Addio franchigia dazi UE per spedizioni a basso valore

Con effetto dal 1° luglio 2026 l’Unione europea sopprime l’esenzione dai dazi doganali per le spedizioni di valore intrinseco non superiore a 150 euro provenienti da Paesi terzi. La modifica pone fine a un regime che per anni ha sostenuto la crescita dell’e-commerce transfrontaliero. Per gli esportatori svizzeri attivi nell’e-commerce B2C verso l’Unione europea (UE), si tratta di un cambiamento strutturale che incide su costi, processi dichiarativi e configurazione logistica.

La misura è introdotta dal Regolamento (UE) 2026/382 dell’11 febbraio 2026, nell’ambito della riforma dell’Unione doganale e della progressiva digitalizzazione dei flussi dichiarativi. Negli ultimi anni, la franchigia aveva favorito l’ingresso nel mercato UE di spedizioni a basso valore, pur con IVA dovuta.

La riforma risponde a tre obiettivi dichiarati:

  • neutralità concorrenziale rispetto agli operatori stabiliti nell’UE
  • rafforzamento dei controlli doganali
  • allineamento al futuro modello digitale centralizzato (EU Customs Data Hub).

Il nuovo meccanismo: da esenzione a contributo forfettario

Dal 1° luglio 2026:

  • viene abolita la franchigia daziaria per spedizioni ≤ 150 euro
  • è introdotto un dazio forfettario transitorio di 3 euro per ciascuna categoria di articolo contenuta nella spedizione.

Il contributo si applica se l’importazione avviene:

  • nel quadro del regime Import One Stop Shop (IOSS), con IVA assolta al momento della vendita oppure
  • tramite canali postali o semplificati previsti dalla normativa.

In difetto di tali condizioni, si applica il regime ordinario:

  • classificazione completa nella Nomenclatura combinata (voce di tariffa a 8 cifre);
  • applicazione dell’aliquota prevista dalla Tariffa doganale comune.

Nota operativa
Il contributo è dovuto per ciascuna categoria tariffaria. Se una spedizione contiene più voci di tariffa, il carico forfettario si cumula. Ad esempio, se un pacco contiene merci di due categorie diverse, come una camicia di seta e due maglie di lana, vengono riscossi due dazi da 3 euro ciascuno — uno per ogni categoria — per un totale di 6 euro. Il documento di sintesi del Consiglio sottolinea che ogni voce tariffaria è considerata una “categoria di articolo” distinta ai fini dell’applicazione del dazio transitorio.

Impatto differenziato per categoria merceologica

Per le aziende estere è utile valutare la scelta tra forfait e regime ordinario per ciascun codice NC. L’effetto economico varia in funzione della categoria di prodotto, del valore unitario e del numero di articoli per spedizione.

a) Beni a basso valore unitario

  • il contributo fisso può incidere significativamente sul valore intrinseco
  • in DDP, l’onere grava integralmente sull’esportatore, incidendo direttamente sui margini.

b) Beni con aliquota UE ridotta o nulla

  • alcune categorie o tecnologiche (con aliquota 0% o prossima allo zero) potrebbero convenire al regime ordinario
  • è importante valutare: classificazione tariffaria corretta, aliquota effettiva UE, valore medio per articolo, quantità media per spedizione.

Interazioni con il regime IOSS e con l’IVA

Il regime IOSS era stato concepito per semplificare la riscossione dell’IVA nelle vendite B2C a distanza. Con la soppressione della franchigia doganale, l’IOSS non perde rilevanza, ma la sua convenienza deve essere rivalutata alla luce del nuovo onere forfettario.

  • l’IVA resta dovuta al momento della vendita
  • il dazio forfettario si aggiunge quale onere distinto
  • è necessario garantire coerenza tra dati commerciali, dichiarazione doganale e rendicontazione IOSS.

Eventuali disallineamenti possono generare contestazioni in sede di controllo ex post.

Profili contrattuali e allocazione del rischio

La riforma impone una riflessione sugli Incoterms e sulle condizioni generali di vendita.

  • DDP: l’esportatore assume integralmente il nuovo onere
  • DAP: l’onere può ricadere sull’acquirente, ma con possibili effetti negativi in termini di customer experience e tasso di conversione.

È inoltre opportuno verificare clausole di adeguamento prezzi e trasparenza informativa verso il consumatore UE.

Profili organizzativi e compliance

Per gli operatori svizzeri attivi nel B2C con l’UE:

  • revisione della mappatura delle voci di tariffa;
  • adeguamento dei sistemi ERP per il calcolo del contributo per categoria;
  • tracciabilità tra ordine, fattura commerciale e dichiarazione doganale;
  • audit interno dei flussi IOSS.

Errore di classificazione o omissione delle categorie può comportare rettifiche e sanzioni.

Misura transitoria e prospettive evolutive

Il contributo forfettario è previsto fino al 1° luglio 2028 ed è collegato allo sviluppo del futuro EU Customs Data Hub, pilastro della digitalizzazione dell’Unione doganale.

Il legislatore europeo ha previsto:

  • un monitoraggio dei flussi commerciali;
  • una valutazione periodica dell’efficacia del sistema;
  • la possibilità di proroga qualora l’infrastruttura digitale non sia pienamente operativa.

Il contesto normativo deve pertanto essere considerato dinamico e suscettibile di ulteriori adattamenti.

Considerazioni conclusive

L’abolizione della franchigia sotto i 150 euro segna una transizione da un modello di facilitazione quantitativa a un modello di piena imponibilità doganale, pur semplificato con forfait.

Per gli esportatori svizzeri, la questione efficace richiede:

  • analisi codice prodotto
  • revision del modello dichiarativo
  • valutazione di eventuali soluzioni organizzative alternativa (es. stock nell’UE).

Solo un approccio integrato – giuridico, fiscale e logistico – permette di evitare erosione dei margini a partire dal 1° luglio 2026.

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Monica Zurfluh
Responsabile Commercio Internazionale
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Corruzione: rischio globale, presidi svizzeri e responsabilità delle imprese

Il 10 febbraio 2026, Transparency International ha reso noto il Corruption Perceptions Index (CPI) 2025, offrendo l’occasione per riflettere su un fenomeno che continua a incidere profondamente sull’economia globale e sulle condizioni operative delle imprese. Il nuovo rapporto segnala un ulteriore indebolimento degli standard di integrità pubblica in numerosi Paesi e mostra come anche sistemi istituzionali consolidati siano sottoposti a pressioni crescenti sul fronte della trasparenza e della responsabilità. In questo contesto, la Svizzera conferma la propria posizione tra le nazioni meglio posizionate, pur registrando una graduale erosione rispetto ai livelli di eccellenza raggiunti negli anni precedenti.

Per le imprese svizzere, in particolare per quelle attive a livello internazionale, il nuovo Corruption Perceptions Index 2025 rappresenta uno spunto utile per riesaminare brevemente il quadro normativo in materia di corruzione, comprendere meglio il confine tra pratiche lecite e vantaggi indebiti e valutare l’adeguatezza dei propri presidi di governance e compliance.

Il CPI 2025 e il posizionamento della Svizzera

Il nuovo CPI valuta 182 Paesi su una scala da 0 (massima corruzione percepita) a 100 (assenza di corruzione percepita). Il punteggio medio globale rimane basso, confermando un peggioramento diffuso che riguarda non solo economie emergenti, ma anche democrazie avanzate.

La Svizzera si colloca al 6° posto a parimerito con la Svezia, con un punteggio di 80/100. Il risultato riflette la solidità delle istituzioni, l’indipendenza della giustizia e un quadro normativo chiaro. Tuttavia, il confronto storico evidenzia una flessione continua dal 2016 (86 punti), un andamento che invita a una vigilanza costante e al rafforzamento dei presidi di prevenzione.

Tra i punti di forza riconosciuti a livello internazionale figurano la prevedibilità del sistema giuridico, l’indipendenza del potere giudiziario e l’elevata fiducia della popolazione elle istituzioni. Tra le aree che meritano attenzione rientrano invece la gestione dei conflitti di interesse, la regolamentazione del lobbying e una tutela più efficace delle persone che segnalano irregolarità (whistleblower).

Un rischio che accompagna l’attività economica internazionale

La corruzione è generalmente definita come l’abuso di una funzione o di un potere per fini privati. In Svizzera, questo principio trova una traduzione precisa negli articoli 322ter-322decies del Codice penale, che disciplinano la corruzione nel settore pubblico e privato, sanzionando sia l’offerta e la concessione di un vantaggio indebito, sia la sua sollecitazione o accettazione quando finalizzati a influenzare un atto d’ufficio o una decisione discrezionale.

Un elemento centrale per le imprese è l’applicazione extraterritoriale di tali disposizioni: anche comportamenti posti in essere all’estero possono rilevare penalmente in Svizzera, in particolare quando coinvolgono pubblici ufficiali stranieri. Per molte aziende attive in contesti caratterizzati da sistemi amministrativi complessi o prassi poco trasparenti, il rischio di esposizione a pratiche corruttive diventa parte integrante dei processi di internazionalizzazione.

Nel diritto svizzero, la linea di demarcazione tra ciò che è lecito e ciò che non lo è non dipende tanto dalla forma del beneficio, quanto dal legame con l’atto d’ufficio. È decisivo stabilire se il vantaggio offerto o ricevuto sia idoneo a influenzare una decisione, in particolare quando questa implica un margine di discrezionalità.

Il concetto di vantaggio indebito è ampio e comprende non solo somme di denaro, ma anche ospitalità, viaggi, inviti a eventi, sponsorizzazioni mirate o altri benefici personali. Anche pratiche apparentemente marginali possono assumere rilevanza giuridica se inserite in un contesto decisionale sensibile o se creano un’aspettativa di favore.

Pagamenti di facilitazione: un rischio spesso sottovalutato

Nel contesto svizzero, il tema dei pagamenti di facilitazione richiede particolare attenzione. Si tratta di benefici concessi con l’obiettivo di accelerare l’esecuzione di un atto dovuto. Sebbene non configurino automaticamente un reato ai sensi del diritto penale svizzero quando non influenzano il merito della decisione, tali pagamenti sono altamente problematici:

  • spesso risultano vietati dal diritto locale nei Paesi interessati,
  • sono in contrasto con gli standard internazionali, incluse le raccomandazioni dell’OCSE e le principali normative anticorruzione globali,
  • espongono a rischi reputazionali e indeboliscono i presidi interni, favorendo zone di ambiguità gestionali.

Per questi motivi, molte imprese svizzere scelgono di vietare completamente tali pagamenti, promuovendo la documentazione delle pressioni ricevute e il coinvolgimento tempestivo delle funzioni di compliance. Una politica chiara consente di preservare coerenza interna e credibilità nei mercati più complessi.

Dalla norma alla governance aziendale

La gestione del rischio di corruzione richiede però molto più del semplice rispetto delle norme: implica la costruzione di una cultura aziendale orientata all’integrità.

Questo approccio trova oggi un ulteriore rafforzamento nella Strategia del Consiglio federale contro la corruzione 2026–2029 (PDF in FR, 1.28MB), che dedica particolare attenzione alla riduzione della vulnerabilità delle imprese svizzere attive all’estero. Un’analisi richiamata nella Strategia evidenzia come una quota significativa di aziende operanti sui mercati internazionali sia esposta a rischi concreti di coinvolgimento in pratiche corruttive, confermando che l’internazionalizzazione richiede presidi strutturati e proporzionati. In questo senso, il ruolo della direzione aziendale è cruciale: il cosiddetto “tone from the top” rappresenta un elemento fondamentale per garantire coerenza tra le politiche adottate e i comportamenti realmente osservati nell’organizzazione.

La prevenzione della corruzione passa quindi attraverso regole chiare su regali e ospitalità, una gestione rigorosa dei conflitti di interesse, procedure di autorizzazione e monitoraggio che riducono la discrezionalità nei processi più sensibili e un controllo attento delle terze parti, come agenti, intermediari e partner locali. Questi ultimi rappresentano spesso uno dei principali fattori di rischio nei mercati regolamentati o negli appalti pubblici, motivo per cui è essenziale condurre verifiche approfondite e periodiche e, se necessario, predisporre audit mirati. A ciò si aggiungono la formazione continua del personale più esposto e l’esistenza di canali di segnalazione sicuri, che consentano di intercettare tempestivamente possibili irregolarità.

Oltre ai presidi interni, le imprese possono beneficiare del supporto istituzionale fornito, in particolare, dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) e dalla rete diplomatica svizzera, che offrono orientamento sulle prassi locali, segnalano potenziali rischi e forniscono assistenza in caso di difficoltà operative nei contesti più complessi. Questo sostegno si integra con gli sforzi delle aziende e contribuisce a rafforzare la loro resilienza nei mercati caratterizzati da elevati rischi di integrità.

Un fattore di competitività di lungo periodo

In un mondo in cui gli standard di integrità mostrano segnali di arretramento, la capacità di prevenire la corruzione non rappresenta una semplice misura difensiva, ma un vero e proprio fattore di competitività. Operare con trasparenza permette non solo di evitare sanzioni, ma anche di tutelare la reputazione e instaurare relazioni robuste e affidabili con partner, investitori e autorità.

La Strategia federale sottolinea inoltre l’importanza di promuovere condizioni di concorrenza eque (level playing field) sui mercati di internazionali attraverso iniziative di cooperazione bilaterale anticorruzione con Paesi prioritari o mercati emergenti. La lotta alla corruzione diventa così non solo un tema etico o regolatorio, ma uno strumento strategico per sostenere la competitività del sistema economico svizzero e delle sue imprese.

Link utili

Opuscolo SECO: «Prevenire la corruzione – Consigli alle imprese svizzere operanti all’estero» (PDF, 4MB)

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Monica Zurfluh
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Tunisia nella Zona 1 PEM dal 1° marzo 2026

La Tunisia entrerà nella Zona 1 della Convenzione PEM riveduta a partire dal 1° marzo 2026, segnando un passo importante per gli operatori commerciali che operano nel bacino PEM.

L’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC) ha aggiornato la circolare R-30, recependo l’entrata del Paese a partire da tale data e illustrando le implicazioni per aziende e operatori commerciali.

Dopo l’ingresso della Giordania all’inizio di febbraio, l’adesione della Tunisia contribuisce a rafforzare e completare il bacino PEM, facilitando le operazioni di commercio internazionale e l’accesso ai benefici delle regole di origine preferenziale.

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La situazione sul mercato del lavoro

Rapporti della Seco sulla situazione del mercato del lavoro


80’000 franchi per progetti sostenibili: candidati ora

Il Premio BancaStato per la Sostenibilità Aziendale è un’iniziativa promossa e finanziata da BancaStato, realizzata in collaborazione con la Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti) e altri partner dell’ecosistema economico cantonale, con l’obiettivo di valorizzare le PMI ticinesi che declinano la sostenibilità in progetti concreti, già operativi e misurabili.

Giunto alla sua seconda edizione, il Premio mette in palio un montepremi complessivo di 80’000 franchi e intende riconoscere iniziative capaci di generare benefici ambientali, sociali ed economici, rafforzando al contempo innovazione e competitività delle imprese.

Possono candidarsi piccole e medie imprese (< 250 collaboratori) con sede in Ticino, anche con progetti realizzati in collaborazione con una o più imprese.

Se la tua azienda ha sviluppato un progetto sostenibile, candidati ora. La partecipazione è gratuita.

Tutte le informazioni, il regolamento e il formulario di candidatura sono disponibili su:
www.bancastato.ch/premiosostenibilita


Premio sostenibilità

Fiscalità delle aziende – risultato negativo per il Ticino

L’Amministrazione federale delle finanze ha appena pubblicato i dati concernenti lo sfruttamento fiscale di persone fisiche e giuridiche in Svizzera e nei vari cantoni.

Ebbene i dati ufficiali indicano chiaramente come il Ticino risulta essere il secondo Cantone svizzero con il più elevato indice di sfruttamento fiscale sulle imprese, preceduto unicamente dal Vallese. L’indice cantonale, infatti, indica che il Ticino tassa le aziende l’84% in più della media nazionale, un valore che colloca il nostro Cantone ai vertici della pressione fiscale sulle persone giuridiche. Con buona pace di chi continua a sproloquiare di sgravi fiscali selvaggi, regali alle aziende e cose del genere.

Si tratta di un dato di forte rilevanza economica, che impone una riflessione approfondita sul posizionamento competitivo del Ticino. In un contesto svizzero e internazionale caratterizzato da crescente mobilità delle attività economiche e concorrenza globale, i livelli di imposizione rivestono un ruolo centrale nelle decisioni imprenditoriali relative a investimenti, insediamenti, ampliamenti e mantenimento delle sedi operative. Un Cantone che risulta strutturalmente più oneroso rispetto alla media nazionale rischia di compromettere la propria attrattività per le aziende, con conseguenze dirette su posti di lavoro, gettito fiscale e dinamismo economico.

Questi dati, inoltre, smentiscono in modo netto e inequivocabile la narrazione secondo cui il Ticino avrebbe praticato “sgravi fiscali selvaggi e incontrollati” a favore delle imprese. Al contrario, il confronto intercantonale ufficiale mostra che il nostro Cantone si posiziona nella fascia alta della pressione fiscale, lontanissimo da qualsiasi forma di competizione fiscale aggressiva.
Sostenere il contrario non solo non trova riscontro nelle cifre federali, ma rischia di ostacolare un dibattito sereno e basato sui fatti, proprio in un momento in cui il Ticino avrebbe bisogno di discutere con lucidità di come migliorare la sua competitività e sostenere il tessuto economico locale.

Il messaggio che emerge dai dati è chiaro: il Ticino non è un paradiso fiscale per le imprese, bensì uno dei Cantoni con il maggiore sfruttamento del proprio potenziale fiscale nei loro confronti. In questo quadro, attribuire alle aziende una responsabilità ingiustificata o rappresentarle come beneficiarie di privilegi inesistenti rischia soltanto di indebolire il clima di fiducia e collaborazione necessario per sostenere la crescita economica. A maggior ragione, in un contesto del genere, è fondamentale poter contare su un clima di collaborazione e fiducia fra economia, istituzioni politiche e amministrazione. Alla luce di queste evidenze, diventa fondamentale potersi confrontare in maniera costruttiva sul futuro della fiscalità cantonale. Rendere il Ticino più attrattivo non significa favorire pochi, ma garantire condizioni competitive che permettano a tutti – imprese, lavoratori e famiglie – di beneficiare di un’economia dinamica, capace di generare valore e benessere diffuso. Solo partendo da dati oggettivi e riconosciuti sarà possibile costruire politiche efficaci e realmente orientate allo sviluppo.

La Giordania si unisce alla Zona 1 della Convenzione PEM riveduta

Dal 1° febbraio 2026, l’accordo di libero scambio tra l’AELS e la Giordania applicherà esclusivamente le regole di origine della Convenzione PEM riveduta, entrando ufficialmente nella Zona 1 del cumulo paneuromediterraneo.

Con la fine del periodo transitorio al 31 dicembre 2025, il sistema Paneuromediterraneo (PEM) si articola ora in due zone di cumulo:

Zona 1Zona 2
ALS con regole PEM riveduteALS con vecchie regole PEM
Svizzera – UE
Convenzione AELS
AELS – Albania
AELS – Bosnia-Herzegovina
AELS – Georgia
AELS – Giordania
AELS – Moldova
AELS – Montenegro
AELS – Macedonia del Nord
AELS – Serbia
Svizzera – Isole Faroe
AELS – Egitto
AELS – Israele
AELS – Libano
AELS – Marocco
AELS – Palestina
AELS – Tunisia
AELS – Ucraina

Nella Zona 1, il cumulo diagonale è consentito solo tra materiali che soddisfano le regole di origine rivedute. Eccezioni limitate riguardano materiali importati nel 2025 con vecchie prove dell’origine.

Negli ALS con norme PEM rivedute non è più possibile rilasciare prove dell’origine EUR-MED.

Cosa devono fare le imprese esportatrici

  • verificare che i materiali utilizzati rispettino le nuove regole di origine;
  • aggiornare la documentazione d’origine secondo le nuove disposizioni;
  • considerare eventuali restrizioni per merci importate prima del 2026 con vecchie prove dell’origine;

Link utili

Circolare R-30 del 27 gennaio 2026 | Convenzione PEM riveduta – Applicazione definitiva dal 1° gennaio 2026

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Sguardo al futuro: tendenze e prospettive economiche per il 2026

L’evento si è tenuto il 22 gennaio 2026 presso M-Space a Bellinzona, in collaborazione con UBS.

Nella splendida cornice della sede del Sopraceneri a Bellinzona, la Cc-Ti, in collaborazione con UBS, ha dato vita a un evento ricco di stimoli: “Sguardo al futuro: tendenze e prospettive economiche per il 2026”.
Un’occasione preziosa che ha visto la partecipazione attiva di tanti imprenditori e imprenditrici, pronti a confrontarsi sulle sfide e le opportunità che ci attendono.

Nella foto, da sinistra: Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti; Marzio Grassi, Head Corporate Clients Regione Ticino; Andrea Zanetti, Head Executives & Entrepreneurs Regione Ticino; Gabriele Amadò, Head Corporate Clients Sopraceneri; Elena Guglielmin, Senior Credit Analyst, CIO UBS Global Wealth Management.


CEO Experience: importante momento di scambio e riflessione

L’incontro con Marco Travaglio, intervistato da Marcello Foa, si è tenuto il 20 gennaio 2026

La sesta edizione del CEO Experience è stata caratterizzata dalla presenza di un ospite non solo prestigioso, ma anche assai stimolante. Marco Travaglio, Direttore de ‘Il Fatto Quotidiano’, etichettato, a torto, come appartenente a una determinata corrente politica di sinistra, in realtà intellettuale di chiara impronta liberale.
E soprattutto molto critico con il mainstream mediatico e politico che sta caratterizzando la nostra epoca e che tende a omettere qualsiasi pensiero critico se non allineato con quanto viene ritenuto il “pensiero comune”.

Magistralmente sollecitato da Marcello Foa, ormai conduttore fisso di questi incontri, Marco Travaglio ha spaziato su molti temi, dalla politica e il giornalismo italiani, fino ad alcune scomode tesi sul conflitto Russia-Ucraina, passando per analisi impietose sullo stato dell’Unione Europea. Tesi a tratti anche molto forti, certamente anche discutibili, ma corroborate da fatti inequivocabili che devono indurre a riflettere e sollevano l’importante questione di mantenere sempre uno spirito critico verso quello che quotidianamente ci viene propinato dai media. Poi giustamente ognuno può e deve avere la propria opinione, ma un sano richiamo alla riflessione, alla ricerca, all’analisi e alla valutazione dei fatti è senza dubbio salutare. Anche per il mondo economico si tratta di un elemento essenziale, visto che le aziende devono muoversi in un mondo sempre più complesso e prendere decisioni spesso fondamentali badandosi su informazioni che troppo spesso sono mediate e solo parziali. Ogni possibilità di avere una visione diversa e più completa è quindi assolutamente benvenuta.

Il nostro formato del CEO Experience si è rivelato ancora una volta sede adatta per l’approfondimento di temi importanti dello scenario nazionale e internazionale. Un appuntamento su invito concepito per titolari e dirigenti d’azienda che si vuole uno spazio libero di espressione e che è reso possibile dalla preziosa collaborazione con economiesuisse, Sunrise e Colin&Cie.


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Risultati inchiesta congiunturale 2025/2026

2025: in un quadro complesso e di rallentamento, si attestano il buon andamento dei servizi e le difficoltà per il settore secondario

Nel 2025 i risultati delle aziende ticinesi sono stati in generale soddisfacenti, anche se si confermano alcuni segnali di rallentamento già rilevati nel 2024 per quanto riguarda soprattutto le aziende del settore industriale.
Oltre alle difficoltà sorte in particolare a causa delle problematicità di Cina e Germania, che hanno avuto effetti anche sulla nostra regione, si è aggiunta nel corso del 2025 l’incertezza legata alla politica dei dazi degli Stati Uniti.
Sebbene quest’ultima abbia avuto un impatto limitato sull’andamento generale dell’economia ticinese, a differenza di quanto avvenuto in altri cantoni, essa ha avuto un forte impatto per le aziende che operano sul e per il mercato americano, con effetti a cascata anche su altre realtà aziendali.

In generale, per il 40% delle aziende l’andamento è stato soddisfacente (36% nel 2024), buono per il 36% (35% nel 2024) ed eccellente per l’1% (2% nel 2024). Il settore dei servizi ha registrato risultati migliori di quello secondario (78% di risultati di segno positivo contro il 73%).

Per il 2026 la tendenza resta sostanzialmente simile, con aspettative più positive nel settore dei servizi (77%) rispetto al settore secondario (67%) per il primo semestre 2026 e con tendenze analoghe per il secondo semestre.

In un quadro difficile, ma tutto sommato contrassegnato da una certa fiducia, desta qualche preoccupazione la flessione negli investimenti. In calo dal 2023, il livello degli investimenti nel 2025 si è attestato sui valori dell’anno precedente (42% delle imprese che hanno investito), ma si riscontra un calo netto per gli investimenti previsti nel 2026 (34% delle aziende si dicono pronte a operare in questo senso).
Tradizionalmente le previsioni su questo tema sono abbastanza prudenziali, ma il calo rispecchia il clima di incertezza che regna nel contesto internazionale, con catene di approvvigionamento sempre più complesse e costose e rincari diffusi legati alle materie prime e all’energia. Inoltre, occorre considerare che il franco forte rappresenta sempre una sfida molto impegnativa per le aziende esportatrici.
Senza dimenticare le numerose iniziative politiche sul fronte interno (federale e cantonale) che mirano a profondi cambiamenti strutturali che creano ulteriore incertezza e quindi prudenza. In un contesto di importante erosione dei margini, che da anni segnaliamo e che anche in questa inchiesta si conferma, tutti questi elementi da osservare con grande attenzione.

Anche l’autofinanziamento, altro parametro a cui prestiamo sempre particolare attenzione per comprendere lo stato di salute delle imprese, rileva qualche flessione. Malgrado il 36% delle aziende lo consideri buono e il 32% soddisfacente, gli indicatori di segno piuttosto negativi sono passati dal 22 al 27% rispetto al 2024.

Al momento non è ancora possibile dire se si tratti di una tendenza consolidata oppure di un effetto legato alle contingenze.

Come negli anni scorsi, le tendenze rilevate in Ticino sono molto simili a quelle degli altri cantoni e le difficoltà del settore secondario sono il fil rouge che accomuna tutti. Alcune regioni, come la Svizzera orientale, sono maggiormente colpite dal contesto internazionale a causa della struttura del tessuto economico (industriale in particolare).

Analisi dei risultati nello specifico

1- Andamento generale degli affari

L’andamento generale degli affari nel 2025 è risultato di segno sostanzialmente positivo, sebbene il quadro generale presenti elementi di rallentamento già segnalati lo scorso anno. Il 76% delle imprese (71% nel 2024) ha valutato in maniera favorevole l’andamento degli affari nello scorso anno (soddisfacente per il 40% delle aziende, buono per il 36%. I dati delle aziende esportatrici sono senza sorprese inferiori soprattutto per quelle la cui cifra d’affari è costituita per oltre l’80% dalle esportazioni (andamento positivo per il 65% delle aziende).
Come nel 2024, le difficoltà nelle esportazioni hanno provocato non poche difficoltà per il settore secondario. Sebbene queste difficoltà non siano generalizzate, restano fonte di preoccupazione per le singole aziende colpite, ma anche per il contesto generale, perché le tensioni internazionali non accennano a diminuire.
Ad esempio, l’accordo raggiunto dalla Svizzera con gli Stati Uniti sui dazi non è ancora consolidato e resta un fattore di incertezza ancora presente e soggetto a possibili repentini cambiamenti.
Per le previsioni sull’andamento degli affari a breve termine, cioè̀ per i prossimi 6 mesi, le cifre sono sostanzialmente stabili, con il 41% delle aziende che si attende un’evoluzione soddisfacente e il 33% che prevede un andamento buono. Senza sorprese, il settore secondario è più negativo, con il 69% di attese positive rispetto al terziario con il 77%. Il 63% di chi opera prevalentemente nell’export si attende un andamento positivo.
Per il secondo semestre del 2026, le previsioni sono di un’evoluzione soddisfacente per il 45% delle aziende e l’andamento buono si attesta sul 33% (eccellente per l’1%, per un totale del 79%). Anche qui le aspettative positive espresse dal settore secondario sono inferiori al terziario (70% contro l’80%), mentre cresce la fiducia di chi lavora principalmente sui mercati internazionali (74%, principalmente legato alla speranza che si instaurino nuovi equilibri maggiormente stabili e un ulteriore margine temporale per adattamenti alle varie situazioni createsi nel corso degli ultimi anni).

2- Margine di autofinanziamento delle imprese

I valori del margine di autofinanziamento delle aziende sono un indicatore importante dello stato di salute delle imprese e quindi anche della capacità competitiva nel sistema nel suo complesso. Il valore è tutto sommato buono, ma in calo rispetto agli anni precedenti.
Il 74% delle imprese giudica positivamente il margine di autofinanziamento (32% soddisfacente, 36% buono, 6% eccellente), ma la parte negativa è cresciuta dal 22% al 27% rispetto al 2024. Anche qui i valori del settore secondario sono inferiori a quelli del terziario (68% positivo contro il 76%). È troppo presto per stabilire se si tratti di difficoltà momentanee oppure se si stia instaurando una tendenza vera e propria. Certamente alcune misure rese necessarie dal contesto internazionale hanno influenzato anche questo fattore, considerando la necessità di adottare misure straordinarie per gestire situazioni inedite e rimediare a taluni effetti negativi influenzati dal contesto internazionale, come l’erosione dei margini (v. punto 5). Il dato assume una certa rilevanza anche nell’ottica della capacità di investimento.

3- Investimenti

Gli investimenti, dopo il calo registrato lo scorso anno, si sono stabilizzati sul 42% di aziende che ha investito. Malgrado le note difficoltà, è confortante il fatto che il settore industriale ha segnalato che il 62% delle aziende abbia investito.
Le incertezze influenzano però il 2026, perché la previsione di investimenti scende al 34% ed è una tendenza che si riscontra in quasi tutte le regioni svizzere. Di solito queste previsioni sono sempre abbastanza prudenziali, ma il calo è comunque da tenere in considerazione e da osservare attentamente. Un contesto generale sempre molto teso crea evidentemente incertezze impossibili da ignorare, con un’inevitabile prudenza quanto allo sviluppo dell’area aziendale. Senza dimenticare che, in un panorama già complesso, le aziende svizzere continuano a essere confrontate all’imponente sfida di rimanere competitive malgrado la forza del franco.

4- Occupazione e politica salariale

L’attenzione verso l’occupazione si conferma malgrado le difficoltà, con il 63% delle aziende che segnala una stabilità dell’effettivo e il 76% delle aziende non prevede alterazioni rilevanti per il 2026. Una differenza marcata si riscontra, anche qui, fra settore secondario e terziario (stabilità 52% contro 69% nel 2025 e 69% contro 80% per le previsioni 2026).
Gli impiegati a tempo parziale risultano essere il 18% dell’effettivo (75% di impiegati a tempo pieno) e, la percentuale di interinali si attesta sul 3%. Si conferma il 3% di apprendisti nell’effettivo, dato da considerare buono anche nell’ottica della valorizzazione dell’apprendistato in generale.
In ambito di politica salariale, il 64% delle aziende ha concesso aumenti di stipendio in diverse misure nel 2025.

5- Conseguenze dell’instabilità geopolitica e misure prese

Questo capitolo è stato dedicato alla valutazione delle conseguenze derivanti da conflitti, guerre, dazi e altri eventi legati a questioni geopolitiche, per capire come sono state colpite le aziende ticinesi e come hanno reagito.

Il 41% delle aziende ha segnalato di essere state colpite in maniera leggera o forte dalla recente instabilità del panorama mondiale. Percentuale più alta, 56%, nel settore industriale, rispetto ai servizi (33%).
L’impatto è stato soprattutto sul calo degli ordini e delle vendite per il 66% delle aziende colpite (70% per l’industria e 62% per i servizi).

Sono inoltre stati segnalati:

  • un aumento del costo delle importazioni per il 29% delle aziende interessate (42% per l’industria, 18% per i servizi);
  • difficoltà nell’esportazione, 25% (26% per l’industria, 25% per i servizi);
  • interruzione nella catena di approvvigionamento 14% (14% industria, 13% servizi)

In generale, le aziende non hanno modificato la strategia aziendale (nessuna modifica per il 66% delle aziende (52% nel settore secondario, 73% nel terziario).

Alcune misure che sono state disposte:

  • ristrutturazione per il 15% delle aziende (20% industria – 13% servizi)
  • diversificazione dei prodotti 13% (18% industria – 11% servizi)
  • diversificazione dei mercati 10% (16% industria – 7% servizi)
  • delocalizzazione 1% (2% industria – 1% servizi).

Confortante è il dato sulla delocalizzazione, che resta per ora un fenomeno abbastanza marginale e costituisce l’ultima ratio, dopo attenta valutazione di altre strategie e se altre misure non si sono rese possibili.
A prima vista si potrebbe avere l’impressione che le aziende siano rimaste passive. In realtà, molte misure sono già state prese negli scorsi anni a fronte delle varie crisi già affrontate (crisi finanziaria, difficoltà legate al franco forte, pandemia, ecc.), quindi, nella maggioranza dei casi, si sono resi necessari solo aggiustamenti. Molte misure erano già state predisposte con un certo anticipo con una puntuale lungimiranza.

Va poi tenuto conto che si tratta di risposte multiple, e spesso si tratta di misure cumulative che comunque vengono messe in atto regolarmente. Ad esempio, la valutazione della diversificazione dei mercati è una procedura che la grande maggioranza delle aziende svolge regolarmente e, quindi, non è una misura d’emergenza usata solo in caso di bisogno.
Per quanto riguarda i prezzi di vendita, il 24% delle aziende ha modificato i propri prezzi di vendita aumentandoli (36% nel settore secondario, 18% nel terziario). In generale però vi è stata una certa stabilità (68%, con il 51% dell’industria a fronte del 77% dei servizi).

Da rilevare che il 20% delle imprese ha segnalato una riduzione dei margini (27% nell’industria e 16% nei servizi), il che costituisce una cifra importante perché si tratta di un numero consistente di attività.
Trascurabili modifiche sono state segnalate nella gestione delle scorte (79% non ha cambiato nulla, 69% per le industrie, 85% per i servizi).

Si può quindi affermare che le aziende ticinesi sono stato colpite in maniera significativa dalle inquietudini geopolitiche internazionali, ma che sono riuscite a gestire le diverse sfide con misure mirate e già ampiamente sperimentate negli ultimi due decenni, limitando laddove possibile i molti effetti negativi.

6- Oneri burocratici ed effetti

L’inchiesta si è poi conclusa con un capitolo dedicato agli oneri burocratici e alle loro conseguenze. Le aziende sono state sollecitate a fornire indicazioni sui seguenti settori (fra parentesi le percentuali di risposte che indicano oneri elevati e/o abbastanza elevati, risp. all’aumento riscontrato negli ultimi 10 anni):

  • assicurazioni sociali (57% – 56%)
  • tasse (45% – 52%)
  • imposte (50% – 47%)
  • diritto del lavoro/condizioni di lavoro (54% – 53%)
  • normative nell’edilizia (25% – 34%)
  • registro di commercio / FUCS (16% – 19%)
  • importazioni ed esportazioni (34% – 40%)
  • appalti pubblici (31% – 34%) –
  • norme ambientali (37% – 52%)
  • Disposizioni specifiche per settori di attività (45% – 53%)

Si conferma quindi la tendenza riscontrata negli ultimi 10 anni, di un considerevole aumento delle norme un po’ in tutti i settori, con conseguente incremento del carico di lavoro burocratico, quantificato nel seguente modo:

  • per il 9% delle aziende, meno di due ore al mese.
  • per il 34% delle aziende, da 2 a 9 ore al mese;
  • per il 21% delle aziende, da 10 a 19 ore al mese;
  • per il 21% delle aziende, da 20 a 49 ore al mese;
  • per il 14% delle aziende, 50 ore e più al mese;

È pertanto innegabile che gli oneri amministrativi siano sostanzialmente aumentati con incidendo in modo importante sulla gestione ottimale gestionale delle aziende.


Note generali
Hanno partecipato all’inchiesta 280 imprese associate alla Cc-Ti, che impiegano in tutto 17’157 dipendenti nel cantone.
Si tratta di 89 aziende del settore industria-artigianato e di 191 del comparto commercio e servizi. Un campione di aziende consolidato da un rilevamento che viene effettuato da 15 anni con risultati attendibili e sempre confermati da altre ricerche congiunturali condotte da istituti federali e cantonali e dai dati ufficiali.
L’indagine della Cc-Ti, che ha coinvolto 157 realtà̀ aziendali che operano sul mercato interno e altre 123 orientate in parte o totalmente all’export, mira appunto a fornire indicazioni sulle tendenze generali dell’economia ticinese, senza volersi sostituire ad analisi più mirate effettuate da singoli settori economici.
L’inchiesta è stata condotta fra agosto e novembre 2025 unitamente alle Camere di commercio e dell’industria di Friborgo, Ginevra, Giura, Neuchâtel, e Vaud. Le Camere di commercio e dell’industria della Svizzera tedesca operano individualmente, ma seguendo lo stesso schema.


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