Quando la crisi mette alla prova la comunicazione

Tempi ridotti, pressione crescente e informazioni incomplete rendono la comunicazione na delle sfide più delicate di ogni crisi. Farsi trovare pronti significa avere una strategia capace di adattarsi alla situazione.

Il 2026 ci ha permesso di osservare, a diversi livelli e con diversa intensità, numerosi episodi nei quali la comunicazione di crisi ha assunto un ruolo determinante. Sport, politica, cronaca, aziende. Cambiano i protagonisti e le circostanze, ma le dinamiche rimangono sorprendentemente simili.

Uno dei casi più significativi in questo senso si verifica in aprile, a poche settimane dai Mondiali di hockey su ghiaccio organizzati in Svizzera. Patrick Fischer si prepara a concludere, davanti al pubblico di casa, un lungo e straordinario percorso alla guida della Nazionale, dopo averla condotta a due argenti mondiali consecutivi. Dal passato emerge però un fatto risalente alle Olimpiadi di Pechino del 2022. Fischer vi aveva partecipato utilizzando un certificato COVID-19 falso ed era stato successivamente condannato per falsità in documenti. Primo a parlarne è lo stesso Fischer con un videomessaggio: ammette l’errore, si scusa e presenta la propria versione. Una scelta coerente con alcuni principi della comunicazione di crisi. Prende l’iniziativa, si espone personalmente e fornisce una spiegazione articolata. La prima reazione è tutto sommato favorevole e anche la Federazione gli conferma la propria fiducia. Nel giro di quarantotto ore, però, il quadro cambia. Emerge che Fischer e la Federazione sapevano che la notizia sarebbe stata pubblicata dalla SRF e che la vicenda coinvolgeva altri soggetti, tra cui Swiss Olympic. La pressione aumenta e la Federazione rivede la propria posizione, allontanandolo.

Un caso di tutt’altra natura arriva in luglio dalla cronaca ticinese. Dopo l’omicidio di una donna a Faido, scattano le ricerche del presunto autore, che si protraggono per quasi 24 ore. La vicenda si conclude il venerdì a Leontica con un’esplosione nella quale l’uomo perde la vita e cinque agenti dei gruppi speciali della Polizia cantonale vengono coinvolti, tre dei quali rimangono feriti. La complessità della vicenda e le esigenze dell’inchiesta consentono inizialmente alle autorità di fornire solo informazioni limitate. Durante il fine settimana, il vuoto informativo alimenta interrogativi, anche sull’operato della polizia. Le autorità indicano però nel lunedì il momento in cui sarà possibile fornire una prima ricostruzione. La conferenza stampa permette quindi di spiegare la dinamica, le decisioni adottate e diversi elementi fino a quel momento sconosciuti, rispondendo agli interrogativi emersi.

Due casi molto diversi, quasi contrapposti. Nel primo, una comunicazione anticipativa perde efficacia quando emergono elementi che modificano il quadro iniziale. Nel secondo, non anticipare informazioni ancora incomplete espone temporaneamente a domande e critiche, ma consente successivamente di fornire una ricostruzione solida e credibile. È proprio il confronto tra situazioni così diverse a mostrare come nella comunicazione di crisi non esistano automatismi. Non basta prendere la decisione giusta. Bisogna aver compreso correttamente il problema.

Un evento delicato diviene infatti una crisi quando minaccia il funzionamento, la reputazione o la fiducia di cui gode una persona o un’organizzazione, imponendo decisioni in condizioni di pressione e incertezza. Comunicare significa allora contribuire a ridurne l’impatto, preservare la fiducia creando i presupposti per affrontarne anche le conseguenze. Per farlo, la prima domanda non dovrebbe essere cosa dobbiamo dire? Occorre prima capire qual è realmente il problema e chi è il soggetto della strategia. Stiamo cercando di tutelare l’azienda? Il suo dirigente? Un collaboratore? Un prodotto? Un marchio? Solo dopo averlo chiarito possiamo definire il risultato che vogliamo ottenere, individuare gli interlocutori determinanti, valutare le informazioni disponibili e le possibili conseguenze delle nostre decisioni e dichiarazioni. È su questi presupposti che si costruisce la strategia comunicativa, attraverso cinque principi fondamentali: proattività, tempestività, trasparenza, continuità e credibilità.

I due casi mostrano quanto questi elementi siano strettamente legati. Nel caso Fischer, ciò che inizialmente appare tempestivo e proattivo si rivela anticipatorio rispetto a un quadro non ancora completamente emerso. Quando affiorano nuovi elementi, ne risentono la trasparenza percepita e, di conseguenza, la credibilità. A Leontica avviene quasi il contrario. Quella che nel fine settimana può apparire come una discontinuità informativa consente di scegliere il momento in cui è possibile fornire una ricostruzione più completa, rafforzando contemporaneamente tempestività, trasparenza e credibilità.

Non sono quindi cinque opzioni, ma un sistema. La comunicazione di crisi diventa così prima di tutto una questione strategica e manageriale. Prepararsi non significa scrivere in anticipo ciò che si dirà, ma definire responsabilità, processi decisionali, interlocutori, strumenti e possibili scenari. Perché quando la crisi arriva, il tempo si comprime, la pressione aumenta e le informazioni sono frammentate e incomplete. È il momento peggiore per impostare una strategia.

Una crisi mette a nudo pregi e difetti di un’organizzazione. È allora che si scopre quanto sia realmente preparata ad affrontarla.


Testo a cura di Renato Pizolli, esperto di comunicazione

Gehri: «Abbiamo speso senza sapere da quale borsello prendere i soldi»

A qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, il presidente della Camera di commercio (Cc-Ti), Andrea Gehri, riporta al centro del dibattito il tema delle finanze pubbliche, nell’intervista di Francesco Pellegrinelli, apparsa sul Corriere del Ticino di venerdì 25 settembre 2026

A pochi giorni dalla presentazione del Preventivo 2027 del Cantone, la Camera di commercio (Cc-Ti) torna a lanciare l’allarme sulla tenuta delle finanze pubbliche ticinesi. Il presidente Andrea Gehri parla di una situazione che non può più essere rimandata e chiede alla politica di intervenire prima che gli squilibri diventino ancora più difficili da correggere. «Siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno», avverte Gehri, secondo cui serve un «patto di Paese» che coinvolga Governo, Parlamento, partiti, economia e sindacati per definire un percorso di rientro e una nuova strategia per le finanze cantonali.

Signor Gehri, perché l’economia è così preoccupata per l’andamento dei conti pubblici?
«Semplicemente perché stiamo parlando di un grave problema che è già presente e che non può più essere rimandato. Finora è mancato il coraggio di affrontarlo. Il Cantone vive da anni al di sopra delle proprie possibilità e continuare a ignorare questa realtà significa accumulare debiti. Debiti che, prima o poi, qualcuno dovrà pur pagare! Vogliamo lasciare questa eredità ai nostri giovani?».

Qual è la posta in gioco per i cittadini e le imprese?
«Direi il futuro stesso del Canton Ticino. Se le finanze cantonali perdono equilibrio, diminuisce automaticamente la capacità di investire, di sostenere la crescita economica e di finanziare i servizi pubblici di cui i cittadini hanno bisogno. In gioco anche la qualità della vita e le opportunità che vogliamo garantire alle prossime generazioni».

Lanciate il vostro appello a qualche giorno dalla presentazione del Preventivo 2027. Perché?
«Perché riteniamo che questo sia forse l’ultimo momento per poter agire concretamente. Questo ragionamento, a mio avviso, andava fatto molto prima. Aspettare ancora significherebbe però arrivare all’emergenza assoluta e dover prendere decisioni magari affrettate, sicuramente dolorose. Serve un patto di Paese: che tutti si siedano attorno a un tavolo – Governo, Parlamento, partiti, economia, sindacati – affinché si corregga la traiettoria».

Che cosa vi aspettate dal preventivo 2027?
«Ci aspettiamo sicuramente coraggio e soprattutto una certa leadership nell’impostare un percorso di rientro. Occorre indicare una strada, individuare una strategia, stabilire delle priorità e avere una visione chiara su quali prestazioni il Cantone vorrà e potrà garantire in futuro e con quali risorse. Finora ho l’impressione che abbiamo speso senza sapere prima da quale borsello andare a prendere i soldi».

Dove bisogna intervenire? La simmetria dei sacrifici cui giunge spesso la politica non basta più?
«Bisogna avere il coraggio di riesaminare, senza tabù, l’intera crescita della spesa pubblica. La spesa pubblica sta crescendo a ritmi che non sono più sostenibili, nonostante le entrate fiscali abbiano comunque registrato una crescita. L’economia si assume le proprie responsabilità, ma non può essere chiamata continuamente ad aumentare i propri tributi perché non ci sono più le condizioni quadro per farlo. Ogni prestazione, ogni progetto e ogni nuovo onere devono essere valutati alla luce della loro sostenibilità finanziaria. La revisione dei compiti dello Stato è quindi un primo passo fondamentale che deve essere messo in atto».

Nella vostra riflessione indicate una «regola elementare»: prima di assumere nuove spese, autorità e cittadini devono essere informati compiutamente. Qual è il nodo?
«Questo è uno dei grandi problemi. Non si possono proporre iniziative senza sapere dove reperire i fondi necessari per finanziarle. Serve, quindi, responsabilità da parte della politica, e serve anche che i cittadini abbiano a disposizione il quadro completo per poter prendere una decisione con scienza e coscienza. Non si possono vendere illusioni. Per poter finanziare delle prestazioni, bisogna sapere esattamente dove si vanno a prendere i fondi».

I toni del vostro intervento sono piuttosto preoccupati.
«A giusto titolo. Direi che oggi siamo a cinque minuti da mezzanotte, forse anche meno. La domanda è se effettivamente la politica si renda conto di questa situazione e, soprattutto, se abbia il coraggio finalmente di affrontare il tema in modo serio, insieme a tutti i partner».

Il consuntivo 2025 indica un disavanzo di 32, 5 milioni di franchi. Lo scenario che evocate, invece, è molto più cupo. Perché?
«È vero, il 2025 si è chiuso con un deficit di 32,5 milioni di franchi. Ma, se escludiamo le entrate straordinarie, la situazione è decisamente più preoccupante. Uno studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato durante la giornata di studio dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, stima infatti un disavanzo strutturale nell’ordine dei 200 milioni di franchi annui, una volta considerati separatamente la quota sull’utile della BNS e le sopravvenienze fiscali. A questo si aggiungono gli oneri derivanti da decisioni che sono già state prese e che, nei prossimi anni, avranno un impatto stimato tra i 350 e i 400 milioni di franchi all’anno. E c’è un ulteriore elemento di cui tenere conto: i proventi della Banca nazionale, come pure le sopravvenienze fiscali, come abbiamo già visto, non sono garantiti e quindi non possono essere considerati una fonte di finanziamento strutturale. Quando arrivano, a nostro avviso, dovrebbero essere utilizzati per investire, sostenere progetti strategici e rafforzare la capacità del territorio di generare sviluppo, non per coprire spese correnti o compensare squilibri strutturali. Altrimenti si rischia semplicemente di rinviare il problema, senza affrontarne le cause».


Intervista di Francesco Pellegrinelli, apparsa sul Corriere del Ticino di venerdì 25 settembre 2026

Sigarette elettroniche monouso: il Tribunale federale conferma il divieto in Vallese

Scheda redatta dall’Avv. Michele Rossi, Delegato alle relazioni esterne Cc-Ti.

Il tribunale federale ha confermato la validità del divieto di vendita delle sigarette elettroniche monouso introdotto dal Cantone Vallese. La decisione riguarda una modifica della legge cantonale sulla salute approvata nel 2024 ed entrata in vigore nel maggio 2025. Contro questa misura avevano presentato ricorso diverse aziende e associazioni del settore del tabacco, tra cui Philip Morris Switzerland e l’associazione del commercio svizzero di tabacco.
Secondo i giudici federali, il divieto è compatibile con il diritto svizzero e non rappresenta una limitazione eccessiva della libertà economica. La misura è stata adottata principalmente per due motivi: proteggere l’ambiente e tutelare la salute pubblica.
Le sigarette elettroniche monouso, spesso chiamate “puff”, sono prodotti usa e getta che, una volta esauriti, vengono eliminati. Contengono batterie, plastica e componenti elettronici che possono generare rifiuti difficili da smaltire correttamente. Per questa ragione, il Cantone Vallese ha ritenuto necessario intervenire con una normativa specifica.
Il Tribunale federale ha osservato che la legge federale sulla protezione dell’ambiente attribuisce al Consiglio federale la possibilità di vietare determinati prodotti monouso. Tuttavia, questa competenza non è stata ancora utilizzata per le sigarette elettroniche usa e getta. In assenza di un divieto nazionale, i Cantoni possono quindi adottare proprie misure per raggiungere obiettivi di interesse pubblico.
La Corte ha inoltre precisato che la legge federale sui prodotti del tabacco non impedisce ai Cantoni di introdurre regole più restrittive quando queste sono motivate dalla protezione dell’ambiente. Il fatto che il legislatore federale non abbia vietato tali prodotti a livello nazionale non significa che i Cantoni siano obbligati ad autorizzarne la vendita.
Valutando gli interessi in gioco, il Tribunale ha concluso che la limitazione imposta agli operatori economici è proporzionata rispetto ai benefici attesi per la collettività. Di conseguenza, il divieto vallesano resta in vigore e costituisce un precedente importante nel dibattito sulle sigarette elettroniche monouso e sul loro impatto ambientale.

Sentenza del 1° luglio 2026 (2C_264/2025, 2C_290/2025, 2C_291/2025)

Scopri il Servizio giuridico della Cc-Ti!

Situazione finanziaria del Cantone

Comunicato stampa Cc-Ti del 24 settembre 2026

La crisi del ’29?

No, non quella del 1929. Quella del 2029. E a differenza del grande crollo di un secolo fa, questa non arriverà come un fulmine a ciel sereno: è già scritta nei documenti ufficiali, nelle decisioni votate, nelle leggi approvate.
La conosciamo in anticipo. È proprio questo che rende l’inerzia difficile da giustificare.
Complice un’estate torrida – sul piano meteorologico quanto su quello istituzionale – la questione delle finanze cantonali è scivolata nel dimenticatoio. Un’amnesia collettiva che la Camera di commercio intende interrompere. Bastano poche cifre.

Il punto di partenza: un disavanzo che non è un incidente

Da anni il Cantone convive con disavanzi strutturali, cioè squilibri che non dipendono da eventi eccezionali ma dal rapporto ordinario tra entrate e uscite. La risposta, finora, si è mossa su due binari: la speranza e l’espediente.
La speranza che arrivino sopravvenienze fiscali o utili generosi della Banca nazionale – voci per definizione imprevedibili e non governabili. E gli espedienti: misure raffazzonate alla bell’e meglio, spesso temporanee, spesso di natura puramente contabile, quasi mai strutturali. Si è rinviato, non risolto.

I numeri, resi pubblici lo scorso 4 maggio

Lo studio di Renato Mondada e Samuele Vorpe, presentato nella giornata di studio ufficiale dedicata alla fiscalità e alla finanza pubblica, fotografa la situazione senza indulgenze: 200 milioni all’anno: il disavanzo strutturale “ordinario”, quello con cui il Cantone già convive oggi.

350/400 milioni all’anno: i nuovi oneri che entro il 2029 si aggiungeranno per effetto di decisioni già prese, dal popolo o dagli organi politici competenti. Non ipotesi, non scenari: impegni assunti. 600 milioni all’anno: il totale. Ogni anno. Non una volta sola.
Ed è su quest’ultimo punto che vale la pena fermarsi, perché è quello che sfugge più facilmente. Un disavanzo strutturale non è una buca da riempire una volta: si ripresenta ogni dodici mesi.
Due anni fanno 1,2 miliardi. Tre anni, 1,8 miliardi. Una legislatura intera, 2,4 miliardi. Il debito si accumula.

Ciò che preoccupa di più non sono le cifre

È l’assenza di una risposta. A oggi non esiste – e nemmeno è stata abbozzata – una strategia organica per affrontare il problema. Non un pacchetto di ritocchi, ma una visione d’insieme su quali prestazioni il Cantone vuole e può garantire, con quali risorse e con quale sostenibilità nel tempo.
Il tema avrebbe meritato di stare al centro del dibattito pubblico con ben altro anticipo. Il termine ultimo, ormai, è la discussione sul preventivo e sull’aggiornamento del piano finanziario che saranno presentati in ottobre. Per due ragioni.
La prima è la trasparenza. Cittadini, imprese e istituzioni hanno il diritto di conoscere le conseguenze finanziarie delle decisioni già adottate. Non si tratta di aprire un processo al passato, ma di sapere dove ci si trova.
La seconda è aritmetica politica. Intervenire quando il disavanzo si sarà manifestato nella sua interezza significa rinunciare alla possibilità di scegliere. Chi agisce in anticipo può calibrare, distribuire, negoziare. Chi agisce sotto emergenza subisce decisioni drastiche, disordinate e dolorose, imposte dall’urgenza anziché dal merito.

Come si ricostruisce

Non con una scorciatoia. Occorre studiare, approfondire, costruire il consenso attorno a misure equilibrate e durevoli, inserite in un disegno coerente. Qualche intervento parziale sarà probabilmente ancora inevitabile – ma dovrà essere un ponte verso una soluzione, non un sostituto.
Serve inoltre una regola di elementare responsabilità: prima di assumere nuove spese ricorrenti o nuovi investimenti, le autorità competenti – e i cittadini eventualmente chiamati alle urne – devono essere pienamente informati del quadro finanziario in cui quella decisione si colloca. Votare senza conoscere il conto non è democrazia: è sonnambulismo istituzionale.

Il vero oggetto della discussione

Non sono i conti del 2029. E in fondo non sono nemmeno i conti. È la capacità del Cantone, negli anni a venire, di finanziare le proprie prestazioni, di investire, di rispondere ai bisogni della popolazione. È il margine di manovra delle generazioni che verranno. Il momento per affrontare tutto questo non sarà quando il disavanzo toccherà i 600 milioni. È adesso.

Auto sempre più intelligenti, ma la sicurezza dipende ancora da noi

di Marco Doninelli, Responsabile Mobilità Cc-Ti

Le automobili di oggi sono molto diverse da quelle di pochi anni fa. Oltre a portarci da un luogo all’altro, sono in grado di aiutarci in molte situazioni di guida: possono frenare autonomamente se rilevano un ostacolo improvviso, segnalare un’uscita involontaria dalla corsia di marcia oppure adattare la velocità al traffico circostante. Queste tecnologie, chiamate sistemi avanzati di assistenza alla guida (ADAS – Advanced Driver Assistance Systems), stanno diventando sempre più diffuse e rappresentano una delle innovazioni più importanti nel campo della sicurezza stradale. I loro benefici sono evidenti, ma c’è anche un aspetto meno evidente da considerare: più ci sentiamo protetti dalla tecnologia, più rischiamo di fidarci troppo di quest’ultima.

Meno incidenti grazie agli ADAS

Le statistiche mostrano che questi sistemi possono fare davvero la differenza. Le auto equipaggiate con le più moderne tecnologie di assistenza registrano infatti molti meno tamponamenti rispetto ai veicoli che ne sono sprovvisti. Non sorprende quindi che numerosi automobilisti raccontino di essere riusciti a evitare situazioni potenzialmente pericolose grazie all’intervento della frenata automatica d’emergenza. Si tratta di sistemi progettati per intervenire nei momenti critici, quando una distrazione o manovra un’imprevista possono trasformarsi in un incidente. Tecnologie come il mantenimento della corsia, il rilevamento degli ostacoli e la frenata automatica rappresentano quindi un valido aiuto per incrementare la sicurezza sulle strade.

Il rischio di sentirsi troppo sicuri

Proprio qui emerge però un fenomeno che gli esperti conoscono bene: quando una persona percepisce di essere maggiormente protetta, tende spesso, anche inconsapevolmente, ad assumere comportamenti meno prudenti. Molti conducenti dichiarano infatti di sentirsi più rilassati alla guida sapendo che l’auto dispone di sistemi in grado di intervenire in caso di emergenza. Questa fiducia, se portata all’eccesso, può trasformarsi in un problema. È importante ricordare che gli assistenti elettronici di un’automobile non sono progettati per sostituire il conducente. Possono aiutare, correggere alcuni errori e offrire un supporto prezioso, ma non sono in grado di prendere il controllo completo della situazione in ogni circostanza. La responsabilità finale resta sempre nelle mani di chi guida.

Lo smartphone continua a essere una delle principali minacce

Tra le cause di distrazione più diffuse al volante c’è ancora l’utilizzo del telefono cellulare. Nonostante i continui richiami alla prudenza, molte persone ammettono di controllare messaggi o notifiche mentre sono alla guida. Un comportamento pericoloso che riduce drasticamente l’attenzione sulla strada. Un dato particolarmente interessante è che chi guida veicoli dotati di sistemi di assistenza tende a utilizzare lo smartphone leggermente più spesso rispetto a chi non dispone di queste tecnologie. Questo suggerisce che alcuni automobilisti possano attribuire agli ADAS più avanzati capacità superiori a quelle reali, quasi come se fossero una forma di “pilota automatico”. In realtà, nessuno di questi sistemi oggi disponibili può compensare una distrazione prolungata del conducente.

Conoscere i sistemi è fondamentale

Un altro aspetto emerso dallo studio di AXA Assicurazioni riguarda la conoscenza delle tecnologie di cui è dotata la propria automobile. Molti automobilisti utilizzano quotidianamente sistemi sofisticati senza aver mai ricevuto spiegazioni dettagliate sul loro funzionamento. Questo può generare aspettative sbagliate e portare a un uso non corretto delle svariate funzioni. Sapere quando un sistema è in grado di intervenire, quali sono i suoi limiti e in quali condizioni potrebbe non funzionare al meglio è essenziale per sfruttarne i vantaggi in modo sicuro. Non a caso, molti conducenti vorrebbero ricevere una formazione specifica sull’utilizzo degli assistenti alla guida.

Anche gli schermi possono distrarre

Le automobili moderne assomigliano sempre più a dispositivi digitali su ruote. Molte funzioni, che un tempo erano controllate tramite pulsanti fisici, sono oggi gestite tramite grandi schermi tattili posizionati al centro del cruscotto. Sebbene questi schermi offrano numerose possibilità, non tutti gli automobilisti li apprezzano. Per modificare una regolazione o consultare una funzione è spesso necessario distogliere lo sguardo dalla strada per alcuni secondi, aumentando così il rischio di distrazione. Per questo motivo molte persone ritengono che alcune funzioni essenziali dovrebbero continuare a essere controllate tramite pulsanti tradizionali, più facili da utilizzare senza distogliere l’attenzione dalla guida.

Un aiuto prezioso, ma non un sostituto del conducente

I sistemi di assistenza alla guida stanno contribuendo concretamente a rendere le strade più sicure. La loro capacità di prevenire incidenti e di intervenire nelle situazioni critiche rappresenta un importante passo avanti per la mobilità del futuro. Tuttavia, la tecnologia da sola non basta. La sicurezza continua a dipendere soprattutto dai comportamenti delle persone: mantenere l’attenzione sulla strada, evitare l’uso del cellulare mentre si guida e conoscere i limiti dei sistemi presenti a bordo resta fondamentale. Le auto diventano ogni giorno più intelligenti, ma il miglior dispositivo di sicurezza è ancora il buon senso di chi si trova dietro il volante.


Fonte: studio sui sistemi avanzati di assistenza alla guida condotto da AXA Assicurazioni, www.axa.ch

Dazi USA sui farmaci: cosa verificare entro il 29 settembre

Dal 29 settembre 2026 termina la fase transitoria prevista per determinati farmaci brevettati e relativi ingredienti farmaceutici delle aziende non comprese nell’Allegato III del Proclama presidenziale del 2 aprile 2026. In vista della scadenza, gli esportatori svizzeri interessati sono quindi chiamati, se non già fatto, a verificare il trattamento tariffario applicabile alle proprie merci. Una nuova Notice del Bureau of Industry and Security (BIS) fornisce inoltre ulteriori indicazioni sul trattamento di specifiche categorie di prodotti e introduce alcune correzioni tecniche.

Come illustrato nel nostro aggiornamento del 31 luglio, la U.S. Customs and Border Protection (CBP) ha definito le modalità operative per l’applicazione dei dazi della Sezione 232 su determinati farmaci brevettati e ingredienti farmaceutici.

Il regime è entrato in applicazione il 31 luglio 2026 per i prodotti delle aziende elencate nell’Allegato III (pag. 9) del Proclama presidenziale del 2 aprile 2026. Dalla stessa data sono inoltre entrati in vigore i nuovi obblighi dichiarativi per tutti gli importatori delle merci interessate.

Per i prodotti delle aziende non comprese nell’Allegato III, fino al 29 settembre 2026, si applica invece il codice HTSUS 9903.04.61, con un dazio aggiuntivo della Sezione 232 dello 0%.

Cosa cambia dal 29 settembre?

Dal 29 settembre 2026,questa fase transitoria termina e il regime tariffario si estende anche ai prodotti delle aziende non comprese nell’Allegato III.
Per i prodotti originari della Svizzera e del Liechtenstein contemplati dalla misura, il riferimento è in linea generale il codice HTSUS 9903.04.62, che prevede un’aliquota complessiva del 15%, risultante dalla combinazione del dazio ordinario della “Column 1” e del dazio aggiuntivo della Sezione 232.

Restano applicabili eventuali esenzioni e trattamenti più favorevoli previsti dal regime, tra cui quelli riferiti a determinate categorie di prodotti o alle aziende che soddisfano le condizioni di specifici accordi con le autorità statunitensi.

Le nuove indicazioni del BIS

Il 23 settembre 2026, a pochi giorni dalla scadenza, il Bureau of Industry and Security (BIS) ha reso disponibile in Public Inspection una nuova Notice. Il documento definisce alcune categorie di prodotti che, alle condizioni previste dal Proclama, possono beneficiare di un’aliquota della Sezione 232 dello 0%, stabilisce una procedura per i prodotti che rispondono a un bisogno sanitario urgente negli Stati Uniti e apporta alcune correzioni tecniche al regime.

Categorie con aliquota dello 0%

La Notice definisce le categorie di prodotti che possono beneficiare dell’aliquota della Sezione 232 dello 0%: farmaci orfani, medicinali nucleari, terapie derivate dal plasma, farmaci per la fertilità, terapie cellulari, terapie geniche, coniugati anticorpo-farmaco (ADC), contromisure mediche contro minacce CBRN e prodotti per la salute animale.

Lo 0% si applica, alle condizioni previste dal Proclama, ai prodotti di tali categorie originari di giurisdizioni con un accordo quadro commerciale e di sicurezza, attuale o futuro, con gli Stati Uniti. Svizzera e Liechtenstein figurano espressamente tra le giurisdizioni ammesse indicate dal BIS.

Clinical trials, R&D e usi non commerciali

Tra le correzioni tecniche figura inoltre l’introduzione della nuova voce HTSUS 9903.04.70, con aliquota aggiuntiva dello 0%, per i prodotti farmaceutici e relativi ingredienti contemplati dalle classificazioni interessate e destinati esclusivamente a clinical trials, ricerca e sviluppo o altri usi non commerciali. La nuova voce si applicherà alle merci immesse in consumo, o ritirate da deposito doganale per l’immissione in consumo, a partire dal 29 settembre 2026.

Urgent U.S. health need

La Notice definisce anche una procedura che consente alle aziende di richiedere al Department of Commerce l’applicazione dell’aliquota dello 0% per uno specifico prodotto quando la sua importazione risponde a un “urgent U.S. health need”.

Le richieste sono valutate individualmente e devono riguardare farmaci brevettati e relativi ingredienti compresi nei codici HTSUS dell’Allegato I. Tra le informazioni richieste figurano la classificazione HTSUS, il prodotto e i principi attivi, il Paese di origine e di esportazione, l’importatore e il produttore, nonché le motivazioni che giustificano il bisogno sanitario urgente negli Stati Uniti.

Ulteriori correzioni tecniche

La Notice apporta infine alcune correzioni tecniche agli Allegati I e IV. In particolare, chiarisce la definizione di “pharmaceutical articles”, precisa la definizione dei prodotti generici includendo espressamente i prodotti non brevettati per la salute animale e aggiorna alcune classificazioni HTSUS. Il BIS ribadisce inoltre che, allo stato attuale, i dazi farmaceutici della Sezione 232 non si applicano ai farmaci generici e ai relativi ingredienti.

Cosa da verificare prima del 29 settembre?

Alla luce anche delle nuove indicazioni BIS, gli esportatori svizzeri interessati dovrebbero verificare con l’importatore statunitense e il customs broker:

  • la classificazione HTSUS e l’effettiva inclusione del prodotto nel campo di applicazione della misura
  • l’origine della merce
  • l’eventuale applicabilità di esenzioni o trattamenti specifici, comprese le categorie di prodotti che possono beneficiare dell’aliquota dello 0%
  • l’eventuale presenza dell’azienda nell’Allegato II e l’applicabilità del relativo trattamento
  • l’eventuale destinazione del prodotto a clinical trials, R&D o altri usi non commerciali e l’applicabilità della nuova voce 9903.04.70
  • l’eventuale possibilità di presentare una richiesta per “urgent U.S. health need”
  • il corretto codice del Capitolo 99 da utilizzare dal 29 settembre.

La scadenza riguarda le merci immesse in consumo negli Stati Uniti o ritirate da un deposito doganale per l’immissione in consumo a partire dal 29 settembre 2026. Non è quindi necessariamente la data di spedizione dalla Svizzera a determinare il trattamento applicabile.

Per il quadro completo della misura, dei prodotti interessati e delle istruzioni operative CBP, rimandiamo ai nostri precedenti approfondimenti: Dazi USA sui prodotti farmaceutici (3 aprile 2026) e Dazi USA sui prodotti farmaceutici: cosa cambia dal 31 luglio (31 luglio 2026).

Autore e contatto in Cc-Ti

Monica Zurfluh
Responsabile Commercio Internazionale
T +41 91 911 51 35
zurfluh@cc-ti.ch

La sicurezza informatica è una responsabilità condivisa

La tecnologia è diventata una componente essenziale dell’attività quotidiana di aziende ed organizzazioni. Questa evoluzione ha aperto nuove opportunità di sviluppo e innovazione, ma ha anche reso necessario prestare maggiore attenzione alla protezione di dati, sistemi e infrastrutture. Abbiamo parlato di sicurezza informatica nell’evento dedicato, svoltosi il 22 settembre a Lugano, organizzato dalla Cc-Ti, in collaborazione con la Polizia Cantonale.

Da sinistra i relatori intervenuti: Commissario Stefano Marelli e Ispettore principale Roland Lucini, Polizia Cantonale

Quando si parla di cibersicurezza, spesso si pensa esclusivamente a software o antivirus. In realtà, uno degli elementi più importanti resta il fattore umano. Molti episodi di compromissione informatica non derivano infatti da vulnerabilità tecniche, bensì da azioni compiute inconsapevolmente dagli utenti: un messaggio apparentemente affidabile, una richiesta fraudolenta o una semplice disattenzione possono essere sufficienti per aprire la porta a uno o più attacchi.

Per rafforzare la consapevolezza su questi temi, la Cc-Ti collabora con la Polizia Cantonale e ha presentato il secondo appuntamento intitolato “Sicurezza informatica in ambito lavorativo” rivolto al personale di aziende e associazioni ticinesi (il primo appuntamento si è svolto a Balerna il 29 aprile 2026).

L’iniziativa nasce con l’intento di diffondere una cultura della prevenzione e fornire strumenti pratici per affrontare in modo corretto le sfide della sicurezza informatica.
Davanti a oltre 40 partecipanti, sono intervenuti Roland Lucini, Ispettore principale, addetto alla prevenzione, Dipartimento delle Istituzioni – Polizia Cantonale, Servizio comunicazione, media e prevenzione; e Stefano Marelli, Commissario, sostituto capo sezione della Sezione Analisi Tracce Informatiche, Dipartimento delle Istituzioni – Polizia Cantonale, Polizia Giudiziaria.

Attraverso esempi concreti e situazioni tratte dalla realtà, gli incontri permettono di conoscere le modalità operative dei criminali informatici e di acquisire comportamenti più sicuri sia sul posto di lavoro sia nella vita privata. Particolare attenzione viene dedicata al riconoscimento delle minacce più diffuse, tra cui phishing, truffe online, social engineering, accessi non autorizzati e altre tecniche utilizzate per sottrarre dati o compromettere sistemi informatici.


È possibile rileggere quanto emerso nel precedente appuntamento:


Scoprite il terzo appuntamento con “Sicurezza informatica in ambito lavorativo – Locarno”, il prossimo 30.10.2026.
Iscrizioni aperte
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Primi attestati federali per gli “Specialisti in commercio estero” in Ticino

Tutte le partecipanti alla prima edizione del corso preparatorio all’esame di “Specialista in commercio estero con attestato professionale federale” hanno superato l’esame finale. Questo percorso formativo è gestito dalla Cc-Ti insieme alla SSIB – Swiss School for International Business (di cui la Cc-Ti è azionista).

Le corsiste il giorno dell’esame federale

Gli specialisti in commercio estero svolgono un ruolo fondamentale per le aziende che operano sui mercati internazionali. Grazie a competenze altamente qualificate nel commercio e nel traffico transfrontaliero di merci e servizi, sono in grado di assumere responsabilità operative e dirigenziali nell’ambito dell’import e dell’export, contribuendo concretamente alla competitività aziendale in un contesto globale sempre più complesso e caratterizzato da incertezze geopolitiche e sfide normative.

Tra i loro principali compiti figurano la pianificazione e l’organizzazione dei trasporti internazionali attraverso tutte le modalità di trasporto, il coordinamento con reparti interni e partner commerciali esterni e la garanzia che merci e servizi siano consegnati alla clientela in modo puntuale ed efficiente.

Questi professionisti possiedono inoltre solide conoscenze delle regole d’origine, delle prescrizioni doganali, degli ostacoli al commercio e delle normative IVA. Sono quindi in grado di gestire correttamente le procedure di sdoganamento e la relativa documentazione, nonché di identificare e mitigare i rischi connessi al commercio internazionale, adottando le misure più adeguate a tutela degli interessi aziendali.

Le loro competenze si estendono anche alla verifica delle offerte, al controllo della redditività delle operazioni e alla negoziazione con i fornitori di servizi logistici, selezionati secondo criteri economici e imprenditoriali.

A contraddistinguerli sono infine una forte capacità di pensiero sistemico, elevate competenze metodologiche, sociali e personali e l’utilizzo di strumenti digitali moderni che consentono una gestione efficace dei processi e dei mandati.

Hanno superato brillantemente gli esami federali, conseguendo il titolo di Specialista in commercio estero con attestato professionale federale (in ordine alfabetico): Lisia Berta, Sonia Giordano, Roberta Lanini, Veronica Morabito e Marzia Sartorato.

Abbiamo raccolto le testimonianze delle nuove Specialiste in commercio estero con attestato professionale federale, che raccontano le loro esperienze, condivise per ispirare nuove idee.


Roberta Lanini, Linnea SA
Ho scelto di investire nel percorso di “Specialista in commercio estero” per ragioni personali e professionali. Ad oltre 20 anni da Laurea e Master e aver cresciuto due figlie lavorando, il conseguimento del Diploma Federale è il coronamento di un percorso per formalizzare decenni di esperienza con una qualifica ufficiale. È la base per ambire a ruoli dirigenziali, guidare team internazionali ed unire le nozioni teoriche a progetti e casistiche aziendali. La formazione tratta competenze in quattro macroaree: dogane, economia, finanza/logistica e
diritto. L’impegno richiesto è elevato, l’esame è complesso, ma la qualità delle lezioni è di alto livello. L’ottenimento del Diploma fornisce oltre a grande soddisfazione, un titolo riconosciuto dalla Confederazione e altamente stimato da aziende svizzere ed internazionali.

Veronica Morabito, Pagani Pens SA
Il conseguimento dell’attestato professionale federale rappresenta per me il risultato di un percorso intenso, affrontato conciliando lavoro, studio e famiglia. Lavorando in Pagani Pens, ho potuto applicare concretamente molte delle competenze acquisite. Porterò con me non solo le conoscenze maturate, ma anche il prezioso confronto con le compagne di corso, con cui si è creato un clima di collaborazione, sostegno e condivisione che ha reso questa esperienza ancora più significativa.

Sonia Giordano
All’inizio del corso mi ero prefissata l’obiettivo di ampliare le mie competenze in ambito internazionale, acquisendo strumenti aggiornati per comprendere meglio le dinamiche del commercio globale. Le nuove conoscenze apprese rappresentano un valore concreto per la mia azienda: permettono di migliorare la qualità del supporto offerto ai clienti, ottimizzare i processi legati all’import/export e contribuire allo sviluppo di soluzioni più efficienti. Grazie a queste competenze posso sostenere in modo più strategico la crescita del nostro reparto e dell’intero gruppo.

Lisia Berta, Agie Charmilles
La specializzazione in commercio estero ha rappresentato un’importante opportunità di crescita professionale. Durante la formazione ho approfondito le principali tematiche del commercio internazionale, dalle procedure doganali, agli aspetti giuridici e finanziari. Il confronto con docenti e colleghi ha arricchito il percorso grazie allo scambio di esperienze e conoscenze. Il conseguimento dell’esame professionale federale ha coronato un periodo impegnativo ma gratificante, consolidando le mie competenze e ampliando la mia visione del commercio globale.

Marzia Sartorato Albertini, Agie Charmilles
Il corso per Specialista in Commercio Estero ha rappresentato un’importante opportunità di crescita professionale. Il mio obiettivo era approfondire la conoscenza della realtà svizzera, delle direttive e della legislazione che regolano le attività di Order Processing, aspetti che conoscevo solo in parte avendo studiato all’estero. Il superamento dell’esame federale, particolarmente impegnativo e tutt’altro che scontato, è stato una grande soddisfazione personale e professionale. Le competenze acquisite mi permettono oggi di svolgere le attività quotidiane con maggiore sicurezza, garantendo il rispetto delle normative e una collaborazione più efficace tra i diversi reparti.

HS 2028: la nuova nomenclatura doganale richiede preparazione

Dal 1° gennaio 2028 entrerà in vigore la nuova nomenclatura internazionale del Sistema armonizzato (HS 2028). L’aggiornamento introduce 428 nuove sottovoci e ne elimina 172. Per le aziende svizzere è consigliabile iniziare per tempo a verificare quali prodotti saranno interessati e valutare possibili conseguenze su classificazione tariffaria, origine preferenziale, dazi, compliance, documentazione e sistemi ERP. L’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC) prevede la pubblicazione della relativa ordinanza del Consiglio federale nell’estate 2027, passaggio che consentirà alle imprese di completare gli ultimi adeguamenti prima dell’entrata in vigore.

Il Sistema armonizzato di designazione e codificazione delle merci (Harmonized System, HS) si prepara a un nuovo importante aggiornamento. L’Organizzazione mondiale delle dogane (OMD/WCO) ha infatti definito l’ottava edizione della nomenclatura, HS 2028, che entrerà in vigore il 1° gennaio 2028.
Nonostante la data possa sembrare ancora lontana, l’ampiezza della revisione suggerisce alle aziende che importano o esportano merci di iniziare per tempo a valutarne le conseguenze.

HS: molto più di un codice doganale

Il Sistema armonizzato costituisce il linguaggio internazionale utilizzato per classificare le merci oggetto di commercio. In Svizzera, la struttura della tariffa doganale è stata notevolmente semplificata dal 1° gennaio 2024, parallelamente all’abolizione dei dazi all’importazione sui prodotti industriali: per questi prodotti, gran parte delle precedenti suddivisioni nazionali alle cifre 7 e 8 è stata eliminata. Il codice HS a sei cifre rimane quindi il riferimento centrale, mentre suddivisioni ulteriori sono mantenute laddove necessarie, ad esempio per determinate esigenze non tariffarie. La classificazione non è infatti un mero dato amministrativo: dal codice attribuito a un prodotto possono dipendere, oltre al trattamento tariffario, anche l’applicazione delle regole di origine e di determinate misure di politica commerciale, nonché gli obblighi connessi all’importazione o all’esportazione. Il sistema è inoltre fondamentale per la raccolta delle statistiche sul commercio internazionale.
La nomenclatura deve quindi evolvere insieme alle merci e agli scambi che è chiamata a rappresentare. Le revisioni periodiche consentono di tenere conto dell’evoluzione tecnologica, della comparsa di nuovi prodotti, dei cambiamenti nei flussi commerciali e delle nuove esigenze normative.

Cosa cambia dal 2028?

L’HS 2028 è il risultato del settimo ciclo di revisione condotto dall’OMD, eccezionalmente esteso a sei anni anche a seguito delle interruzioni provocate dalla pandemia.
La portata dell’aggiornamento è significativa: 299 serie di modifiche, che porteranno la nuova nomenclatura a comprendere 1’229 voci e 5’852 sottovoci a sei cifre. Rispetto all’edizione HS 2022 saranno create 6 nuove voci e 428 nuove sottovoci, mentre 5 voci e 172 sottovoci saranno eliminate.
Le modifiche riflettono soprattutto l’esigenza di adattare la classificazione delle merci alla realtà del commercio internazionale contemporaneo e di consentire una migliore identificazione di prodotti che hanno acquisito crescente rilevanza economica, tecnologica o normativa.

Quali settori saranno maggiormente interessati?

Le modifiche dell’HS 2028 attraversano numerosi comparti, ma alcune aree sono oggetto di interventi particolarmente significativi. L’aggiornamento non risponde infatti soltanto all’evoluzione dei flussi commerciali e della tecnologia: mira anche a rendere la nomenclatura più adatta a sostenere obiettivi di politica sanitaria, ambientale e di controllo degli scambi.

  • sanità, dispositivi medici e prodotti per le emergenze: la salute pubblica rappresenta uno dei temi centrali della revisione. Vengono introdotte nuove sottovoci per rendere più facilmente identificabili negli scambi internazionali beni essenziali in situazioni di emergenza sanitaria, tra cui ambulanze e cliniche mobili, determinate maschere e visiere protettive, pulsossimetri e apparecchi per il monitoraggio multiparametrico, strumenti per l’intubazione e apparecchi per la terapia respiratoria;
  • vaccini e settore biofarmaceutico: particolarmente rilevante è la riorganizzazione della classificazione dei vaccini, attualmente compresi nella voce 30.02. L’HS 2028 introduce due nuove voci: la 30.07 per i vaccini destinati alla medicina umana, articolata ulteriormente in funzione delle malattie cui sono destinati, e la 30.08 per gli altri vaccini, compresi quelli veterinari. La maggiore granularità consentirà, tra l’altro, di monitorare meglio i flussi commerciali di questi prodotti;
  • integratori alimentari: un cambiamento importante riguarda anche un mercato in forte espansione e nel quale la classificazione può risultare complessa per la vicinanza tra prodotti alimentari e farmaceutici. L’HS 2028 introduce la nuova voce 21.07 specificamente dedicata agli integratori alimentari, accompagnata da nuove note legali volte a creare un quadro classificatorio più chiaro e uniforme;
  • materie plastiche, imballaggi e prodotti monouso: la tutela ambientale costituisce un altro asse importante della revisione. Per i rifiuti di plastica, la voce 39.15 viene ristrutturata con distinzioni maggiormente allineate alle categorie previste dalla Convenzione di Basilea. L’HS 2028 migliora inoltre l’identificazione di numerosi prodotti in plastica, in particolare quelli monouso, quali cannucce, bottiglie, sacchetti e altri imballaggi, stoviglie e utensili da cucina, guanti, bastoncini cotonati con supporto in plastica e palloncini. Viene inoltre introdotto espressamente il concetto di “monouso” nelle note legali del capitolo 39;
  • ambiente, riciclaggio e merci soggette a controlli internazionali: la revisione interessa più in generale prodotti rilevanti sotto il profilo ambientale e apparecchiature connesse al riciclaggio, oltre a merci sottoposte a controlli nell’ambito di convenzioni internazionali. L’OMD segnala inoltre modifiche volte a sostenere il contrasto alle attività illecite e ad adeguare la nomenclatura al progresso tecnologico.

Per le aziende attive in questi comparti, l’avvicinarsi dell’HS 2028 merita quindi un’attenzione particolare. Tuttavia, l’assenza del proprio settore tra quelli maggiormente evidenziati non significa che i propri prodotti non siano interessati: le 299 serie di modifiche coinvolgono la nomenclatura in modo più ampio e dovranno essere valutate a livello di singola classificazione tariffaria.

Gli impatti per le aziende

Il passaggio all’HS 2028 avrà ripercussioni sulle nomenclature tariffarie nazionali costruite sulla base del Sistema armonizzato, compresa quella svizzera. La Svizzera ha partecipato a livello internazionale ai lavori di revisione e ha già definito il percorso per il recepimento delle modifiche: secondo l’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC), queste saranno integrate nella Tariffa doganale svizzera con effetto dal 1° gennaio 2028, mentre la relativa ordinanza del Consiglio federale dovrebbe essere pubblicata nell’estate 2027.
Per le imprese, l’adeguamento non si limiterà quindi alla sostituzione di alcuni codici tariffari. Come sopra evidenziato, la classificazione delle merci è infatti alla base di numerosi processi aziendali:

  • dichiarazioni doganali
  • determinazione dei dazi
  • verifica dell’origine preferenziale
  • autorizzazioni, restrizioni e altre misure legate al commercio transfrontaliero
  • documentazione commerciale
  • master data e sistemi ERP.

Particolare attenzione merita il tema dell’origine preferenziale. Quando le regole di lista previste da un accordo di libero scambio fanno riferimento alla classificazione tariffale del prodotto o dei materiali impiegati, una revisione della nomenclatura può rendere necessari adeguamenti tecnici per mantenere coerente l’applicazione dell’accordo. Ciò non significa necessariamente che l’origine preferenziale di un prodotto cambi, ma sarà importante verificare che classificazione, regole applicabili e relativa documentazione continuino a essere correttamente allineate.

Le tavole di correlazione HS 2022–HS 2028

Un primo strumento per prepararsi è già disponibile. L’OMD ha pubblicato le tavole di correlazione tra HS 2022 e HS 2028, che consentono di individuare le corrispondenze tra la nomenclatura attuale e quella futura.
Le tavole permettono inoltre di comprendere la natura delle modifiche introdotte. In alcuni casi il codice viene semplicemente rinumerato; in altri una sottovoce viene suddivisa in più sottovoci oppure solo una parte delle merci viene trasferita nella nuova classificazione (indicata con il prefisso “ex”).
Le tavole rappresentano tuttavia uno strumento di orientamento e non una decisione di classificazione: l’OMD precisa espressamente che non hanno valore giuridico. Inoltre, in alcuni casi la trasposizione nelle nomenclature nazionali o regionali potrà richiedere ulteriori correlazioni.
Per le imprese costituiscono quindi un utile punto di partenza per individuare i prodotti potenzialmente interessati dalla revisione e pianificare le successive verifiche interne. Sarà tuttavia opportuno attendere il recepimento dell’HS 2028 nella Tariffa doganale svizzera (Tares) e le eventuali indicazioni delle autorità competenti prima di considerare definitive le nuove classificazioni.

Una transizione da pianificare

L’entrata in vigore è prevista per il 1° gennaio 2028, ma il percorso di implementazione è già iniziato: l’OMD ha pubblicato le modifiche e le prime tavole di correlazione, mentre seguirà il recepimento della nuova nomenclatura nei sistemi tariffari dei singoli Paesi. Per gli operatori svizzeri sarà importante seguire anche l’implementazione nella tariffa doganale svizzera, poiché sarà quest’ultima a determinare concretamente i codici applicabili alle operazioni di importazione ed esportazione dalla Svizzera.
Le imprese con un portafoglio significativo di prodotti importati o esportati possono già utilizzare il periodo di transizione per mappare le proprie classificazioni tariffarie attuali e identificare i codici interessati dalle modifiche, verificando anche gli eventuali riflessi sull’origine preferenziale, sulle autorizzazioni richieste, sulla documentazione commerciale e sui sistemi ERP.
La revisione dell’HS 2028 costituirà quindi per molte imprese un’occasione per riesaminare la qualità delle proprie classificazioni tariffarie e l’allineamento dei processi collegati: avviare queste verifiche con anticipo consentirà di affrontare il passaggio al 2028 in modo ordinato, riducendo il rischio di errori dell’ultimo momento.

Altri link utili

Comunicato dell’OMD “HS 2028 Amendments – Adapting the Harmonized System to Global Priorities and Trade Evolution” del 21 gennaio 2026

Autore e contatto in Cc-Ti

Monica Zurfluh
Responsabile Commercio Internazionale
T +41 91 911 51 35
zurfluh@cc-ti.ch

Formazione Cc-Ti
TARES: Utilizzo dell’applicazione
venerdì 23 ottobre 2026, dalle 09:00 alle 13:00
Sale Corsi VI piano Cc-Ti, Lugano

Competenza, indipendenza e metodo al servizio degli acquisti delle PMI

Un incontro per conoscere da vicino Melioris SPP SA e approfondire il ruolo sempre più strategico degli acquisti nelle imprese. Competenze specialistiche, conoscenza dei mercati e metodo diventano strumenti per sostenere il controllo delle spese, rafforzare l’organizzazione acquisti e generare valore.
La presentazione di Melioris SPP SA che si è tenuta l’8 settembre 2026, ha offerto l’occasione per riflettere su un tema sempre più centrale per le imprese: l’evoluzione del procurement da funzione operativa a leva strategica. In un contesto economico segnato da volatilità dei mercati, aumento dei costi energetici, tensioni geopolitiche, nuove esigenze regolatorie e crescente attenzione alla sostenibilità, acquistare bene significa oggi molto più che ottenere il prezzo migliore. Significa saper leggere il mercato, comprendere i rischi, costruire relazioni solide e contribuire alla continuità e alla competitività aziendale.

Gli spunti emersi durante l’incontro hanno messo in evidenza un cambiamento profondo

La funzione acquisti non può più essere considerata un’attività puramente amministrativa o transazionale. Il buyer diventa sempre più una figura di raccordo tra le esigenze interne delle aree specialistiche e il mercato esterno dei fornitori. Una funzione di interfaccia che richiede competenze negoziali, capacità di analisi, conoscenza dei mercati, gestione del rischio, esperienza nei progetti non standard e sensibilità relazionale.

Per le PMI, questa evoluzione non significa necessariamente replicare i modelli organizzativi delle grandi aziende. Al contrario, ogni impresa è chiamata a individuare una soluzione coerente con la propria realtà, valutando l’impatto degli acquisti sul business, la continuità dei fabbisogni, il livello di specializzazione richiesto e le competenze disponibili internamente. In questa prospettiva, un accompagnamento specialistico può aiutare le aziende a strutturare il percorso: dall’analisi delle necessità alla lettura del mercato di acquisto, dalla definizione della strategia alla selezione dei fornitori, fino all’attuazione e alla verifica dei risultati.

Il confronto con le testimonianze aziendali ha permesso di calare questi principi in contesti concreti, mostrando come le sfide legate agli acquisti assumano forme diverse a seconda del settore, della complessità dei mercati e del ruolo dei fornitori nella catena del valore.

Dalle esperienze condivise è emersa la varietà delle sfide con cui le aziende si confrontano quotidianamente. Nel settore farmaceutico, qualità, continuità e controllo dei fornitori sono fattori imprescindibili. Nell’alimentare, cambiamento climatico, disponibilità delle materie prime e pressione sui margini rendono sempre più importante diversificare le fonti di approvvigionamento. Nell’industria di precisione, la complessità tecnica dei componenti richiede un dialogo costante tra acquisti, sviluppo, ingegneria, qualità e partner esterni.

Un tema trasversale ha riguardato il delicato equilibrio tra esternalizzazione e controllo. Affidarsi a competenze esterne può essere una scelta necessaria e utile, soprattutto quando mancano risorse o strumenti interni. Tuttavia, ciò che non può essere delegato è la responsabilità di governo: l’impresa deve mantenere la capacità di valutare, monitorare e controllare ciò che affida a terzi. In questo contesto, l’indipendenza rispetto ai fornitori e l’obiettività delle analisi e delle raccomandazioni rappresentano condizioni essenziali per rafforzare il valore aggiunto degli acquisti in seno all’azienda.

Il supporto specialistico può tradursi in attività molto concrete: ricerca di nuovi fornitori, analisi dei portafogli fornitori, confronto dei prezzi benchmark, introduzione di criteri di sostenibilità nei capitolati d’oneri e accompagnamento nelle fasi di transizione. Un insieme di interventi orientati a conseguire risparmi ricorrenti, mantenendo al contempo la qualità dei prodotti e dei servizi acquistati.

La resilienza è stata uno dei concetti chiave dell’incontro. Le imprese sono sempre più chiamate a interrogarsi su quali fornitori siano davvero critici, dove esistano dipendenze difficili da sostituire e quali rischi debbano essere monitorati con maggiore attenzione. La solidità della catena di fornitura non è solo un tema tecnico o di compliance, ma una condizione essenziale per garantire continuità operativa, capacità di adattamento e crescita nel tempo.

Anche la tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, può offrire nuove opportunità. Strumenti di analisi, visibilità e supporto decisionale diventano sempre più accessibili anche alle PMI, aiutando le imprese a comprendere meglio i propri dati e a prendere decisioni più informate. Resta però centrale il giudizio umano: la tecnologia accelera e supporta, ma non sostituisce la conoscenza del contesto, l’esperienza e la qualità delle relazioni.

Uno sguardo specifico è stato dedicato anche all’energia, ambito in cui l’approccio agli acquisti deve diventare sempre più strategico. Non si tratta soltanto di cercare condizioni economiche favorevoli, ma di analizzare i consumi, individuare possibilità di ottimizzazione, valutare autoproduzione, stoccaggio, spostamento dei carichi e acquisto mirato dell’energia residua. Una visione integrata, che coinvolge competenze tecniche, finanza, direzione, sostenibilità e procurement.

Il messaggio conclusivo è chiaro: per le PMI, il procurement rappresenta oggi una leva strategica per rafforzare competitività, resilienza e capacità di affrontare il cambiamento. Non esiste un modello unico, ma vi è la necessità di costruire approcci proporzionati, flessibili e coerenti con la propria realtà aziendale. La presentazione di Melioris SPP SA ha permesso di evidenziare proprio questa esigenza: trasformare gli acquisti da semplice centro di costo a funzione capace di generare valore, collegando bisogni interni, mercati, fornitori, rischi, tecnologie e decisioni aziendali.