anche il Ticino e come si intrecci con il dibattito sull’approvvigionamento energetico e sul futuro del nucleare in Svizzera.
Il messaggio conclusivo supera i confini del settore. La competitività europea richiede energia a costi sostenibili, economie di scala, accesso ai mercati, regole prevedibili e la capacità di agire come un unico attore geopolitico. Pellegrini ha auspicato che i costruttori tornino a offrire vetture con un rapporto qualità-prezzo capace di competere davvero con i marchi cinesi. La sfida, per l’Europa, non è soltanto scegliere quali automobili produrre domani, ma assicurarsi di poter continuare a progettarle, costruirle e venderle.


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Generazioni d’impresa a confronto, per creare valore

Mettere in relazione idee innovative, competenze imprenditoriali ed esperienza aziendale per generare nuove opportunità sul territorio. È stato questo il filo conduttore di “Startup & Imprese: connessioni che creano valore”, l’evento tenutosi lo scorso 23 settembre 2026, promosso congiuntamente dalla Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino e dall’USI Startup Centre.

L’incontro ha riunito imprenditori, rappresentanti di istituzioni e protagonisti dell’ecosistema dell’innovazione, offrendo uno spazio concreto di dialogo tra startup e aziende già affermate. Due realtà che operano con caratteristiche e prospettive differenti, ma che proprio attraverso il confronto possono trovare importanti occasioni di crescita reciproca.

A portare il saluto istituzionale della Cc-Ti è stato il Direttore operativo Michele Merazzi, che ha successivamente preso parte alla tavola rotonda.

L’innovazione nasce dall’incontro

Alla base della collaborazione tra la Cc-Ti e l’USI Startup Centre vi è una convinzione condivisa: l’innovazione non dipende solo dalla tecnologia o dalla disponibilità di capitali, ma nasce dalla capacità di mettere in contatto persone, conoscenze ed esperienze diverse, creando ponti e sinergie.

Le startup portano nuovi modelli di business, tecnologie emergenti e disponibilità a sperimentare soluzioni divergenti. Le aziende dispongono invece di competenze manageriali, conoscenza dei mercati, reti strutturate e capacità organizzative sviluppate nel tempo.

Creare occasioni di dialogo tra questi due mondi significa favorire uno scambio che può produrre benefici per entrambe le parti. Le imprese possono confrontarsi con chi ha già affrontato le difficoltà legate alla gestione e alla crescita aziendale. Le realtà più strutturate possono invece entrare in contatto con approcci nuovi, talenti e soluzioni capaci di accelerare i propri percorsi di innovazione.

L’obiettivo non è solo quello di affiancare due categorie di organizzazioni, ma di costruire legami tra competenze complementari, facendo emergere collaborazioni commerciali, partenariati strategici, progetti comuni e possibili opportunità di investimento.

Dalle esperienze concrete al confronto aperto

La formula dinamica dell’evento ha permesso di tradurre questi principi in esempi reali. Una serie di brevi dialoghi tra startup e aziende ha illustrato come la collaborazione possa svilupparsi nella pratica, mettendone in evidenza opportunità, sfide e condizioni di successo.

Tra le esperienze presentate figuravano il confronto tra Hoxell ed Ente Ospedaliero Cantonale (per cui sono intervenuti: Tania Antoniou, Responsabile dei Servizi Alberghieri, Ente Ospedaliero Cantonale; Federico Umberto Mion, DBA, Vice Capo Area Finanze e Controlling, Ente Ospedaliero Cantonale & Responsabile Finanze e Amministrazione, Ospedale Regionale di Lugano, Istituto di Neuroscienze Cliniche della Svizzera Italiana, Istituto di Scienze Farmacologiche della Svizzera Italiana; Davide Bernasconi, COO & Co-Founder, Hoxell e Paolo Orsatti, Membro del CdA, Hoxell) e quello tra DEC Energy e BancaStato (dove hanno portato la loro esperienza Luca Bordonzotti, Sustainability Manager, Banca dello Stato del Cantone Ticino e Nicola Scarinzi, CEO & CO-Founder, DEC Energy). I dialoghi hanno consentito di osservare da vicino come organizzazioni con dimensioni, storie e modalità operative differenti possano trovare terreni comuni sui quali sperimentare e innovare.

Il programma è proseguito con una tavola rotonda moderata da Paolo Rossi, già Direttore AET e AEM. Il coinvolgimento del pubblico ha ulteriormente arricchito la discussione.

La parte conclusiva ha dato continuità al dialogo in un contesto informale. Il networking non ha rappresentato soltanto un momento conviviale, ma una componente centrale dell’evento.

Il ruolo della Cc-Ti

Quest’evento rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di collaborazione tra Cc-Ti e USI Startup Centre, accomunati dall’intento di sostenere l’imprenditorialità innovativa e rafforzare i collegamenti tra ricerca, talenti e mondo economico, dopo l’accordo quadro di collaborazione siglato nel dicembre del 2023.
Ricordiamo anche i numerosi profili di nuove realtà incubate nell’USI Startup Centre, che vengono raccontati periodicamente su ogni edizione della rivista economica della Cc-Ti, Ticino Business.


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La sicurezza informatica è una responsabilità condivisa

La tecnologia è diventata una componente essenziale dell’attività quotidiana di aziende ed organizzazioni. Questa evoluzione ha aperto nuove opportunità di sviluppo e innovazione, ma ha anche reso necessario prestare maggiore attenzione alla protezione di dati, sistemi e infrastrutture. Abbiamo parlato di sicurezza informatica nell’evento dedicato, svoltosi il 22 settembre a Lugano, organizzato dalla Cc-Ti, in collaborazione con la Polizia Cantonale.

Da sinistra i relatori intervenuti: Commissario Stefano Marelli e Ispettore principale Roland Lucini, Polizia Cantonale

Quando si parla di cibersicurezza, spesso si pensa esclusivamente a software o antivirus. In realtà, uno degli elementi più importanti resta il fattore umano. Molti episodi di compromissione informatica non derivano infatti da vulnerabilità tecniche, bensì da azioni compiute inconsapevolmente dagli utenti: un messaggio apparentemente affidabile, una richiesta fraudolenta o una semplice disattenzione possono essere sufficienti per aprire la porta a uno o più attacchi.

Per rafforzare la consapevolezza su questi temi, la Cc-Ti collabora con la Polizia Cantonale e ha presentato il secondo appuntamento intitolato “Sicurezza informatica in ambito lavorativo” rivolto al personale di aziende e associazioni ticinesi (il primo appuntamento si è svolto a Balerna il 29 aprile 2026).

L’iniziativa nasce con l’intento di diffondere una cultura della prevenzione e fornire strumenti pratici per affrontare in modo corretto le sfide della sicurezza informatica.
Davanti a oltre 40 partecipanti, sono intervenuti Roland Lucini, Ispettore principale, addetto alla prevenzione, Dipartimento delle Istituzioni – Polizia Cantonale, Servizio comunicazione, media e prevenzione; e Stefano Marelli, Commissario, sostituto capo sezione della Sezione Analisi Tracce Informatiche, Dipartimento delle Istituzioni – Polizia Cantonale, Polizia Giudiziaria.

Attraverso esempi concreti e situazioni tratte dalla realtà, gli incontri permettono di conoscere le modalità operative dei criminali informatici e di acquisire comportamenti più sicuri sia sul posto di lavoro sia nella vita privata. Particolare attenzione viene dedicata al riconoscimento delle minacce più diffuse, tra cui phishing, truffe online, social engineering, accessi non autorizzati e altre tecniche utilizzate per sottrarre dati o compromettere sistemi informatici.


È possibile rileggere quanto emerso nel precedente appuntamento:


Scoprite il terzo appuntamento con “Sicurezza informatica in ambito lavorativo – Locarno”, il prossimo 30.10.2026.
Iscrizioni aperte
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Competenza, indipendenza e metodo al servizio degli acquisti delle PMI

Un incontro per conoscere da vicino Melioris SPP SA e approfondire il ruolo sempre più strategico degli acquisti nelle imprese. Competenze specialistiche, conoscenza dei mercati e metodo diventano strumenti per sostenere il controllo delle spese, rafforzare l’organizzazione acquisti e generare valore.
La presentazione di Melioris SPP SA che si è tenuta l’8 settembre 2026, ha offerto l’occasione per riflettere su un tema sempre più centrale per le imprese: l’evoluzione del procurement da funzione operativa a leva strategica. In un contesto economico segnato da volatilità dei mercati, aumento dei costi energetici, tensioni geopolitiche, nuove esigenze regolatorie e crescente attenzione alla sostenibilità, acquistare bene significa oggi molto più che ottenere il prezzo migliore. Significa saper leggere il mercato, comprendere i rischi, costruire relazioni solide e contribuire alla continuità e alla competitività aziendale.

Gli spunti emersi durante l’incontro hanno messo in evidenza un cambiamento profondo

La funzione acquisti non può più essere considerata un’attività puramente amministrativa o transazionale. Il buyer diventa sempre più una figura di raccordo tra le esigenze interne delle aree specialistiche e il mercato esterno dei fornitori. Una funzione di interfaccia che richiede competenze negoziali, capacità di analisi, conoscenza dei mercati, gestione del rischio, esperienza nei progetti non standard e sensibilità relazionale.

Per le PMI, questa evoluzione non significa necessariamente replicare i modelli organizzativi delle grandi aziende. Al contrario, ogni impresa è chiamata a individuare una soluzione coerente con la propria realtà, valutando l’impatto degli acquisti sul business, la continuità dei fabbisogni, il livello di specializzazione richiesto e le competenze disponibili internamente. In questa prospettiva, un accompagnamento specialistico può aiutare le aziende a strutturare il percorso: dall’analisi delle necessità alla lettura del mercato di acquisto, dalla definizione della strategia alla selezione dei fornitori, fino all’attuazione e alla verifica dei risultati.

Il confronto con le testimonianze aziendali ha permesso di calare questi principi in contesti concreti, mostrando come le sfide legate agli acquisti assumano forme diverse a seconda del settore, della complessità dei mercati e del ruolo dei fornitori nella catena del valore.

Dalle esperienze condivise è emersa la varietà delle sfide con cui le aziende si confrontano quotidianamente. Nel settore farmaceutico, qualità, continuità e controllo dei fornitori sono fattori imprescindibili. Nell’alimentare, cambiamento climatico, disponibilità delle materie prime e pressione sui margini rendono sempre più importante diversificare le fonti di approvvigionamento. Nell’industria di precisione, la complessità tecnica dei componenti richiede un dialogo costante tra acquisti, sviluppo, ingegneria, qualità e partner esterni.

Un tema trasversale ha riguardato il delicato equilibrio tra esternalizzazione e controllo. Affidarsi a competenze esterne può essere una scelta necessaria e utile, soprattutto quando mancano risorse o strumenti interni. Tuttavia, ciò che non può essere delegato è la responsabilità di governo: l’impresa deve mantenere la capacità di valutare, monitorare e controllare ciò che affida a terzi. In questo contesto, l’indipendenza rispetto ai fornitori e l’obiettività delle analisi e delle raccomandazioni rappresentano condizioni essenziali per rafforzare il valore aggiunto degli acquisti in seno all’azienda.

Il supporto specialistico può tradursi in attività molto concrete: ricerca di nuovi fornitori, analisi dei portafogli fornitori, confronto dei prezzi benchmark, introduzione di criteri di sostenibilità nei capitolati d’oneri e accompagnamento nelle fasi di transizione. Un insieme di interventi orientati a conseguire risparmi ricorrenti, mantenendo al contempo la qualità dei prodotti e dei servizi acquistati.

La resilienza è stata uno dei concetti chiave dell’incontro. Le imprese sono sempre più chiamate a interrogarsi su quali fornitori siano davvero critici, dove esistano dipendenze difficili da sostituire e quali rischi debbano essere monitorati con maggiore attenzione. La solidità della catena di fornitura non è solo un tema tecnico o di compliance, ma una condizione essenziale per garantire continuità operativa, capacità di adattamento e crescita nel tempo.

Anche la tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, può offrire nuove opportunità. Strumenti di analisi, visibilità e supporto decisionale diventano sempre più accessibili anche alle PMI, aiutando le imprese a comprendere meglio i propri dati e a prendere decisioni più informate. Resta però centrale il giudizio umano: la tecnologia accelera e supporta, ma non sostituisce la conoscenza del contesto, l’esperienza e la qualità delle relazioni.

Uno sguardo specifico è stato dedicato anche all’energia, ambito in cui l’approccio agli acquisti deve diventare sempre più strategico. Non si tratta soltanto di cercare condizioni economiche favorevoli, ma di analizzare i consumi, individuare possibilità di ottimizzazione, valutare autoproduzione, stoccaggio, spostamento dei carichi e acquisto mirato dell’energia residua. Una visione integrata, che coinvolge competenze tecniche, finanza, direzione, sostenibilità e procurement.

Il messaggio conclusivo è chiaro: per le PMI, il procurement rappresenta oggi una leva strategica per rafforzare competitività, resilienza e capacità di affrontare il cambiamento. Non esiste un modello unico, ma vi è la necessità di costruire approcci proporzionati, flessibili e coerenti con la propria realtà aziendale. La presentazione di Melioris SPP SA ha permesso di evidenziare proprio questa esigenza: trasformare gli acquisti da semplice centro di costo a funzione capace di generare valore, collegando bisogni interni, mercati, fornitori, rischi, tecnologie e decisioni aziendali.

Connessioni che generano valore: i nuovi soci al centro della rete Cc-Ti

La seconda edizione dell’incontro dedicato ai nuovi associati offre una preziosa occasione per conoscersi, condividere esperienze e costruire collaborazioni capaci di rafforzare l’economia ticinese.

Creare relazioni autentiche, mettere in circolo competenze e trasformare gli incontri in opportunità concrete: è con questo spirito che la Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti) ha accolto i nuovi soci in occasione della seconda edizione dell’appuntamento a loro dedicato. Il successo della prima esperienza ha confermato un’esigenza reale del tessuto imprenditoriale: disporre di spazi nei quali aziende diverse possano conoscersi, dialogare e avviare nuove sinergie.

La numerosa partecipazione ha dato forma concreta a questa volontà di apertura e confronto. Michele Merazzi, COO della Cc-Ti, ha guidato l’evento con professionalità e dinamismo, accompagnando i diversi momenti della serata e favorendo un dialogo costruttivo. Fondamentale, anche quest’anno, il sostegno della Federazione delle banche Raiffeisen del Canton Ticino, che ha rinnovato il proprio impegno a favore dell’iniziativa e ha scelto di aderire alla Cc-Ti, contribuendo così ad ampliare e consolidare la rete camerale.

La Camera di commercio è la sua comunità

Il messaggio centrale dell’incontro è semplice e, al tempo stesso, decisivo: la Camera di commercio vive attraverso le persone e le imprese che ne fanno parte. Non è soltanto una struttura organizzativa, ma una comunità unita dalla volontà di contribuire allo sviluppo economico del Cantone. La Cc-Ti rappresenta gli interessi dell’economia e favorisce lo scambio; il suo patrimonio più prezioso risiede negli associati e nel loro coinvolgimento.

Il networking come leva strategica

Il networking è uno dei temi più richiesti dai soci e costituisce un cardine dell’attività camerale. L’incontro fra realtà imprenditoriali differenti può generare nuove idee, collaborazioni e prospettive di crescita. Proprio la trasversalità della Cc-Ti rappresenta un punto di forza: imprese di dimensioni, settori e sensibilità diverse possono confrontarsi, riconoscere interessi comuni e costruire valore insieme.

In uno scenario economico in rapida evoluzione, fare rete non è soltanto un’opportunità, ma una necessità strategica. Nessuna impresa può affrontare da sola ogni cambiamento. Collegare persone, conoscenze ed esperienze significa moltiplicare le possibilità di risposta, accrescere la resilienza e rafforzare la competitività dell’intero tessuto economico ticinese.

Tre direttrici per costruire valore

  • Conoscersi: presentare la propria azienda, comprenderne le attività e le peculiarità e scoprire le competenze presenti nella rete.
  • Confrontarsi: condividere esperienze, esigenze e osservazioni per leggere con maggiore consapevolezza le trasformazioni in atto.
  • Collaborare: individuare affinità, sviluppare sinergie e tradurre i contatti in iniziative e opportunità concrete.

Una partecipazione che continua nel tempo

L’invito rivolto ai nuovi soci va oltre la singola serata: prendere parte alla vita associativa significa segnalare esigenze e criticità, avanzare proposte e contribuire all’evoluzione delle iniziative camerali. La Cc-Ti resta al fianco delle aziende per ascoltarle, rappresentarle e tradurne le istanze in azioni condivise. In questa prospettiva si inserisce anche la prossima Assemblea generale ordinaria del 16 ottobre, importante momento di informazione e dialogo sulla vita dell’organizzazione.

Ogni nuovo socio porta con sé competenze, visioni e possibilità: quando queste energie entrano in relazione, la rete si rafforza e contribuisce ad accrescere la capacità dell’economia ticinese di affrontare il futuro con fiducia, solidità ed entusiasmo.

CEO Experience: le nuove logiche del potere

L’incontro con Gianandrea Gaiani e Luca Tenzi, intervistati da Marcello Foa, si è tenuto il 9 giugno 2026

Il contesto internazionale è attraversato da una progressiva transizione verso un assetto più multipolare, nel quale i rapporti tra Stati appaiono sempre più segnati dalla competizione strategica, dalla tutela degli interessi nazionali e da nuove forme di interdipendenza economica, tecnologica e politica.

Dopo la fase di predominio statunitense successiva alla Guerra fredda, il sistema internazionale appare oggi caratterizzato soprattutto dal confronto strategico tra Stati Uniti e Cina, mentre la Russia mantiene un ruolo rilevante sul piano militare e nucleare. A questi attori si affiancano potenze e aree di crescente peso regionale e globale, tra cui Unione europea, India, Turchia e monarchie del Golfo.

La discussione tenutasi durante l’evento “CEO Experience: le nuove logiche del potere” dello scorso 9 giugno 2026 presso l’Hotel Villa Principe Leopoldo a Lugano (organizzato dalla Cc-Ti con la collaborazione di economiesuisse, UBS Switzerland SA, Sunrise e Colin&Cie Svizzera SA) ha evidenziato come ogni Stato agisca in base ai propri punti di forza e alle proprie vulnerabilità, contribuendo a ridefinire equilibri, alleanze e rapporti di forza a livello globale.

Gli Stati Uniti restano la principale potenza militare e tecnologica, ma il loro ruolo internazionale si sta evolvendo: il sostegno all’Ucraina e il coinvolgimento in Medio Oriente evidenziano una strategia fondata su alleanze, strumenti di deterrenza, gestione indiretta delle crisi e controllo delle tecnologie avanzate.

La Cina, pur mantenendo un approccio generalmente prudente rispetto a un’esposizione militare diretta, si conferma il principale sfidante strategico degli Stati Uniti, rafforzando progressivamente la propria presenza militare, tecnologica ed economica. Il nodo di Taiwan resta uno degli elementi più sensibili nei rapporti sino-americani.

La Russia, pur confrontandosi con limiti tecnologici, pressioni economiche e l’elevato costo umano del conflitto in Ucraina, conserva un ruolo significativo grazie alla deterrenza nucleare, alla capacità industriale bellica e a forme di sostegno politico, economico o tecnologico da parte di partner quali Cina e Iran.

Le tensioni in Medio Oriente, incluse quelle che coinvolgono Iran, Israele e Stati Uniti, mostrano inoltre quanto i conflitti moderni dipendano da droni, intelligence, satelliti, cybercapacità e attacchi a distanza, con ricadute immediate sull’economia globale.

La dipendenza energetica dal Medio Oriente, il ruolo strategico dello Stretto di Hormuz e la volatilità dei prezzi dimostrano come le relazioni tra nazioni non siano più solo militari, ma anche economiche, energetiche e commerciali.

In questo contesto, la competizione non riguarda più soltanto territorio e risorse, ma anche tecnologia, dati, semiconduttori, intelligenza artificiale e controllo delle infrastrutture critiche.

L’Europa si confronta con un contesto di sicurezza sempre più complesso: dopo decenni in cui la garanzia statunitense ha avuto un ruolo centrale nella difesa del continente, diventa oggi prioritario rafforzare le capacità europee in materia di difesa, autonomia tecnologica, sicurezza energetica e base industriale.

All’interno dell’Unione europea, la definizione di una strategia condivisa resta una sfida rilevante: la diversità di interessi, priorità e sensibilità nazionali rende necessario un maggiore coordinamento per rispondere in modo efficace all’evoluzione dello scenario internazionale.

Anche la Svizzera è chiamata a confrontarsi con l’evoluzione di questo scenario. Pur non essendo, allo stato attuale, esposta a un rischio militare diretto comparabile a quello di altri Paesi europei, il contesto internazionale impone una crescente attenzione alle minacce ibride, alla cybersicurezza, alla resilienza economica, alla gestione delle pressioni sulle esportazioni e alla sicurezza degli approvvigionamenti.

In questa prospettiva, per la Svizzera assumono particolare rilievo la salvaguardia della neutralità, il rafforzamento della sovranità tecnologica, la protezione delle infrastrutture critiche, la diversificazione dei fornitori strategici e il sostegno alla ricerca e all’innovazione.

In conclusione, le crisi attuali evidenziano una trasformazione profonda dei rapporti internazionali: alleanze e organizzazioni multilaterali restano importanti, ma sono sempre più condizionate dagli interessi strategici dei singoli Stati.

La sicurezza futura non dipenderà soltanto dalla forza militare, ma anche dalla capacità dei Paesi di proteggere reti energetiche, dati, telecomunicazioni, sistemi finanziari, tecnologie strategiche e catene di approvvigionamento.

La domanda centrale non è più soltanto come vincere un conflitto, ma come restare resilienti in un mondo instabile, competitivo e sempre più interdipendente.


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La prevenzione parte dalle persone

Riflessioni della Polizia Cantonale sul ciclo di incontri organizzati in collaborazione con la Cc-Ti sul tema della sicurezza informatica in ambito lavorativo.

Una foto dei relatori del primo appuntamento tenutosi lo scorso 29 aprile 2026 a Balerna.

Negli ultimi anni la trasformazione digitale ha modificato profondamente il modo di lavorare delle aziende e delle associazioni ticinesi. La crescente diffusione di strumenti digitali, piattaforme online, servizi cloud e sistemi di comunicazione interconnessi ha portato importanti vantaggi in termini di efficienza e rapidità operativa, ma ha anche aumentato l’esposizione a rischi informatici sempre più sofisticati. Le statistiche e i casi registrati negli ultimi anni mostrano come molte intrusioni informatiche abbiano origine da semplici errori quotidiani: l’apertura di un allegato sospetto, il clic su un link fraudolento, l’utilizzo di password deboli oppure la condivisione inconsapevole di informazioni sensibili. Per questo motivo la sensibilizzazione delle persone rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci per rafforzare la sicurezza.

È partendo da questa consapevolezza che la Polizia cantonale ha avviato un’analisi su come raggiungere il maggior numero di persone operanti del settore aziendale. Il progetto di collaborazione con la Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti), nasce dalla constatazione emersa durante varie inchieste penali: gli attacchi informatici non colpiscono esclusivamente grandi gruppi internazionali o realtà altamente tecnologiche. Sempre più spesso, infatti, anche piccole e medie imprese, e non da ultimo le associazioni, diventano bersaglio di cibercriminali che sfruttano vulnerabilità tecniche ma, soprattutto, comportamenti poco consapevoli.

In questo senso, la collaborazione con la Cc-Ti si sviluppa attraverso momenti informativi destinati ai dipendenti e alle dipendenti di aziende e associazioni ticinesi, con l’obiettivo di creare un ponte diretto tra il mondo della prevenzione e il tessuto economico cantonale. Concretamente, nel corso del 2026 sono previste tre mattinate informative dedicate alla cibersicurezza, con contenuti accessibili anche a chi non possiede competenze tecniche specifiche (la prima si è svolta a Balerna lo scorso 29 aprile. Gli altri eventi si svolgeranno a Lugano il 22 settembre 2026 e a Locarno il 30 ottobre 2026). La struttura degli incontri è stata concepita in maniera modulabile e adattabile in base all’evoluzione delle minacce informatiche. I partecipanti e le partecipanti hanno l’opportunità di approfondire temi di stretta attualità, per meglio comprendere i meccanismi utilizzati dai cibercriminali e le principali misure di protezione da adottare sia nella vita professionale sia nella vita privata.

Tra gli argomenti affrontati vi sono il phishing e le email fraudolente, con esempi pratici per imparare a riconoscere messaggi sospetti, siti falsificati e tentativi di furto di credenziali. Vengono inoltre illustrate le principali forme di malware, inclusi i ransomware che negli ultimi anni hanno colpito numerose aziende, causando importanti interruzioni operative, perdita di dati e ingenti conseguenze economiche. Ampio spazio è inoltre dedicato anche al fenomeno delle cyber-truffe, come le truffe del falso CEO o le compromissioni delle e-mail aziendali, fenomeni che sfruttano la fiducia e la pressione psicologica (tempo) per indurre collaboratori, collaboratrici e responsabili finanziari a effettuare pagamenti o condividere informazioni sensibili. Gli incontri toccano inoltre aspetti pratici legati all’utilizzo sicuro di Internet e dei dispositivi digitali: gestione delle password, aggiornamenti software, navigazione sicura e comportamento corretto in caso di sospetto incidente informatico.

Uno degli elementi centrali del progetto è la volontà di promuovere una cultura della sicurezza condivisa. La cibersicurezza non può infatti essere considerata esclusivamente una questione tecnica affidata ai reparti informatici. Ogni collaboratore e collaboratrice, indipendentemente dal proprio ruolo, contribuisce quotidianamente alla protezione dell’azienda.

In questo senso la prevenzione assume un valore strategico. La sensibilizzazione ha lo scopo di ridurre il rischio di errori umani, aumentare la capacità di riconoscere situazioni anomale e favorire una reazione tempestiva in caso di incidente. Un’organizzazione informata è infatti più resiliente e meglio preparata ad affrontare le minacce digitali. La collaborazione tra Polizia cantonale e Cc-Ti rappresenta quindi un esempio concreto di sinergia tra istituzioni e mondo economico a favore della sicurezza del territorio. Attraverso il dialogo, la formazione e la condivisione di esperienze è possibile costruire maggiore consapevolezza e contribuire alla protezione delle aziende e associazioni ticinesi in un contesto digitale in continua evoluzione.

L’auspicio è che questa iniziativa possa consolidarsi nel tempo, ampliando progressivamente il coinvolgimento delle imprese e adattando i contenuti alle nuove sfide della cibersicurezza. Perché oggi, più che mai, la prevenzione parte dalle persone.


Scopri e sfoglia la gallery dell’evento del 29 aprile 2026, tenutosi a Balerna, organizzato dalla Cc-Ti con la Polizia Cantonale quale partner, e il sostegno di Ente Regionale per lo sviluppo del Mendrisiotto e Basso Ceresio ERS-MB e Polus SA.

Highlights dell’evento

Sicurezza informatica in ambito lavorativo

Lo scorso 29 aprile, davanti a una novantina di partecipanti si è tenuta la prima edizione del ciclo di incontri dedicati al tema della cyber security, in collaborazione con la Polizia Cantonale.

Da sin.: Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti; Stefano Marelli, commissario Polizia Cantonale; Giovanna Staub, Presidente CdA Polus SA; Roland Lucini, Ispettore principale Servizio comunicazione, media e prevenzione Polizia Cantonale e Claudio Guidotti, Direttore presso Ente Regionale per lo sviluppo del Mendrisiotto e Basso Ceresio ERS-MB.

Nell’evento “Sicurezza informatica in ambito lavorativo” del 29 aprile 2026, organizzato dalla Cc-Ti con la Polizia Cantonale quale partner, e il sostegno di Ente Regionale per lo sviluppo del Mendrisiotto e Basso Ceresio ERS-MB e Polus SA sono stati trattati i principali rischi in ambito della sicurezza informatica, come riconoscere gli attacchi e ridurre gli errori umani, apprendendo come rispondere in modo adeguato (phishing, hacking, cyber truffe, social engineering, esempi e casi concreti, ecc.).

ALTRI EVENTI CICLO DI INCONTRI DEDICATI AL TEMA DELLA CYBER SECURITY

Seguiranno eventi per le aziende su questo specifico tema anche in altre luoghi del Canton Ticino (luganese, locarnese) nel corso del 2026.
Gli appuntamenti saranno agendati sul nostro sito web www.cc-ti.ch/eventi.



In quest’ottica proponiamo il testo della scheda informativa sull’obligo di segnalare ciberattacchi contro le infrastrutture critiche, redatto dall’Ufficio federale della cibersicurezza UFCS, che spiega come – dal 1° aprile 2025 – , i gestori di infrastrutture critiche sono tenuti a segnalare ciberattacchi all’Ufficio federale della cibersicurezza (UFCS) entro 24 ore dalla loro scoperta.

Il Consiglio federale ha posto in vigore con effetto dal 1° aprile 2025 la modifica necessaria della legge federale del 29 settembre 2023 sulla sicurezza delle informazioni in seno alla Confederazione (Legge sulla sicurezza delle informazioni, LSIn).

Chi deve segnalare?
La Legge sulla sicurezza delle informazioni (LSIn) stabilisce quali gestori di infrastrutture critiche sono soggetti all’obbligo di notifica. Tra queste figurano ad esempio le istituzioni nel settore dell’approvvigionamento energetico e idrico, le imprese di trasporto e le amministrazioni cantonali e comunali. Informazioni più dettagliate sulla definizione di infrastrutture critiche sono disponibili nella legge sulla sicurezza delle informazioni (LSIn). Le disposizioni esecutive e le eccezioni sono disciplinate nell’Ordinanza sulla cibersicurezza (OCS).

Quali ciberattacchi devono essere segnalati?
Un ciberattacco dev’essere segnalato, tra l’altro, se rischia di compromettere il funzionamento dell’infrastruttura critica interessata, ha comportato una manipolazione o una fuga d’informazioni oppure è correlato ai reati di estorsione, minaccia o coazione.

Come deve essere segnalato?
L’UFCS mette a disposizione un modulo di segnalazione sulla sua piattaforma esistente per lo scambio di informazioni (Cyber Security Hub) con i gestori di infrastrutture critiche. Se in occasione della prima segnalazione da effettuare entro 24 ore non è ancora possibile fornire tutte le informazioni necessarie, vige un termine di 14 giorni per completare la segnalazione.

Le organizzazioni che non dispongono di un accesso alla piattaforma possono inviare le segnalazioni anche tramite il modulo e-mail disponibile sul sito web dell’UFCS.

Sanzioni in caso di mancata segnalazione
In caso di mancato rispetto dell’obbligo di notifica, la legge prevede multe fino a un massimo di CHF 100’000.
Queste sanzioni sono entrate in vigore il 1° ottobre 2025.

Ulteriori informazioni
Ulteriori informazioni e video esplicativi sull’obbligo di segnalare sono disponibili sul sito web dell’UFCS: Informazioni sull’obbligo di segnalare.


Scopri l’articolo con le riflessioni della Polizia Cantonale sul tema

Highlights dell’evento