Nuovo Codice doganale dell’Unione: cosa cambia per le imprese

Con la pubblicazione del Regolamento (UE) 2026/2108 si apre una nuova fase per le dogane europee. Al centro della riforma figurano il nuovo EU Customs Data Hub, una gestione dei rischi maggiormente coordinata, il nuovo status “Trust and Check” e regole profondamente riviste per l’e-commerce. Una trasformazione destinata ad avere conseguenze anche per le imprese svizzere che commerciano con l’UE.

Il 19 settembre 2026 è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il Regolamento (UE) 2026/2108, che istituisce il nuovo Codice doganale dell’Unione e l’Autorità doganale dell’Unione europea e abroga il Regolamento (UE) n. 952/2013. La riforma modifica progressivamente il modo in cui le informazioni vengono fornite, condivise e utilizzate dalle autorità doganali e avrà ripercussioni anche sulle imprese svizzere che commerciano con l’UE.

Entrata in vigore e applicazione: una transizione per tappe

Il Regolamento è entrato in vigore il 20 settembre 2026, ossia il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale. La maggior parte delle nuove disposizioni si applicherà tuttavia dal 21 settembre 2027, mentre numerose altre norme seguiranno scadenze differenziate, dando luogo a una transizione articolata su più anni. Alcune disposizioni, in particolare quelle necessarie alla costruzione della nuova architettura istituzionale e digitale e all’adozione degli atti delegati e di esecuzione, sono applicabili già dall’entrata in vigore.

Per le vendite a distanza e una parte importante del nuovo sistema e-commerce, una delle date chiave sarà il 1° luglio 2028. La riforma deve quindi essere letta come un percorso graduale, con disposizioni e nuovi strumenti che entreranno progressivamente in applicazione nei prossimi anni.

EU Customs Data Hub: il cuore della nuova dogana europea

Elemento centrale del nuovo sistema è l’EU Customs Data Hub, un ambiente digitale centralizzato destinato a diventare il principale punto di accesso e scambio dei dati tra operatori e autorità doganali. Permetterà di gestire elettronicamente le formalità e i controlli doganali, il calcolo del debito doganale e della nuova tassa di gestione, le garanzie, la sorveglianza delle merci e l’analisi dei rischi. I dati potranno inoltre essere utilizzati a fini di analisi economica, anche mediante sistemi di intelligenza artificiale.
L’obiettivo è superare progressivamente l’attuale frammentazione dei sistemi nazionali e permettere agli operatori di fornire i dati attraverso un ambiente comune, rendendoli disponibili per successivi utilizzi.
Il calendario varia a seconda degli operatori:

  • Dal 1° luglio 2028, gli importatori per le vendite a distanza e gli operatori che utilizzano il regime IOSS dovranno utilizzare il Data Hub per fornire o mettere a disposizione i dati necessari.
  • Dal 1° marzo 2031, gli altri importatori, esportatori e titolari del regime di transito potranno scegliere tra la dichiarazione doganale tradizionale e la messa a disposizione delle informazioni attraverso il Data Hub.
  • Dal 1° marzo 2034, il Data Hub diventerà obbligatorio anche per questi operatori.

Dalla dichiarazione doganale ai dati

È probabilmente questo il cambiamento concettuale più importante della riforma. Il sistema europeo si orienta progressivamente da un modello imperniato sulla presentazione di singole dichiarazioni doganali verso un sistema nel quale le diverse parti della supply chain forniscono o mettono a disposizione i dati necessari alle autorità doganali. Importatori, esportatori, vettori, rappresentanti doganali e altri soggetti della catena logistica assumono quindi un ruolo crescente nella qualità, disponibilità e tracciabilità delle informazioni. Nel nuovo sistema, i dati forniti dai diversi soggetti coinvolti nella stessa operazione – ad esempio importatori, esportatori e vettori – saranno inoltre collegati tra loro. Eventuali lacune o incoerenze tra le informazioni trasmesse lungo la supply chain potranno quindi emergere più facilmente.
Per le imprese svizzere questo significa che, anche quando gli obblighi doganali formali ricadono sul cliente o sull’importatore europeo, diventerà sempre più importante poter fornire informazioni corrette, complete e strutturate relative alle merci. Classificazione tariffaria, origine, valore doganale, caratteristiche dei prodotti e informazioni sulla supply chain diventano quindi elementi sempre più centrali della compliance doganale.

E-commerce: i primi cambiamenti sono già in vigore

L’e-commerce costituisce uno dei principali ambiti di intervento della riforma. Un primo importante cambiamento è già intervenuto il 1° luglio 2026, con l’eliminazione dell’esenzione dai dazi doganali precedentemente prevista per le spedizioni di valore non superiore a EUR 150. In attesa del regime definitivo, è stato introdotto un dazio doganale forfettario temporaneo di EUR 3 sulle piccole spedizioni.
L’importo non viene necessariamente applicato una sola volta per pacco: i EUR 3 sono riscossi per ciascuna diversa categoria di articoli, individuata in base alla relativa sottovoce tariffaria, contenuta nella spedizione. Il regime è transitorio: con l’entrata a regime del nuovo sistema per l’e-commerce, prevista dal 1° luglio 2028, torneranno ad applicarsi i normali dazi della tariffa doganale alle merci interessate.

Una nuova responsabilità per venditori e piattaforme

La riforma interviene anche sulla responsabilità degli obblighi doganali nelle vendite online provenienti da Paesi terzi. Il nuovo Codice introduce la figura dell’“importatore per le vendite a distanza”: in linea generale, sarà considerata importatore la persona che fornisce le merci mediante vendita a distanza oppure quella che facilita la vendita, a seconda della struttura dell’operazione. La responsabilità doganale viene così spostata maggiormente verso il venditore o la piattaforma, anziché sul consumatore finale europeo. L’importatore per le vendite a distanza sarà responsabile della comunicazione alle autorità doganali delle informazioni richieste prima dello svincolo delle merci e dell’obbligazione doganale.
Per gli operatori extra-UE, compresi potenzialmente quelli svizzeri, il nuovo assetto merita particolare attenzione. Se l’importatore per le vendite a distanza non è stabilito nel territorio doganale dell’Unione, dovrà ricorrere a un rappresentante doganale indiretto stabilito nell’UE. Per l’immissione in libera pratica delle merci vendute a distanza, tale rappresentante dovrà disporre dello status di AEO per le semplificazioni doganali (AEOC) o di Trust and Check.

Arriva anche una nuova tassa di gestione UE

Al dazio forfettario temporaneo di EUR 3 si aggiungerà inoltre la nuova Union handling fee, prevista dal nuovo Codice doganale per le merci vendute a distanza e importate nell’UE. Il 21 settembre 2026 la Commissione europea ha adottato il Regolamento delegato C(2026) 6694, che ne fissa l’importo a EUR 2 per articolo. La tassa è destinata a coprire i costi sostenuti dalle autorità doganali per la gestione e il controllo di queste importazioni, inclusi la verifica dei dati, l’analisi dei rischi, i controlli e le relative infrastrutture. L’atto delegato è ora sottoposto al controllo del Parlamento europeo e del Consiglio e, in assenza di obiezioni, sarà successivamente pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’UE. La sua applicazione è prevista nel corso di novembre 2026.

AEO rimane, ma arriva Trust and Check

Lo status di Authorised Economic Operator (AEO) viene mantenuto. Il Codice distingue, in particolare, lo status di AEO per le semplificazioni doganali (Authorised Economic Operator – Customs Simplifications, AEOC), che assume particolare rilevanza anche nel nuovo assetto delle vendite a distanza. Accanto ad esso viene introdotto il nuovo status di Trust and Check trader, nella terminologia italiana del Regolamento “operatore economico di fiducia e certificato”.
I criteri partono da quelli previsti per l’AEO, ma richiedono un livello superiore di trasparenza e cooperazione con le autorità doganali, compreso un maggiore accesso ai sistemi elettronici dell’impresa. In cambio, gli operatori Trust and Check potranno beneficiare, al ricorrere delle condizioni previste, di semplificazioni più avanzate, tra cui controlli meno frequenti, maggiore flessibilità nel pagamento del debito doganale e possibilità di svincolare le merci senza un intervento doganale attivo.

Cambia anche il ruolo dei rappresentanti doganali

Un aspetto particolarmente interessante per gli operatori svizzeri riguarda la rappresentanza doganale. Il nuovo Codice stabilisce che un rappresentante doganale indiretto che opera per conto di un importatore o esportatore stabilito nell’UE è responsabile in solido con quest’ultimo per determinati obblighi. La situazione assume particolare rilevanza quando l’operatore rappresentato non è stabilito nell’UE: il rappresentante indiretto che agisce in nome proprio per conto dell’operatore extra-UE viene considerato esso stesso importatore o esportatore ai fini di specifiche disposizioni del Codice.
Per le imprese svizzere sarà quindi opportuno riesaminare non soltanto le procedure doganali interne, ma anche contratti, responsabilità e rapporti con spedizionieri e rappresentanti doganali nell’UE.

Nasce l’Autorità doganale dell’Unione europea

La riforma istituisce inoltre la nuova European Union Customs Authority (EUCA), con sede a Lille, che sosterrà le amministrazioni nazionali, la gestione comune dei rischi e il funzionamento del Data Hub, contribuendo a un’applicazione più uniforme delle regole doganali nell’UE.

Cosa significa concretamente per le imprese svizzere?

Il nuovo Codice non modifica naturalmente il fatto che la Svizzera si trovi al di fuori dell’Unione doganale europea. Tuttavia, proprio per questo motivo alcune delle nuove disposizioni assumono particolare rilevanza per le aziende svizzere. L’impatto concreto dipenderà dal ruolo assunto dall’impresa nella singola operazione: semplice fornitore di un importatore UE, venditore diretto a consumatori europei, utilizzatore dell’IOSS o operatore che ricorre a un rappresentante doganale nell’Unione.
Le imprese che esportano verso l’UE dovrebbero progressivamente prestare maggiore attenzione a:

  • qualità dei dati doganali e di prodotto trasmessi ai clienti e agli intermediari europei;
  • coerenza dei dati scambiati tra impresa, importatore, spedizioniere, vettore e rappresentante doganale;
  • corretta classificazione tariffaria;
  • disponibilità e correttezza delle informazioni sull’origine preferenziale e non preferenziale;
  • determinazione del valore doganale;
  • gestione dei rapporti e delle responsabilità con rappresentanti doganali e spedizionieri;
  • capacità dei propri sistemi informatici di produrre e trasmettere dati strutturati;
  • per chi vende online B2C nell’UE, verifica del proprio modello IOSS, marketplace, rappresentanza e importazione.

Particolare attenzione dovranno quindi prestare le imprese svizzere che vendono direttamente online a consumatori europei: per loro la riforma dell’e-commerce non rappresenta un cambiamento lontano nel tempo, poiché una prima parte delle nuove regole è già applicabile dal luglio 2026 e ulteriori modifiche seguiranno dal luglio 2028.

Un cambiamento che va oltre la dogana

La riforma deve infine essere letta in un contesto europeo più ampio. Le autorità doganali non controllano più soltanto classificazione, origine, valore e pagamento dei dazi: la frontiera è diventata uno dei principali punti di verifica anche per numerose normative europee relative alla sicurezza dei prodotti, alla sostenibilità, alle sanzioni e ad altri requisiti non fiscali. Nel Data Hub potranno confluire anche documenti e informazioni relativi alla conformità dei prodotti, quali certificati e autorizzazioni, mentre l’interoperabilità con altri sistemi europei consentirà di incrociare e analizzare una quantità molto maggiore di informazioni.
Anche il profilo di compliance dell’operatore assumerà maggiore rilevanza a livello europeo: le sanzioni doganali non penali registrate nel Data Hub potranno contribuire alla valutazione del rischio dell’operatore da parte delle autorità dei diversi Stati membri.
La compliance doganale diventa pertanto sempre più una questione di governance dei dati e della supply chain, che coinvolge non soltanto gli specialisti doganali, ma anche IT, logistica, compliance, acquisti e gestione dei dati di prodotto.

Le prossime tappe

Molti elementi operativi devono ancora essere definiti attraverso gli atti delegati e di esecuzione della Commissione europea. Un primo tassello è già arrivato con il Regolamento delegato C(2026) 6694, che fissa l’importo della nuova tassa di gestione per l’e-commerce. Nei prossimi mesi sarà importante seguirne il completamento dell’iter, così come le specifiche tecniche e gli ulteriori atti necessari all’implementazione del Data Hub e delle nuove procedure.
Per le imprese, la preparazione al nuovo quadro non deve tuttavia attendere il completamento del Data Hub nel 2034. Già oggi può essere opportuno verificare quali dati doganali e di prodotto vengono gestiti, chi ne è responsabile, dove sono conservati e con quale facilità possono essere trasmessi ai partner commerciali e alle autorità.
Il nuovo Codice doganale segna il passaggio verso una dogana europea sempre più digitale, integrata e basata sui dati, nella quale affidabilità dell’operatore e qualità delle informazioni diventano elementi centrali della facilitazione degli scambi.

Autore e contatto in Cc-Ti

Monica Zurfluh
Responsabile Commercio Internazionale
T +41 91 911 51 35
zurfluh@cc-ti.ch

Generazioni d’impresa a confronto, per creare valore

Mettere in relazione idee innovative, competenze imprenditoriali ed esperienza aziendale per generare nuove opportunità sul territorio. È stato questo il filo conduttore di “Startup & Imprese: connessioni che creano valore”, l’evento tenutosi lo scorso 23 settembre 2026, promosso congiuntamente dalla Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino e dall’USI Startup Centre.

L’incontro ha riunito imprenditori, rappresentanti di istituzioni e protagonisti dell’ecosistema dell’innovazione, offrendo uno spazio concreto di dialogo tra startup e aziende già affermate. Due realtà che operano con caratteristiche e prospettive differenti, ma che proprio attraverso il confronto possono trovare importanti occasioni di crescita reciproca.

A portare il saluto istituzionale della Cc-Ti è stato il Direttore operativo Michele Merazzi, che ha successivamente preso parte alla tavola rotonda.

L’innovazione nasce dall’incontro

Alla base della collaborazione tra la Cc-Ti e l’USI Startup Centre vi è una convinzione condivisa: l’innovazione non dipende solo dalla tecnologia o dalla disponibilità di capitali, ma nasce dalla capacità di mettere in contatto persone, conoscenze ed esperienze diverse, creando ponti e sinergie.

Le startup portano nuovi modelli di business, tecnologie emergenti e disponibilità a sperimentare soluzioni divergenti. Le aziende dispongono invece di competenze manageriali, conoscenza dei mercati, reti strutturate e capacità organizzative sviluppate nel tempo.

Creare occasioni di dialogo tra questi due mondi significa favorire uno scambio che può produrre benefici per entrambe le parti. Le imprese possono confrontarsi con chi ha già affrontato le difficoltà legate alla gestione e alla crescita aziendale. Le realtà più strutturate possono invece entrare in contatto con approcci nuovi, talenti e soluzioni capaci di accelerare i propri percorsi di innovazione.

L’obiettivo non è solo quello di affiancare due categorie di organizzazioni, ma di costruire legami tra competenze complementari, facendo emergere collaborazioni commerciali, partenariati strategici, progetti comuni e possibili opportunità di investimento.

Dalle esperienze concrete al confronto aperto

La formula dinamica dell’evento ha permesso di tradurre questi principi in esempi reali. Una serie di brevi dialoghi tra startup e aziende ha illustrato come la collaborazione possa svilupparsi nella pratica, mettendone in evidenza opportunità, sfide e condizioni di successo.

Tra le esperienze presentate figuravano il confronto tra Hoxell ed Ente Ospedaliero Cantonale (per cui sono intervenuti: Tania Antoniou, Responsabile dei Servizi Alberghieri, Ente Ospedaliero Cantonale; Federico Umberto Mion, DBA, Vice Capo Area Finanze e Controlling, Ente Ospedaliero Cantonale & Responsabile Finanze e Amministrazione, Ospedale Regionale di Lugano, Istituto di Neuroscienze Cliniche della Svizzera Italiana, Istituto di Scienze Farmacologiche della Svizzera Italiana; Davide Bernasconi, COO & Co-Founder, Hoxell e Paolo Orsatti, Membro del CdA, Hoxell) e quello tra DEC Energy e BancaStato (dove hanno portato la loro esperienza Luca Bordonzotti, Sustainability Manager, Banca dello Stato del Cantone Ticino e Nicola Scarinzi, CEO & CO-Founder, DEC Energy). I dialoghi hanno consentito di osservare da vicino come organizzazioni con dimensioni, storie e modalità operative differenti possano trovare terreni comuni sui quali sperimentare e innovare.

Il programma è proseguito con una tavola rotonda moderata da Paolo Rossi, già Direttore AET e AEM. Il coinvolgimento del pubblico ha ulteriormente arricchito la discussione.

La parte conclusiva ha dato continuità al dialogo in un contesto informale. Il networking non ha rappresentato soltanto un momento conviviale, ma una componente centrale dell’evento.

Il ruolo della Cc-Ti

Quest’evento rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di collaborazione tra Cc-Ti e USI Startup Centre, accomunati dall’intento di sostenere l’imprenditorialità innovativa e rafforzare i collegamenti tra ricerca, talenti e mondo economico, dopo l’accordo quadro di collaborazione siglato nel dicembre del 2023.
Ricordiamo anche i numerosi profili di nuove realtà incubate nell’USI Startup Centre, che vengono raccontati periodicamente su ogni edizione della rivista economica della Cc-Ti, Ticino Business.


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Quando la crisi mette alla prova la comunicazione

Tempi ridotti, pressione crescente e informazioni incomplete rendono la comunicazione una delle sfide più delicate di ogni crisi. Farsi trovare pronti significa avere una strategia capace di adattarsi alla situazione.

Il 2026 ci ha permesso di osservare, a diversi livelli e con diversa intensità, numerosi episodi nei quali la comunicazione di crisi ha assunto un ruolo determinante. Sport, politica, cronaca, aziende. Cambiano i protagonisti e le circostanze, ma le dinamiche rimangono sorprendentemente simili.

Uno dei casi più significativi in questo senso si verifica in aprile, a poche settimane dai Mondiali di hockey su ghiaccio organizzati in Svizzera. Patrick Fischer si prepara a concludere, davanti al pubblico di casa, un lungo e straordinario percorso alla guida della Nazionale, dopo averla condotta a due argenti mondiali consecutivi. Dal passato emerge però un fatto risalente alle Olimpiadi di Pechino del 2022. Fischer vi aveva partecipato utilizzando un certificato COVID-19 falso ed era stato successivamente condannato per falsità in documenti. Primo a parlarne è lo stesso Fischer con un videomessaggio: ammette l’errore, si scusa e presenta la propria versione. Una scelta coerente con alcuni principi della comunicazione di crisi. Prende l’iniziativa, si espone personalmente e fornisce una spiegazione articolata. La prima reazione è tutto sommato favorevole e anche la Federazione gli conferma la propria fiducia. Nel giro di quarantotto ore, però, il quadro cambia. Emerge che Fischer e la Federazione sapevano che la notizia sarebbe stata pubblicata dalla SRF e che la vicenda coinvolgeva altri soggetti, tra cui Swiss Olympic. La pressione aumenta e la Federazione rivede la propria posizione, allontanandolo.

Un caso di tutt’altra natura arriva in luglio dalla cronaca ticinese. Dopo l’omicidio di una donna a Faido, scattano le ricerche del presunto autore, che si protraggono per quasi 24 ore. La vicenda si conclude il venerdì a Leontica con un’esplosione nella quale l’uomo perde la vita e cinque agenti dei gruppi speciali della Polizia cantonale vengono coinvolti, tre dei quali rimangono feriti. La complessità della vicenda e le esigenze dell’inchiesta consentono inizialmente alle autorità di fornire solo informazioni limitate. Durante il fine settimana, il vuoto informativo alimenta interrogativi, anche sull’operato della polizia. Le autorità indicano però nel lunedì il momento in cui sarà possibile fornire una prima ricostruzione. La conferenza stampa permette quindi di spiegare la dinamica, le decisioni adottate e diversi elementi fino a quel momento sconosciuti, rispondendo agli interrogativi emersi.

Due casi molto diversi, quasi contrapposti. Nel primo, una comunicazione anticipativa perde efficacia quando emergono elementi che modificano il quadro iniziale. Nel secondo, non anticipare informazioni ancora incomplete espone temporaneamente a domande e critiche, ma consente successivamente di fornire una ricostruzione solida e credibile. È proprio il confronto tra situazioni così diverse a mostrare come nella comunicazione di crisi non esistano automatismi. Non basta prendere la decisione giusta. Bisogna aver compreso correttamente il problema.

Un evento delicato diviene infatti una crisi quando minaccia il funzionamento, la reputazione o la fiducia di cui gode una persona o un’organizzazione, imponendo decisioni in condizioni di pressione e incertezza. Comunicare significa allora contribuire a ridurne l’impatto, preservare la fiducia creando i presupposti per affrontarne anche le conseguenze. Per farlo, la prima domanda non dovrebbe essere cosa dobbiamo dire? Occorre prima capire qual è realmente il problema e chi è il soggetto della strategia. Stiamo cercando di tutelare l’azienda? Il suo dirigente? Un collaboratore? Un prodotto? Un marchio? Solo dopo averlo chiarito possiamo definire il risultato che vogliamo ottenere, individuare gli interlocutori determinanti, valutare le informazioni disponibili e le possibili conseguenze delle nostre decisioni e dichiarazioni. È su questi presupposti che si costruisce la strategia comunicativa, attraverso cinque principi fondamentali: proattività, tempestività, trasparenza, continuità e credibilità.

I due casi mostrano quanto questi elementi siano strettamente legati. Nel caso Fischer, ciò che inizialmente appare tempestivo e proattivo si rivela anticipatorio rispetto a un quadro non ancora completamente emerso. Quando affiorano nuovi elementi, ne risentono la trasparenza percepita e, di conseguenza, la credibilità. A Leontica avviene quasi il contrario. Quella che nel fine settimana può apparire come una discontinuità informativa consente di scegliere il momento in cui è possibile fornire una ricostruzione più completa, rafforzando contemporaneamente tempestività, trasparenza e credibilità.

Non sono quindi cinque opzioni, ma un sistema. La comunicazione di crisi diventa così prima di tutto una questione strategica e manageriale. Prepararsi non significa scrivere in anticipo ciò che si dirà, ma definire responsabilità, processi decisionali, interlocutori, strumenti e possibili scenari. Perché quando la crisi arriva, il tempo si comprime, la pressione aumenta e le informazioni sono frammentate e incomplete. È il momento peggiore per impostare una strategia.

Una crisi mette a nudo pregi e difetti di un’organizzazione. È allora che si scopre quanto sia realmente preparata ad affrontarla.


Testo a cura di Renato Pizolli, esperto di comunicazione

Gehri: «Abbiamo speso senza sapere da quale borsello prendere i soldi»

A qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, il presidente della Camera di commercio (Cc-Ti), Andrea Gehri, riporta al centro del dibattito il tema delle finanze pubbliche, nell’intervista di Francesco Pellegrinelli, apparsa sul Corriere del Ticino di venerdì 25 settembre 2026

A pochi giorni dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, la Camera di commercio (Cc-Ti) torna a lanciare l’allarme sulla tenuta delle finanze pubbliche ticinesi. Il presidente Andrea Gehri parla di una situazione che non può più essere rimandata e chiede alla politica di intervenire prima che gli squilibri diventino ancora più difficili da correggere. «Siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno», avverte Gehri, secondo cui serve un «patto di Paese» che coinvolga Governo, Parlamento, partiti, economia e sindacati per definire un percorso di rientro e una nuova strategia per le finanze cantonali.

Signor Gehri, perché l’economia è così preoccupata per l’andamento dei conti pubblici?
«Semplicemente perché stiamo parlando di un grave problema che è già presente e che non può più essere rimandato. Finora è mancato il coraggio di affrontarlo. Il Cantone vive da anni al di sopra delle proprie possibilità e continuare a ignorare questa realtà significa accumulare debiti. Debiti che, prima o poi, qualcuno dovrà pur pagare! Vogliamo lasciare questa eredità ai nostri giovani?».

Qual è la posta in gioco per i cittadini e le imprese?
«Direi il futuro stesso del Canton Ticino. Se le finanze cantonali perdono equilibrio, diminuisce automaticamente la capacità di investire, di sostenere la crescita economica e di finanziare i servizi pubblici di cui i cittadini hanno bisogno. In gioco anche la qualità della vita e le opportunità che vogliamo garantire alle prossime generazioni».

Lanciate il vostro appello a qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027. Perché?
«Perché riteniamo che questo sia forse l’ultimo momento per poter agire concretamente. Questo ragionamento, a mio avviso, andava fatto molto prima. Aspettare ancora significherebbe però arrivare all’emergenza assoluta e dover prendere decisioni magari affrettate, sicuramente dolorose. Serve un patto di Paese: che tutti si siedano attorno a un tavolo – Governo, Parlamento, partiti, economia, sindacati – affinché si corregga la traiettoria».

Che cosa vi aspettate dal preventivo 2027?
«Ci aspettiamo sicuramente coraggio e soprattutto una certa leadership nell’impostare un percorso di rientro. Occorre indicare una strada, individuare una strategia, stabilire delle priorità e avere una visione chiara su quali prestazioni il Cantone vorrà e potrà garantire in futuro e con quali risorse. Finora ho l’impressione che abbiamo speso senza sapere prima da quale borsello andare a prendere i soldi».

Dove bisogna intervenire? La simmetria dei sacrifici cui giunge spesso la politica non basta più?
«Bisogna avere il coraggio di riesaminare, senza tabù, l’intera crescita della spesa pubblica. La spesa pubblica sta crescendo a ritmi che non sono più sostenibili, nonostante le entrate fiscali abbiano comunque registrato una crescita. L’economia si assume le proprie responsabilità, ma non può essere chiamata continuamente ad aumentare i propri tributi perché non ci sono più le condizioni quadro per farlo. Ogni prestazione, ogni progetto e ogni nuovo onere devono essere valutati alla luce della loro sostenibilità finanziaria. La revisione dei compiti dello Stato è quindi un primo passo fondamentale che deve essere messo in atto».

Nella vostra riflessione indicate una «regola elementare»: prima di assumere nuove spese, autorità e cittadini devono essere informati compiutamente. Qual è il nodo?
«Questo è uno dei grandi problemi. Non si possono proporre iniziative senza sapere dove reperire i fondi necessari per finanziarle. Serve, quindi, responsabilità da parte della politica, e serve anche che i cittadini abbiano a disposizione il quadro completo per poter prendere una decisione con scienza e coscienza. Non si possono vendere illusioni. Per poter finanziare delle prestazioni, bisogna sapere esattamente dove si vanno a prendere i fondi».

I toni del vostro intervento sono piuttosto preoccupati.
«A giusto titolo. Direi che oggi siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno. La domanda è se effettivamente la politica si renda conto di questa situazione e, soprattutto, se abbia il coraggio finalmente di affrontare il tema in modo serio, insieme a tutti i partner».

Il consuntivo 2025 indica un disavanzo di 32, 5 milioni di franchi. Lo scenario che evocate, invece, è molto più cupo. Perché?
«È vero, il 2025 si è chiuso con un deficit di 32,5 milioni di franchi. Ma, se escludiamo le entrate straordinarie, la situazione è decisamente più preoccupante. Uno studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato durante la giornata di studio dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, stima infatti un disavanzo strutturale nell’ordine dei 200 milioni di franchi annui, una volta considerati separatamente la quota sull’utile della BNS e le sopravvenienze fiscali. A questo si aggiungono gli oneri derivanti da decisioni che sono già state prese e che, nei prossimi anni, avranno un impatto stimato tra i 350 e i 400 milioni di franchi all’anno. E c’è un ulteriore elemento di cui tenere conto: i proventi della Banca nazionale, come pure le sopravvenienze fiscali, come abbiamo già visto, non sono garantiti e quindi non possono essere considerati una fonte di finanziamento strutturale. Quando arrivano, a nostro avviso, dovrebbero essere utilizzati per investire, sostenere progetti strategici e rafforzare la capacità del territorio di generare sviluppo, non per coprire spese correnti o compensare squilibri strutturali. Altrimenti si rischia semplicemente di rinviare il problema, senza affrontarne le cause».


Intervista di Francesco Pellegrinelli, apparsa sul Corriere del Ticino di venerdì 25 settembre 2026

Sigarette elettroniche monouso: il Tribunale federale conferma il divieto in Vallese

Scheda redatta dall’Avv. Michele Rossi, Delegato alle relazioni esterne Cc-Ti.

Il tribunale federale ha confermato la validità del divieto di vendita delle sigarette elettroniche monouso introdotto dal Cantone Vallese. La decisione riguarda una modifica della legge cantonale sulla salute approvata nel 2024 ed entrata in vigore nel maggio 2025. Contro questa misura avevano presentato ricorso diverse aziende e associazioni del settore del tabacco, tra cui Philip Morris Switzerland e l’associazione del commercio svizzero di tabacco.
Secondo i giudici federali, il divieto è compatibile con il diritto svizzero e non rappresenta una limitazione eccessiva della libertà economica. La misura è stata adottata principalmente per due motivi: proteggere l’ambiente e tutelare la salute pubblica.
Le sigarette elettroniche monouso, spesso chiamate “puff”, sono prodotti usa e getta che, una volta esauriti, vengono eliminati. Contengono batterie, plastica e componenti elettronici che possono generare rifiuti difficili da smaltire correttamente. Per questa ragione, il Cantone Vallese ha ritenuto necessario intervenire con una normativa specifica.
Il Tribunale federale ha osservato che la legge federale sulla protezione dell’ambiente attribuisce al Consiglio federale la possibilità di vietare determinati prodotti monouso. Tuttavia, questa competenza non è stata ancora utilizzata per le sigarette elettroniche usa e getta. In assenza di un divieto nazionale, i Cantoni possono quindi adottare proprie misure per raggiungere obiettivi di interesse pubblico.
La Corte ha inoltre precisato che la legge federale sui prodotti del tabacco non impedisce ai Cantoni di introdurre regole più restrittive quando queste sono motivate dalla protezione dell’ambiente. Il fatto che il legislatore federale non abbia vietato tali prodotti a livello nazionale non significa che i Cantoni siano obbligati ad autorizzarne la vendita.
Valutando gli interessi in gioco, il Tribunale ha concluso che la limitazione imposta agli operatori economici è proporzionata rispetto ai benefici attesi per la collettività. Di conseguenza, il divieto vallesano resta in vigore e costituisce un precedente importante nel dibattito sulle sigarette elettroniche monouso e sul loro impatto ambientale.

Sentenza del 1° luglio 2026 (2C_264/2025, 2C_290/2025, 2C_291/2025)

Scopri il Servizio giuridico della Cc-Ti!

Situazione finanziaria del Cantone

Comunicato stampa Cc-Ti del 24 settembre 2026

La crisi del ’29?

No, non quella del 1929. Quella del 2029. E a differenza del grande crollo di un secolo fa, questa non arriverà come un fulmine a ciel sereno: è già scritta nei documenti ufficiali, nelle decisioni votate, nelle leggi approvate.
La conosciamo in anticipo. È proprio questo che rende l’inerzia difficile da giustificare.
Complice un’estate torrida – sul piano meteorologico quanto su quello istituzionale – la questione delle finanze cantonali è scivolata nel dimenticatoio. Un’amnesia collettiva che la Camera di commercio intende interrompere. Bastano poche cifre.

Il punto di partenza: un disavanzo che non è un incidente

Da anni il Cantone convive con disavanzi strutturali, cioè squilibri che non dipendono da eventi eccezionali ma dal rapporto ordinario tra entrate e uscite. La risposta, finora, si è mossa su due binari: la speranza e l’espediente.
La speranza che arrivino sopravvenienze fiscali o utili generosi della Banca nazionale – voci per definizione imprevedibili e non governabili. E gli espedienti: misure raffazzonate alla bell’e meglio, spesso temporanee, spesso di natura puramente contabile, quasi mai strutturali. Si è rinviato, non risolto.

I numeri, resi pubblici lo scorso 4 maggio

Lo studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato nella giornata di studio ufficiale dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, fotografa la situazione senza indulgenze: 200 milioni all’anno: il disavanzo strutturale “ordinario”, quello con cui il Cantone già convive oggi.

350/400 milioni all’anno: i nuovi oneri che entro il 2029 si aggiungeranno per effetto di decisioni già prese, dal popolo o dagli organi politici competenti. Non ipotesi, non scenari: impegni assunti. 600 milioni all’anno: il totale. Ogni anno. Non una volta sola.
Ed è su quest’ultimo punto che vale la pena fermarsi, perché è quello che sfugge più facilmente. Un disavanzo strutturale non è una buca da riempire una volta: si ripresenta ogni dodici mesi.
Due anni fanno 1,2 miliardi. Tre anni, 1,8 miliardi. Una legislatura intera, 2,4 miliardi. Il debito si accumula.

Ciò che preoccupa di più non sono le cifre

È l’assenza di una risposta. A oggi non esiste – e nemmeno è stata abbozzata – una strategia organica per affrontare il problema. Non un pacchetto di ritocchi, ma una visione d’insieme su quali prestazioni il Cantone vuole e può garantire, con quali risorse e con quale sostenibilità nel tempo.
Il tema avrebbe meritato di stare al centro del dibattito pubblico con ben altro anticipo. Il termine ultimo, ormai, è la discussione sul preventivo e sull’aggiornamento del piano finanziario che saranno presentati in ottobre. Per due ragioni.
La prima è la trasparenza. Cittadini, imprese e istituzioni hanno il diritto di conoscere le conseguenze finanziarie delle decisioni già adottate. Non si tratta di aprire un processo al passato, ma di sapere dove ci si trova.
La seconda è aritmetica politica. Intervenire quando il disavanzo si sarà manifestato nella sua interezza significa rinunciare alla possibilità di scegliere. Chi agisce in anticipo può calibrare, distribuire, negoziare. Chi agisce sotto emergenza subisce decisioni drastiche, disordinate e dolorose, imposte dall’urgenza anziché dal merito.

Come si ricostruisce

Non con una scorciatoia. Occorre studiare, approfondire, costruire il consenso attorno a misure equilibrate e durevoli, inserite in un disegno coerente. Qualche intervento parziale sarà probabilmente ancora inevitabile – ma dovrà essere un ponte verso una soluzione, non un sostituto.
Serve inoltre una regola di elementare responsabilità: prima di assumere nuove spese ricorrenti o nuovi investimenti, le autorità competenti – e i cittadini eventualmente chiamati alle urne – devono essere pienamente informati del quadro finanziario in cui quella decisione si colloca. Votare senza conoscere il conto non è democrazia: è sonnambulismo istituzionale.

Il vero oggetto della discussione

Non sono i conti del 2029. E in fondo non sono nemmeno i conti. È la capacità del Cantone, negli anni a venire, di finanziare le proprie prestazioni, di investire, di rispondere ai bisogni della popolazione. È il margine di manovra delle generazioni che verranno. Il momento per affrontare tutto questo non sarà quando il disavanzo toccherà i 600 milioni. È adesso.

Auto sempre più intelligenti, ma la sicurezza dipende ancora da noi

di Marco Doninelli, Responsabile Mobilità Cc-Ti

Le automobili di oggi sono molto diverse da quelle di pochi anni fa. Oltre a portarci da un luogo all’altro, sono in grado di aiutarci in molte situazioni di guida: possono frenare autonomamente se rilevano un ostacolo improvviso, segnalare un’uscita involontaria dalla corsia di marcia oppure adattare la velocità al traffico circostante. Queste tecnologie, chiamate sistemi avanzati di assistenza alla guida (ADAS – Advanced Driver Assistance Systems), stanno diventando sempre più diffuse e rappresentano una delle innovazioni più importanti nel campo della sicurezza stradale. I loro benefici sono evidenti, ma c’è anche un aspetto meno evidente da considerare: più ci sentiamo protetti dalla tecnologia, più rischiamo di fidarci troppo di quest’ultima.

Meno incidenti grazie agli ADAS

Le statistiche mostrano che questi sistemi possono fare davvero la differenza. Le auto equipaggiate con le più moderne tecnologie di assistenza registrano infatti molti meno tamponamenti rispetto ai veicoli che ne sono sprovvisti. Non sorprende quindi che numerosi automobilisti raccontino di essere riusciti a evitare situazioni potenzialmente pericolose grazie all’intervento della frenata automatica d’emergenza. Si tratta di sistemi progettati per intervenire nei momenti critici, quando una distrazione o manovra un’imprevista possono trasformarsi in un incidente. Tecnologie come il mantenimento della corsia, il rilevamento degli ostacoli e la frenata automatica rappresentano quindi un valido aiuto per incrementare la sicurezza sulle strade.

Il rischio di sentirsi troppo sicuri

Proprio qui emerge però un fenomeno che gli esperti conoscono bene: quando una persona percepisce di essere maggiormente protetta, tende spesso, anche inconsapevolmente, ad assumere comportamenti meno prudenti. Molti conducenti dichiarano infatti di sentirsi più rilassati alla guida sapendo che l’auto dispone di sistemi in grado di intervenire in caso di emergenza. Questa fiducia, se portata all’eccesso, può trasformarsi in un problema. È importante ricordare che gli assistenti elettronici di un’automobile non sono progettati per sostituire il conducente. Possono aiutare, correggere alcuni errori e offrire un supporto prezioso, ma non sono in grado di prendere il controllo completo della situazione in ogni circostanza. La responsabilità finale resta sempre nelle mani di chi guida.

Lo smartphone continua a essere una delle principali minacce

Tra le cause di distrazione più diffuse al volante c’è ancora l’utilizzo del telefono cellulare. Nonostante i continui richiami alla prudenza, molte persone ammettono di controllare messaggi o notifiche mentre sono alla guida. Un comportamento pericoloso che riduce drasticamente l’attenzione sulla strada. Un dato particolarmente interessante è che chi guida veicoli dotati di sistemi di assistenza tende a utilizzare lo smartphone leggermente più spesso rispetto a chi non dispone di queste tecnologie. Questo suggerisce che alcuni automobilisti possano attribuire agli ADAS più avanzati capacità superiori a quelle reali, quasi come se fossero una forma di “pilota automatico”. In realtà, nessuno di questi sistemi oggi disponibili può compensare una distrazione prolungata del conducente.

Conoscere i sistemi è fondamentale

Un altro aspetto emerso dallo studio di AXA Assicurazioni riguarda la conoscenza delle tecnologie di cui è dotata la propria automobile. Molti automobilisti utilizzano quotidianamente sistemi sofisticati senza aver mai ricevuto spiegazioni dettagliate sul loro funzionamento. Questo può generare aspettative sbagliate e portare a un uso non corretto delle svariate funzioni. Sapere quando un sistema è in grado di intervenire, quali sono i suoi limiti e in quali condizioni potrebbe non funzionare al meglio è essenziale per sfruttarne i vantaggi in modo sicuro. Non a caso, molti conducenti vorrebbero ricevere una formazione specifica sull’utilizzo degli assistenti alla guida.

Anche gli schermi possono distrarre

Le automobili moderne assomigliano sempre più a dispositivi digitali su ruote. Molte funzioni, che un tempo erano controllate tramite pulsanti fisici, sono oggi gestite tramite grandi schermi tattili posizionati al centro del cruscotto. Sebbene questi schermi offrano numerose possibilità, non tutti gli automobilisti li apprezzano. Per modificare una regolazione o consultare una funzione è spesso necessario distogliere lo sguardo dalla strada per alcuni secondi, aumentando così il rischio di distrazione. Per questo motivo molte persone ritengono che alcune funzioni essenziali dovrebbero continuare a essere controllate tramite pulsanti tradizionali, più facili da utilizzare senza distogliere l’attenzione dalla guida.

Un aiuto prezioso, ma non un sostituto del conducente

I sistemi di assistenza alla guida stanno contribuendo concretamente a rendere le strade più sicure. La loro capacità di prevenire incidenti e di intervenire nelle situazioni critiche rappresenta un importante passo avanti per la mobilità del futuro. Tuttavia, la tecnologia da sola non basta. La sicurezza continua a dipendere soprattutto dai comportamenti delle persone: mantenere l’attenzione sulla strada, evitare l’uso del cellulare mentre si guida e conoscere i limiti dei sistemi presenti a bordo resta fondamentale. Le auto diventano ogni giorno più intelligenti, ma il miglior dispositivo di sicurezza è ancora il buon senso di chi si trova dietro il volante.


Fonte: studio sui sistemi avanzati di assistenza alla guida condotto da AXA Assicurazioni, www.axa.ch

Dazi USA sui farmaci: cosa verificare entro il 29 settembre

Dal 29 settembre 2026 termina la fase transitoria prevista per determinati farmaci brevettati e relativi ingredienti farmaceutici delle aziende non comprese nell’Allegato III del Proclama presidenziale del 2 aprile 2026. In vista della scadenza, gli esportatori svizzeri interessati sono quindi chiamati, se non già fatto, a verificare il trattamento tariffario applicabile alle proprie merci. Una nuova Notice del Bureau of Industry and Security (BIS) fornisce inoltre ulteriori indicazioni sul trattamento di specifiche categorie di prodotti e introduce alcune correzioni tecniche.

Come illustrato nel nostro aggiornamento del 31 luglio, la U.S. Customs and Border Protection (CBP) ha definito le modalità operative per l’applicazione dei dazi della Sezione 232 su determinati farmaci brevettati e ingredienti farmaceutici.

Il regime è entrato in applicazione il 31 luglio 2026 per i prodotti delle aziende elencate nell’Allegato III (pag. 9) del Proclama presidenziale del 2 aprile 2026. Dalla stessa data sono inoltre entrati in vigore i nuovi obblighi dichiarativi per tutti gli importatori delle merci interessate.

Per i prodotti delle aziende non comprese nell’Allegato III, fino al 29 settembre 2026, si applica invece il codice HTSUS 9903.04.61, con un dazio aggiuntivo della Sezione 232 dello 0%.

Cosa cambia dal 29 settembre?

Dal 29 settembre 2026,questa fase transitoria termina e il regime tariffario si estende anche ai prodotti delle aziende non comprese nell’Allegato III.
Per i prodotti originari della Svizzera e del Liechtenstein contemplati dalla misura, il riferimento è in linea generale il codice HTSUS 9903.04.62, che prevede un’aliquota complessiva del 15%, risultante dalla combinazione del dazio ordinario della “Column 1” e del dazio aggiuntivo della Sezione 232.

Restano applicabili eventuali esenzioni e trattamenti più favorevoli previsti dal regime, tra cui quelli riferiti a determinate categorie di prodotti o alle aziende che soddisfano le condizioni di specifici accordi con le autorità statunitensi.

Le nuove indicazioni del BIS

Il 23 settembre 2026, a pochi giorni dalla scadenza, il Bureau of Industry and Security (BIS) ha reso disponibile in Public Inspection una nuova Notice. Il documento definisce alcune categorie di prodotti che, alle condizioni previste dal Proclama, possono beneficiare di un’aliquota della Sezione 232 dello 0%, stabilisce una procedura per i prodotti che rispondono a un bisogno sanitario urgente negli Stati Uniti e apporta alcune correzioni tecniche al regime.

Categorie con aliquota dello 0%

La Notice definisce le categorie di prodotti che possono beneficiare dell’aliquota della Sezione 232 dello 0%: farmaci orfani, medicinali nucleari, terapie derivate dal plasma, farmaci per la fertilità, terapie cellulari, terapie geniche, coniugati anticorpo-farmaco (ADC), contromisure mediche contro minacce CBRN e prodotti per la salute animale.

Lo 0% si applica, alle condizioni previste dal Proclama, ai prodotti di tali categorie originari di giurisdizioni con un accordo quadro commerciale e di sicurezza, attuale o futuro, con gli Stati Uniti. Svizzera e Liechtenstein figurano espressamente tra le giurisdizioni ammesse indicate dal BIS.

Clinical trials, R&D e usi non commerciali

Tra le correzioni tecniche figura inoltre l’introduzione della nuova voce HTSUS 9903.04.70, con aliquota aggiuntiva dello 0%, per i prodotti farmaceutici e relativi ingredienti contemplati dalle classificazioni interessate e destinati esclusivamente a clinical trials, ricerca e sviluppo o altri usi non commerciali. La nuova voce si applicherà alle merci immesse in consumo, o ritirate da deposito doganale per l’immissione in consumo, a partire dal 29 settembre 2026.

Urgent U.S. health need

La Notice definisce anche una procedura che consente alle aziende di richiedere al Department of Commerce l’applicazione dell’aliquota dello 0% per uno specifico prodotto quando la sua importazione risponde a un “urgent U.S. health need”.

Le richieste sono valutate individualmente e devono riguardare farmaci brevettati e relativi ingredienti compresi nei codici HTSUS dell’Allegato I. Tra le informazioni richieste figurano la classificazione HTSUS, il prodotto e i principi attivi, il Paese di origine e di esportazione, l’importatore e il produttore, nonché le motivazioni che giustificano il bisogno sanitario urgente negli Stati Uniti.

Ulteriori correzioni tecniche

La Notice apporta infine alcune correzioni tecniche agli Allegati I e IV. In particolare, chiarisce la definizione di “pharmaceutical articles”, precisa la definizione dei prodotti generici includendo espressamente i prodotti non brevettati per la salute animale e aggiorna alcune classificazioni HTSUS. Il BIS ribadisce inoltre che, allo stato attuale, i dazi farmaceutici della Sezione 232 non si applicano ai farmaci generici e ai relativi ingredienti.

Cosa da verificare prima del 29 settembre?

Alla luce anche delle nuove indicazioni BIS, gli esportatori svizzeri interessati dovrebbero verificare con l’importatore statunitense e il customs broker:

  • la classificazione HTSUS e l’effettiva inclusione del prodotto nel campo di applicazione della misura
  • l’origine della merce
  • l’eventuale applicabilità di esenzioni o trattamenti specifici, comprese le categorie di prodotti che possono beneficiare dell’aliquota dello 0%
  • l’eventuale presenza dell’azienda nell’Allegato II e l’applicabilità del relativo trattamento
  • l’eventuale destinazione del prodotto a clinical trials, R&D o altri usi non commerciali e l’applicabilità della nuova voce 9903.04.70
  • l’eventuale possibilità di presentare una richiesta per “urgent U.S. health need”
  • il corretto codice del Capitolo 99 da utilizzare dal 29 settembre.

La scadenza riguarda le merci immesse in consumo negli Stati Uniti o ritirate da un deposito doganale per l’immissione in consumo a partire dal 29 settembre 2026. Non è quindi necessariamente la data di spedizione dalla Svizzera a determinare il trattamento applicabile.

Per il quadro completo della misura, dei prodotti interessati e delle istruzioni operative CBP, rimandiamo ai nostri precedenti approfondimenti: Dazi USA sui prodotti farmaceutici (3 aprile 2026) e Dazi USA sui prodotti farmaceutici: cosa cambia dal 31 luglio (31 luglio 2026).

Autore e contatto in Cc-Ti

Monica Zurfluh
Responsabile Commercio Internazionale
T +41 91 911 51 35
zurfluh@cc-ti.ch

La sicurezza informatica è una responsabilità condivisa

La tecnologia è diventata una componente essenziale dell’attività quotidiana di aziende ed organizzazioni. Questa evoluzione ha aperto nuove opportunità di sviluppo e innovazione, ma ha anche reso necessario prestare maggiore attenzione alla protezione di dati, sistemi e infrastrutture. Abbiamo parlato di sicurezza informatica nell’evento dedicato, svoltosi il 22 settembre a Lugano, organizzato dalla Cc-Ti, in collaborazione con la Polizia Cantonale.

Da sinistra i relatori intervenuti: Commissario Stefano Marelli e Ispettore principale Roland Lucini, Polizia Cantonale

Quando si parla di cibersicurezza, spesso si pensa esclusivamente a software o antivirus. In realtà, uno degli elementi più importanti resta il fattore umano. Molti episodi di compromissione informatica non derivano infatti da vulnerabilità tecniche, bensì da azioni compiute inconsapevolmente dagli utenti: un messaggio apparentemente affidabile, una richiesta fraudolenta o una semplice disattenzione possono essere sufficienti per aprire la porta a uno o più attacchi.

Per rafforzare la consapevolezza su questi temi, la Cc-Ti collabora con la Polizia Cantonale e ha presentato il secondo appuntamento intitolato “Sicurezza informatica in ambito lavorativo” rivolto al personale di aziende e associazioni ticinesi (il primo appuntamento si è svolto a Balerna il 29 aprile 2026).

L’iniziativa nasce con l’intento di diffondere una cultura della prevenzione e fornire strumenti pratici per affrontare in modo corretto le sfide della sicurezza informatica.
Davanti a oltre 40 partecipanti, sono intervenuti Roland Lucini, Ispettore principale, addetto alla prevenzione, Dipartimento delle Istituzioni – Polizia Cantonale, Servizio comunicazione, media e prevenzione; e Stefano Marelli, Commissario, sostituto capo sezione della Sezione Analisi Tracce Informatiche, Dipartimento delle Istituzioni – Polizia Cantonale, Polizia Giudiziaria.

Attraverso esempi concreti e situazioni tratte dalla realtà, gli incontri permettono di conoscere le modalità operative dei criminali informatici e di acquisire comportamenti più sicuri sia sul posto di lavoro sia nella vita privata. Particolare attenzione viene dedicata al riconoscimento delle minacce più diffuse, tra cui phishing, truffe online, social engineering, accessi non autorizzati e altre tecniche utilizzate per sottrarre dati o compromettere sistemi informatici.


È possibile rileggere quanto emerso nel precedente appuntamento:


Scoprite il terzo appuntamento con “Sicurezza informatica in ambito lavorativo – Locarno”, il prossimo 30.10.2026.
Iscrizioni aperte
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Primi attestati federali per gli “Specialisti in commercio estero” in Ticino

Tutte le partecipanti alla prima edizione del corso preparatorio all’esame di “Specialista in commercio estero con attestato professionale federale” hanno superato l’esame finale. Questo percorso formativo è gestito dalla Cc-Ti insieme alla SSIB – Swiss School for International Business (di cui la Cc-Ti è azionista).

Le corsiste il giorno dell’esame federale

Gli specialisti in commercio estero svolgono un ruolo fondamentale per le aziende che operano sui mercati internazionali. Grazie a competenze altamente qualificate nel commercio e nel traffico transfrontaliero di merci e servizi, sono in grado di assumere responsabilità operative e dirigenziali nell’ambito dell’import e dell’export, contribuendo concretamente alla competitività aziendale in un contesto globale sempre più complesso e caratterizzato da incertezze geopolitiche e sfide normative.

Tra i loro principali compiti figurano la pianificazione e l’organizzazione dei trasporti internazionali attraverso tutte le modalità di trasporto, il coordinamento con reparti interni e partner commerciali esterni e la garanzia che merci e servizi siano consegnati alla clientela in modo puntuale ed efficiente.

Questi professionisti possiedono inoltre solide conoscenze delle regole d’origine, delle prescrizioni doganali, degli ostacoli al commercio e delle normative IVA. Sono quindi in grado di gestire correttamente le procedure di sdoganamento e la relativa documentazione, nonché di identificare e mitigare i rischi connessi al commercio internazionale, adottando le misure più adeguate a tutela degli interessi aziendali.

Le loro competenze si estendono anche alla verifica delle offerte, al controllo della redditività delle operazioni e alla negoziazione con i fornitori di servizi logistici, selezionati secondo criteri economici e imprenditoriali.

A contraddistinguerli sono infine una forte capacità di pensiero sistemico, elevate competenze metodologiche, sociali e personali e l’utilizzo di strumenti digitali moderni che consentono una gestione efficace dei processi e dei mandati.

Hanno superato brillantemente gli esami federali, conseguendo il titolo di Specialista in commercio estero con attestato professionale federale (in ordine alfabetico): Lisia Berta, Sonia Giordano, Roberta Lanini, Veronica Morabito e Marzia Sartorato.

Abbiamo raccolto le testimonianze delle nuove Specialiste in commercio estero con attestato professionale federale, che raccontano le loro esperienze, condivise per ispirare nuove idee.


Roberta Lanini, Linnea SA
Ho scelto di investire nel percorso di “Specialista in commercio estero” per ragioni personali e professionali. Ad oltre 20 anni da Laurea e Master e aver cresciuto due figlie lavorando, il conseguimento del Diploma Federale è il coronamento di un percorso per formalizzare decenni di esperienza con una qualifica ufficiale. È la base per ambire a ruoli dirigenziali, guidare team internazionali ed unire le nozioni teoriche a progetti e casistiche aziendali. La formazione tratta competenze in quattro macroaree: dogane, economia, finanza/logistica e
diritto. L’impegno richiesto è elevato, l’esame è complesso, ma la qualità delle lezioni è di alto livello. L’ottenimento del Diploma fornisce oltre a grande soddisfazione, un titolo riconosciuto dalla Confederazione e altamente stimato da aziende svizzere ed internazionali.

Veronica Morabito, Pagani Pens SA
Il conseguimento dell’attestato professionale federale rappresenta per me il risultato di un percorso intenso, affrontato conciliando lavoro, studio e famiglia. Lavorando in Pagani Pens, ho potuto applicare concretamente molte delle competenze acquisite. Porterò con me non solo le conoscenze maturate, ma anche il prezioso confronto con le compagne di corso, con cui si è creato un clima di collaborazione, sostegno e condivisione che ha reso questa esperienza ancora più significativa.

Sonia Giordano
All’inizio del corso mi ero prefissata l’obiettivo di ampliare le mie competenze in ambito internazionale, acquisendo strumenti aggiornati per comprendere meglio le dinamiche del commercio globale. Le nuove conoscenze apprese rappresentano un valore concreto per la mia azienda: permettono di migliorare la qualità del supporto offerto ai clienti, ottimizzare i processi legati all’import/export e contribuire allo sviluppo di soluzioni più efficienti. Grazie a queste competenze posso sostenere in modo più strategico la crescita del nostro reparto e dell’intero gruppo.

Lisia Berta, Agie Charmilles
La specializzazione in commercio estero ha rappresentato un’importante opportunità di crescita professionale. Durante la formazione ho approfondito le principali tematiche del commercio internazionale, dalle procedure doganali, agli aspetti giuridici e finanziari. Il confronto con docenti e colleghi ha arricchito il percorso grazie allo scambio di esperienze e conoscenze. Il conseguimento dell’esame professionale federale ha coronato un periodo impegnativo ma gratificante, consolidando le mie competenze e ampliando la mia visione del commercio globale.

Marzia Sartorato Albertini, Agie Charmilles
Il corso per Specialista in Commercio Estero ha rappresentato un’importante opportunità di crescita professionale. Il mio obiettivo era approfondire la conoscenza della realtà svizzera, delle direttive e della legislazione che regolano le attività di Order Processing, aspetti che conoscevo solo in parte avendo studiato all’estero. Il superamento dell’esame federale, particolarmente impegnativo e tutt’altro che scontato, è stato una grande soddisfazione personale e professionale. Le competenze acquisite mi permettono oggi di svolgere le attività quotidiane con maggiore sicurezza, garantendo il rispetto delle normative e una collaborazione più efficace tra i diversi reparti.