Consultazione federale sul Programma di sgravio del bilancio 2027 della Confederazione

La Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del cantone Ticino (Cc-Ti), quale associazione-mantello dell’economia ticinese, ha preso atto della consultazione sopra citata e formula, con la presente, alcune osservazioni di carattere generale sul programma di sgravio e altre considerazioni puntuali su alcuni temi specifici.

Contesto

È noto che la Confederazione deve fronteggiare uno squilibrio di bilancio strutturale. Per rispettare il principio del freno all’indebitamento, deve quindi adottare una serie di misure volte non a ridurre il budget federale, ma a rallentarne la crescita, intervenendo soprattutto sulla spesa, la cui crescita preoccupa soprattutto in prospettiva futura.

In questo contesto, a seguito del rapporto presentato dal gruppo di esperti guidato da Serge Gaillard, il Consiglio federale propone il Programma di sgravio del bilancio 2027, con una sessantina di misure di vario tipo.
23 di queste misure possono essere sottoposte alla normale procedura di bilancio, altre 36 richiedono una serie di modifiche legislative, che sono al centro della presente consultazione.

A questo proposito, va notato che queste revisioni legislative sono interconnesse e costituiscono un unico atto di modifica.

Valutazione complessiva

La Cc-Ti, come tutte le altre Camere di commercio e dell’industria svizzere, sostiene da sempre una gestione rigorosa delle finanze pubbliche, nel rispetto del freno all’indebitamento. In linea di principio, condividiamo pertanto lo spirito e l’approccio del Programma di alleggerimento del bilancio, che prevede interventi prevalentemente sul fronte delle spese e che rappresenta quindi una buona opportunità per esaminare la pertinenza dell’intervento federale in una serie di settori. In effetti, secondo quanto presentato, oltre il 90% delle misure dovrebbe essere attuato sul fronte della spesa pubblica, elemento che accogliamo con favore perché è il cuore del problema.

Proprio perché sono soprattutto le spese a preoccupare, siamo chiaramente contrari a qualsiasi aumento di imposte e tasse per assorbire il deficit, perché sul fronte delle entrate non si registrano problemi particolari e l’economia e i cittadini e le cittadine non possono essere gravati di oneri supplementari in via diretta o indiretta.

Di seguito ci limitiamo a citare alcuni ambiti che riteniamo particolarmente sensibili e nei quali l’intervento è, a nostro avviso, da rivedere. Questi completano risp. vanno ad aggiungersi a quanto rilevato in particolare dalle Camere di commercio e dell’industria della Svizzera latina (di cui facciamo parte) in una presa di posizione separata.

1. Aumento dell’imposta sui prelievi di capitale previdenziale

    Il programma di riduzione dei costi della Confederazione si concentra principalmente sulle spese come mezzo per ridurre il bilancio federale. Approccio che, come detto, condividiamo.
    Non siamo, per contro, allineati per quanto riguarda le misure volte ad aumentare le entrate e in particolare a quella che prevede l’aumento dell’imposizione sui capitali pensionistici.

    Un aumento del genere lederebbe pesantemente agli interessi di chi ha risparmiato nel corso della vita attiva confidando in regole chiare e affidabili. Rappresenterebbe una chiara violazione del principio della buona fede che minerebbe l’affidabilità del sistema legale svizzero.

    Anche per prelievi di capitale contenuti dell’ordine, ad esempio, di 200.000 franchi, l’imposta federale aumenterebbe di circa il 50%.
    Alcune cifre sono molto significative e dimostrano come l’aumento previsto dell’imposta federale sui prelievi di capitale sarebbe enorme:

    • Per un prelievo “moderato” di 200.000 franchi: un aumento appunto di circa il 50% rispetto a oggi.
    • Per 400.000 franchi: un aumento di circa il 59%.
    • Per 600.000 franchi: un aumento di circa il 71%.
    • Per 800.000 franchi: un aumento di circa il 77%.
    • Per un prelievo di 1 milione di franchi, l’imposta federale raddoppierebbe. Per una persona sola passerebbe da 23.000 a 42.595 franchi.
    • A partire da 1 milione di franchi, l’imposta federale continuerebbe ad aumentare progressivamente, superando il 100%.

    Gli aumenti fiscali previsti sarebbero quindi esorbitanti e colpirebbero duramente anche la classe media.

    In media, le persone che lavorano hanno circa 500.000 franchi svizzeri di risparmi nel secondo pilastro quando vanno in pensione. Affermare che solo i ricchi sarebbero colpiti da questi aumenti è, alla luce dei dati, infondato.

    Sarebbero in realtà interessate ampie fasce della popolazione e anche le persone con un capitale pensionistico relativamente modesto verrebbero fortemente colpite. Compresi gli indipendenti, che non hanno accesso al secondo pilastro e che investono quindi maggiormente nel terzo pilastro, sarebbero pesantemente penalizzati da questi aumenti fiscali.

    Questi massicci aumenti riguarderebbero anche, ad esempio, i pagamenti della Fondazione svizzera per paraplegici alle persone con paralisi spinale e le prestazioni della cassa pensione versate ai coniugi superstiti. Questi effetti sui casi di invalidità e di morte non sono menzionati nella relazione esplicativa della consultazione.

    Pure le persone in cattive condizioni di salute, che hanno un’aspettativa di vita più breve e scelgono quindi di ritirare i loro fondi pensione sotto forma di capitale, sarebbero penalizzate. Sarebbe decisamente iniquo, perché sommerebbe le preoccupazioni per la salute alle imposte federali più alte.

    Inoltre, massicci aumenti fiscali indebolirebbero inoltre la previdenza individuale e non va dimenticato che, nel sistema dei tre pilastri, l’AVS statale e la previdenza professionale sono integrate proprio dalla previdenza individuale.

    Gli aumenti di imposta sui prelievi di capitale dal 2° e 3° pilastro sono ingiustificati. Penalizzano pesantemente tutta la popolazione e anche le fasce più deboli. È del resto inaccettabile cambiare in corsa le regole fiscali per la previdenza a lungo termine. È quindi indispensabile che questa proposta venga ritirata dal progetto.

    La Confederazione deve affrontare le sfide del budget esaminando la pertinenza di alcune spese, ma in nessun caso aumentando la pressione fiscale.

    2. Riduzione dei contributi agli aerodromi regionali

    Per la Cc-Ti, la misura che prevede la riduzione dei contributi della Confederazione agli aerodromi regionali ha una valenza molto importante.

    Un eventuale taglio di circa 5 milioni di franchi annui destinati all’aeroporto di Lugano-Agno avrebbe effetti importanti sulla sopravvivenza stessa dello scalo. Tali fondi, destinati in gran parte a garantire la sicurezza tramite Skyguide, sono irrinunciabili.
    L’aeroporto di Lugano non è solo un’infrastruttura regionale: è un nodo strategico per l’economia, la mobilità e l’attrattività dell’intero paese.

    Nel 2024 lo scalo ha registrato oltre 21.000 movimenti aerei (+12%), di cui circa 8.000 voli business, con un impatto economico stimato di oltre 100 milioni di franchi solo per l’aviazione privata.
    Inoltre, l’aeroporto assicura circa 120-130 posti di lavoro diretti, supporta la formazione di piloti, ospita eventi aeronautici e accoglie voli di Stato.

    L’aeroporto è economicamente sostenibile e ha chiuso in utile gli ultimi esercizi, per cui un sostegno, nell’interesse della rete dei trasporti nazionale, è sensato.
    Un taglio ai fondi federali, invece, metterebbe a rischio la sua operatività, imponendo aumenti tariffali fino a 1’000 franchi per atterraggio, con conseguenze importanti per utenti, aziende e sicurezza.
    Il ruolo nazionale dello scalo deve essere in questo senso riconosciuto e di conseguenza anche il finanziamento di talune parti di attività.

    Lo scalo è, del resto, l’unico a Sud delle Alpi e rientra perfettamente in un concetto di complementarità dei trasporti fra strada, ferrovia e, appunto, aviazione, che è un pilastro della mobilità nazionale e non solo cantonale.

    È pertanto importante escludere Lugano-Agno dai tagli e garantirne il sostegno continuativo, come avviene per altre realtà strategiche del Paese.

    Conciliabilità famiglia e lavoro: dal punto di svolta del 2019 e nuovo orizzonte strategico

    Il Consiglio di Stato ha approvato il Rapporto “Conciliabilità famiglia e lavoro, quadriennio 2025-2028. Rilevazione dei bisogni e delle priorità di intervento nell’ambito delle attività di sostegno alle famiglie: nidi dell’infanzia, micro-nidi, centri extrascolastici e famiglie diurne”, presentato dal Dipartimento della sanità e della socialità.

    Il rapporto analizza l’evoluzione dell’offerta di nidi, micro-nidi, centri extrascolastici e famiglie diurne, mettendo in evidenza i notevoli progressi compiuti in questi anni, come pure i bisogni attuali e futuri, tracciando al contempo le priorità di intervento. Un lavoro che, innanzitutto, riflette la notevole crescita e il cambiamento culturale avvenuti nel settore, grazie all’introduzione di misure strutturali efficaci che si riscontrano nella qualità dei servizi, aumentata in modo significativo. Infatti oltre il 90% del personale ha seguito una formazione specifica, è stato introdotto il Contratto collettivo di lavoro (CCL) e l’inclusione dei bambini con bisogni particolari è sempre più attenta.

    Le misure per la conciliabilità famiglia e lavoro, cofinanziate con il fondo dedicato, hanno prodotto risultati concreti e significativi, contribuendo all’ampliamento dell’offerta, al miglioramento della qualità e alla maggiore accessibilità per le famiglie. Il numero di strutture e di posti sussidiati è cresciuto in modo costante, con oltre 10’700 bambini accolti nel 2023.

    La Riforma fiscale e sociale del 2019 ha rappresentato un punto di svolta. È stato possibile, per esempio, introdurre aiuti diretti che, in alcuni casi, hanno dimezzato le rette a carico delle famiglie con un reddito medio-basso, incoraggiando e facilitando la partecipazione dei genitori al mercato del lavoro. Inoltre l’assegno parentale, nuovo strumento di politica familiare, offre un sostegno per contribuire alle spese conseguenti alla nascita di un figlio.

    Il nuovo documento pianificatorio valorizza anche aspetti qualitativi fondamentali come l’Early Child Development e il concetto di Welfare community, a testimonianza di un impegno che non si limita alla quantità, ma mira a generare benessere per bambini, famiglie e società. Non da ultimo, prosegue la promozione di iniziative e attività di sensibilizzazione, come la Giornata dei familiari curanti e gli eventi informativi a loro dedicati.

    Il fabbisogno stimato per il quadriennio 2025-2028 prevede la creazione di 145 nuovi posti nel settore pre-scolastico e di 300 per l’età scolastica, per un impegno complessivo di 4.2 milioni di franchi, con una proiezione che guarda al 2029. Le risorse del fondo saranno utilizzate in modo mirato, mentre prosegue il dialogo con le associazioni di categoria, che consente di informare le aziende sull’uso dei contributi versati, promuovendo la conciliabilità come valore condiviso e strategico. A questo si aggiungono attività ricorrenti coordinate dai partner della piattaforma Vita-Lavoro, le iniziative autonome della Camera di commercio e il finanziamento di progetti specifici, come lo studio per un nido interaziendale (AITI) e il Teatro Forum.

    Il rapporto si conclude con un orientamento chiaro: consolidare gli ottimi progressi compiuti grazie ai contributi versati nel fondo da parte delle aziende nell’ambito della Riforma fiscale e sociale, garantire equità territoriale, rafforzare qualità e accessibilità dei servizi, e continuare a investire in un settore strategico, attrattivo e capace di restituire valore a tutta la collettività.

    Gli sviluppi positivi e significativi di tipo quantitativo e qualitativo nell’offerta di nidi, micro-nidi e centri extrascolastici, agevolati dall’implementazione della Riforma fiscale e sociale, mostrano l’impegno del Consiglio di Stato e delle parti sociali in favore della conciliabilità famiglia e lavoro. È un tassello determinante per sostenere il mantenimento in impiego, in particolare delle madri, per promuovere le pari opportunità e per dare un contributo di rilievo alla penuria di personale qualificato.

    Nel rapporto vengono stabilite le priorità in funzione del fabbisogno e delle risorse disponibili.

    Allegati:


    Fonte: Comunicato stampa – Consiglio di Stato, Repubblica e Cantone Ticino

    Le finanze cantonali: una discussione indispensabile

    Una sfida per economia e popolazione

    Nelle scorse settimane si è (ri)acceso il dibattito sullo stato delle finanze cantonali, soprattutto perché le associazioni economiche hanno sollevato alcune problematiche scomode, ma che vanno affrontate nell’ottica di dare solidità finanziaria al nostro cantone. Le reazioni sono state anche molto virulente, come se si trattasse di un delitto di lesa maestà sottolineare l’esistenza di cifre incontrovertibili che parlano di un chiaro aumento della spesa pubblica. Indurre alla riflessione se questa sia totalmente giustificata non dovrebbe essere un tabù, ma oggetto di una sana e libera discussione. Purtroppo, le gabbie ideologiche impediscono un confronto costruttivo, almeno in questa fase, ma non per questo va abbandonato il tema che tocca tutti, nessuno escluso. Ricchi veri o presunti, classe media, meno abbienti, ovviamente l’economia, ecc.

    Andrea Gehri, Presidente Cc-Ti

    Del resto, il pessimo stato delle finanze pubbliche del nostro Cantone è una preoccupazione crescente, condivisa non solo dal mondo economico, ma anche da molti cittadini, sempre più consapevoli delle conseguenze di una gestione pubblica poco sostenibile. Non si tratta qui di cercare responsabilità né di addossare colpe, ma piuttosto di ragionare su ciò che è necessario e ciò che invece può magari essere limitato o gestito diversamente. In sostanza, valutare se i mezzi pubblici vengono spesi correttamente e in modo efficace. Francamente, non ci sembra di chiedere la luna…

    A fronte di un tessuto economico dinamico e sorprendentemente resiliente alle numerose crisi degli ultimi vent’anni – che ha garantito una sostanziale stabilità delle entrate fiscali – è infatti la crescita della spesa pubblica a destare le maggiori preoccupazioni. Non è quindi, almeno per il momento, un problema di mancanza di risorse, quanto piuttosto di crescita incontrollata delle usci-te, che sta alimentando un indebitamento significativo.

    Le sfide all’orizzonte non mancano. Basti pensare all’evoluzione demografica, con una popolazione sempre più anziana che da un lato riduce la base imponibile e dall’altro aumenta il fabbisogno di cure e dunque la pressione sulla spesa sanitaria. Questo è solo uno dei tanti segnali di cambiamento che richiedono una visione politica lungimirante, capace di sostenere l’iniziativa imprenditoriale e la crescita economica come strumenti di benessere collettivo e sostenibilità a lungo termine. Elementi essenziali per il benessere comune di tutte le cittadine e i cittadini.

    Spesso si ha l’impressione che la spesa pubblica sia qualcosa di distante: lo Stato spende, apparentemente con risorse proprie, e la questione sembra non toccarci. In realtà, quei soldi sono nostri, cioè dei contribuenti, come ebbe a dire giustamente l’ex Consigliere federale Maurer durante la crisi del Covid: “Gestiamo gli aiuti in modo oculato perché non sono i soldi della Confederazione ma quelli di cittadine e cittadini”. E non sono illimitati. I conti dello Stato, contenuti in documenti tecnici poco letti, sembrano lontani dalla vita quotidiana. Ma il loro impatto è reale. Troppo spesso ci indigniamo sul momento, per poi tornare all’indifferenza. Il rischio? Abituarsi all’emergenza e considerarla normale.

    Anche lo Stato, come una famiglia o un’impresa, non può permettersi di spendere ciò che non ha. Un indebitamento cronico comporta rischi sistemici e limita sempre più la libertà di manovra politica ed economica. E nel Canton Ticino questo è ormai un dato di fatto. Negli ultimi 30 anni la spesa cantonale è quasi triplicata: da 1,6 miliardi nel 1990 a circa 4,5 miliardi nel preventivo 2025. Solo quest’anno è previsto un disavanzo di 97 milioni: soldi che non abbiamo, ma che abbiamo comunque deciso di spendere.

    È evidente che una dinamica di questo tipo non può essere sostenuta a lungo, soprattutto in assenza di un piano credibile di contenimento e di riorientamento della spesa. Una delle voci più rilevanti è rappresentata dal sistema dei sussidi per i premi di cassa malati (RIPAM), oggi pari a oltre 400 milioni di franchi (includendo la parte PCI), cioè circa il 10% della spesa pubblica cantonale.

    Questa cifra è in costante crescita.
    Il problema non è l’aiuto ai più deboli, doveroso e giustificato e che nessuno si sogna di rimettere in questione, ma l’attuale sistema è diventato talmente ampio da includere famiglie con redditi mensili lordi pari a 12’000 franchi. Se le finanze cantonali fossero solide, la cosa sarebbe forse accettabile, seppur discutibile. Ma la realtà è ben diversa. Indebitarsi per sostenere anche chi non ne ha effettivamente bisogno è una distorsione che deve essere affrontata, anche e soprattutto nell’interesse delle fasce più deboli.
    Il Parlamento, dopo aver approvato una riduzione mirata dei sussidi, ha successivamente annullato la decisione. Una retromarcia dettata più da logiche elettorali che da valutazioni oggettive.
    E proprio qui sta il nodo del problema: troppo spesso il buon senso è sacrificato sull’altare del consenso politico. Ancora una volta, la politica ha preferito la popolarità alla responsabilità, rinviando un problema che non fa che aggravarsi. Non si tratta di considerazioni astratte.

    Evoluzione del debito pubblico
    Fonte dei dati:
    Rapporto di minoranza 8258 R2 della Commissione gestione e finanze sul messaggio 29 marzo 2023
    concernente il Consuntivo 2022

    L’indebitamento pubblico ha conseguenze molto concrete, che meritano di essere richiamate:

    Cresce la spesa per interessi, con un debito elevato, una parte consistente delle risorse pubbliche deve essere destinata al pagamento degli interessi sul debito, sottraendo risorse ad altri settori vitali come l’istruzione, la ricerca o le infrastrutture.
    Si ostacola la crescita economica, poiché le risorse impiegate per servire il debito non sono più disponibili per investimenti produttivi.
    Si rischia una crisi di fiducia da parte degli investitori, con l’effetto di un aumento dei tassi d’interesse e una maggiore difficoltà di accesso al credito.
    Lo Stato diventa più vulnerabile a shock esterni, riducendo la propria capacità di risposta in caso di crisi future. Un alto livello di indebitamento rende lo Stato più vulnerabile a eventi imprevisti di ordine economico e finanziario.
    Infine, si trasferisce un fardello pesante sulle prossime generazioni, compromettendo la solidarietà intergenerazionale, principio fondante di ogni comunità responsabile.
    I debiti, prima o poi, vanno pagati. Se la nostra generazione non vuole farlo, saranno purtroppo i nostri figli e i nostri nipoti ad essere chiamati alla cassa.
    Questi aspetti vanno sottolineati, non per allarmismo, ma per senso di responsabilità. Chi rifiuta la discussione non rende purtroppo servizio al sistema ma alla lunga non fa altro che indebolirlo, in nome di una solidarietà di facciata che in realtà è volta a proteggere rendite di posizione.
    Peccato, perché così non se ne esce. Il mondo economico non vuole affamare il popolo, bensì contribuire, oltre che con la ricchezza che viene distribuita, a rafforzare lo Stato affinché questo possa essere gestito in maniera sana per intervenire laddove è veramente necessario.
    I tempi dell’innaffiatoio per dare a tutti non sono tramontati politicamente ma lo sono economicamente. Non si può più sostenere un’evoluzione come quella in atto. Non ci si può pertanto limitare, nel dibattito politico e mediatico, a far prevalere lo slogan “Stop ai tagli!”, malgrado l’esplosione della spesa pubblica. Poi, di quali tagli stiamo parlando? Negli ultimi decenni, in Ticino, non si è tagliato nulla: si è solo continuato ad aumentare la spesa, spesso senza un vero controllo né una visione d’insieme.
    È quindi urgente affrontare questo tema in modo serio, concreto e basato sui fatti. Solo così potremo costruire politiche pubbliche sostenibili, che mettano al centro l’interesse collettivo e non la convenienza elettorale. Noi siamo aperti alla discussione, ma lo devono essere tutti, abbandonando le gabbie ideologiche.

    Le piccole e medie aziende ticinesi (PMI) contribuiscono ulteriormente alla ricostruzione della Vallemaggia e della Mesolcina con altre donazioni

    L’Associazione delle industrie ticinesi (AITI), la Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del cantone Ticino (Cc-Ti) e l’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM) hanno raccolto altri 160’000 franchi da destinare alla Vallemaggia e alla Mesolcina. Importi versati prevalentemente dalle PMI ticinesi, che vanno ad aggiungersi ai fondi già raccolti in sede separata dalle grandi aziende e da altre associazioni economiche. I Presidenti delle tre associazioni Oliviero Pesenti, Andrea Gehri e Fabio Regazzi hanno consegnato oggi 120’000 franchi ai sindaci di Cevio e Lavizzara e 40’000 franchi al sindaco di Lostallo per la Mesolcina. I fondi sono destinati prioritariamente al sostegno di aziende che hanno subito importanti danni.

    Il maltempo che ha devastato la Mesolcina il 21 giugno 2024 e la Vallemaggia tra il 29 e il 30 giugno 2024 con conseguenze drammatiche ha segnato profondamente la nostra regione ed è rimasta scolpita nelle menti e nei cuori di tutti. Molti sono stati gli aiuti e l’economia ticinese si è subito schierata a favore delle regioni colpite, sostenendo aiuti immediati ma raccogliendo al contempo ulteriori fondi destinati a sostenere la ripresa in particolare di attività economiche distrutte o seriamente danneggiate. Dopo una prima fase di donazioni effettuate soprattutto dalle grandi aziende, che hanno proceduto in maniera individuale, le associazioni AITI, Cc-Ti e USAM si sono adoperate affinché si potessero canalizzare anche gli aiuti provenienti dalle piccole e medie imprese. Sono pertanto stati raccolti complessivamente 160’000 franchi, che vanno ad aggiungersi ai molti fondi già raccolti dal mondo economico attraverso altri canali. L’importo è stato suddiviso in 120’000 franchi destinati ai comuni di Cevio e Lavizzara e 40’000 franchi per Lostallo e la Mesolcina.

    I Presidenti Oliviero Pesenti (AITI), Andrea Gehri (Cc-Ti) e Fabio Regazzi (USAM), in un breve incontro tenutosi oggi presso la Regazzi SA a Gordola hanno consegnato gli importi ai sindaci di Cevio, Wanda Dadò, di Lavizzara, Gabriele Dazio, e Lostallo, Nicola Giudicetti.


    Ringraziamento Comitato Associazione Moesana Arti & Mestieri, 06.05.2025

    Travailleurs frontaliers: nouveaux accords, nouveaux défis dès 2025

    Le 13 mars 2025, la Chambre de commerce, d’industrie et des services de Genève (CCIG) et Deloitte ont organisé une conférence dédiée aux travailleurs frontaliers dans le contexte des relations franco-suisses. L’évolution des conventions internationales en matière de fiscalité, de sécurité sociale et de télétravail redessine les contours de la mobilité professionnelle entre les deux pays.

    De g. à dr. : Quentin Fessler-Debove, Assistant Manager, Cristina Fernandez, Senior Manager, Celine Wehrle, Director, tous trois auprès de Deloitte Suisse, Raphaël Kahn, Senior Manager, Deloitte Société d’avocats, France, et Mohamed Atiek, directeur du département Promotion et soutien à l’économie (DPSE) de la CCIG.

    « Les travailleurs frontaliers peuvent télétravailler jusqu’à 49,99 % de leur temps en France sans être obligatoirement affiliés au régime français. »

    Un travailleur frontalier est une personne qui réside dans un pays mais travaille dans un autre, tout en retournant régulièrement à son domicile. En Suisse, où de nombreux résidents français exercent leur activité dans les cantons frontaliers, on distingue deux principales catégories de travailleurs frontaliers : ceux dont l’employeur est situé dans l’un des huit cantons signataires de l’Accord de 1983 – Bâle-Campagne, Bâle-Ville, Jura, Soleure, Berne, Valais, Vaud et Neuchâtel, et qui sont généralement imposés en France –, et ceux employés dans d’autres cantons, comme Genève, qui sont en principe imposés à la source en Suisse.

    Pour ces derniers, les accords Suisse-France introduisent de nouvelles règles de fiscalité et de sécurité sociale, notamment en matière de télétravail :

    • désormais, jusqu’à 40% du temps peuvent être télétravaillés en France tout en maintenant leur imposition à la source en Suisse. Ce seuil correspond à la limite au-delà de laquelle un salarié risquerait de perdre le bénéfice des dispositions conventionnelles en matière de télétravail transfrontalier, avec à la clé des implications financières, administratives, voire pénales importantes pour lui et /ou pour son employeur,
    • les voyages d’affaires n’excédant pas 10 jours de déplacements en France et /ou dans un pays tiers sont assimilés à du télétravail,
    • sur le volet des assurances sociales, un seuil allant jusqu’à 49,99% du temps de travail en France est autorisé, avec maintien de l’affiliation à la sécurité sociale en Suisse.

    En cas de dépassement, le travailleur risque (1) d’un point de vue fiscal, une remise en cause de son traitement fiscal, pouvant impliquer pour l’employeur suisse une obligation de s’enregistrer en France pour déclarer et verser l’impôt sur le revenu auprès des autorités fiscales françaises via le système dit du «PASRAU» (Prélèvement à la source pour les revenus d’activité) et (2) quant aux aspects de sécurité sociale, une obligation d’affiliation aux assurances sociales françaises, entraînant des obligations administratives pour les entreprises suisses ainsi que le paiement des cotisations de sécurité sociale françaises.

    LES VOYAGES D’AFFAIRES LIMITÉS À 10 JOURS

    Pour les frontaliers genevois, les 10 jours de voyages d’affaires sont imposés à la source dans le canton de l’employeur en Suisse.
    Au-delà, l’employeur suisse risque une imposition par les autorités françaises.
    D’un point de vue administratif, ces règles impliquent une charge accrue pour les employeurs suisses qui doivent suivre précisément les jours de déplacement. En cas de contrôle, l’absence de documentation adéquate pourrait entraîner selon le cas des redressements fiscaux et des sanctions financières. Dès lors, les entreprises doivent mettre en place une politique sur le télétravail et les voyages d’affaires ainsi qu’adapter leurs logiciels de gestion du temps de travail.

    Précisons toutefois que ces 10 jours font l’objet d’une comptabilisation séparée et ne s’ajoutent pas au nombre de jours possibles dans l’année.

    LE CAS DES ASSURANCES SOCIALES

    Avec le nouvel accord-cadre, les travailleurs frontaliers peuvent télétravailler jusqu’à 49,99 % de leur temps en France sans être affiliés au régime français. Dans la pratique, cette limite est réduite à 40 % afin d’éviter un conflit avec le seuil n’impliquant pas de modification de la fiscalité du frontalier.

    NOUVELLES OBLIGATIONS ET STRATÉGIES POUR LES EMPLOYEURS

    Depuis le 1er janvier 2025, les employeurs ont l’obligation de fournir une attestation précisant le nombre de jours travaillés en Suisse, en télétravail et en voyage d’affaires pour les travailleurs frontaliers qui en font la demande expresse, en cas de fin des rapports de travail en cours d’année.
    L’avenant à la Convention fiscale de 1966 entre la France et la Suisse qui a été conclu le 27 juin 2023 prévoit un échange automatique d’informations salariales pour les employés frontaliers qui devrait être applicable à partir de 2026.
    Les employeurs seront dans l’obligation de transmettre annuellement aux autorités fiscales cantonales le nombre de jours télétravaillés ou le pourcentage de télétravail. Ces informations seront ensuite transmises aux autorités fiscales françaises, sous réserve des modalités qui devront être fixées dans le cadre d’une loi interne suisse (avant-projet« LEADS»).

    Face à ces nouvelles règles, les entreprises et les travailleurs doivent adopter des stratégies adaptées. Certains employeurs restreignent le télétravail à 25% afin de limiter les risques. D’autres, plus flexibles, autorisent jusqu’à 40% de télétravail, avec un suivi administratif rigoureux.
    Une troisième voie consiste à adopter un modèle hybride : chaque employé peut opter pour l’une des deux options, en fonction de son activité. L’employeur est libre d’imposer le modèle au cas par cas en fonction des besoins du poste.

    À l’ère du télétravail et de la digitalisation, il est probable que ces réglementations continueront d’évoluer dans les années à venir. Pour l’instant, ces réformes apportent une plus grande flexibilité mais impliquent une vigilance accrue.


    Fonte: Chambre de commerce, d’industrie et des services de Genève

    News-Ticker: politica commerciale di Trump 2.0

    Conseguenze per la Svizzera

    https://www.economiesuisse.ch/it/articoli/news-ticker-politica-commerciale-di-trump-20-conseguenze-la-svizzera

    Fonte: economiesuisse

    Face à Donald Trump, la négociation est plus efficace que les mesures de rétorsion

    A cura di Luca Albertoni

    https://agefi.com/actualites/opinions/face-a-donald-trump-la-negociation-est-plus-efficace-que-les-mesures-de-retorsion

    Fonte: AGEFI

    “I dazi preoccupano, ma è una politica senza senso”

    Intervista a Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti, apparsa su LaRegione sabato 8 marzo 2025, a cura di Jacopo Scarinci

    Il direttore della Camera di commercio commenta le decisioni di Trump, tutto tranne che nuove, e i possibili scenari negativi per Svizzera e Ticino.

    Decine di aziende che hanno un contatto diretto con gli Stati Uniti, tra sedi di rappresentanza, uffici ed esportazioni dal Ticino per circa 700 milioni di franchi ogni anno. Parliamo di questo, ma anche molto altro, quando si parla di mercato americano per le imprese ticinesi. Parliamo di questo, e soprattutto di molto altro, quando si parla del pericolo dei dazi che il presidente statunitense Donald Trump vuole imporre ormai a chiunque voglia vendere prodotti nel suo Paese. Con un effetto domino che il direttore della Camera di commercio e dell’industria Luca Albertoni, a colloquio con ‘laRegione’, non esita a definire «preoccupante». Non tanto e non solo per il Ticino, ma perché «la recente proposta di fissare dei dazi al 25% per l’Unione europea si riverbererebbe non poco sulla Svizzera che ha nell’Ue il proprio primo partner commerciale».

    Insomma, c’è davvero da essere preoccupati?

    Sì, una giusta e sana preoccupazione che ci faccia capire come non siamo al riparo da eventi sui quali non possiamo neanche materialmente intervenire. Abbiamo visto altre volte che le aziende si adattano e l’export cresce, ma serve un occhio attento all’attualità e un orecchio disposto a sentire questi campanelli d’allarme che stanno suonando.

    C’è anche da dire però che è tutto tranne che una novità vedere gli Stati Uniti fissare dei dazi…

    Esattamente, il cosiddetto ‘America first’ c’è sempre stato. Si sta considerando una novità qualcosa che non lo è, magari perché sono cambiate le modalità comunicative. Basti ricordare i numerosi contenziosi davanti all’Organizzazione mondiale del commercio promossi da Unione europea, Cina, Canada e Messico contro gli Stati Uniti per l’introduzione di dazi antidumping e misure commerciali considerate discriminatorie. I dazi sull’acciaio non sono una novità, Bush li introdusse ad esempio nel 2002, come non lo sono quelli sui prodotti cinesi. Ora mi sembra non perseguano solo scopi economici, dalla dubbia efficacia anche per gli Stati Uniti, ma siano soprattutto uno strumento di pressione per ottenere anche altro. Comunque, tecnicamente Trump sta facendo una sorta di promozione economica del proprio Paese, che può anche essere comprensibile se ha l’obiettivo di rafforzare il settore produttivo statunitense trasferendo in loco le produzioni industriali e forse ritiene di farlo anche con questi strumenti. Ma, come detto, per onestà intellettuale bisogna riconoscere e dire che nella presidenza Biden i dazi posti dalla prima presidenza Trump sono stati confermati, la politica americana funziona così.

    Lei parla di preoccupazione per il Ticino. Per cosa soprattutto? Dire dazi vuol dire tantissimi ambiti della filiera di produzione.

    Partiamo col dire che 700 milioni di franchi di export ogni anno non sono poca cosa, è una cifra importante, in crescita. Il più grande timore è sicuramente l’insicurezza che si sta venendo a creare ad arte, e lo noto parlando anche con altri colleghi delle Camere in Svizzera. Questo è il modo di negoziare di Trump, anche se dovremmo fermarci un attimo e chiederci cosa possa negoziare con la Svizzera: mica tanto. La piazza finanziaria è già stata messa in ginocchio, se ragiona in termini di bilancia commerciale potrebbe essere rischioso perché come Svizzera la nostra è positiva nei confronti degli Stati Uniti. Anche se, inserendo i servizi nella bilancia commerciale, il rapporto si capovolgerebbe. Non sono però così preoccupato che vi possano essere misure dirette generalizzate contro la Svizzera. Potremmo però subire le conseguenze. La nostra vera ansia potrebbe essere infatti il subire le conseguenze dei dazi sull’Unione europea e in generale sugli altri Paesi, e non esito a definirla una preoccupazione più immediata. Non sono poche le aziende svizzere e anche ticinesi che hanno almeno parte della produzione in Paesi europei o in Cina, per cui potrebbero subire le conseguenze delle misure contro questi Paesi. Senza dimenticare che Messico e Canada sono a volte le porte d’entrata per i prodotti verso gli Stati Uniti.

    E parlando di settori, quali sarebbero i più esposti?

    Quello farmaceutico potrebbe essere penalizzato, ma le aziende sono “sul pezzo” e stiamo parlando di un’autentica eccellenza dell’industria svizzera, produciamo medicamenti di cui negli Stati Uniti c’è bisogno, che non sono per forza in concorrenza con i loro prodotti e in generale le esportazioni svizzere e anche ticinesi sono di fascia alta e quindi meno facilmente sostituibili, penso ad esempio al settore del medtech. Questa alta qualità porta il cliente americano ad avere una certa propensione a prendere in considerazione anche una maggiore spesa per averli. Tornando al discorso Unione europea, la preoccupazione può riguardare il settore delle automobili, per cui in Ticino vengono prodotte parti importanti. Già l’industria tedesca sta faticando, vende meno negli Stati Uniti e le conseguenze le paghiamo anche noi. Questo è un esempio tra i vari che dimostra come ulteriori difficoltà per l’Unione europea si riverbererebbero sulla Svizzera e il Ticino, perché se Trump considera i dazi un’arma negoziale è un conto, se davvero vorrà agire come minacciato anche con Canada e Messico ci sarà poco da stare allegri…

    Quando si parla di export, materialmente, di cosa si parla?

    Chiaramente in modo prevalente di industria, che però ha già un po’ frenato, soprattutto il settore Mem e i vari fornitori che, come dicevo, lavorano direttamente o indirettamente in particolare con il settore automobilistico producendo componenti di ogni genere che confluiscono nel prodotto finito: sensori, parti dei freni… Non vanno però dimenticati i servizi che a volte sono pure legati alla produzione industriale. Insomma, un ventaglio di situazioni molto variegato. Le difficoltà, indipendenti dalle decisioni americane, le stiamo già notando ora, e ci sono segnali di un possibile ulteriore peggioramento. Poi, quando parliamo di export, non dobbiamo assolutamente dimenticare, oltre all’esportazione diretta, quella indiretta, cioè che avviene tramite altre aziende svizzere che forniscono i prodotti finiti contenenti componenti che arrivano dal Ticino, come capita ad esempio in alcune parti del settore ferroviario. Siamo tributari del contesto internazionale, ma ovviamente anche di quello nazionale. Ma gli altri cantoni sono nelle nostre stesse condizioni, senza eccezioni, o quasi.

    Timori registrati anche nella vostra recente indagine congiunturale presso le aziende associate alla Camera di commercio?

    Sì, è stata rimarcata una maggiore prudenza per il primo semestre del 2025 e si sta nei fatti confermando. Il rischio di rallentamento si è già verificato e la difficoltà non sorprende. A questo si deve unire anche la generale difficoltà nelle esportazioni, considerando anche come la Cina abbia rallentato moltissimo e il settore del lusso sia quasi fermo. Inoltre, la Cina ha frenato su grandi investimenti e attività all’estero, e anche questo in determinati settori si farà sentire.

    Passare così dal Ticino, agli Stati Uniti, alla Cina fa capire quanto il mondo di oggi sia interconnesso.

    Altroché! È impossibile oggi ragionare con la mente di vent’anni fa, giusto o sbagliato che sia il ruolo delle esportazioni è cresciuto e questo è fondamentale per un Paese come il nostro, che deve proprio all’apertura gran parte della sua prosperità. D’altra parte quando ha l’export che rappresenta una parte importante, chiaramente si è più esposti a dinamiche che non possiamo controllare. Ci sono vantaggi innegabili, come la diversificazione del tessuto economico, che rendono la Svizzera e il Ticino più ricchi a livello di competenze, ma anche svantaggi ingovernabili. Quello che possiamo fare è adattarci, come abbiamo già fatto in questi ultimi anni, razionalizzando le procedure, stabilendo prezzi competitivi e non per forza bassi quando si parla di alta gamma, ragionando sulla qualità che ci ha messo un po’ al riparo anche dalle fluttuazioni valutarie. La qualità è un grande atout per la Svizzera.

    E il Ticino è in mezzo a tutto questo.

    Certo che lo è, pensi solo che in Ticino vengono prodotti una delle centinaia di componenti dell’iPhone e un motorino per i razzi che la Nasa spedisce su Marte… Siamo in mezzo a tutto questo con anche tutta la sua complessità, e tutto è talmente interconnesso che se da un lato ribadisco che è giusto essere preoccupati per i dazi, arrivo anche a dire che la politica dei dazi non ha alcun senso. I flussi economici oggi sono molto più complessi che in passato e misure apparentemente semplici nascondono a mio avviso molte incognite, per cui penso che economicamente il dazio lo subisca anche chi lo pone, con aumenti di prezzi e potere d’acquisto in calo, anche se alcuni sostengono il contrario, basandosi sul rafforzamento della produzione statunitense e sul fatto che sia un mercato con potenzialità tali da ridurre la dipendenza dall’estero. Forse, ma non si tratta di effetti che possono verificarsi in poco tempo, ammesso che si realizzino veramente. Tuttavia, non credo che negli Stati Uniti siano stolti e qualche approccio differenziato comunicato in questi giorni, come le misure ridotte contro il Messico per non danneggiare l’industria automobilistica americana, mi fa propendere per la tesi che sia davvero prevalentemente un’arma negoziale e non uno strumento sistematico che rischia di portare a un autogol.

    C’è rischio per i posti di lavoro nel nostro cantone?

    Le rispondo ricordando quanto è successo nel 2014. In Turchia c’è stata un’ondata di freddo anomala e molto lunga, che ha colpito duramente la produzione delle nocciole. La cascata è arrivata in Svizzera e fino al Ticino con tutte le difficoltà che si sono riscontrate nel produrre il cioccolato che è un fiore all’occhiello della nostra economia, mettendo a rischio i posti di lavoro nel settore. Fortunatamente questo è stato evitato, malgrado i maggiori costi necessari per approvvigionarsi altrove di una merce diventata rara in un preciso periodo.

    Fa freddo in Turchia e si rischia di licenziare in Ticino.

    Per usare un esempio più attuale, quando la Germania ha l’influenza, la Svizzera tossisce. Quindi la risposta è purtroppo sì, è un rischio che esiste.


    Fonte: Albertoni: ‘I dazi preoccupano, ma è una politica senza senso’ – LaRegione, 8.3.2025

    CRASH TEST

    Quale epoca industriale?

    Da sin.: Jvan Jacoma, Managing Director/CEO  P911 AG – Sports Cars Sales & Service AG; Andrea Gehri, Presidente Cc-Ti; Gian Luca Pellegrini, Editor in Chief Quattroruote; Marcello Foa, Giornalista; Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti e Marco Martino, Responsabile economiesuisse per la Svizzera italiana

    Parlare di crisi dell’automobile europea è probabilmente riduttivo, nel senso che si tratta di un ramo industriale di importanza sistemica per il nostro continente. E non solo per la Germania, al momento la più colpita, ma anche per la Svizzera che conta molte aziende e molti posti di lavoro legati alle forniture proprio per questo settore. E gli effetti della crisi tedesca li stiamo già subendo da qualche tempo, con prospettive decisamente negative per il futuro prossimo. Il tema è pertanto stato approfondito nel contesto di un’edizione dell’evento “CEO Experience” tenutosi qualche settimana fa e riservato a titolari e dirigenti d’azienda. Evento che la Cc-Ti organizza regolarmente con i partner BancaStato, economiesuisse e Sunrise e che per l’occasione è stato ospitato da Sports Cars Sales & Services SA di Grancia, concessionario ufficiale Bentley e Lamborghini e quindi attore in prima linea sul delicato tema del mercato automobilistico. Ospite della serata è stato il Direttore della prestigiosa rivista specializzata italiana Quattroruote, Gian Luca Pellegrini, intervistato dal noto giornalista e docente universitario Marcello Foa. Qui di seguito i contenuti essenziali dell’incontro.

    Penuria di semiconduttori e caro energia prima, la concorrenza cinese poi, ma soprattutto la transizione verde, decisa dall’Unione Europea (UE), con la messa a bando dal 2035 dei veicoli a benzina e diesel, hanno fatto sprofondare l’industria automobilistica europea in una crisi senza precedenti. Crollano le vendite, i grandi marchi fermano la produzione in molti stabilimenti e annunciano chiusure e drastici tagli del personale.

    Mentre il presidente Trump negli USA annuncia lo stop al Green Deal e agli incentivi per le auto elettriche, Bruxelles, sotto la pressione di molti governi, ha avviato un “Dialogo strategico” con il mondo dell’automotive da cui dovrebbe scaturire un “Piano di azione globale”, che sarà presentato ufficialmente il prossimo 5 marzo, al fine di affrontare tutte le criticità emerse sinora e cercare di garantire un futuro al settore dell’auto.

    Una crisi che l’Europa ha provocato in gran parte da sola vietando tassativamente i motori endotermici e imponendo d’ufficio quelli elettrici.  

    “Senza tener conto delle implicazioni di un simile divieto e senza una visione strategica per supportare adeguatamente il delicato passaggio all’elettrificazione della mobilità”, ha appunto sottolineato Gian Luca Pellegrini che ha messo a fuoco le contraddizioni tra la ragionevole aspirazione alla sostenibilità ambientale e una transizione a marce forzate che ha già prodotto conseguenze devastanti per il comparto dell’auto e il suo indotto.

    Numeri da brivido

    Nell’agosto scorso nell’UE si è toccato il fondo con il 18,3% in meno di immatricolazioni di nuove auto, rispetto allo stesso mese del 2023, con perdite sino al 28% in Germania e del 24% in Francia. Il crollo è stato particolarmente brusco per i veicoli elettrici, considerati la punta di diamante della nuova mobilità ecologica imposta da Bruxelles. Sempre nell’agosto 2024 il comparto EV (Electric Vehicle) ha subito un calo del 43,9 % delle vendite al confronto del 2023, con flessioni allarmanti in Germania (-69%), Francia (-31%) e Italia (-41%). La quota di mercato dell’elettrico è scesa dal 21% di due anni fa al 14,4% del 2024. Dopo tre anni di crescita, spinta dai sussidi pubblici, l’elettrico si è bloccato. Costo eccessivo, scarsa autonomia, stazioni di ricarica insufficienti e deprezzamento dell’usato ne scoraggiano l’acquisto. Tant’è che molti gruppi hanno deciso di ridurne la produzione.

    Gli EV frenano anche in Svizzera con una quota di mercato scesa sotto il 20% nel 2024 (in Ticino 11,2%), nonostante il nostro Paese offra il vantaggio di una delle più fitte reti pubbliche di ricarica del Continente, che dovrebbe rappresentare un incentivo per la scelta di un e-car.

    In buona sostanza sembra che il mito dell’auto elettrica si vada indebolendo. Consumatori e mercato hanno di fatto sconfessato la politica dell’UE che ha voluto determinare la scelta dell’auto, senza tener conto della complessità delle dinamiche industriali, delle preferenze dei consumatori e delle loro possibilità economiche.

    Al danno si aggiunge la beffa: chi sceglie l’elettrico molto probabilmente ora si orienterà su un’auto cinese, molto più economica e con un software molto più performante rispetto ai prodotti europei, tanto da aver già acquisito una posizione leader a livello mondiale. Anche grazie al fatto che Pechino ha il pieno controllo della disponibilità di terre rare e altre materie prime necessarie per la produzione degli EV. La Corte dei conti europea aveva a suo tempo avvertito Bruxelles: puntare esclusivamente sulle auto elettriche significava perdere sovranità economica, in altre parole consegnarsi alla Cina. Un avvertimento rimasto, purtroppo, inascoltato.

    Perdita di competenze

    Con l’obbligo del full electric si sono annullati la supremazia tecnologica e quel know-how che da oltre un secolo erano il vanto della nostra industria dell’auto e che avevano già portato allo sviluppo di motori endotermici con emissioni prossime allo zero. Ora la grande sfida per i produttori europei è di ricostruire una catena di valore in grado di competere con la Cina che nell’elettrico è avanti di almeno trent’anni e ne controlla tutta la filiera, rappresentando ormai una concorrenza temibile anche nella produzione di auto tradizionali, al punto da mettere in difficoltà alcuni famosi marchi giapponesi.

    Una volta si diceva che l’America innova, la Cina produce e l’Europa regola. Oggi si può dire che gli USA continuano ad innovare, i cinesi, oltre a produrre innovano anche, mentre l’UE ha solo accentuato la sua furia regolamentatrice.

    Per sostenere la vendita di veicoli elettrici sono stati concessi, e si chiedono ancora, sussidi pubblici. Allo stesso tempo però Bruxelles impone dei dazi sino al 35-40% sulle auto elettriche cinesi, accusando la Cina di distorcere il mercato con prezzi bassi grazie ai massicci aiuti statali alla sua industria automobilistica. Una politica schizofrenica che non può portare lontano, se non a frenare ulteriormente il mercato degli EV.

    Come si distrugge un’industria

    I numeri sono da brivido. In Europa le vendite annuali di automobili sono complessivamente sotto di tre milioni di unità rispetto ai volumi antecedenti la pandemia. Volkswagen, Mercedes, Stellantis adottano piani urgenti per ridurre costi e personale. In Germania sono già scomparsi 46mila posti di lavoro, altri 140mila sono a rischio nei prossimi dieci anni. In Italia Stellantis tiene in cassa integrazione migliaia di lavoratori, in Francia i sindacati denunciano la perdita di 70mila impieghi dal 2012 ad oggi. Nel solo indotto nel biennio 2024-25 si sono persi nell’area UE più di 45mila posti di lavoro, mentre importanti aziende della componentistica hanno preannunciato la soppressione ulteriore di migliaia impieghi. Un intero ecosistema industriale annaspa nell’incertezza. A rischio c’è il futuro di un settore che ha scritto la storia dello sviluppo industriale e della crescita economica del Vecchio Continente, che con 13 milioni di occupati, senza calcolare l’indotto, contribuisce con circa 1000 miliardi di euro al prodotto interno lordo dell’UE, ossia il 7% del PIL.

    Il colpo di grazia è arrivato con il Green Deal approvato dal parlamento europeo nel 2021 con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica per il 2050. La legge sul clima ha introdotto 160 nuove normative, regole spesso difficili da attuare, che hanno creato grosse difficoltà a tutta l’economia e colpito, in particolare, l’automotive vietando i veicoli con motore a scoppio. Senza chiedersi se l’industria automobilistica e il mercato fossero pronti per una svolta così radicale. Senza piani coordinati di sovvenzioni, per l’approvvigionamento delle materie prime e per realizzare infrastrutture di ricarica sufficienti ed efficienti.

    Un salto nel buio

    Con una misura dirigista, dalla forte impronta ideologica, frutto di un estremismo ambientalista che non ha tenuto in nessuna considerazione la sostenibilità sociale ed economica di un bisogno oggettivo di transizione energetica. Una pericolosa distorsione della politica industriale dell’Unione che invece di predisporre le condizioni quadro affinché l’economia possa prosperare, decide cosa, come e quando.

    Inoltre, nel 2025 dovrebbero scattare le multe per le case che non rispettano i limiti sulle emissioni di CO2, elemento che tocca fortemente anche la realtà svizzera, tanto che l’Amministrazione federale ha pericolosamente messo in consultazione un progetto di ordinanza con uno “Swiss Finish” addirittura più severo di quanto previsto dalle norme europee. Ossia multe pesantissime. Progetto insostenibile, che dovrebbe fortunatamente essere rivisto perché considerato chiaramente fuori misura.

    Le penalità, stimate in oltre 15 miliardi di euro a livello europeo, potrebbero decretare la fine di molti marchi e che di certo sottrarranno importanti risorse da investire nell’innovazione tecnologica. E qui s’innesca quello che Pellegrini nell’incontro di Grancia ha definito “il cortocircuito tra la quantità di auto elettriche che non si riesce a far aumentare e quella di veicoli col motore a scoppio dei quali invece si riduce la produzione per cercare di rientrare nei parametri delle emissioni stabiliti dall’UE e non incorrere in pesanti sanzioni. Un cortocircuito che brucerà altre decine di migliaia di posti di lavoro.”

    Cosa riserva il futuro

    In questo disastro annunciato anche i gruppi automobilistici hanno la loro parte di responsabilità: hanno, infatti, sopravvalutato la loro capacità di adattarsi velocemente al passaggio verso l’elettrico, sottovalutato la concorrenza cinese e non sono stati in grado d’implementare una strategia comune per affrontare uniti un cambio di paradigma produttivo e di modello di business assai complicato.

    Oggi è assai difficile fare retromarcia. “Rinunciare all’elettrico è come voler rimettere il dentifricio nel tubetto” ha affermato il CEO di un’importante industria. Le case automobilistiche hanno investito ingenti capitali in questa riconversione e rinunciarvi del tutto significherebbe anche restare ancora più indietro nella rincorsa tecnologica. Inoltre, l’elettrico rappresenta indubbiamente il futuro per una mobilità sostenibile, drammaticamente sbagliati sono stati i tempi e i modi con cui è stato imposto.

    Recentemente il Partito popolare europeo ha presentato una proposta di rilancio del settore, chiedendo di rivedere il divieto per i motori a combustione interna, l’adozione di un approccio alla transizione ecologica tecnologicamente neutrale e di annullare le multe per il superamento dei limiti delle emissioni. Palazzo Berlaymont tace in attesa di presentare il suo “Piano di azione globale” per sostenere l’automotive.

    Possibili allentamenti delle regole

    Dalle indiscrezioni filtrate sinora pare che l’UE stia rivalutando la possibilità di aprire il mercato, anche dopo il 2035, alle auto ibride plug-in e alle elettriche dotate di range extender (ossia equipaggiate con un piccolo motore ausiliario alimentato a benzina per ricaricare la batteria senza dare trazione alle ruote), che erano state anche vietate. Ci sarebbe pure un allentamento dell’obiettivo di neutralità climatica legittimando gli e-fuel, i carburanti sintetici. Poco si sa invece delle multe sulle emissioni che rappresentano un pericolo immediato per i gruppi automobilistici. Resta da vedere se basteranno queste “concessioni” per scongiurare il declino definitivo dell’industria europea dell’auto e le inevitabili e pesanti ricadute anche sulla realtà economica elvetica.




    Un danNO alle libertà di tutti

    Ci risiamo. Il prossimo 9 febbraio saremo chiamati alle urne per esprimerci sull’ennesima iniziativa moralizzatrice e liberticida.

    La cosiddetta iniziativa sulla responsabilità ambientale su cui gli svizzeri è semplicemente assurda e irrealistica. Chiede in sostanza che la Svizzera riduca l’impatto ambientale del 67% nei prossimi dieci anni, operando entro i limiti naturali della terra entro dieci anni. Nessuno mette in dubbio che la protezione della natura e dell’ambiente sia un obiettivo da perseguire e del resto la Svizzera non è per nulla inattiva sul tema. Da anni si stanno predisponendo misure, anche molto incisive, basti pensare alla legge sul CO2 e alla legge sull’elettricità. Del resto, non è un caso che dal 2000 la Svizzera è riuscita a mantenere la sua crescita e la sua prosperità riducendo l’impatto ambientale di oltre un quarto, il che dimostra che il buon funzionamento dell’economia e la protezione della natura non sono incompatibili. Anzi. Seguendo l’iniziativa si giungerebbe paradossalmente all’assurdità della riduzione dell’attività economica, riducendo anche le fonti di finanziamento delle politiche pubbliche. Un’autorete clamorosa di cui i vati dei divieti e della moralizzazione sembrano non rendersi conto, illudendosi probabilmente che i mezzi finanziari crescano sulle piante.

    Con le misure draconiane che verrebbero introdotte per limitare in pochi anni le attività economiche vi sarebbe un’insostenibile rivoluzione del sistema economico con penalizzazioni per molti settori (agricoltura, energia, abitazione, abbigliamento, mobilità, ecc.), aumenti di costi spropositati per beni e servizi e un impatto sociale devastante per la popolazione. In nome della sostenibilità ambientale si omettono completamente gli altri due pilastri della sostenibilità, cioè quello economico e quello sociale, altrettanto fondamentali affinché il sistema funzioni. La transizione verso una società a basse emissioni di carbonio e rispettosa dell’ambiente richiede la considerazione di tutte le variabili.

    È davvero una via praticabile quella di tornare agli anni Trenta del secolo scorso? Restrizioni imposte ai consumi, alla mobilità all’interno della Svizzera e ai viaggi all’estero, esplosione dei costi di cibo, riscaldamento, affitto e abbigliamento a causa di una scelta sempre più ristretta di prodotti a prezzi molto più alti significano una drastica riduzione della qualità di vita di tutte le cittadine e di tutti i cittadini.

    Chi pretende di dare lezioni agli altri e di punire i comportamenti che, per convinzioni personali, ritiene poco “virtuosi”, non si rende conto che, mettendo in ginocchio il sistema economico senza valide alternative, non si sanzionano solo le aziende presunte cattive ma si massacra la popolazione. Obbligare le aziende questo a modificare alcuni fattori produttivi, in particolare i macchinari, prima della fine del loro normale ciclo di vita, comporterebbe oneri insostenibili, con costi spropositati per consumatrici e consumatori. Dati i costi di produzione già estremamente elevati in Svizzera – in particolare salari, affitti e prezzi dell’energia – e la forza del franco svizzero, i margini non sono abbastanza elevati per assorbire tali investimenti in un decennio. Conseguenza: impoverimento del tessuto economico e di tutta la popolazione. Non vi sono alternative a un chiaro NO a questa iniziativa che, se venisse accettata, paradossalmente saboterebbe anche la realizzazione degli scopi che si prefigge perché prosciugherebbe le risorse necessarie alla tutela dell’ambiente. Un’assurdità irresponsabile.

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