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Discorso del Presidente Cc-Ti Andrea Gehri

16 Ottobre 2026/in Appuntamenti, Assemblea Generale Ordinaria, Comunicazione e media, Eventi e missioni, Post eventi, Tematiche

Pronunciato in occasione della 109esima Assemblea Generale Ordinaria della Cc-Ti del 16 ottobre 2026

“RITROVARE LA ROTTA”

Signori Consiglieri di Stato,
Signori Consiglieri agli Stati e al Nazionale,
Autorità cantonali e comunali,
Care imprenditrici e cari imprenditori,
Gentili ospiti,
Care amiche e cari amici della Cc-Ti,

Quando ci ritroviamo ogni anno per la nostra Assemblea generale, abbiamo il dovere di guardare oltre il bilancio di un’associazione e oltre l’attualità di una stagione politica.

Dobbiamo chiederci dove sta andando il nostro Cantone.

E, soprattutto, dove vogliamo che vada.

Un Paese senza una direzione rischia di procedere, di vagare senza sapere dove sta andando.
Può amministrare il presente. Può reagire alle emergenze. Può correggere qualche problema.

Ma senza una rotta e senza una bussola perde, poco alla volta, la capacità di costruire il futuro.

Le finanze pubbliche peggiorano. La popolazione invecchia. Le nascite diminuiscono. Le aziende faticano a trovare personale qualificato. La formazione deve rincorrere l’innovazione e il progresso. La burocrazia si espande e le regolamentazioni si moltiplicano. La concorrenza fra territori è sempre più una realtà a cui bisogna prestare attenzione.

E intanto il mondo non ci aspetta.

Non voglio fare oggi un discorso retorico e/o di circostanza. Non voglio neppure aggiungere un’altra voce al rumore politico che troppo spesso, negli ultimi mesi, accompagna la vita istituzionale del nostro Cantone.

Ma proprio perché rappresentiamo l’economia ticinese, abbiamo il dovere di contribuire con franchezza e spirito costruttivo al dibattito sul futuro del Cantone. Osserviamo difficoltà che richiedono risposte più coordinate e una maggiore capacità di guardare oltre le emergenze e le contrapposizioni del momento.

La domanda è paradossalmente semplice:

vogliamo continuare a navigare a vista, oppure vogliamo tornare a scegliere una rotta?

Io credo che il Ticino possa ancora scegliere. Ma scegliere significa riconoscere i problemi e le opportunità, fissare le priorità e assumersi la responsabilità delle decisioni.

La nostra bussola ha quattro punti cardinali:
finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo.

Sono i quattro punti della bussola che possono, anzi devono, riportare il Ticino sulla giusta rotta.

Partiamo dalle finanze. Non perché tutto sia riconducibile ai conti dello Stato, ma perché senza finanze sane lo Stato perde progressivamente la capacità di fare politica.

Un anno fa, da questo stesso palco, avevo rivolto al Consiglio di Stato e alla politica tutta un appello: «Riformare per servire meglio». Non ci eravamo limitati a denunciare i problemi. Avevamo indicato sette misure concrete.

Contenere le nuove assunzioni e gestire responsabilmente gli avvicendamenti. Riformare il settore sanitario di competenza cantonale. Rivedere a trecentosessanta gradi il sistema dei sussidi. Eliminare le leggi inutili. Deregolamentare e orientare l’Amministrazione al cittadino. Favorire la mobilità interna. E, soprattutto, rivedere profondamente i compiti dello Stato.

Oggi, a un anno di distanza, la domanda è inevitabile.

Quante di quelle misure sono state ascoltate?

Quante sono state realmente applicate?

Il bilancio mostra alcuni primi passi, ma resta ancora distante dalla profondità del cambiamento che riteniamo necessario.

Qualche segnale esiste. In sanità sono stati avviati interventi puntuali per favorire il passaggio dalla degenza alle cure ambulatoriali e sono proseguite pure iniziative per governare determinate autorizzazioni. Sul fronte digitale sono disponibili nuovi servizi e il principio «once only» è entrato almeno nel dibattito amministrativo.

Ma segnali puntuali non sono ancora una riforma.

Non risulta attuata una più rigorosa gestione delle assunzioni e delle partenze. Non emerge una revisione complessiva dei sussidi. Non è stato introdotto un principio generale per eliminare una norma ogni volta che se ne approva una nuova. Non risulta neppure avviato un programma organico di mobilità interna. E, soprattutto, non vediamo ancora quella profonda verifica dei compiti dello Stato che avevamo indicato come la madre delle riforme.

Anche i conti confermano che il cambio di passo non è ancora avvenuto. Il Preventivo 2027, licenziato dal Consiglio di Stato il 30 settembre, prevede spese complessive per 4 miliardi e 731 milioni di franchi, 108 milioni in più rispetto al Preventivo 2026.

I ricavi salgono a 4 miliardi e 633 milioni, ma il risultato d’esercizio resta negativo per 98,5 milioni.

Gli investimenti netti rimangono elevati, attorno ai 291 milioni, e questo è forse uno degli spiragli di luce da evidenziare nel documento.

La perdita d’esercizio rispetta formalmente il freno al disavanzo, ma questo non significa che i conti siano risanati: significa soltanto che, per il 2027, restano entro il limite legale imposto.

Il giudizio deve essere equilibrato ma chiaro: alcune iniziative settoriali si sono mosse; poco delle sette misure può però dirsi realizzata in modo completo e strutturale.
Il discorso di oggi non corregge quello del 2025. Lo conferma.
E conferma soprattutto che il tempo disponibile si è ulteriormente ridotto.

Il Ticino ha chiuso il 2025 con un disavanzo d’esercizio di 32.5 milioni di franchi.
A fine 2025 il debito pubblico ammontava già a 2 miliardi e 729 milioni.
Salirà a 2 miliardi e 897 milioni nel 2026 e a 3 miliardi e 58 milioni nel 2027.

Ma è soprattutto la proiezione successiva a mostrare la vera dimensione del problema:
3 miliardi e 446 milioni nel 2028, 3 miliardi e 997 milioni nel 2029 e ben 4 miliardi e 585 milioni nel 2030.
In appena cinque anni, dal 2025 al 2030, il debito aumenterebbe quindi di circa 1 miliardo e 856 milioni, quasi il 68 per cento in più rispetto al dato attuale.

È una crescita che ridurrà drasticamente e progressivamente i margini di manovra del Cantone e trasferirà oneri rilevanti alla cittadinanza e alle future generazioni.

Una dinamica di questa portata non sarebbe compatibile con una gestione responsabile sul piano politico, sociale ed economico.

Il capitale proprio resta negativo. Intanto il Piano finanziario prevede disavanzi d’esercizio di 236 milioni nel 2028, 411 milioni nel 2029 e 460 milioni nel 2030. Nello stesso periodo le spese salirebbero da 4 miliardi e 731 milioni nel 2027 a oltre 5 miliardi nel 2030, mentre i ricavi resterebbero sostanzialmente fermi attorno ai 4,5-4,6 miliardi.

Il divario non è congiunturale: rimane strutturale.

Il risultato, e va sottolineato, è stato favorito da entrate non strutturali: 80,1 milioni dalla distribuzione degli utili della Banca nazionale svizzera, non preventivati, e 67 milioni in più dalle imposte di successione e donazione, riconducibili in larga parte a un importante singolo caso. Non è quindi il frutto di una correzione strutturale né di un riequilibrio stabile fra entrate e uscite.

Oggi il miglioramento dei conti poggia ancora su due elementi fragili.

La speranza e l’espediente.

La speranza che arrivino nuovi contributi dalla Banca nazionale. La speranza che si ripetano sopravvenienze fiscali. La speranza che un’entrata eccezionale ci permetta ancora una volta di guadagnare tempo.

E poi l’espediente: misure estemporanee, prive di strategia organica, spesso scollegate, troppo sovente di natura puramente contabile e quasi mai strutturali.

È prevalso un principio, profondamente errato.

Meglio rinviare il problema piuttosto che affrontarlo.

Ma un problema strutturale rinviato non scompare. Cresce soltanto.

Si accumula. Riduce la libertà di scelta. E trasferisce il conto alle generazioni successive.

Uno studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato il 4 maggio 2026 e richiamato dalla Cc-Ti, stima un disavanzo strutturale ordinario di circa 200 milioni di franchi all’anno e nuovi oneri già decisi per 350–400 milioni entro il 2029: uno squilibrio potenziale, quindi, nell’ordine di 550–600 milioni all’anno.

Non si tratta di un effetto isolato, ma di uno squilibrio che si ripeterebbe ogni anno.

Sono stime che richiedono una valutazione attenta e una risposta condivisa.

Alle istituzioni e alla politica rivolgiamo quindi un appello chiaro: affrontiamo insieme questi problemi con tempestività, trasparenza e senso di responsabilità.

Servono decisioni tempestive, capaci di affrontare le cause strutturali per evitare che il margine d’intervento si riduca ulteriormente.

Il tempo utile per intervenire in modo ordinato e graduale si sta riducendo; agire per tempo consentirebbe di evitare misure più dolorose in futuro.

In questi anni abbiamo assunto impegni e aumentato le uscite senza chiarire fino in fondo chi avrebbe dovuto pagarne il conto. Prima di approvare nuove spese ricorrenti o nuovi investimenti dobbiamo conoscere il quadro finanziario complessivo, le conseguenze future e la copertura.

Per questo proponiamo una vera Spending Review Ticino, ossia un’analisi e revisione della spesa pubblica. Non una commissione consultiva. Non un rapporto destinato a finire in un cassetto. Ma un programma permanente di verifica dei compiti, delle priorità, della spesa e dell’efficacia dell’Amministrazione.

La regola deve essere chiara: prima di chiedere altri soldi ai cittadini e alle imprese, dimostriamo di avere utilizzato bene quelli di cui già disponiamo.

In questo contesto si inserisce anche l’iniziativa «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali», della quale la Cc-Ti fa parte del comitato promotore. Noi auspichiamo che il Consiglio di Stato presenti un controprogetto coraggioso, seppur con ampio ritardo, credibile e realmente in linea con le aspettative dell’iniziativa: un progetto che colleghi il contenimento degli effettivi alla verifica dei compiti, alla mobilità interna, alla digitalizzazione e alla sostituzione selettiva delle partenze.

Solo una risposta politica di questa portata potrà rendere superfluo il voto popolare ed evitare di chiamare la cittadinanza alle urne, magari già nel febbraio 2027.

Non chiediamo un compromesso cosmetico. Chiediamo una soluzione sostanziale, misurabile e capace di dare una risposta alle preoccupazioni che hanno portato alla nascita dell’iniziativa.

Non è assolutamente una battaglia contro i collaboratori dello Stato.

Non è un attacco ai servizi pubblici.

E non è il tentativo di ridurre la capacità del Cantone di rispondere alle esigenze dei cittadini, delle famiglie e delle imprese.

È esattamente il contrario.

Vogliamo preservare nel tempo la capacità dello Stato di svolgere bene i compiti necessari. Ma proprio per questo non possiamo accettare che strutture, funzioni, organici e costi continuino a crescere quasi automaticamente, senza una verifica rigorosa della loro necessità, efficacia e sostenibilità.

Non si può crescere a dismisura senza fermarsi a chiedersi:

Ma è davvero necessario? È finanziariamente sostenibile? Il servizio reso ai cittadini è migliorato in misura proporzionata alle risorse impiegate?

Il punto non è partire dal numero dei dipendenti.

Il punto è, e lo ribadisco nuovamente, partire dai compiti dello Stato.

Significa scegliere con coerenza.

Significa concentrare le risorse dove producono il maggiore beneficio per la collettività. Significa eliminare ciò che non serve più, per proteggere e migliorare ciò che serve davvero.

Uno Stato moderno non si giudica dal numero di persone che impiega. Si giudica dalla qualità dei servizi, dalla rapidità delle risposte, dalla chiarezza delle responsabilità, dall’efficienza dei processi e dall’uso responsabile delle risorse.

Il nostro obiettivo non è uno Stato più debole. È uno Stato migliore.

Più semplice. Più rapido. Più vicino ai cittadini e alle imprese. E, soprattutto, sostenibile anche per le prossime generazioni.

Per raggiungere questi obiettivi è indispensabile mettere ordine nei conti. Ma il Ticino non può ritrovare la rotta soltanto risparmiando: deve anche tornare a crescere.

La politica finanziaria non può essere separata dalla politica economica. L’economia, infatti, non è il bancomat dello Stato. Le imprese non sono semplicemente soggetti ai quali chiedere più imposte, più contributi, più adempimenti e più obblighi.

Le imprese sono il luogo nel quale si crea valore. E quel valore, alla fine, finanzia anche e soprattutto la solidarietà e lo Stato sociale.

Prima si crea ricchezza. Poi la si può distribuire.

Senza produttività, investimenti e imprese competitive, finiamo per dividerci una torta che non cresce più. Noi dobbiamo tornare a parlare di come far crescere la torta.

E qui il Ticino ha un problema ancora più profondo: manca di una visione e di una strategia economica cantonale condivisa e di lungo periodo.

Nei mesi scorsi questa mia valutazione è stata ripresa con molta enfasi dai media e dalla politica, soprattutto in relazione al consigliere di Stato on. Christian Vitta.

Vorrei tuttavia precisare il significato del commento espresso. Il mio compito, quale presidente della Cc-Ti, è di rappresentare l’economia cantonale, dare voce alle preoccupazioni delle imprese, degli imprenditori e sollecitare la politica alle proprie responsabilità.

Durante tutti gli anni alla direzione del DFE, i rapporti personali e istituzionali con l’on. Christian Vitta sono sempre stati contraddistinti da grande stima, rispetto, correttezza e collaborazione.

Proprio perché la stima è sincera, possiamo e dobbiamo parlare con franchezza.

Il giudizio sui risultati non deve cancellare il riconoscimento personale, di stima e di rispetto, ma dev’essere parte del dialogo.

Le due dimensioni devono restare distinte. Entrambe vere. Entrambe espresse con lealtà.

E sottolineo quindi con altrettanta convinzione che, sarebbe sbagliato attribuire a una sola persona responsabilità che appartengono al Consiglio di Stato, al Parlamento e alla politica cantonale nel suo insieme.

Da tempo i nostri associati sollecitano un disegno coerente per lo sviluppo economico del Cantone, che dia continuità alle decisioni e fiducia a chi investe. Non chiedono misure isolate. Chiedono una direzione riconoscibile, priorità chiare, obiettivi misurabili e strumenti efficaci.

Se guardiamo ai dossier decisivi, dalla promozione del tessuto economico alla strategia di medio e lungo termine, fino all’attrattività territoriale, mancano progressi misurabili e che rispondano alle sfide che ci attendono.

E’ necessario compiere scelte più incisive per orientare l’economia verso le nuove sfide. Senza misure forti non si crea nuovo valore, non si generano posti di lavoro attrattivi e non si costruisce un tessuto economico di qualità, solido e competitivo.

Le decisioni economiche nascono da dinamiche istituzionali più ampie che coinvolgono in prima linea la politica a tutti i livelli.

Ma coinvolgono anche l’economia e le parti sociali.

L’economia è pronta a fare la propria parte: investire, formare, innovare e assumersi rischi. Confidiamo che, insieme alla politica e alle parti sociali, sia possibile tradurre questa disponibilità in scelte condivise e risultati concreti.

Il punto è: riconoscere che la gestione dell’ordinario non basta più.

Per questo propongo un nuovo Libro bianco Ticino 2040.

Non un documento ideologico, ma un progetto di Paese costruito insieme alle istituzioni, all’Università, alla SUPSI, alle associazioni economiche, alle parti sociali e alla società civile.

Possiamo imparare dai Cantoni che hanno reagito con una strategia chiara, lavorando insieme su fiscalità, disciplina finanziaria, innovazione, aree economiche, disponibilità di manodopera, digitalizzazione e amministrazione orientata al cliente.

Un esempio recente viene dal Canton Vaud. Il 27 settembre 2026 la popolazione ha approvato una riduzione del 12 per cento dell’imposta cantonale sul reddito e sulla sostanza delle persone fisiche, applicabile già dal 2027.

È importante essere precisi: lo sgravio non riguarda l’imposta sull’utile o sul capitale delle persone giuridiche.

Riguarda i contribuenti privati e mira a ridurre una pressione fiscale che, nel confronto intercantonale, rimane particolarmente elevata. Per il Cantone significa una diminuzione strutturale delle entrate stimata in 272 milioni di franchi all’anno. La decisione arriva mentre il progetto di Preventivo 2027 presenta già un disavanzo di ben 356 milioni.

Non tutto, in questo modello, è trasferibile automaticamente al Ticino. E una parte della copertura vodese poggia anche su ricavi straordinari e su una quota supplementare della Banca nazionale, quindi su elementi che richiedono prudenza.

Ma la lezione politica è chiara:

Vaud ha scelto di affrontare insieme fiscalità delle persone fisiche, disciplina finanziaria e attrattività territoriale.

Lo sgravio non viene presentato soltanto come un minore prelievo, ma come una scelta di posizionamento: restituire potere d’acquisto a salariati, indipendenti, pensionati e famiglie, trattenere contribuenti, competenze e famiglie, e soprattutto costringere lo Stato a ridefinire priorità e crescita della spesa.

Questa è la differenza tra una misura isolata e una visione di medio-lungo periodo.

Una strategia economica credibile non domanda soltanto quanto costa oggi una riduzione fiscale. Domanda quali famiglie, competenze, investimenti e attività economiche vogliamo trattenere e attrarre nei prossimi dieci o quindici anni. Il Ticino non deve copiare Vaud.

Ma deve ritrovare la stessa capacità di scegliere una direzione e di sostenerla con coerenza nel tempo.

Una visione vale soltanto se diventa realtà. E diventa realtà attraverso condizioni quadro concrete.

Le imprese non chiedono privilegi. Chiedono fiscalità sostenibile, regole comprensibili, infrastrutture, energia competitiva, formazione di livello, certezza del diritto e tempi amministrativi ragionevoli.

La domanda non è quanto possiamo ancora chiedere. La domanda è quale livello fiscale permetta di generare il massimo gettito sostenibile nel lungo periodo, senza spingere imprese, professionisti, giovani e investitori a scegliere altri territori.

Propongo una strategia fiscale Ticino 2035 orientata agli investimenti, alla crescita delle PMI, alla ricerca, all’innovazione e alle persone altamente qualificate.

Ma la competitività dipende anche dal tempo che le imprese devono dedicare alle procedure. Ogni formulario compilato due volte, ogni dato trasmesso a più uffici, ogni autorizzazione senza coordinamento rappresenta un costo.

È tempo sottratto agli imprenditori, alle aziende e ai clienti.

È tempo sottratto all’innovazione, alla formazione e allo sviluppo dell’attività. E questo peso ricade soprattutto sulle PMI.

Propongo una moratoria burocratica per la crescita e un programma cantonale di semplificazione. Per ogni nuova legge, regolamento o adempimento occorre indicare quale obbligo viene eliminato e quanto tempo verrà concretamente risparmiato.

Il principio «once only» deve diventare la regola: un dato trasmesso correttamente a un’autorità non deve essere richiesto di nuovo.

Digitalizzare una procedura duplicata non significa semplificarla.

Significa soltanto digitalizzare la complicazione.

Le procedure edilizie devono diventare più rapide, coordinate e prevedibili. Accelerare non significa rinunciare ai controlli. Significa verificare subito la completezza del dossier, indicare tempi trasparenti, coordinare le autorità, svolgere in parallelo le verifiche indipendenti e consentire il monitoraggio digitale della pratica.

Per gli investimenti importanti propongo una conferenza preliminare con le autorità coinvolte, così da individuare gli aspetti critici all’inizio e non dopo mesi di progettazione.

Anche gli appalti pubblici devono essere realmente accessibili alle PMI. Servono requisiti proporzionati, attestazioni riutilizzabili, procedure elettroniche uniformi e riscontri utili alle imprese.

La complessità burocratica non seleziona necessariamente l’impresa migliore.

Spesso seleziona quella che dispone di più risorse per compilare il dossier.

Una riforma cantonale dovrebbe fondarsi su sei principi:

una sola trasmissione dei dati; digitalizzare per sostituire; tempi e responsabilità chiari; proporzionalità; coordinamento; misurazione della riduzione effettiva di tempi, costi e documenti.

Vogliamo un’Amministrazione autorevole e orientata al servizio, vicina ai cittadini e alle imprese, capace di accompagnare chi presenta un progetto nel rispetto delle regole, con procedure chiare, tempi definiti e disponibilità al confronto.

Quando le condizioni peggiorano troppo, l’impresa non protesta soltanto. Si muove. L’investitore sceglie un altro territorio. L’imprenditore investe semplicemente altrove.

Un’impresa non è un problema da gestire. È un valore da coltivare. Quando cresce, assume, investe, forma apprendisti, genera innovazione e contribuisce alla prosperità del territorio. Quando parte, lascia un vuoto.

Tuttavia, anche le migliori condizioni quadro non bastano. Senza persone e competenze, nessuna strategia può funzionare.

La risposta è la formazione. Una formazione di qualità.

Nei prossimi anni una parte importante dei baby boomers uscirà dal mercato del lavoro. Già oggi molte aziende faticano a trovare le competenze necessarie, mentre intelligenza artificiale, robotica e automazione cambiano professioni e modelli produttivi ad una velocità inimmaginabile.

La formazione professionale duale è uno dei maggiori vantaggi competitivi della Svizzera. Dobbiamo dirlo con convinzione:

l’apprendistato non è e non dev’essere il piano B per i nostri giovani. È una scelta professionale e di vita che può portare a carriere straordinarie.

Questo vale soprattutto per edilizia, impiantistica, meccanica, elettricità, manutenzione, logistica e per le professioni tecniche e artigianali.

Possiamo digitalizzare e automatizzare moltissimo, certo!

Ma qualcuno dovrà ancora costruire, installare, riparare, programmare, mantenere, progettare e produrre.

L’intelligenza artificiale non posa un tetto.

Non installa un impianto.

Non ripara una macchina.

Non posa un nuovo pavimento.

Non realizza una nuova facciata.

L’intelligenza artificiale trasformerà molte professioni, siamone certi, ma non sostituirà il valore delle competenze tecniche, artigianali e operative di cui il nostro territorio continuerà ad avere bisogno.

Abbiamo bisogno di un Patto ticinese per la formazione duale: sostegno alle PMI che formano, incentivi a nuovi posti di apprendistato, promozione e orientamento più incisivi e convinti, maggiore coinvolgimento delle imprese nelle scuole e valorizzazione della formazione professionale superiore.

Dobbiamo offrire percorsi rapidi di riqualificazione, competenze digitali e di intelligenza artificiale trasversali e un monitoraggio annuale del fabbisogno delle imprese.

La formazione deve dialogare con l’economia. Non ci sono alternative.

Non per subordinare la scuola alle esigenze contingenti delle aziende, ma per costruire un raccordo stabile e lungimirante fra scuola, apprendistato, università, innovazione e mondo del lavoro.

L’intelligenza artificiale può diventare un’opportunità. Dobbiamo chiederci quali nuovi posti di lavoro e quali nuove imprese possiamo creare grazie ad essa.

Propongo un Ticino AI & Innovation Hub orientato all’applicazione concreta dell’intelligenza artificiale nelle PMI: un luogo nel quale una piccola impresa possa arrivare con un problema e uscire con una soluzione, o quantomeno un indirizzo applicabile.

Il Ticino deve diventare un luogo nel quale un giovane possa dire: qui posso studiare, lavorare, fare impresa, costruire una famiglia e immaginare il mio futuro.

E parlando di persone arriviamo forse alla madre di tutte le sfide economiche, quella che si intreccia con tutte le altre: la demografia.

Nel 2025 in Ticino sono nati soltanto 2’285 bambini, ma sono decedute ahimé 3’476 persone. Il saldo naturale è quindi negativo di 1’191 unità.

Meno giovani in futuro significa meno lavoratori, meno imprenditori e meno contribuenti. Una popolazione più anziana significa maggiore pressione sul sistema sociale, sanitario e assistenziale.

Non possiamo affrontare la denatalità con uno slogan. E nemmeno soltanto con un assegno, per buona pace della coscienza.

La scelta di avere figli dipende da casa, lavoro, reddito, servizi, conciliazione, stabilità e fiducia nel futuro.

La politica familiare non è soltanto una politica sociale. È una politica economica.

Abbiamo bisogno di un programma cantonale pluriennale basato su quattro pilastri:

fiscalità, conciliazione, abitazione e lavoro.

Non dobbiamo misurare soltanto quanti milioni abbiamo speso. Le imprese finanziano il fondo conciliabilità attraverso un prelievo pari allo 0,15% dei salari determinanti AVS.
Tradotto, ben oltre 100 mio di Chf. negli ultimi 4-5 anni.
Sarebbe però interessante poter misurare quante famiglie abbiamo aiutato, quanti genitori sono rimasti nel mercato del lavoro e quanto capitale umano abbiamo trattenuto.

L’evoluzione, o meglio l’inverno demografico a cui stiamo assistendo, ci impone anche una strategia di attrazione di competenze e attività ad alto valore aggiunto.

Il vero banco di prova per il Ticino non è soltanto il 2029.

È il 2040.

È la capacità di garantire opportunità alle prossime generazioni. È la possibilità per i nostri giovani di costruire qui una vita. È la sostenibilità economica e sociale del Cantone nel lungo periodo.

Finanze, economia, formazione e demografia non sono capitoli separati. Sono parti della stessa domanda:

quale Ticino vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi?

Finanze, competitività, formazione e demografia ci portano alla stessa conclusione: nessuno può affrontare queste sfide da solo.

Non vogliamo una contrapposizione fra politica ed economia. Desideriamo promuovere un patto di responsabilità tra le parti.

La politica deve garantire finanze pubbliche sostenibili, condizioni quadro competitive, meno burocrazia e una visione economica di lungo periodo.

L’economia deve continuare a investire, innovare, formare, creare posti di lavoro e assumersi rischi e responsabilità.

L’economia non chiede agli altri responsabilità dalle quali intende sottrarsi.

La Cc-Ti è pronta a fare la propria parte e a dialogare con le autorità, il mondo politico, i Comuni, le associazioni, le organizzazioni dei lavoratori, la scuola, le università e tutte le forze vive del Cantone.

Anche la difesa delle condizioni quadro deve, però, disporre di strumenti concreti. Per questo l’Ufficio presidenziale della Cc-Ti ha deciso di istituire dal 2027 un fondo destinato alle future campagne politiche, alimentato dai soci e dalle associazioni economiche di settore.

Non sarà uno strumento contro la politica, ma un mezzo di partecipazione democratica trasparente e responsabile, attraverso il quale l’economia intende contribuire al confronto pubblico con fatti, dati e proposte.

Ma in fondo, tutto ciò di cui ho parlato oggi conduce alla stessa conclusione.

Finanze pubbliche. Politica economica. Competitività. Formazione. Demografia.

Non sono temi separati. Sono facce diverse della stessa sfida e realtà di oggi.

Restituire al Ticino una direzione.

Restituire al Ticino una visione.

Restituire al Ticino una rotta che si traduca in dieci cantieri, dieci obiettivi concreti che desidero riassumere:

Primo: Spending Review e verifica dei compiti dello Stato.

Secondo: equilibrio finanziario.

Terzo: strategia fiscale Ticino 2035.

Quarto: semplificazione amministrativa.

Quinto: Libro bianco Ticino 2040.

Sesto: Patto per la formazione duale.

Settimo: riqualificazione professionale.

Ottavo: politica familiare e abitativa.

Nono: attrazione di imprese e talenti.

Decimo: Ticino AI & Innovation Hub.

Queste non sono dieci promesse. Sono dieci cantieri aperti, nei quali dobbiamo impegnarci e costruire soluzioni concrete.

E su questi cantieri la Cc-Ti è pronta a lavorare.

Abbiamo imprese, persone, competenze, scuole, università, qualità di vita e una posizione geografica straordinaria. Abbiamo soprattutto la possibilità di scegliere.

La bussola, come accennato in entrata di discorso, ha quattro punti cardinali:

finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo.

Siamo pronti a investire. Siamo pronti a formare. Siamo pronti a innovare. Siamo pronti ad assumerci responsabilità.

Perché un patto di Paese non può essere un patto nel quale alcuni chiedono e altri pagano. Deve essere un patto nel quale tutti contribuiscono, ognuno per le proprie competenze.

Con fermezza, quando sarà necessario.

Con proposte, sempre.

Con spirito costruttivo, perché gli imprenditori non hanno interesse a vincere una battaglia politica. Hanno interesse a:

Far vincere il Ticino.

Un Ticino nel quale valga la pena di investire.

Un Ticino nel quale valga la pena di lavorare.

Un Ticino nel quale valga la pena di far crescere una famiglia.

Un Ticino nel quale valga la pena di restare.

E un Ticino nel quale le prossime generazioni possano dire con orgoglio: questo è il nostro Paese. Questa è la nostra casa. Questo è il nostro futuro.

La rotta possiamo ancora sceglierla.

La bussola ce l’abbiamo.

Ora dobbiamo avere il coraggio di usarla.

Grazie per l’attenzione e buon proseguimento d’assemblea.


Bellinzona, 16 ottobre 2026

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