Discorso del Presidente Cc-Ti Andrea Gehri

Pronunciato in occasione della 109esima Assemblea Generale Ordinaria della Cc-Ti del 16 ottobre 2026

“RITROVARE LA ROTTA”

Signori Consiglieri di Stato,
Signori Consiglieri agli Stati e al Nazionale,
Autorità cantonali e comunali,
Care imprenditrici e cari imprenditori,
Gentili ospiti,
Care amiche e cari amici della Cc-Ti,

Quando ci ritroviamo ogni anno per la nostra Assemblea generale, abbiamo il dovere di guardare oltre il bilancio di un’associazione e oltre l’attualità di una stagione politica.

Dobbiamo chiederci dove sta andando il nostro Cantone.

E, soprattutto, dove vogliamo che vada.

Un Paese senza una direzione rischia di procedere, di vagare senza sapere dove sta andando.
Può amministrare il presente. Può reagire alle emergenze. Può correggere qualche problema.

Ma senza una rotta e senza una bussola perde, poco alla volta, la capacità di costruire il futuro.

Le finanze pubbliche peggiorano. La popolazione invecchia. Le nascite diminuiscono. Le aziende faticano a trovare personale qualificato. La formazione deve rincorrere l’innovazione e il progresso. La burocrazia si espande e le regolamentazioni si moltiplicano. La concorrenza fra territori è sempre più una realtà a cui bisogna prestare attenzione.

E intanto il mondo non ci aspetta.

Non voglio fare oggi un discorso retorico e/o di circostanza. Non voglio neppure aggiungere un’altra voce al rumore politico che troppo spesso, negli ultimi mesi, accompagna la vita istituzionale del nostro Cantone.

Ma proprio perché rappresentiamo l’economia ticinese, abbiamo il dovere di contribuire con franchezza e spirito costruttivo al dibattito sul futuro del Cantone. Osserviamo difficoltà che richiedono risposte più coordinate e una maggiore capacità di guardare oltre le emergenze e le contrapposizioni del momento.

La domanda è paradossalmente semplice:

vogliamo continuare a navigare a vista, oppure vogliamo tornare a scegliere una rotta?

Io credo che il Ticino possa ancora scegliere. Ma scegliere significa riconoscere i problemi e le opportunità, fissare le priorità e assumersi la responsabilità delle decisioni.

La nostra bussola ha quattro punti cardinali:
finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo.

Sono i quattro punti della bussola che possono, anzi devono, riportare il Ticino sulla giusta rotta.

Partiamo dalle finanze. Non perché tutto sia riconducibile ai conti dello Stato, ma perché senza finanze sane lo Stato perde progressivamente la capacità di fare politica.

Un anno fa, da questo stesso palco, avevo rivolto al Consiglio di Stato e alla politica tutta un appello: «Riformare per servire meglio». Non ci eravamo limitati a denunciare i problemi. Avevamo indicato sette misure concrete.

Contenere le nuove assunzioni e gestire responsabilmente gli avvicendamenti. Riformare il settore sanitario di competenza cantonale. Rivedere a trecentosessanta gradi il sistema dei sussidi. Eliminare le leggi inutili. Deregolamentare e orientare l’Amministrazione al cittadino. Favorire la mobilità interna. E, soprattutto, rivedere profondamente i compiti dello Stato.

Oggi, a un anno di distanza, la domanda è inevitabile.

Quante di quelle misure sono state ascoltate?

Quante sono state realmente applicate?

Il bilancio mostra alcuni primi passi, ma resta ancora distante dalla profondità del cambiamento che riteniamo necessario.

Qualche segnale esiste. In sanità sono stati avviati interventi puntuali per favorire il passaggio dalla degenza alle cure ambulatoriali e sono proseguite pure iniziative per governare determinate autorizzazioni. Sul fronte digitale sono disponibili nuovi servizi e il principio «once only» è entrato almeno nel dibattito amministrativo.

Ma segnali puntuali non sono ancora una riforma.

Non risulta attuata una più rigorosa gestione delle assunzioni e delle partenze. Non emerge una revisione complessiva dei sussidi. Non è stato introdotto un principio generale per eliminare una norma ogni volta che se ne approva una nuova. Non risulta neppure avviato un programma organico di mobilità interna. E, soprattutto, non vediamo ancora quella profonda verifica dei compiti dello Stato che avevamo indicato come la madre delle riforme.

Anche i conti confermano che il cambio di passo non è ancora avvenuto. Il Preventivo 2027, licenziato dal Consiglio di Stato il 30 settembre, prevede spese complessive per 4 miliardi e 731 milioni di franchi, 108 milioni in più rispetto al Preventivo 2026.

I ricavi salgono a 4 miliardi e 633 milioni, ma il risultato d’esercizio resta negativo per 98,5 milioni.

Gli investimenti netti rimangono elevati, attorno ai 291 milioni, e questo è forse uno degli spiragli di luce da evidenziare nel documento.

La perdita d’esercizio rispetta formalmente il freno al disavanzo, ma questo non significa che i conti siano risanati: significa soltanto che, per il 2027, restano entro il limite legale imposto.

Il giudizio deve essere equilibrato ma chiaro: alcune iniziative settoriali si sono mosse; poco delle sette misure può però dirsi realizzata in modo completo e strutturale.
Il discorso di oggi non corregge quello del 2025. Lo conferma.
E conferma soprattutto che il tempo disponibile si è ulteriormente ridotto.

Il Ticino ha chiuso il 2025 con un disavanzo d’esercizio di 32.5 milioni di franchi.
A fine 2025 il debito pubblico ammontava già a 2 miliardi e 729 milioni.
Salirà a 2 miliardi e 897 milioni nel 2026 e a 3 miliardi e 58 milioni nel 2027.

Ma è soprattutto la proiezione successiva a mostrare la vera dimensione del problema:
3 miliardi e 446 milioni nel 2028, 3 miliardi e 997 milioni nel 2029 e ben 4 miliardi e 585 milioni nel 2030.
In appena cinque anni, dal 2025 al 2030, il debito aumenterebbe quindi di circa 1 miliardo e 856 milioni, quasi il 68 per cento in più rispetto al dato attuale.

È una crescita che ridurrà drasticamente e progressivamente i margini di manovra del Cantone e trasferirà oneri rilevanti alla cittadinanza e alle future generazioni.

Una dinamica di questa portata non sarebbe compatibile con una gestione responsabile sul piano politico, sociale ed economico.

Il capitale proprio resta negativo. Intanto il Piano finanziario prevede disavanzi d’esercizio di 236 milioni nel 2028, 411 milioni nel 2029 e 460 milioni nel 2030. Nello stesso periodo le spese salirebbero da 4 miliardi e 731 milioni nel 2027 a oltre 5 miliardi nel 2030, mentre i ricavi resterebbero sostanzialmente fermi attorno ai 4,5-4,6 miliardi.

Il divario non è congiunturale: rimane strutturale.

Il risultato, e va sottolineato, è stato favorito da entrate non strutturali: 80,1 milioni dalla distribuzione degli utili della Banca nazionale svizzera, non preventivati, e 67 milioni in più dalle imposte di successione e donazione, riconducibili in larga parte a un importante singolo caso. Non è quindi il frutto di una correzione strutturale né di un riequilibrio stabile fra entrate e uscite.

Oggi il miglioramento dei conti poggia ancora su due elementi fragili.

La speranza e l’espediente.

La speranza che arrivino nuovi contributi dalla Banca nazionale. La speranza che si ripetano sopravvenienze fiscali. La speranza che un’entrata eccezionale ci permetta ancora una volta di guadagnare tempo.

E poi l’espediente: misure estemporanee, prive di strategia organica, spesso scollegate, troppo sovente di natura puramente contabile e quasi mai strutturali.

È prevalso un principio, profondamente errato.

Meglio rinviare il problema piuttosto che affrontarlo.

Ma un problema strutturale rinviato non scompare. Cresce soltanto.

Si accumula. Riduce la libertà di scelta. E trasferisce il conto alle generazioni successive.

Uno studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato il 4 maggio 2026 e richiamato dalla Cc-Ti, stima un disavanzo strutturale ordinario di circa 200 milioni di franchi all’anno e nuovi oneri già decisi per 350–400 milioni entro il 2029: uno squilibrio potenziale, quindi, nell’ordine di 550–600 milioni all’anno.

Non si tratta di un effetto isolato, ma di uno squilibrio che si ripeterebbe ogni anno.

Sono stime che richiedono una valutazione attenta e una risposta condivisa.

Alle istituzioni e alla politica rivolgiamo quindi un appello chiaro: affrontiamo insieme questi problemi con tempestività, trasparenza e senso di responsabilità.

Servono decisioni tempestive, capaci di affrontare le cause strutturali per evitare che il margine d’intervento si riduca ulteriormente.

Il tempo utile per intervenire in modo ordinato e graduale si sta riducendo; agire per tempo consentirebbe di evitare misure più dolorose in futuro.

In questi anni abbiamo assunto impegni e aumentato le uscite senza chiarire fino in fondo chi avrebbe dovuto pagarne il conto. Prima di approvare nuove spese ricorrenti o nuovi investimenti dobbiamo conoscere il quadro finanziario complessivo, le conseguenze future e la copertura.

Per questo proponiamo una vera Spending Review Ticino, ossia un’analisi e revisione della spesa pubblica. Non una commissione consultiva. Non un rapporto destinato a finire in un cassetto. Ma un programma permanente di verifica dei compiti, delle priorità, della spesa e dell’efficacia dell’Amministrazione.

La regola deve essere chiara: prima di chiedere altri soldi ai cittadini e alle imprese, dimostriamo di avere utilizzato bene quelli di cui già disponiamo.

In questo contesto si inserisce anche l’iniziativa «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali», della quale la Cc-Ti fa parte del comitato promotore. Noi auspichiamo che il Consiglio di Stato presenti un controprogetto coraggioso, seppur con ampio ritardo, credibile e realmente in linea con le aspettative dell’iniziativa: un progetto che colleghi il contenimento degli effettivi alla verifica dei compiti, alla mobilità interna, alla digitalizzazione e alla sostituzione selettiva delle partenze.

Solo una risposta politica di questa portata potrà rendere superfluo il voto popolare ed evitare di chiamare la cittadinanza alle urne, magari già nel febbraio 2027.

Non chiediamo un compromesso cosmetico. Chiediamo una soluzione sostanziale, misurabile e capace di dare una risposta alle preoccupazioni che hanno portato alla nascita dell’iniziativa.

Non è assolutamente una battaglia contro i collaboratori dello Stato.

Non è un attacco ai servizi pubblici.

E non è il tentativo di ridurre la capacità del Cantone di rispondere alle esigenze dei cittadini, delle famiglie e delle imprese.

È esattamente il contrario.

Vogliamo preservare nel tempo la capacità dello Stato di svolgere bene i compiti necessari. Ma proprio per questo non possiamo accettare che strutture, funzioni, organici e costi continuino a crescere quasi automaticamente, senza una verifica rigorosa della loro necessità, efficacia e sostenibilità.

Non si può crescere a dismisura senza fermarsi a chiedersi:

Ma è davvero necessario? È finanziariamente sostenibile? Il servizio reso ai cittadini è migliorato in misura proporzionata alle risorse impiegate?

Il punto non è partire dal numero dei dipendenti.

Il punto è, e lo ribadisco nuovamente, partire dai compiti dello Stato.

Significa scegliere con coerenza.

Significa concentrare le risorse dove producono il maggiore beneficio per la collettività. Significa eliminare ciò che non serve più, per proteggere e migliorare ciò che serve davvero.

Uno Stato moderno non si giudica dal numero di persone che impiega. Si giudica dalla qualità dei servizi, dalla rapidità delle risposte, dalla chiarezza delle responsabilità, dall’efficienza dei processi e dall’uso responsabile delle risorse.

Il nostro obiettivo non è uno Stato più debole. È uno Stato migliore.

Più semplice. Più rapido. Più vicino ai cittadini e alle imprese. E, soprattutto, sostenibile anche per le prossime generazioni.

Per raggiungere questi obiettivi è indispensabile mettere ordine nei conti. Ma il Ticino non può ritrovare la rotta soltanto risparmiando: deve anche tornare a crescere.

La politica finanziaria non può essere separata dalla politica economica. L’economia, infatti, non è il bancomat dello Stato. Le imprese non sono semplicemente soggetti ai quali chiedere più imposte, più contributi, più adempimenti e più obblighi.

Le imprese sono il luogo nel quale si crea valore. E quel valore, alla fine, finanzia anche e soprattutto la solidarietà e lo Stato sociale.

Prima si crea ricchezza. Poi la si può distribuire.

Senza produttività, investimenti e imprese competitive, finiamo per dividerci una torta che non cresce più. Noi dobbiamo tornare a parlare di come far crescere la torta.

E qui il Ticino ha un problema ancora più profondo: manca di una visione e di una strategia economica cantonale condivisa e di lungo periodo.

Nei mesi scorsi questa mia valutazione è stata ripresa con molta enfasi dai media e dalla politica, soprattutto in relazione al consigliere di Stato on. Christian Vitta.

Vorrei tuttavia precisare il significato del commento espresso. Il mio compito, quale presidente della Cc-Ti, è di rappresentare l’economia cantonale, dare voce alle preoccupazioni delle imprese, degli imprenditori e sollecitare la politica alle proprie responsabilità.

Durante tutti gli anni alla direzione del DFE, i rapporti personali e istituzionali con l’on. Christian Vitta sono sempre stati contraddistinti da grande stima, rispetto, correttezza e collaborazione.

Proprio perché la stima è sincera, possiamo e dobbiamo parlare con franchezza.

Il giudizio sui risultati non deve cancellare il riconoscimento personale, di stima e di rispetto, ma dev’essere parte del dialogo.

Le due dimensioni devono restare distinte. Entrambe vere. Entrambe espresse con lealtà.

E sottolineo quindi con altrettanta convinzione che, sarebbe sbagliato attribuire a una sola persona responsabilità che appartengono al Consiglio di Stato, al Parlamento e alla politica cantonale nel suo insieme.

Da tempo i nostri associati sollecitano un disegno coerente per lo sviluppo economico del Cantone, che dia continuità alle decisioni e fiducia a chi investe. Non chiedono misure isolate. Chiedono una direzione riconoscibile, priorità chiare, obiettivi misurabili e strumenti efficaci.

Se guardiamo ai dossier decisivi, dalla promozione del tessuto economico alla strategia di medio e lungo termine, fino all’attrattività territoriale, mancano progressi misurabili e che rispondano alle sfide che ci attendono.

E’ necessario compiere scelte più incisive per orientare l’economia verso le nuove sfide. Senza misure forti non si crea nuovo valore, non si generano posti di lavoro attrattivi e non si costruisce un tessuto economico di qualità, solido e competitivo.

Le decisioni economiche nascono da dinamiche istituzionali più ampie che coinvolgono in prima linea la politica a tutti i livelli.

Ma coinvolgono anche l’economia e le parti sociali.

L’economia è pronta a fare la propria parte: investire, formare, innovare e assumersi rischi. Confidiamo che, insieme alla politica e alle parti sociali, sia possibile tradurre questa disponibilità in scelte condivise e risultati concreti.

Il punto è: riconoscere che la gestione dell’ordinario non basta più.

Per questo propongo un nuovo Libro bianco Ticino 2040.

Non un documento ideologico, ma un progetto di Paese costruito insieme alle istituzioni, all’Università, alla SUPSI, alle associazioni economiche, alle parti sociali e alla società civile.

Possiamo imparare dai Cantoni che hanno reagito con una strategia chiara, lavorando insieme su fiscalità, disciplina finanziaria, innovazione, aree economiche, disponibilità di manodopera, digitalizzazione e amministrazione orientata al cliente.

Un esempio recente viene dal Canton Vaud. Il 27 settembre 2026 la popolazione ha approvato una riduzione del 12 per cento dell’imposta cantonale sul reddito e sulla sostanza delle persone fisiche, applicabile già dal 2027.

È importante essere precisi: lo sgravio non riguarda l’imposta sull’utile o sul capitale delle persone giuridiche.

Riguarda i contribuenti privati e mira a ridurre una pressione fiscale che, nel confronto intercantonale, rimane particolarmente elevata. Per il Cantone significa una diminuzione strutturale delle entrate stimata in 272 milioni di franchi all’anno. La decisione arriva mentre il progetto di Preventivo 2027 presenta già un disavanzo di ben 356 milioni.

Non tutto, in questo modello, è trasferibile automaticamente al Ticino. E una parte della copertura vodese poggia anche su ricavi straordinari e su una quota supplementare della Banca nazionale, quindi su elementi che richiedono prudenza.

Ma la lezione politica è chiara:

Vaud ha scelto di affrontare insieme fiscalità delle persone fisiche, disciplina finanziaria e attrattività territoriale.

Lo sgravio non viene presentato soltanto come un minore prelievo, ma come una scelta di posizionamento: restituire potere d’acquisto a salariati, indipendenti, pensionati e famiglie, trattenere contribuenti, competenze e famiglie, e soprattutto costringere lo Stato a ridefinire priorità e crescita della spesa.

Questa è la differenza tra una misura isolata e una visione di medio-lungo periodo.

Una strategia economica credibile non domanda soltanto quanto costa oggi una riduzione fiscale. Domanda quali famiglie, competenze, investimenti e attività economiche vogliamo trattenere e attrarre nei prossimi dieci o quindici anni. Il Ticino non deve copiare Vaud.

Ma deve ritrovare la stessa capacità di scegliere una direzione e di sostenerla con coerenza nel tempo.

Una visione vale soltanto se diventa realtà. E diventa realtà attraverso condizioni quadro concrete.

Le imprese non chiedono privilegi. Chiedono fiscalità sostenibile, regole comprensibili, infrastrutture, energia competitiva, formazione di livello, certezza del diritto e tempi amministrativi ragionevoli.

La domanda non è quanto possiamo ancora chiedere. La domanda è quale livello fiscale permetta di generare il massimo gettito sostenibile nel lungo periodo, senza spingere imprese, professionisti, giovani e investitori a scegliere altri territori.

Propongo una strategia fiscale Ticino 2035 orientata agli investimenti, alla crescita delle PMI, alla ricerca, all’innovazione e alle persone altamente qualificate.

Ma la competitività dipende anche dal tempo che le imprese devono dedicare alle procedure. Ogni formulario compilato due volte, ogni dato trasmesso a più uffici, ogni autorizzazione senza coordinamento rappresenta un costo.

È tempo sottratto agli imprenditori, alle aziende e ai clienti.

È tempo sottratto all’innovazione, alla formazione e allo sviluppo dell’attività. E questo peso ricade soprattutto sulle PMI.

Propongo una moratoria burocratica per la crescita e un programma cantonale di semplificazione. Per ogni nuova legge, regolamento o adempimento occorre indicare quale obbligo viene eliminato e quanto tempo verrà concretamente risparmiato.

Il principio «once only» deve diventare la regola: un dato trasmesso correttamente a un’autorità non deve essere richiesto di nuovo.

Digitalizzare una procedura duplicata non significa semplificarla.

Significa soltanto digitalizzare la complicazione.

Le procedure edilizie devono diventare più rapide, coordinate e prevedibili. Accelerare non significa rinunciare ai controlli. Significa verificare subito la completezza del dossier, indicare tempi trasparenti, coordinare le autorità, svolgere in parallelo le verifiche indipendenti e consentire il monitoraggio digitale della pratica.

Per gli investimenti importanti propongo una conferenza preliminare con le autorità coinvolte, così da individuare gli aspetti critici all’inizio e non dopo mesi di progettazione.

Anche gli appalti pubblici devono essere realmente accessibili alle PMI. Servono requisiti proporzionati, attestazioni riutilizzabili, procedure elettroniche uniformi e riscontri utili alle imprese.

La complessità burocratica non seleziona necessariamente l’impresa migliore.

Spesso seleziona quella che dispone di più risorse per compilare il dossier.

Una riforma cantonale dovrebbe fondarsi su sei principi:

una sola trasmissione dei dati; digitalizzare per sostituire; tempi e responsabilità chiari; proporzionalità; coordinamento; misurazione della riduzione effettiva di tempi, costi e documenti.

Vogliamo un’Amministrazione autorevole e orientata al servizio, vicina ai cittadini e alle imprese, capace di accompagnare chi presenta un progetto nel rispetto delle regole, con procedure chiare, tempi definiti e disponibilità al confronto.

Quando le condizioni peggiorano troppo, l’impresa non protesta soltanto. Si muove. L’investitore sceglie un altro territorio. L’imprenditore investe semplicemente altrove.

Un’impresa non è un problema da gestire. È un valore da coltivare. Quando cresce, assume, investe, forma apprendisti, genera innovazione e contribuisce alla prosperità del territorio. Quando parte, lascia un vuoto.

Tuttavia, anche le migliori condizioni quadro non bastano. Senza persone e competenze, nessuna strategia può funzionare.

La risposta è la formazione. Una formazione di qualità.

Nei prossimi anni una parte importante dei baby boomers uscirà dal mercato del lavoro. Già oggi molte aziende faticano a trovare le competenze necessarie, mentre intelligenza artificiale, robotica e automazione cambiano professioni e modelli produttivi ad una velocità inimmaginabile.

La formazione professionale duale è uno dei maggiori vantaggi competitivi della Svizzera. Dobbiamo dirlo con convinzione:

l’apprendistato non è e non dev’essere il piano B per i nostri giovani. È una scelta professionale e di vita che può portare a carriere straordinarie.

Questo vale soprattutto per edilizia, impiantistica, meccanica, elettricità, manutenzione, logistica e per le professioni tecniche e artigianali.

Possiamo digitalizzare e automatizzare moltissimo, certo!

Ma qualcuno dovrà ancora costruire, installare, riparare, programmare, mantenere, progettare e produrre.

L’intelligenza artificiale non posa un tetto.

Non installa un impianto.

Non ripara una macchina.

Non posa un nuovo pavimento.

Non realizza una nuova facciata.

L’intelligenza artificiale trasformerà molte professioni, siamone certi, ma non sostituirà il valore delle competenze tecniche, artigianali e operative di cui il nostro territorio continuerà ad avere bisogno.

Abbiamo bisogno di un Patto ticinese per la formazione duale: sostegno alle PMI che formano, incentivi a nuovi posti di apprendistato, promozione e orientamento più incisivi e convinti, maggiore coinvolgimento delle imprese nelle scuole e valorizzazione della formazione professionale superiore.

Dobbiamo offrire percorsi rapidi di riqualificazione, competenze digitali e di intelligenza artificiale trasversali e un monitoraggio annuale del fabbisogno delle imprese.

La formazione deve dialogare con l’economia. Non ci sono alternative.

Non per subordinare la scuola alle esigenze contingenti delle aziende, ma per costruire un raccordo stabile e lungimirante fra scuola, apprendistato, università, innovazione e mondo del lavoro.

L’intelligenza artificiale può diventare un’opportunità. Dobbiamo chiederci quali nuovi posti di lavoro e quali nuove imprese possiamo creare grazie ad essa.

Propongo un Ticino AI & Innovation Hub orientato all’applicazione concreta dell’intelligenza artificiale nelle PMI: un luogo nel quale una piccola impresa possa arrivare con un problema e uscire con una soluzione, o quantomeno un indirizzo applicabile.

Il Ticino deve diventare un luogo nel quale un giovane possa dire: qui posso studiare, lavorare, fare impresa, costruire una famiglia e immaginare il mio futuro.

E parlando di persone arriviamo forse alla madre di tutte le sfide economiche, quella che si intreccia con tutte le altre: la demografia.

Nel 2025 in Ticino sono nati soltanto 2’285 bambini, ma sono decedute ahimé 3’476 persone. Il saldo naturale è quindi negativo di 1’191 unità.

Meno giovani in futuro significa meno lavoratori, meno imprenditori e meno contribuenti. Una popolazione più anziana significa maggiore pressione sul sistema sociale, sanitario e assistenziale.

Non possiamo affrontare la denatalità con uno slogan. E nemmeno soltanto con un assegno, per buona pace della coscienza.

La scelta di avere figli dipende da casa, lavoro, reddito, servizi, conciliazione, stabilità e fiducia nel futuro.

La politica familiare non è soltanto una politica sociale. È una politica economica.

Abbiamo bisogno di un programma cantonale pluriennale basato su quattro pilastri:

fiscalità, conciliazione, abitazione e lavoro.

Non dobbiamo misurare soltanto quanti milioni abbiamo speso. Le imprese finanziano il fondo conciliabilità attraverso un prelievo pari allo 0,15% dei salari determinanti AVS.
Tradotto, ben oltre 100 mio di Chf. negli ultimi 4-5 anni.
Sarebbe però interessante poter misurare quante famiglie abbiamo aiutato, quanti genitori sono rimasti nel mercato del lavoro e quanto capitale umano abbiamo trattenuto.

L’evoluzione, o meglio l’inverno demografico a cui stiamo assistendo, ci impone anche una strategia di attrazione di competenze e attività ad alto valore aggiunto.

Il vero banco di prova per il Ticino non è soltanto il 2029.

È il 2040.

È la capacità di garantire opportunità alle prossime generazioni. È la possibilità per i nostri giovani di costruire qui una vita. È la sostenibilità economica e sociale del Cantone nel lungo periodo.

Finanze, economia, formazione e demografia non sono capitoli separati. Sono parti della stessa domanda:

quale Ticino vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi?

Finanze, competitività, formazione e demografia ci portano alla stessa conclusione: nessuno può affrontare queste sfide da solo.

Non vogliamo una contrapposizione fra politica ed economia. Desideriamo promuovere un patto di responsabilità tra le parti.

La politica deve garantire finanze pubbliche sostenibili, condizioni quadro competitive, meno burocrazia e una visione economica di lungo periodo.

L’economia deve continuare a investire, innovare, formare, creare posti di lavoro e assumersi rischi e responsabilità.

L’economia non chiede agli altri responsabilità dalle quali intende sottrarsi.

La Cc-Ti è pronta a fare la propria parte e a dialogare con le autorità, il mondo politico, i Comuni, le associazioni, le organizzazioni dei lavoratori, la scuola, le università e tutte le forze vive del Cantone.

Anche la difesa delle condizioni quadro deve, però, disporre di strumenti concreti. Per questo l’Ufficio presidenziale della Cc-Ti ha deciso di istituire dal 2027 un fondo destinato alle future campagne politiche, alimentato dai soci e dalle associazioni economiche di settore.

Non sarà uno strumento contro la politica, ma un mezzo di partecipazione democratica trasparente e responsabile, attraverso il quale l’economia intende contribuire al confronto pubblico con fatti, dati e proposte.

Ma in fondo, tutto ciò di cui ho parlato oggi conduce alla stessa conclusione.

Finanze pubbliche. Politica economica. Competitività. Formazione. Demografia.

Non sono temi separati. Sono facce diverse della stessa sfida e realtà di oggi.

Restituire al Ticino una direzione.

Restituire al Ticino una visione.

Restituire al Ticino una rotta che si traduca in dieci cantieri, dieci obiettivi concreti che desidero riassumere:

Primo: Spending Review e verifica dei compiti dello Stato.

Secondo: equilibrio finanziario.

Terzo: strategia fiscale Ticino 2035.

Quarto: semplificazione amministrativa.

Quinto: Libro bianco Ticino 2040.

Sesto: Patto per la formazione duale.

Settimo: riqualificazione professionale.

Ottavo: politica familiare e abitativa.

Nono: attrazione di imprese e talenti.

Decimo: Ticino AI & Innovation Hub.

Queste non sono dieci promesse. Sono dieci cantieri aperti, nei quali dobbiamo impegnarci e costruire soluzioni concrete.

E su questi cantieri la Cc-Ti è pronta a lavorare.

Abbiamo imprese, persone, competenze, scuole, università, qualità di vita e una posizione geografica straordinaria. Abbiamo soprattutto la possibilità di scegliere.

La bussola, come accennato in entrata di discorso, ha quattro punti cardinali:

finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo.

Siamo pronti a investire. Siamo pronti a formare. Siamo pronti a innovare. Siamo pronti ad assumerci responsabilità.

Perché un patto di Paese non può essere un patto nel quale alcuni chiedono e altri pagano. Deve essere un patto nel quale tutti contribuiscono, ognuno per le proprie competenze.

Con fermezza, quando sarà necessario.

Con proposte, sempre.

Con spirito costruttivo, perché gli imprenditori non hanno interesse a vincere una battaglia politica. Hanno interesse a:

Far vincere il Ticino.

Un Ticino nel quale valga la pena di investire.

Un Ticino nel quale valga la pena di lavorare.

Un Ticino nel quale valga la pena di far crescere una famiglia.

Un Ticino nel quale valga la pena di restare.

E un Ticino nel quale le prossime generazioni possano dire con orgoglio: questo è il nostro Paese. Questa è la nostra casa. Questo è il nostro futuro.

La rotta possiamo ancora sceglierla.

La bussola ce l’abbiamo.

Ora dobbiamo avere il coraggio di usarla.

Grazie per l’attenzione e buon proseguimento d’assemblea.


Bellinzona, 16 ottobre 2026

109esima Assemblea generale ordinaria della Cc-Ti

Comunicato stampa

Ritrovare la rotta: dieci cantieri per il futuro del Ticino


Finanze sane, economia competitiva, capitale umano e visione di lungo periodo: sono i quattro punti cardinali indicati dalla Cc-Ti per restituire al Ticino una direzione. Al centro della 109esima Assemblea generale ordinaria anche i nuovi equilibri geopolitici, le tensioni commerciali tra i grandi blocchi e le conseguenze per economia, imprese e filiere.
La Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Canton Ticino (Cc-Ti), associazione-mantello dell’economia ticinese, ha tenuto oggi, 16 ottobre 2026, all’Espocentro di Bellinzona la sua 109esima Assemblea generale ordinaria.

L’evento si è svolto con il supporto di EFG Private Banking, Gold Partner, e Sunrise, Partner.
Nel corso dei lavori assembleari sono state nominate nell’Ufficio presidenziale Nicole Anna Pandiscia Hasler, fondatrice e Project & Event Manager di EventsDesigner Sagl e copresidente nazionale di Swiss LiveCom Association, ed Eszter Jakab, CEO di EJ Solutions SA e copresidente del Ticino Chapter della Swiss Asian Chamber of Commerce. Subentrano a Enzo Lucibello e Alessandro Colombi, rafforzando la rappresentanza dei servizi alle imprese, della live communication, dell’industria e delle relazioni economiche internazionali.

Sono intervenuti il Presidente della Cc-Ti Andrea Gehri, il Direttore Luca Albertoni, la Vicepresidente Cristina Maderni, il Vicepresidente Didier Guglielmetti, il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE) Christian Vitta e Sergio Giraldo, Energy & Commodity Advisor e fondatore di Energytide.it.

Ritrovare la rotta: quattro punti cardinali e dieci cantieri

Nel suo intervento, intitolato «Ritrovare la rotta», il Presidente Andrea Gehri ha invitato il Ticino a superare la gestione dell’ordinario e delle emergenze per tornare a scegliere una direzione condivisa. Finanze pubbliche, politica economica, competitività, formazione e demografia non sono, ha sottolineato, temi separati, ma parti della stessa sfida: garantire opportunità alle prossime generazioni e tradurre una visione di lungo periodo in scelte concrete.

Sul fronte finanziario, Gehri ha richiamato l’urgenza di intervenire su uno squilibrio che non è più congiunturale, ma strutturale, prima che il margine d’azione del Cantone si riduca ulteriormente e gli oneri vengano trasferiti alle generazioni future. A un anno dall’appello «Riformare per servire meglio», il Presidente ha rilevato che alcuni primi passi sono stati compiuti, ma che il cambiamento resta distante dalla profondità ritenuta necessaria. Da qui la proposta di una Spending Review Ticino permanente, fondata sulla verifica dei compiti dello Stato, delle priorità, della spesa e dell’efficacia dell’Amministrazione. Gehri ha precisato che l’obiettivo non è indebolire lo Stato né colpire i suoi collaboratori o i servizi pubblici, ma costruire uno Stato migliore: più semplice, rapido, vicino a cittadini e imprese e sostenibile nel tempo.

Nel medesimo contesto, il Presidente ha richiamato l’iniziativa «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali», del cui comitato promotore fa parte la Cc-Ti, auspicando un controprogetto credibile che colleghi il contenimento degli effettivi alla verifica dei compiti, alla mobilità interna, alla digitalizzazione e alla sostituzione selettiva delle partenze.

Mettere ordine nei conti, tuttavia, non basta: il Ticino deve anche tornare a crescere. Gehri ha ricordato che le imprese creano il valore che finanzia la solidarietà e lo Stato sociale e ha chiesto una strategia economica cantonale coerente e di lungo periodo, da costruire insieme alle istituzioni, al mondo accademico, alle associazioni economiche, alle parti sociali e alla società civile. In questa prospettiva ha proposto un Libro bianco Ticino 2040 e una strategia fiscale Ticino 2035, accompagnati da condizioni quadro competitive, da una moratoria burocratica per la crescita e dalla concreta applicazione del principio «once only». L’accento è stato posto anche sulla formazione duale e sulla riqualificazione professionale, sull’intelligenza artificiale applicata alle PMI, sull’attrazione di imprese e talenti e sulla demografia: la politica familiare, ha evidenziato, non è soltanto una politica sociale, ma anche una politica economica. La rotta indicata si traduce in dieci cantieri concreti:

  • spending Review e verifica dei compiti dello Stato;
  • equilibrio finanziario;
  • strategia fiscale Ticino 2035;
  • semplificazione amministrativa;
  • libro bianco Ticino 2040;
  • patto per la formazione duale;
  • riqualificazione professionale;
  • politica familiare e abitativa;
  • attrazione di imprese e talenti;
  • Ticino AI & Innovation Hub.

Le proposte delineano un patto di responsabilità tra politica, economia e società. Alla politica spetta garantire finanze pubbliche sostenibili, condizioni quadro competitive, meno burocrazia e una visione economica di lungo periodo; l’economia è pronta a investire, formare, innovare, creare posti di lavoro e assumersi rischi e responsabilità. L’obiettivo, ha concluso Gehri, non è vincere una battaglia politica, ma far vincere il Ticino: un Cantone nel quale valga la pena investire, lavorare, far crescere una famiglia e restare.

Nuovi equilibri geopolitici e impatto sull’economia

Nel suo intervento, Sergio Giraldo ha analizzato i nuovi equilibri geopolitici e i loro effetti sull’economia, partendo dagli squilibri commerciali tra i grandi blocchi. Ha richiamato il surplus record della Cina, sostenuto da uno yuan debole e da una domanda interna in difficoltà, la risposta
degli Stati Uniti attraverso i dazi e il crescente peso di gas e petrolio nelle forniture europee. In questo scenario, l’Europa affronta la guerra commerciale divisa al proprio interno, mentre la Germania resta stretta tra il mercato americano e quello cinese.

Giraldo ha inoltre richiamato il ritorno di tassi d’interesse elevati, alimentati dall’inflazione legata all’energia, dagli ingenti investimenti nell’intelligenza artificiale e dal riarmo. La tesi di fondo è che, dopo il lungo ciclo di crescita del dopoguerra e la globalizzazione seguita alla fine dell’Unione Sovietica, il mondo sia entrato in una nuova fase segnata dalla politica di potenza e dal confronto economico e militare tra Stati Uniti e Cina. Per le imprese, comprendere questi mutamenti significa leggere con maggiore consapevolezza rischi, mercati e catene di approvvigionamento.

Un confronto sul lavoro svolto e sulle sfide ancora aperte

La parte conclusiva dell’Assemblea ha proposto una conversazione tra la Vicepresidente Cristina Maderni e il Consigliere di Stato Christian Vitta. Il confronto ha ripercorso alcuni risultati raggiunti grazie al dialogo tra il DFE e le associazioni economiche: dalla modifica della legge sull’apertura domenicale dei negozi alle riforme dell’imposizione delle persone giuridiche e fisiche, fino alla votazione sull’iniziativa cantonale contro il dumping salariale.

Lo sguardo si è poi rivolto alle sfide ancora aperte: innovazione e sviluppo dello Switzerland Innovation Park Ticino, governabilità, presenza degli imprenditori nella politica e necessità di rinnovare la collaborazione tra autorità e associazioni economiche. Richiamando l’esperienza della pandemia, Maderni e Vitta hanno ribadito il valore di un confronto pragmatico anche per il rilancio dell’economia e il risanamento delle finanze pubbliche. La conversazione ha infine tracciato un bilancio dei trent’anni di impegno politico di Christian Vitta, con uno sguardo alle prospettive future e alla continuità del dialogo tra istituzioni ed economia.

Origine non preferenziale: nuovo obbligo UE dal 1° marzo 2027

Dal 1° marzo 2027 l’origine non preferenziale dovrà essere indicata sistematicamente nelle dichiarazioni di importazione nell’Unione europea, anche quando viene richiesto un trattamento tariffario preferenziale e l’origine non preferenziale coincide con quella preferenziale. Non cambiano le regole per determinare l’origine: viene meno una semplificazione che oggi consente, in questi casi, di non indicare separatamente il dato. Per le imprese svizzere diventa quindi importante verificare quale sia l’origine non preferenziale dei propri prodotti secondo le regole UE e assicurarsi che le informazioni necessarie possano essere messe a disposizione dell’importatore.

Cosa cambia esattamente il 1° marzo 2027?

Per comprendere la modifica occorre distinguere tra le regole che determinano l’origine non preferenziale di una merce e le regole che stabiliscono quali dati devono essere indicati nella dichiarazione doganale. Il cambiamento del 1° marzo 2027 riguarda il secondo aspetto: non cambiano i criteri per determinare l’origine non preferenziale, ma cambia l’obbligo di indicarla nella dichiarazione doganale di importazione nell’UE.

Il quadro normativo è basato sul Codice doganale dell’Unione (CDU, regolamento (UE) n. 952/2013). Gli articoli 59-61 disciplinano l’origine non preferenziale, mentre le relative modalità di applicazione sono precisate, in particolare, dagli articoli 31-36 del regolamento delegato (UE) 2015/2446. Lo stesso regolamento delegato disciplina, nel suo Allegato B, i requisiti comuni in materia di dati per le dichiarazioni doganali. L’Allegato B, sostituito dal regolamento delegato (UE) 2024/249, identifica con l’elemento 16 08 000 000 – “Paese di origine” il dato relativo all’origine non preferenziale.

Per le dichiarazioni di immissione in libera pratica, questo dato è attualmente soggetto a una specifica condizione: deve essere indicato quando non viene applicato un trattamento preferenziale oppure quando il Paese di origine non preferenziale è diverso dal Paese di origine preferenziale. Ne consegue che, quando viene richiesto un trattamento tariffario preferenziale e i due Paesi di origine coincidono, il dato relativo all’origine non preferenziale può oggi essere omesso. Il regolamento delegato (UE) 2024/249 prevede tuttavia la soppressione di questa condizione a decorrere dal 1° marzo 2027. Da tale data, il Paese di origine non preferenziale dovrà quindi essere indicato anche quando viene richiesto un trattamento preferenziale e coincide con il Paese di origine preferenziale.

In concreto, se oggi una merce presenta:

  • origine preferenziale: Svizzera
  • origine non preferenziale UE: Svizzera

e viene richiesto il trattamento tariffario preferenziale, il dato relativo all’origine non preferenziale può non essere indicato separatamente. Se invece l’origine preferenziale è Svizzera, ma l’origine non preferenziale UE è un Paese terzo, le due origini sono diverse e quest’ultima deve già essere indicata.

Dal 1° marzo 2027, anche quando le due origini coincidono, dovranno essere indicati separatamente i relativi dati. Nell’esempio:

  • origine preferenziale: Svizzera
  • origine non preferenziale UE: Svizzera

La modifica riguarda quindi l’obbligo di indicazione del dato nella dichiarazione doganale, non le regole utilizzate per determinare l’origine non preferenziale. Queste ultime non cambiano, ma dal momento che il dato dovrà essere indicato sistematicamente diventa ancora più importante determinarlo correttamente secondo le regole applicabili nell’UE.

Quale origine non preferenziale va indicata nell’UE?

Per una merce importata nell’UE, il dato da indicare nella dichiarazione doganale deve riflettere l’origine non preferenziale determinata secondo le regole dell’Unione europea. Tale origine, utilizzata nell’UE anche ai fini dell’applicazione di misure di politica commerciale quali dazi antidumping, misure compensative e di salvaguardia, è infatti determinata secondo regole autonome dell’Unione. Per le imprese svizzere questo aspetto è particolarmente importante, poiché Svizzera e UE applicano proprie regole per determinarla e il risultato non è necessariamente identico.

In Svizzera, l’origine non preferenziale delle merci esportate è determinata sulla base dell’Ordinanza sull’attestazione dell’origine non preferenziale delle merci (OAO; RS 946.31) e dell’Ordinanza del DEFR sull’attestazione dell’origine non preferenziale delle merci (OAO-DEFR; RS 946.311). Su richiesta dell’esportatore o del fornitore nazionale, gli uffici emittenti delle Camere di commercio e dell’industria competenti rilasciano le relative prove documentali dell’origine. Per una merce importata nell’UE deve invece essere determinata l’origine non preferenziale secondo le regole dell’Unione europea, che possono differire da quelle applicate nei Paesi terzi.

Un certificato d’origine non preferenziale rilasciato da una Camera di commercio svizzera attesta l’origine secondo le regole svizzere, ma non determina automaticamente quale sia l’origine non preferenziale della stessa merce ai fini dell’importazione nell’UE. Anche le autorità svizzere evidenziano questa distinzione: nei Paesi che, come l’Unione europea, determinano l’origine non preferenziale secondo le proprie regole, le prove documentali prodotte dal Paese esportatore non sono determinanti per stabilire l’applicazione delle misure di politica commerciale all’importazione.

In cosa differiscono concretamente le regole svizzere da quelle UE?

I due sistemi condividono alcuni principi, ma i criteri concretamente applicabili per attribuire l’origine non sono identici. Nel sistema svizzero, per le merci alla cui fabbricazione partecipano più Paesi, la normativa prevede, salvo regole specifiche applicabili al prodotto, criteri quali il valore dei materiali di origine estera, che non deve superare il 50% del prezzo franco fabbrica, oppure il cambiamento di voce SA. Per determinati prodotti sono inoltre previste specifiche regole di lista, mentre le disposizioni svizzere disciplinano anche le tolleranze e le lavorazioni considerate insufficienti.

Nell’UE non esiste invece una regola generale secondo cui una merce acquisisce l’origine del Paese di fabbricazione quando i materiali esteri non superano il 50% del prezzo franco fabbrica. Il principio fondamentale, previsto dall’articolo 60, paragrafo 2, del CDU, è quello dell’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale ed economicamente giustificata, effettuata presso un’impresa attrezzata a tale scopo e che abbia portato alla fabbricazione di un prodotto nuovo o rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione. Per determinati prodotti questo principio è concretizzato attraverso specifiche regole previste dalla normativa UE.

Ne consegue che un prodotto considerato di origine non preferenziale svizzera secondo le regole svizzere non è automaticamente di origine non preferenziale svizzera anche secondo le regole UE. Il risultato può coincidere, ma deve essere verificato applicando separatamente le regole pertinenti.

Come si determina l’origine non preferenziale UE?

Nel quadro attualmente applicabile, i principi fondamentali sono contenuti nell’articolo 60 del CDU, integrato dagli articoli 31-36 del regolamento delegato (UE) 2015/2446. La classificazione tariffaria della merce costituisce un punto di partenza essenziale, poiché consente di individuare la regola eventualmente applicabile. L’articolo 60 distingue due situazioni.

1. Merci interamente ottenute in un solo Paese

Ai sensi dell’articolo 60, paragrafo 1, le merci interamente ottenute in un unico Paese o territorio sono considerate originarie di tale Paese o territorio. L’articolo 31 del regolamento delegato 2015/2446 precisa quali merci rientrano in questa categoria: vi figurano, tra l’altro, prodotti minerari estratti nel Paese, prodotti vegetali ivi raccolti, animali ivi nati e allevati e i prodotti da essi ottenuti, determinati prodotti della caccia e della pesca, rifiuti e scarti, nonché merci ottenute esclusivamente a partire da prodotti interamente ottenuti.

2. Produzione che coinvolge più Paesi

Quando alla produzione partecipano due o più Paesi, l’articolo 60, paragrafo 2, attribuisce l’origine al Paese o territorio nel quale le merci hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale ed economicamente giustificata, effettuata presso un’impresa attrezzata a tale scopo, che abbia portato alla fabbricazione di un prodotto nuovo o rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione.

L’applicazione di questo principio richiede di considerare diversi elementi.

  • Lavorazione sostanziale: occorre valutare le lavorazioni subite dai materiali impiegati e stabilire se quelle effettuate nell’ultimo Paese di produzione siano sufficienti a conferire l’origine.
  • Giustificazione economica: l’articolo 33 del regolamento delegato disciplina i casi in cui una lavorazione o trasformazione non è considerata economicamente giustificata, in particolare quando, sulla base dei fatti disponibili, risulta che lo scopo dell’operazione era quello di evitare l’applicazione di determinate misure dell’UE.
  • Operazioni minime: l’articolo 34 individua una serie di lavorazioni che non conferiscono origine, tra cui determinate operazioni di conservazione, operazioni semplici quali vagliatura, cernita, lavaggio o taglio, cambiamenti di imballaggio, semplici operazioni di condizionamento, apposizione di marchi ed etichette e semplice assemblaggio di parti.

Per applicare concretamente questi principi occorre verificare se la merce rientra nell’Allegato 22-01 del regolamento delegato (UE) 2015/2446, che contiene specifiche regole di origine non preferenziale per determinate categorie di prodotti, individuate in base alla loro classificazione tariffaria. Per tali prodotti, l’articolo 32 stabilisce che l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale si considera avvenuta nel Paese o territorio in cui è soddisfatta la regola primaria prevista dall’Allegato. Per i prodotti non contemplati dall’Allegato, la determinazione dell’origine avviene invece applicando direttamente il principio dell’articolo 60, paragrafo 2.

  • Prodotti contemplati dall’Allegato 22-01
    L’origine è determinata applicando le specifiche regole previste per la relativa categoria merceologica. Le regole primarie variano a seconda del prodotto e possono prevedere, ad esempio, un cambiamento di classificazione tariffaria, l’esecuzione di una specifica lavorazione oppure il rispetto di un determinato criterio di valore. Opera inoltre il principio di assorbimento: quando un materiale ha acquisito l’origine in un determinato Paese, esso viene considerato originario di tale Paese nelle successive lavorazioni. Se la regola primaria applicabile non è soddisfatta, trova applicazione la relativa regola residuale che, a seconda del prodotto, può attribuire l’origine al Paese dal quale proviene la parte prevalente dei materiali, determinata sulla base del valore o del peso.
  • Prodotti non contemplati dall’Allegato 22-01
    L’origine deve essere determinata caso per caso, applicando il principio dell’ultima trasformazione sostanziale dell’articolo 60, paragrafo 2. Per favorire un’applicazione uniforme, la Commissione europea ha elaborato specifiche regole di lista non giuridicamente vincolanti, organizzate secondo la classificazione della Nomenclatura combinata, che costituiscono uno strumento di orientamento per l’interpretazione e l’applicazione del principio dell’ultima trasformazione sostanziale.

Chi è responsabile dell’origine dichiarata nell’UE?

La Commissione europea precisa che l’origine non preferenziale costituisce un dato obbligatorio della dichiarazione di immissione in libera pratica e che il dichiarante è responsabile della corretta determinazione dell’origine. Il dichiarante deve pertanto disporre delle informazioni necessarie sulle lavorazioni effettuate nell’ultimo Paese di produzione delle merci. La responsabilità nei confronti della dogana UE ricade quindi sul dichiarante nell’Unione europea.

Ciò non significa tuttavia che l’esportatore svizzero non abbia alcun ruolo: l’importatore può infatti dipendere dalle informazioni detenute dal produttore o esportatore per determinare correttamente l’origine e, se richiesto dalla dogana, fornire gli elementi necessari a sostenerla. In pratica, il flusso informativo può essere così sintetizzato:

produttore/esportatore svizzero à informazioni sulla produzione e sui materiali à importatore/dichiarante UE à determinazione e dichiarazione dell’origine non preferenziale secondo le regole UE.

Come si comprova l’origine non preferenziale nell’UE?

A differenza del sistema svizzero, nel quale le Camere di commercio e dell’industria possono rilasciare prove documentali dell’origine non preferenziale sulla base della normativa svizzera, la determinazione dell’origine non preferenziale ai fini dell’importazione nell’UE non comporta, come regola generale, il rilascio di un apposito certificato secondo le regole UE.

Il dichiarante deve essere in grado di sostenere l’origine indicata nella dichiarazione doganale con elementi probatori adeguati. L’articolo 61 del CDU consente infatti alle autorità doganali, in caso di richiesta, di esigere dal dichiarante la prova dell’origine dichiarata e, qualora sussistano ragionevoli dubbi, ulteriori elementi necessari a verificarla.

Il cambiamento del 1° marzo 2027 non introduce quindi un nuovo obbligo di certificazione: rende sistematica l’indicazione dell’origine non preferenziale nella dichiarazione doganale. Per l’esportatore svizzero diventa pertanto importante poter fornire all’importatore le informazioni necessarie affinché l’origine possa essere correttamente determinata secondo le regole UE e, se richiesto, giustificata nei confronti delle autorità doganali.

Cosa dovrebbero fare concretamente le imprese svizzere?

Dal 1° marzo 2027 l’esportatore svizzero dovrebbe essere in grado di mettere a disposizione dell’importatore le informazioni necessarie per determinare correttamente l’origine non preferenziale secondo le regole UE e, ove opportuno, il dato relativo all’origine così determinata, affinché possa essere indicato nella dichiarazione doganale e, se richiesto, adeguatamente sostenuto.

A seconda del prodotto e della regola applicabile, possono essere rilevanti:

  • la classificazione tariffaria del prodotto;
  • la descrizione del processo produttivo e i Paesi nei quali vengono effettuate le diverse lavorazioni;
  • la classificazione tariffaria e l’origine dei materiali utilizzati;
  • il valore o il peso dei materiali, quando rilevanti ai fini della regola applicabile;
  • il prezzo franco fabbrica, ove necessario;
  • la distinta base e altra documentazione produttiva utile a ricostruire la determinazione dell’origine.

Ciò non significa che tutte queste informazioni debbano essere trasmesse con ogni spedizione. L’impresa dovrebbe però disporre degli elementi necessari e definire con il cliente/importatore un flusso informativo adeguato, tenendo conto anche della riservatezza delle informazioni produttive. Per le imprese che esportano regolarmente gli stessi prodotti nell’UE può essere opportuno effettuare preventivamente una mappatura dell’origine non preferenziale secondo le regole UE per prodotto o codice tariffario, documentando la regola applicata e prevedendo un riesame quando cambiano il processo produttivo, la distinta base, l’origine o il valore dei materiali oppure la normativa applicabile.

Per le imprese che già determinano correttamente l’origine non preferenziale dei propri prodotti secondo le regole UE e dispongono di queste informazioni, l’adeguamento al nuovo obbligo dovrebbe essere prevalentemente procedurale e operativo. Occorre in particolare assicurarsi che il dato possa essere gestito e trasmesso sistematicamente lungo il processo di esportazione verso l’UE, verificando:

  • che origine preferenziale, origine non preferenziale secondo le regole svizzere e origine non preferenziale secondo le regole UE siano correttamente distinte nei processi e nei dati aziendali;
  • che ERP, sistemi gestionali e anagrafiche prodotto consentano di registrare e gestire separatamente il dato relativo all’origine non preferenziale UE;
  • che il dato possa essere trasmesso correttamente all’importatore o agli altri soggetti coinvolti nello sdoganamento nell’UE;
  • che eventuali procedure interne, istruzioni di spedizione e interfacce con spedizionieri o rappresentanti doganali siano adeguate al nuovo obbligo.

E in caso di dubbio sull’origine?

Per situazioni complesse o economicamente rilevanti, l’ordinamento UE mette a disposizione l’Informazione vincolante in materia di origine – IVO (Binding Origin Information, BOI), una decisione adottata dall’autorità doganale di uno Stato membro in merito all’origine preferenziale o non preferenziale di una determinata merce. La decisione è vincolante, per quanto riguarda la determinazione dell’origine, per il titolare e per le autorità doganali dell’UE ed è, di regola, valida per tre anni.

La richiesta può essere presentata anche da un operatore economico stabilito al di fuori dell’UE, quindi anche da un’impresa svizzera; in tal caso il richiedente deve disporre di un numero EORI.

Non si tratta di uno strumento obbligatorio né da utilizzare necessariamente per ogni prodotto, ma può essere valutato quando la determinazione dell’origine presenta particolari difficoltà o dall’origine dipendono conseguenze economiche rilevanti.

Dal 2027 verso il nuovo Codice doganale dell’Unione

Il cambiamento del 1° marzo 2027 deve essere tenuto distinto dalla più ampia riforma del sistema doganale europeo. Il nuovo regolamento (UE) 2026/2108 istituisce un nuovo Codice doganale dell’Unione, l’Autorità doganale dell’UE e il futuro EU Customs Data Hub, ma non costituisce la base giuridica della modifica del 1° marzo 2027. Quest’ultima deriva dal regolamento delegato (UE) 2024/249 e riguarda i requisiti in materia di dati applicabili alla dichiarazione doganale.

Il nuovo Codice mantiene la distinzione tra origine non preferenziale e preferenziale e conserva i principi fondamentali per la determinazione dell’origine non preferenziale. Inoltre, l’articolo 284 prevede espressamente che gli atti delegati e di esecuzione adottati sulla base del precedente Codice continuino ad applicarsi fino alla loro sostituzione o abrogazione mediante nuovi atti della Commissione.

Parallelamente, il futuro sistema doganale sarà progressivamente basato sulla comunicazione e condivisione dei dati attraverso l’EU Customs Data Hub. Si tratta quindi di interventi normativi distinti, che si inseriscono tuttavia in un’evoluzione più ampia verso una gestione doganale sempre più basata su dati strutturati, corretti e disponibili per via elettronica.

In sintesi

Dal 1° marzo 2027 non cambiano le regole UE per determinare l’origine non preferenziale: cambia l’obbligo di indicazione del dato nella dichiarazione doganale. Anche quando viene richiesto un trattamento preferenziale e l’origine preferenziale e quella non preferenziale coincidono, l’origine non preferenziale dovrà essere indicata.

Per le imprese svizzere ciò non comporta, come regola generale, un nuovo obbligo di certificazione dell’origine. Significa invece verificare quale sia l’origine non preferenziale risultante dall’applicazione delle regole UE e assicurarsi che l’importatore disponga delle informazioni necessarie per dichiararla e, se richiesto, sostenerla. Un certificato d’origine rilasciato da una Camera di commercio svizzera attesta l’origine secondo le regole svizzere, ma non determina automaticamente l’origine non preferenziale ai fini dell’importazione nell’UE.

Per un’impresa svizzera che esporta nell’UE, la domanda centrale in vista del 1° marzo 2027 non è quindi semplicemente “Disponiamo di un certificato d’origine svizzero?”, ma piuttosto “Qual è l’origine non preferenziale del nostro prodotto secondo le regole UE e siamo in grado di fornire all’importatore le informazioni necessarie per dichiararla e sostenerla?”

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Per le imprese svizzere che esportano verso l’Unione europea, conoscere le regole UE per la determinazione dell’origine non preferenziale e prepararsi al nuovo obbligo dichiarativo è fondamentale per evitare errori e criticità nello sdoganamento.
Il 9 dicembre 2026, la Cc-Ti propone il corso online “Origine non preferenziale UE: cosa cambia dal 1° marzo 2027?”, condotto dal Prof. Fabrizio Vismara, esperto di diritto doganale UE, per esaminare in chiave pratica i criteri di determinazione dell’origine non preferenziale, le differenze tra le regole svizzere e quelle europee, i nuovi obblighi dichiarativi e le relative implicazioni operative per le imprese. Scopri il programma e iscriviti.

Autore e contatto in Cc-Ti

Monica Zurfluh
Responsabile Commercio Internazionale
T +41 91 911 51 35
zurfluh@cc-ti.ch

Automotive, l’Europa paga le strategie mancate

L’automotive europeo è sotto pressione: concorrenza cinese, protezionismo americano, costi energetici e transizione tecnologica stanno ridisegnando un settore strategico. Al CEO Experience del 7 ottobre, Gian Luca Pellegrini ha spiegato, nel dialogo con Marcello Foa, perché in gioco non c’è soltanto il futuro dell’auto, ma la capacità dell’Europa di difendere industria, competenze e autonomia, con conseguenze dirette anche per la Svizzera e il Ticino.

L’Europa è ancora al volante? È la domanda da cui ha preso avvio il CEO Experience del 7 ottobre 2026, organizzato dalla Cc-Ti in collaborazione con Colin&Cie Svizzera SA, economiesuisse, EY, Sunrise e UBS Switzerland SA. Nel confronto con Marcello Foa, Gian Luca Pellegrini, direttore editoriale Automotive di Quattroruote, Ruoteclassiche e Quattroruote Fleet&Business, ha formulato una previsione destinata a segnare l’incontro: la crisi corre più velocemente del previsto e il punto più difficile potrebbe non essere ancora stato raggiunto.

Il rallentamento della domanda, l’aumento dei costi, gli investimenti richiesti dalla trasformazione tecnologica e la pressione dei concorrenti cinesi stanno indebolendo uno dei pilastri dell’economia europea. Le conseguenze non si fermano ai grandi costruttori: si propagano lungo l’intera filiera, colpendo per primi fornitori e componentisti. La Svizzera, fortemente integrata nelle catene produttive tedesche ed europee, è esposta a questa onda lunga, con possibili ricadute anche sulle imprese attive in Ticino e nella Svizzera orientale.

Cina e Stati Uniti accelerano, l’Europa resta stretta

Per anni la Cina è stata un mercato decisivo per la redditività dei marchi europei, soprattutto tedeschi. Oggi quelle stesse imprese perdono terreno anche nei segmenti premium: i produttori locali non competono più soltanto sul prezzo, ma su qualità, batterie, software, connettività e velocità di sviluppo. Nel frattempo, gli Stati Uniti proteggono e incentivano la produzione nazionale. L’Europa si trova così compressa tra il protezionismo americano e l’espansione cinese, mentre un settore un tempo globale tende a regionalizzarsi.
Il confronto, ha sottolineato Foa, è profondamente asimmetrico: Pechino sostiene la propria industria, Washington risponde con incentivi e dazi, mentre l’Europa rischia di indebolirsi rispettando regole che gli altri interpretano in modo più muscolare. Pellegrini ha però richiamato anche le responsabilità dei costruttori europei, troppo fiduciosi nella forza dei propri marchi e lenti nel cogliere il cambiamento delle aspettative dei clienti.

Decarbonizzazione, la meta senza la strada

Nel confronto non è stata contestata la necessità di ridurre le emissioni e la dipendenza dai combustibili fossili. Le perplessità hanno riguardato il metodo europeo: obiettivi e scadenze molto stringenti sarebbero stati fissati prima di predisporre energia, infrastrutture e condizioni industriali adeguate. Secondo Pellegrini, le norme sulle emissioni allo scarico hanno reso l’elettrico di fatto la soluzione dominante. Ne è derivata una concentrazione di investimenti che avrebbe lasciato meno risorse per software, digitalizzazione e guida autonoma.
Dietro la transizione si intravede anche una scelta geopolitica: ridurre il consumo di petrolio significa diminuire la dipendenza da fornitori esterni. Pellegrini ha avanzato una lettura non usuale: la sostenibilità potrebbe essere stata la cornice comunicativa di una decisione soprattutto strategica, analoga a quella perseguita dalla Cina. A suo giudizio, la sequenza avrebbe dovuto partire dalla politica energetica — includendo anche una riflessione sul nucleare — per creare poi le condizioni del mercato. Può una politica industriale indicare la meta senza costruire prima la strada per raggiungerla?

Dal Dieselgate alla deindustrializzazione: il conto europeo

Per Pellegrini, il Dieselgate rappresenta l’«anno zero» della nuova era dell’automobile. Nel tentativo di riscattarsi anche sul piano morale, l’industria tedesca avrebbe accelerato la transizione elettrica, commettendo però errori strategici e manageriali. La conseguente perdita di volumi non è soltanto un problema commerciale: mette in discussione la sostenibilità degli stabilimenti e può trasformarsi in deindustrializzazione, con riduzione degli ordinativi, ristrutturazioni, chiusure e dispersione di competenze.
Alla pressione esterna si aggiunge una debolezza interna: la frammentazione dell’industria europea. I marchi continuano a differenziare piattaforme e componenti che il cliente non vede, mentre i concorrenti cinesi condividono più elementi e realizzano economie di scala. I dazi possono rallentare l’avanzata asiatica, ma non risolvono il problema: i gruppi cinesi possono adattare l’offerta, produrre in Europa o acquisire aziende locali. Interessi nazionali divergenti rendono inoltre difficile una risposta europea unitaria e incisiva.

Auto più care e consumatori più prudenti

Una possibile risposta europea potrebbe arrivare da un modello inatteso: le kei car giapponesi, piccole vetture soggette in Giappone a requisiti specifici e più leggeri. Pellegrini ha ricordato che Luca de Meo aveva proposto per l’Europa una categoria analoga, mentre automobili sempre più complesse e regolamentate costano di più e i modelli accessibili diminuiscono. Il tema è anche sociale: nelle aree meno servite dal trasporto pubblico l’auto resta essenziale, ma restrizioni urbane e costi crescenti rischiano di penalizzare chi non può sostituire il proprio veicolo. Prezzi elevati e incertezza tecnologica spingono molti acquirenti a rinviare la decisione, facendo invecchiare il parco circolante. Ne deriva un paradosso: una transizione pensata per ridurre le emissioni può finire per rallentare il rinnovo dei veicoli. La diffusione dell’elettrico dipende inoltre da reddito, possibilità di ricarica privata, costo dell’energia e abitudini di mobilità. Gli obiettivi pubblici possono orientare il mercato, ma non sostituiscono la convenienza percepita dal consumatore.

Non solo elettrico: le tecnologie che cercano spazio

La posizione di Pellegrini contiene un elemento rivelatore: da anni guida soltanto auto elettriche e considera l’elettrico il punto d’arrivo della mobilità. La sua critica non riguarda quindi la tecnologia, ma il modo in cui la trasformazione viene imposta. Restano nodi concreti: costo e diffusione delle colonnine, accesso alla ricarica per chi non dispone di un posto auto privato e valore residuo dei veicoli, reso incerto dalla rapida evoluzione delle batterie. Sono aspetti decisivi soprattutto per leasing, noleggio e flotte aziendali.
Idrogeno e taxi senza conducente hanno aperto una finestra sul futuro della mobilità. Secondo Pellegrini, l’idrogeno presenta vantaggi in termini di autonomia e rapidità di rifornimento, ma per l’auto privata resta oggi poco realistico a causa delle difficoltà di produzione, stoccaggio e distribuzione; potrebbe invece trovare spazio nel trasporto pubblico locale. La guida autonoma, già sperimentata in alcune città statunitensi, richiede connettività, infrastrutture e risposte a delicati interrogativi etici. A suo giudizio, avrà applicazioni specifiche, senza sostituire completamente la guida tradizionale.

La crisi dell’auto arriva fino in Svizzera e in Ticino

Per le imprese svizzere inserite nelle catene del valore europee, l’automotive è già un indicatore concreto delle trasformazioni in corso: diminuiscono gli ordinativi, aumenta la pressione sui margini e cresce la necessità di innovare, diversificare clienti e mercati, proteggendo al tempo stesso le competenze specialistiche. Nel corso dell’incontro è stato sottolineato come questo scenario possa riguardare da vicino anche il Ticino e come si intrecci con il dibattito sull’approvvigionamento energetico e sul futuro del nucleare in Svizzera.
Il messaggio conclusivo supera i confini del settore. La competitività europea richiede energia a costi sostenibili, economie di scala, accesso ai mercati, regole prevedibili e la capacità di agire come un unico attore geopolitico. Pellegrini ha auspicato che i costruttori tornino a offrire vetture con un rapporto qualità-prezzo capace di competere davvero con i marchi cinesi. La sfida, per l’Europa, non è soltanto scegliere quali automobili produrre domani, ma assicurarsi di poter continuare a progettarle, costruirle e venderle.


Rivivete l’evento


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Pacchetto di misure per rafforzare la formazione professionale superiore

Il seguente pacchetto di misure introduce alcune modifiche ai percorsi formativi di gestione aziendale promossi dalla Cc-Ti:
Specialista della gestione PMI con attestato federale – Professional Bachelor
Specialista in commercio estero con attestato professionale federale – Professional Bachelor

Il 1° ottobre 2026 è entrato in vigore il pacchetto di misure volto a rafforzare la formazione professionale superiore. La modifica era stata adottata dalle Camere federali durante la sessione invernale del 2025. L’obiettivo del pacchetto è migliorare la visibilità, la notorietà e la reputazione delle scuole specializzate superiori (SSS), nonché della formazione professionale superiore (FPS) nel suo complesso. Vengono inoltre armonizzate le condizioni all’interno del livello terziario.

Pacchetto di misure: entrata in vigore il 1° ottobre 2026

  • Introduzione dei titoli complementari «Professional Bachelor» e «Professional Master» accanto ai titoli della formazione professionale superiore: i titoli complementari sottolineano il posizionamento delle qualifiche nel livello terziario e ne aumentano la visibilità. Per garantire la differenziazione rispetto ai diplomi universitari, nelle lingue ufficiali questi titoli possono essere utilizzati soltanto insieme ai titoli protetti legati alle rispettive qualifiche. In inglese è consentito utilizzarli come parte della traduzione semplificata di un titolo protetto. A partire dall’entrata in vigore della revisione della LFPr, tutti i possessori di titoli FPS potranno avvalersi dei nuovi titoli complementari.
    A queste persone non verranno rilasciati nuovi attestati professionali federali, diplomi federali o diplomi SSS. La SEFRI prevede un’apposita attività di comunicazione.
  • Introduzione dell’inglese come ulteriore lingua per gli esami federali di professione e gli esami professionali federali superiori: questa misura garantisce condizioni di parità all’interno del livello terziario, risponde alle esigenze dei settori fortemente orientati al mercato internazionale e di quelli in cui l’inglese è la lingua di lavoro e consente di sfruttare ulteriormente il potenziale di manodopera qualificata. Per non penalizzare le lingue ufficiali, deve comunque essere possibile continuare a sostenere gli esami anche in queste lingue.
  • Flessibilizzazione degli studi postdiploma SPD SSS: d’ora in poi, gli SPD SSS non saranno più sottoposti a una procedura di riconoscimento federale e potranno essere attivati autonomamente dalle singole scuole. Il DEFR stabilisce le esigenze minime per l’offerta di formazione continua delle SSS mediante una modifica dell’ordinanza del DEFR concernente le esigenze minime per il riconoscimento dei cicli di formazione e degli studi postdiploma delle scuole specializzate superiori (OERic-SSS).

Per informazioni:
Roberto Klaus
klaus@cc-ti.ch

GeoRisk Ticino: dove si sposta il rischio? Numero 2

Il Numero 02 di GeoRisk Ticino, dedicato ai fatti di settembre 2026, registra un nuovo aumento del rischio geopolitico e geoeconomico sulle filiere ticinesi e svizzere. L’osservatorio della Cc-Ti, realizzato in collaborazione con Energytide, evidenzia un indice che resta nella fascia media, ma dietro il dato complessivo emergono dinamiche molto diverse tra vendite e acquisti e tra le singole filiere.

Un quadro in movimento

Energia, logistica, materie prime, valute e politica commerciale si intrecciano in un quadro in continua evoluzione, nel quale gli stessi sviluppi possono avere effetti molto diversi sulle singole filiere e sulle imprese. Dal Golfo al Reno, il nuovo numero di GeoRisk Ticino segue i principali fronti di rischio e la loro possibile evoluzione.

Non tutti i fattori vanno però nella stessa direzione. Alcuni possono tradursi in un rischio per determinate imprese e, allo stesso tempo, aprire opportunità per altre. È proprio questa doppia lettura a diventare particolarmente importante quando geopolitica e geoeconomia si traducono in costi, forniture, mercati e competitività.

Cosa monitorare a ottobre?

Quali filiere risultano oggi maggiormente esposte? Perché Ticino e Svizzera possono reagire diversamente agli stessi shock? Quali fattori rappresentano un rischio e quali possono invece aprire opportunità? E quali sviluppi potrebbero cambiare nuovamente il quadro?

Il Numero 02 di GeoRisk Ticino offre una lettura strutturata dei principali sviluppi attraverso tre prospettive:

  • Rischi e opportunità – gli effetti dei cambiamenti geopolitici e geoeconomici sulle diverse filiere;
  • Scenari evolutivi – le possibili direzioni del quadro nei prossimi mesi;
  • Segnali da monitorare a ottobre – le questioni chiave su cui le imprese sono chiamate a riflettere.

L’analisi completa nell’Area Soci

Come annunciato in occasione del lancio dell’osservatorio, a partire da questa seconda edizione l’Executive Summary e il report completo di GeoRisk Ticino sono riservati agli associati Cc-Ti e disponibili nell’Area Soci, alla voce Internazionale. Chi non disponesse ancora dei dati di accesso può rivolgersi a Lisa Pantini, Responsabile delle relazioni con i soci.

Per domande o approfondimenti sui contenuti di GeoRisk Ticino è possibile contattare Monica Zurfluh, Responsabile Servizio Commercio internazionale, all’indirizzo georisk@cc-ti.ch.

Link utile

GeoRisk Ticino: sotto osservazione i rischi geopolitici per le imprese – Cc-Ti (Numero 01)

Trade compliance: orientarsi in un quadro sempre più complesso

Controlli all’esportazione, sanzioni, rischi di elusione, normative straniere, software e tecnologie: la Cc-Ti mette a disposizione delle imprese un nuovo dossier online per orientarsi tra verifiche e adempimenti che accompagnano sempre più spesso le operazioni internazionali.

L’accesso ai mercati non dipende più soltanto da dazi, accordi di libero scambio e formalità doganali. Prima di concludere un’operazione internazionale, le imprese possono essere chiamate a verificare anche che cosa viene trasferito, chi sono i soggetti coinvolti, quale sia la destinazione effettiva e come il prodotto, il software o la tecnologia saranno utilizzati.

Negli ultimi anni questo quadro si è fatto più articolato. Ai tradizionali controlli all’esportazione e alle sanzioni si affiancano una crescente attenzione ai rischi di aggiramento delle restrizioni, alla provenienza di componenti e tecnologie, ai trasferimenti immateriali e alle catene di fornitura, insieme alle nuove politiche di sicurezza economica. In determinate circostanze, inoltre, anche normative straniere possono assumere rilievo per operazioni di imprese svizzere.

È in questo contesto che nasce il nuovo dossier online della Cc-Ti dedicato alla trade compliance: uno strumento pensato non per sostituire l’analisi specialistica della singola operazione, ma per aiutare le aziende a individuare le domande giuste, riconoscere gli elementi che richiedono un approfondimento e organizzare meglio le verifiche interne.

Dalla domanda pratica all’approfondimento

Il dossier si può consultare anche per singolo tema. Si parte dalle verifiche essenziali da effettuare prima di assumere un impegno commerciale per approfondire poi i controlli alle esportazioni, le sanzioni, gli effetti di normative straniere – con sezioni dedicate a Stati Uniti e Cina – e i segnali d’allarme di possibili elusioni.

Uno spazio specifico è dedicato software e trasferimenti immateriali: inviare documentazione tecnica, consentire un accesso remoto, utilizzare piattaforme cloud o condividere determinate tecnologie può infatti sollevare questioni di export control anche in assenza di una spedizione fisica di merci.

Una panoramica è dedicata infine ai nuovi ambiti dell’economic security, mentre l’Internal Compliance Program (ICP) affronta l’organizzazione interna, per integrare le verifiche nei processi aziendali in modo proporzionato all’attività e al profilo di rischio dell’impresa.

Un dossier pensato per essere utilizzato

La trade compliance non riguarda soltanto grandi multinazionali o prodotti militari e dual-use. Può entrare nella normale attività di un’impresa che esporta macchinari o componenti, utilizza tecnologia estera, fornisce assistenza da remoto, opera attraverso distributori o intermediari oppure acquista e vende sui mercati internazionali.

Per questo il nuovo dossier parte dalle domande che emergono nella gestione concreta di un’operazione internazionale e offre brevi checklist, segnali d’allarmi, risposte alle domande frequenti e rimandi alle fonti istituzionali. Non fornisce risposte standard a operazioni molto diverse tra loro: aiuta a capire quando è necessario fermarsi, verificare e, se del caso approfondire.

La trade compliance è più efficace quando entra nella valutazione dell’operazione fin dall’inizio, non solo al momento della spedizione. Con il nuovo dossier, la Cc-Ti offre alle imprese un punto di partenza per farlo in modo più consapevole.

Scopri il nuovo dossier “Trade compliance” della Cc-Ti: Trade compliance – Cc-Ti

Autore e contatto in Cc-Ti

Monica Zurfluh
Responsabile Commercio Internazionale
T +41 91 911 51 35
zurfluh@cc-ti.ch

Nuovo Registro svizzero per la trasparenza: obblighi per le imprese dal 1°ottobre 2026

Dal 1° ottobre 2026 entreranno in vigore la Legge federale sulla trasparenza delle persone giuridiche e sull’identificazione degli aventi economicamente diritto (LTPG) e il Registro svizzero per la trasparenza.
Gli enti soggetti alla nuova normativa dovranno identificare gli aventi economicamente diritto, verificarne e documentarne le informazioni, comunicarle al Registro e mantenerle aggiornate.
Per le aziende esistenti, i termini di annuncio variano generalmente da 3 a 6 mesi, fino a 2 anni in determinati casi. Le modifiche al Registro di commercio dovranno essere comunicate entro un mese.

Maggiori informazioni

La Cc-Ti riassume

EasyGov

Portale ufficiale TranspaReg: informazioni sul Registro, soggetti obbligati, modalità di annuncio, basi legali e assistenza.

Procedura  di annuncio e condizioni di utilizzo dei diversi canali; preparazione e  accesso tramite EasyGov; basi legali aggiornate sul portale TranspaReg

«Basi  legali» del portale TranspaReg

Il registro per la trasparenza è operativo

Il 1° ottobre 2026, con l’entrata in vigore della legge sulla trasparenza delle persone giuridiche (LTPG) diventa operativo il registro svizzero per la trasparenza, dopo che un progetto pilota a più fasi condotto con circa 2500 imprese interessate è stato concluso con successo. Da oggi, tutti gli enti giuridici soggetti agli obblighi di annuncio devono iscriversi una tantum nel registro per la trasparenza e segnalare ogni modifica relativa agli aventi economicamente diritto. La sicurezza dei dati e delle informazioni del registro per la trasparenza ha la priorità assoluta.

Nel registro svizzero per la trasparenza vengono iscritte tutte le persone che, ad esempio tramite la partecipazione al capitale o ai diritti di voto, esercitano il controllo su persone giuridiche svizzere o estere con legami in Svizzera.

Il 1° ottobre 2026 entra in vigore la LTPG. Al contempo diventa operativo il registro per la trasparenza, un sistema informatico della Confederazione che è stato dapprima testato con successo nel quadro di un progetto pilota a più fasi.

Quest’ultimo ha coinvolto circa 2500 imprese che, a titolo volontario, hanno annunciato i loro aventi economicamente diritto. I riscontri sono stati per lo più positivi. La procedura di annuncio, totalmente digitalizzata, è semplice e intuitiva.

Per leggere l’intero comunicato: https://www.bj.admin.ch/it/newnsb/L0rkU9ZvCFSw


Fonte: UFG

Ufficio federale di giustizia

https://www.bj.admin.ch

Nuovo Codice doganale dell’Unione: cosa cambia per le imprese

Con la pubblicazione del Regolamento (UE) 2026/2108 si apre una nuova fase per le dogane europee. Al centro della riforma figurano il nuovo EU Customs Data Hub, una gestione dei rischi maggiormente coordinata, il nuovo status “Trust and Check” e regole profondamente riviste per l’e-commerce. Una trasformazione destinata ad avere conseguenze anche per le imprese svizzere che commerciano con l’UE.

Il 19 settembre 2026 è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il Regolamento (UE) 2026/2108, che istituisce il nuovo Codice doganale dell’Unione e l’Autorità doganale dell’Unione europea e abroga il Regolamento (UE) n. 952/2013. La riforma modifica progressivamente il modo in cui le informazioni vengono fornite, condivise e utilizzate dalle autorità doganali e avrà ripercussioni anche sulle imprese svizzere che commerciano con l’UE.

Entrata in vigore e applicazione: una transizione per tappe

Il Regolamento è entrato in vigore il 20 settembre 2026, ossia il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale. La maggior parte delle nuove disposizioni si applicherà tuttavia dal 21 settembre 2027, mentre numerose altre norme seguiranno scadenze differenziate, dando luogo a una transizione articolata su più anni. Alcune disposizioni, in particolare quelle necessarie alla costruzione della nuova architettura istituzionale e digitale e all’adozione degli atti delegati e di esecuzione, sono applicabili già dall’entrata in vigore.

Per le vendite a distanza e una parte importante del nuovo sistema e-commerce, una delle date chiave sarà il 1° luglio 2028. La riforma deve quindi essere letta come un percorso graduale, con disposizioni e nuovi strumenti che entreranno progressivamente in applicazione nei prossimi anni.

EU Customs Data Hub: il cuore della nuova dogana europea

Elemento centrale del nuovo sistema è l’EU Customs Data Hub, un ambiente digitale centralizzato destinato a diventare il principale punto di accesso e scambio dei dati tra operatori e autorità doganali. Permetterà di gestire elettronicamente le formalità e i controlli doganali, il calcolo del debito doganale e della nuova tassa di gestione, le garanzie, la sorveglianza delle merci e l’analisi dei rischi. I dati potranno inoltre essere utilizzati a fini di analisi economica, anche mediante sistemi di intelligenza artificiale.
L’obiettivo è superare progressivamente l’attuale frammentazione dei sistemi nazionali e permettere agli operatori di fornire i dati attraverso un ambiente comune, rendendoli disponibili per successivi utilizzi.
Il calendario varia a seconda degli operatori:

  • Dal 1° luglio 2028, gli importatori per le vendite a distanza e gli operatori che utilizzano il regime IOSS dovranno utilizzare il Data Hub per fornire o mettere a disposizione i dati necessari.
  • Dal 1° marzo 2031, gli altri importatori, esportatori e titolari del regime di transito potranno scegliere tra la dichiarazione doganale tradizionale e la messa a disposizione delle informazioni attraverso il Data Hub.
  • Dal 1° marzo 2034, il Data Hub diventerà obbligatorio anche per questi operatori.

Dalla dichiarazione doganale ai dati

È probabilmente questo il cambiamento concettuale più importante della riforma. Il sistema europeo si orienta progressivamente da un modello imperniato sulla presentazione di singole dichiarazioni doganali verso un sistema nel quale le diverse parti della supply chain forniscono o mettono a disposizione i dati necessari alle autorità doganali. Importatori, esportatori, vettori, rappresentanti doganali e altri soggetti della catena logistica assumono quindi un ruolo crescente nella qualità, disponibilità e tracciabilità delle informazioni. Nel nuovo sistema, i dati forniti dai diversi soggetti coinvolti nella stessa operazione – ad esempio importatori, esportatori e vettori – saranno inoltre collegati tra loro. Eventuali lacune o incoerenze tra le informazioni trasmesse lungo la supply chain potranno quindi emergere più facilmente.
Per le imprese svizzere questo significa che, anche quando gli obblighi doganali formali ricadono sul cliente o sull’importatore europeo, diventerà sempre più importante poter fornire informazioni corrette, complete e strutturate relative alle merci. Classificazione tariffaria, origine, valore doganale, caratteristiche dei prodotti e informazioni sulla supply chain diventano quindi elementi sempre più centrali della compliance doganale.

E-commerce: i primi cambiamenti sono già in vigore

L’e-commerce costituisce uno dei principali ambiti di intervento della riforma. Un primo importante cambiamento è già intervenuto il 1° luglio 2026, con l’eliminazione dell’esenzione dai dazi doganali precedentemente prevista per le spedizioni di valore non superiore a EUR 150. In attesa del regime definitivo, è stato introdotto un dazio doganale forfettario temporaneo di EUR 3 sulle piccole spedizioni.
L’importo non viene necessariamente applicato una sola volta per pacco: i EUR 3 sono riscossi per ciascuna diversa categoria di articoli, individuata in base alla relativa sottovoce tariffaria, contenuta nella spedizione. Il regime è transitorio: con l’entrata a regime del nuovo sistema per l’e-commerce, prevista dal 1° luglio 2028, torneranno ad applicarsi i normali dazi della tariffa doganale alle merci interessate.

Una nuova responsabilità per venditori e piattaforme

La riforma interviene anche sulla responsabilità degli obblighi doganali nelle vendite online provenienti da Paesi terzi. Il nuovo Codice introduce la figura dell’“importatore per le vendite a distanza”: in linea generale, sarà considerata importatore la persona che fornisce le merci mediante vendita a distanza oppure quella che facilita la vendita, a seconda della struttura dell’operazione. La responsabilità doganale viene così spostata maggiormente verso il venditore o la piattaforma, anziché sul consumatore finale europeo. L’importatore per le vendite a distanza sarà responsabile della comunicazione alle autorità doganali delle informazioni richieste prima dello svincolo delle merci e dell’obbligazione doganale.
Per gli operatori extra-UE, compresi potenzialmente quelli svizzeri, il nuovo assetto merita particolare attenzione. Se l’importatore per le vendite a distanza non è stabilito nel territorio doganale dell’Unione, dovrà ricorrere a un rappresentante doganale indiretto stabilito nell’UE. Per l’immissione in libera pratica delle merci vendute a distanza, tale rappresentante dovrà disporre dello status di AEO per le semplificazioni doganali (AEOC) o di Trust and Check.

Arriva anche una nuova tassa di gestione UE

Al dazio forfettario temporaneo di EUR 3 si aggiungerà inoltre la nuova Union handling fee, prevista dal nuovo Codice doganale per le merci vendute a distanza e importate nell’UE. Il 21 settembre 2026 la Commissione europea ha adottato il Regolamento delegato C(2026) 6694, che ne fissa l’importo a EUR 2 per articolo. La tassa è destinata a coprire i costi sostenuti dalle autorità doganali per la gestione e il controllo di queste importazioni, inclusi la verifica dei dati, l’analisi dei rischi, i controlli e le relative infrastrutture. L’atto delegato è ora sottoposto al controllo del Parlamento europeo e del Consiglio e, in assenza di obiezioni, sarà successivamente pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’UE. La sua applicazione è prevista nel corso di novembre 2026.

AEO rimane, ma arriva Trust and Check

Lo status di Authorised Economic Operator (AEO) viene mantenuto. Il Codice distingue, in particolare, lo status di AEO per le semplificazioni doganali (Authorised Economic Operator – Customs Simplifications, AEOC), che assume particolare rilevanza anche nel nuovo assetto delle vendite a distanza. Accanto ad esso viene introdotto il nuovo status di Trust and Check trader, nella terminologia italiana del Regolamento “operatore economico di fiducia e certificato”.
I criteri partono da quelli previsti per l’AEO, ma richiedono un livello superiore di trasparenza e cooperazione con le autorità doganali, compreso un maggiore accesso ai sistemi elettronici dell’impresa. In cambio, gli operatori Trust and Check potranno beneficiare, al ricorrere delle condizioni previste, di semplificazioni più avanzate, tra cui controlli meno frequenti, maggiore flessibilità nel pagamento del debito doganale e possibilità di svincolare le merci senza un intervento doganale attivo.

Cambia anche il ruolo dei rappresentanti doganali

Un aspetto particolarmente interessante per gli operatori svizzeri riguarda la rappresentanza doganale. Il nuovo Codice stabilisce che un rappresentante doganale indiretto che opera per conto di un importatore o esportatore stabilito nell’UE è responsabile in solido con quest’ultimo per determinati obblighi. La situazione assume particolare rilevanza quando l’operatore rappresentato non è stabilito nell’UE: il rappresentante indiretto che agisce in nome proprio per conto dell’operatore extra-UE viene considerato esso stesso importatore o esportatore ai fini di specifiche disposizioni del Codice.
Per le imprese svizzere sarà quindi opportuno riesaminare non soltanto le procedure doganali interne, ma anche contratti, responsabilità e rapporti con spedizionieri e rappresentanti doganali nell’UE.

Nasce l’Autorità doganale dell’Unione europea

La riforma istituisce inoltre la nuova European Union Customs Authority (EUCA), con sede a Lille, che sosterrà le amministrazioni nazionali, la gestione comune dei rischi e il funzionamento del Data Hub, contribuendo a un’applicazione più uniforme delle regole doganali nell’UE.

Cosa significa concretamente per le imprese svizzere?

Il nuovo Codice non modifica naturalmente il fatto che la Svizzera si trovi al di fuori dell’Unione doganale europea. Tuttavia, proprio per questo motivo alcune delle nuove disposizioni assumono particolare rilevanza per le aziende svizzere. L’impatto concreto dipenderà dal ruolo assunto dall’impresa nella singola operazione: semplice fornitore di un importatore UE, venditore diretto a consumatori europei, utilizzatore dell’IOSS o operatore che ricorre a un rappresentante doganale nell’Unione.
Le imprese che esportano verso l’UE dovrebbero progressivamente prestare maggiore attenzione a:

  • qualità dei dati doganali e di prodotto trasmessi ai clienti e agli intermediari europei;
  • coerenza dei dati scambiati tra impresa, importatore, spedizioniere, vettore e rappresentante doganale;
  • corretta classificazione tariffaria;
  • disponibilità e correttezza delle informazioni sull’origine preferenziale e non preferenziale;
  • determinazione del valore doganale;
  • gestione dei rapporti e delle responsabilità con rappresentanti doganali e spedizionieri;
  • capacità dei propri sistemi informatici di produrre e trasmettere dati strutturati;
  • per chi vende online B2C nell’UE, verifica del proprio modello IOSS, marketplace, rappresentanza e importazione.

Particolare attenzione dovranno quindi prestare le imprese svizzere che vendono direttamente online a consumatori europei: per loro la riforma dell’e-commerce non rappresenta un cambiamento lontano nel tempo, poiché una prima parte delle nuove regole è già applicabile dal luglio 2026 e ulteriori modifiche seguiranno dal luglio 2028.

Un cambiamento che va oltre la dogana

La riforma deve infine essere letta in un contesto europeo più ampio. Le autorità doganali non controllano più soltanto classificazione, origine, valore e pagamento dei dazi: la frontiera è diventata uno dei principali punti di verifica anche per numerose normative europee relative alla sicurezza dei prodotti, alla sostenibilità, alle sanzioni e ad altri requisiti non fiscali. Nel Data Hub potranno confluire anche documenti e informazioni relativi alla conformità dei prodotti, quali certificati e autorizzazioni, mentre l’interoperabilità con altri sistemi europei consentirà di incrociare e analizzare una quantità molto maggiore di informazioni.
Anche il profilo di compliance dell’operatore assumerà maggiore rilevanza a livello europeo: le sanzioni doganali non penali registrate nel Data Hub potranno contribuire alla valutazione del rischio dell’operatore da parte delle autorità dei diversi Stati membri.
La compliance doganale diventa pertanto sempre più una questione di governance dei dati e della supply chain, che coinvolge non soltanto gli specialisti doganali, ma anche IT, logistica, compliance, acquisti e gestione dei dati di prodotto.

Le prossime tappe

Molti elementi operativi devono ancora essere definiti attraverso gli atti delegati e di esecuzione della Commissione europea. Un primo tassello è già arrivato con il Regolamento delegato C(2026) 6694, che fissa l’importo della nuova tassa di gestione per l’e-commerce. Nei prossimi mesi sarà importante seguirne il completamento dell’iter, così come le specifiche tecniche e gli ulteriori atti necessari all’implementazione del Data Hub e delle nuove procedure.
Per le imprese, la preparazione al nuovo quadro non deve tuttavia attendere il completamento del Data Hub nel 2034. Già oggi può essere opportuno verificare quali dati doganali e di prodotto vengono gestiti, chi ne è responsabile, dove sono conservati e con quale facilità possono essere trasmessi ai partner commerciali e alle autorità.
Il nuovo Codice doganale segna il passaggio verso una dogana europea sempre più digitale, integrata e basata sui dati, nella quale affidabilità dell’operatore e qualità delle informazioni diventano elementi centrali della facilitazione degli scambi.

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Autore e contatto in Cc-Ti

Monica Zurfluh
Responsabile Commercio Internazionale
T +41 91 911 51 35
zurfluh@cc-ti.ch