Lo scritto di Glauco Martinetti, Presidente Cc-Ti

Gli accordi bilaterali con l’Unione Europea (UE) e la libera circolazione sono oggetto di discussioni molto accese. In parte comprensibili, visto che essi hanno generato importanti benefici economici per la Svizzera, ma anche effetti indesiderati sul mercato del lavoro. È sempre difficile stilare bilanci definitivi di costi e benefici, perché i parametri da tenere in considerazione sono molti, sebbene non vada dimenticato il principio fondamentale degli Accordi bilaterali che permettono l’accesso controllato al nostro più grande mercato di riferimento senza dover aderire all’UE, vantaggio non da poco. In sostanza, si facilita il nostro interscambio commerciale con l’UE è che è pari ad un miliardo di franchi al giorno. Per quanto riguarda cifre concrete, è opportuno ricordare che il Consiglio federale nel 2015 aveva commissionato due studi per calcolare l’impatto economico di un’eventuale caduta dei bilaterali conclusi nel 1999. Entrambi gli studi concludono che tale caduta avrebbe degli effetti negativi importanti per l’economia svizzera. Stimano infatti che la nostra economia sull’arco di 20 anni subirebbe una contrazione di circa 500 miliardi di CHF, pari quindi a circa un intero PIL annuo nazionale. Questo è il valore economico generale dei bilaterali. Questo non vuol dire nascondersi dietro un dito e negare che le regioni di frontiera sono esposte più di altre a effetti negativi. A questo servono le misure di accompagnamento, di cui il Ticino ha fatto ampio uso, adottando numerosi contratti normali di lavoro che fissano dei parametri salariali obbligatori.
La clausola ghigliottina
Immaginare che si possa abbattere la libera circolazione senza toccare gli altri accordi, essenziali per l’economia svizzera, è fuori luogo. La clausola ghigliottina, di cui taluni a torto negano l’esistenza e la portata, prevede che la disdetta dell’Accordo sulla libera circolazione avrebbe quale effetto automatico la caduta degli altri 6 accordi bilaterali conclusi con l’UE nel 1999 (trasporti terrestri, trasporto aereo, commercio prodotti agricoli, partecipazione al programma UE di ricerca, abolizione degli ostacoli tecnici al commercio, appalti
pubblici). La clausola ghigliottina è contenuta nell’art. 25 cpv.4 dell’accordo il cui testo recita: «I sette accordi di cui al paragrafo 1 cessano di applicarsi dopo sei mesi dal ricevimento della notifica relativa al mancato rinnovo di cui al paragrafo 2 o alla denuncia di cui al paragrafo 3». Il testo è inequivocabile e non lascia spazio a interpretazioni o altre acrobazie. La caduta degli Accordi bilaterali non dipende da eventuali disdette da parte dell’UE ma è una conseguenza giuridica automatica che non necessita di ulteriori atti formali da parte di nessuno.
Accordi bilaterali bis: Schengen e Dublino
Senza dimenticare che la caduta del primo pacchetto di Accordi bilaterali porrebbe seri problemi anche con gli Accordi di Schengen e Dublino che regolano la cooperazione in materia di giustizia, polizia, visti e asilo, intese molto importanti non solo per la sicurezza interna della Svizzera ma anche per il turismo. In effetti, anche se i bilaterali bis (quelli conclusi successivamente, nel 2004), a differenza del primo pacchetto di accordi, non sono formalmente vincolati da alcuna clausola ghigliottina, cadrebbe anche la partecipazione della Svizzera al sistema di Schengen e a quello di Dublino, essendo la libera circolazione il pilastro su cui poggia questa nostra collaborazione. L’uscita della Svizzera dal sistema di Schengen trasformerebbe tutte le frontiere svizzere in frontiere esterne. Ciò significa che ogni persona in uscita dalla Svizzera verso lo spazio Schengen dovrebbe essere sistematicamente controllata nel senso che i relativi dati personali andrebbero inseriti nel sistema informatico di Schengen per le necessarie verifiche.
L’applicazione di tali controlli sistematici implica un evidente aumento delle colonne alle nostre dogane, come dimostrato qualche anno fa dalla Germania al valico di Basilea, con colonne di decine di chilometri che si sono formate proprio per permettere di espletare queste formalità. Questo non sarebbe certo nell’interesse dell’economia e delle cittadine e dei cittadini svizzeri. È del resto uno degli elementi più preoccupanti anche per l’Inghilterra che giustamente teme l’intasamento insostenibile dei porti adibiti al trasporto di merci
via camion. Per quanto riguarda l’uscita della Svizzera dal sistema di Dublino, ciò significherebbe che la Svizzera diventerebbe l’unica alternativa in Europa per i richiedenti l’asilo. Oggi, grazie a Dublino, un richiedente ha diritto ad una sola procedura in tutto il continente. Tutti gli Stati che fanno parte del sistema sanno, grazie allo scambio di informazioni, se una persona ha già depositato una richiesta in un altro Stato e, su tale base, possono rifiutarsi di entrare nel merito di una seconda richiesta. Fuori dal sistema, la Svizzera sarebbe invece tenuta ad aprire un incarto per ogni procedura avviata sul nostro territorio. Facile immaginare che vi sarebbe un aumento esponenziale delle procedure di asilo nel nostro paese.
Quali alternative?
Esiste un piano B in caso di approvazione dell’iniziativa «Per un immigrazione moderata»? E quali sarebbero i margini negoziali per la Svizzera? Gli iniziativisti affermano che basterebbe rinegoziare con l’UE, sottintendendo che sarebbe come una passeggiata di salute. In realtà, se dovessero cadere gli Accordi bilaterali, il Consiglio federale dovrebbe immaginarsi un piano C, in quanto va ricordato che gli accordi settoriali in vigore con l’UE rappresentano già un piano B, ossia l’opzione scelta dopo che nel dicembre del ’92 in
votazione popolare venne rifiutata l’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo (SEE). Caduta l’opzione SEE l’alternativa non poteva che essere bilaterale, come gli accordi che abbiamo poi concluso nel ’99, visto che giustamente nessuno vuole l’adesione all’UE. Negoziare nuovi accordi sarebbe però un esercizio tutt’altro che scontato e più complesso rispetto al passato. Infatti per concludere i bilaterali in vigore fu necessario mettere d’accordo 15 Stati membri, che nel frattempo sono diventati ben 27. Inoltre sappiamo già che l’UE chiede, per poter concludere nuovi accordi, che la Svizzera sia disposta ad accettare la ripresa del diritto europeo futuro e la giurisdizione della Corte di Giustizia dell’UE, aspetti che gli attuali accordi non prevedono. In altre parole, sarebbe impossibile «portare a casa» degli accordi statici, come quelli che abbiamo già.
Gli insegnamenti della Brexit
Senza dimenticare che l’esperienza della Brexit, al di là dei trionfalismi di Boris Johnson, ci insegna che negoziare con un colosso come l’UE non è per nulla facile. Infatti l’Inghilterra con la Brexit ha liberamente deciso di uscire dall’UE e ora sta faticosamente tentando di negoziare con Bruxelles una collaborazione bilaterale, come quella che la Svizzera è riuscita ad ottenere negli anni ‘90. Noi la nostra Brexit l’abbiamo fatta nel 1992, non aderendo allo SEE, e, quale alternativa, abbiamo sviluppato una rete di accordi bilaterali. Esattamente quello che vorrebbe ottenere Londra. E non è detto che ci riesca. A mio parere vi sono elementi più che sufficienti per respingere l’iniziativa per un’immigrazione moderata, che in realtà mira a far cadere tutti gli Accordi bilaterali, con conseguente instabilità per molti anni ed effetti negativi per l’economia e quindi per tutta la popolazione svizzera.
In conclusione
La saggezza popolare ci ha lasciato una miriade di modi di dire semplici, ma che rappresentano bene la situazione attuale: «Chi troppo vuole nulla stringe, saltare dalla padella alla brace, si conosce quello che si lascia ma non quello che si trova, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino», solo per citarne alcuni. Senza dimenticare che di solito prendere a pesci in faccia il cliente più importante non è mai una grande trovata. Tutto questo per dire che gli accordi bilaterali nella loro totalità possono forse anche non piacere, ma che prima di proporre un annullamento completo del sistema (perché di fatto di questo si tratta) bisogna avere veramente dei motivi gravi e fondati. A mio modesto parere la situazione attuale è ben lungi da essere arrivata a questo punto di criticità. Consiglio quindi di votare un NO ben ponderato a questa iniziativa.
La Responsabilità sociale delle imprese dal punto di vista degli ingegneri e degli architetti
/in Sostenibilità, TematicheGianluca Pagani, CSR Manager Cc-Ti, ha partecipato a una conferenza sul tema, illustrando i punti chiave della CSR.
La CSR, secondo la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), costituisce una manifestazione della volontà delle imprese di gestire l’impatto sociale e ambientale delle loro attività. Per la Confederazione, si tratta di un contributo delle aziende allo sviluppo sostenibile, o ancora «la responsabilità delle imprese per gli impatti che hanno sulla società». L’elemento distintivo della CSR è dunque quello di affiancare alla responsabilità economica anche una responsabilità sociale, che crea valori tangibili e intangibili, per tutto ciò che ruota intorno all’azienda. Valori che permettono un’evoluzione positiva per l’impresa, per le persone, per il territorio e per l’ambiente.
Nell’ambito del mondo della costruzione, il legame con la componente ambientale legata alla riduzione del consumo di energia del concetto CSR è oggi riconosciuto e in un certo senso anche abbastanza sviluppato. Si può affermare che la necessità di progettare edifici che limitano i consumi energetici è già oggi una consapevolezza per gli addetti ai lavori.
Lo scopo della tavola rotonda è stato quello di ampliare la conoscenza della definizione di sostenibilità, nozione cardine codificata nella Costituzione federale (art. 73 e art. 89 cpv. 5) e cantonale (Preambolo), inglobando anche gli altri due elementi della CRS, ossia l’aspetto economico e l’aspetto sociale. Durante la serata vi è stata l’opportunità di comprendere come le istituzioni, i rappresentanti dell’economia e della formazione si pongono rispetto a questo tema, quali risultati hanno già prodotto e quali sono gli obiettivi e le visioni che intendono perseguire.
Per quanto riguarda degli ingegneri e degli architetti, il loro ruolo per rapporto alla CSR può essere esaminato da angolazioni diverse. Una in qualità di azienda e in quest’ottica le domande che ci si potrebbe porre sono quelle a sapere che cosa deve fare uno studio al proprio interno per agire in modo socialmente responsabile. L’altra è quella di consulente del committente (sia pubblico, sia privato), il quale deve aiutare il proprio mandante a costruire in modo sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale.
I relatori sono stati: On. Raffaele De Rosa, Consigliere di Stato e Direttore DSS; Gianluca Pagani, CSR manager Cc-Ti; Jenny Assi, Docente e ricercatrice SUPSI ; Marco Del Fedele, Architetto e Presidente OTIA. L’evento è stato moderato da Walter Bizzozero, Architetto e membro del Consiglio OTIA.
Fonte: sito OTIA
Video dell’evento
Locale e globale
/in Comunicazione e mediaL’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni
Il tema delle relazioni internazionali del Ticino e della Svizzera è ormai dibattuto in maniera costante, vista la sempre attuale discussione sulle nostre relazioni con l’Unione Europea (UE). La campagna di votazione concernente la libera circolazione e il primo pacchetto di Accordi bilaterali tra Svizzera e UE ha dimostrato ancora una volta quanto sia necessario concentrarsi sui fatti, per capire bene quale sia il nostro ruolo nel contesto internazionale e come sia ormai impossibile prescindere da quanto avviene negli altri paesi.
Le difficoltà dell’industria svizzera in questo periodo storico molto particolare sono strettamente legate alle incertezze che regnano in molti paesi che per noi rappresentano mercati fondamentali, come la stessa UE, ma anche gli Stati Uniti. Incertezze che potrebbero crescere ulteriormente da novembre, quando saremo chiamati a esprimerci su un’altra iniziativa, definita “Per multinazionali responsabili”. Obiettivo certamente condiviso, ma che si vuole raggiungere attraverso un sistema complicato ed estremamente penalizzante per le aziende site in Svizzera. Queste infatti, in estrema sintesi, sarebbero chiamate a rispondere di qualsiasi irregolarità dovesse verificarsi nella loro catena di relazioni (approvvigionamento, clienti, ecc.) in quasliasi paese del mondo. Impresa praticamente impossibile anche per aziende rigorosissime nei controlli, per cui è facile pensare che esse cercherebbero altri lidi. In effetti, la normativa svizzera sarebbe unica al mondo perche andrebbe ben oltre gli standard internazionali esistenti, riconosciuti come validi. Identificare le grandi imprese, peggio ancora se multinazionali, come entità pericolose da abbattere è diventata purtroppo un’abitudine assai diffusa. Dimenticando però che sono spesso proprio queste aziende (per capacità finanziarie e organizzative) a garantire condizioni di lavoro che garantiscono molti dei principi della Responsabilità sociale delle imprese, invocata da più parti. Soprattutto dalle parti che vorrebbero cacciarle. Decisamente surreale. Senza dimenticare che la presenza di grandi aziende (multinazionali o meno) è da sempre un fondamentale tassello della nostra economia diversificata, perché dà lavoro a un enorme numero di piccole e medie aziende (giardinieri, elettricisti, autorimesse, pittori, ecc. solo per citarne alcuni).
Una vocazione internazionale che la Svizzera e il Ticino non possono assolutamente perdere e la Cc-Ti si batterà affinché le regole svizzere restino a livelli ragionevoli.
D’altro canto, continua anche il nostro impegno nel contesto della consulenza e della formazione rivolte all’export, che sta lottando strenuamente per cercare di riavvicinarsi ai livelli dello scorso anno. In ambito formativo ad esempio, abbiamo appena concluso un accordo di collaborazione con i colleghi delle Camere di commercio e dell’industria romande per svolgere un percorso/corso che aiuti le aziende a fare breccia nei mercati esteri considerati più difficili. La parte scientifica è assicurata dall’Alta Scuola di gestione di Ginevra, nel quadro del loro programma “International Business Management”.
Ulteriori informazioni a tal proposito sono disponibili qui (con la descrizione del programma e gli elementi per accedere alla presentazione dello stesso prevista per il 13 ottobre 2020, webinar).
Care imprenditrici, cari imprenditori, cari soci
/in Comunicazione e mediaLo scritto di Glauco Martinetti, Presidente Cc-Ti, sull’ultima edizione di Ticino Business
Dopo cinque anni alla Presidenza della Camera, per motivi puramente professionali, alla fine di quest’anno lascerò il mio mandato. Durante l’Assemblea del prossimo 16 ottobre verrà infatti eletto il nuovo Presidente.
Questo quinquennio è stato un periodo intenso, molto arricchente sul piano umano e professionale. Poter vedere in un solo colpo d’occhio le numerosissime sfaccettature dell’economia ticinese vi assicuro che è affascinante. Perché appunto la nostra economia è estremamente variegata, non solo per dimensioni delle nostre aziende, ma proprio per i vari settori che la compongono. Questa sua caratteristica ne fa quindi, di fatto, un’economia di difficile comprensione, difficile da pronosticare, difficile da capire. Ma dall’altro lato le dà una stabilità, una sicurezza e una resilienza molto interessanti.
In questo contesto quindi, dove le associazioni di categoria affiliate alla Cc-Ti sono ben quarantaquattro (dai banchieri ai piastrellisti), è quindi impossibile trovare la misura unica di sostegno, di rilancio, di aiuto. Molto più sovente è invece un insieme di misure e di attività che portano al successo. Per questo motivo l’indirizzo strategico scelto sotto la mia presidenza è stato quello di rafforzare la Camera quale interlocutore privilegiato dell’economia ticinese di fronte alle istituzioni sui temi generali. L’ho ripetuto in ogni discorso assembleare:
sui temi specifici settoriali è il settore economico stesso che deve poter improntare la sua linea strategica. Sui temi generali è invece la Camera che ha la miglior visione di insieme e che indirizza la via. Questo fatto impone alla Camera di avere però una cura particolare nell’improntare la comunicazione che deve essere giocoforza più istituzionale. La Camera è stata capace di raccogliere questa sfida e le numerose sollecitazioni dalle istituzioni ci attestano questo riconoscimento.
Il momento storico che stiamo vivendo è chiaramente molto particolare. Eppure non sto pensando al COVID-19 ed ai mesi passati.
Penso piuttosto alla quarta rivoluzione industriale che il COVID-19 sta implementando molto più velocemente di quanto pensassimo solo alcuni mesi fa. Parlo del nuovo modello di business che siamo chiamati a mettere in atto. È infatti evidente che ci stiamo proiettando a grande velocità su una nuova società: molto più smart, molto più green, molto più social.
Io stesso negli ultimi tre anni ho cambiato completamente il mio modo di operare: da innumerevoli viaggi in auto ho iniziato a usare il treno per ogni spostamento oltre Gottardo per poi passare ai vari Teams/Skype/Zoom durante la primavera 2020. Un guadagno di tempo, efficienza e sicurezza incalcolabile. Evidentemente questo è un piccolissimo esempio banale e non è che l’inizio: dobbiamo ripensare i nostri modelli di business, dobbiamo ripensare l’offerta per i nostri clienti, dobbiamo garantire il passaggio alla quarta rivoluzione industriale delle nostre aziende. La compenetrazione tra mondo fisico-reale, digitale e biologico è arrivata.
Sono convinto che proprio in questo ambito il nostro Cantone, la nostra economia, le nostre aziende abbiano ancora molto da offrire.
Il Ticino, grazie a queste tecnologie, non è più la duplice periferia di Zurigo e di Milano ma è invece un luogo centrale ed equidistante molto interessante per fare azienda. È quel luogo che permette un ottimo equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, che negli ultimi 20 anni ha sviluppato un nuovo mondo accademico (USI, SUPSI), dove fare innovazione è diventato più facile (Innovation Park Ticino, Fondazione Agire), dove l’incontro di due culture (latina e germanica) determinano ottime conoscenze linguistiche, dove la spinta delle nuove tecnologie è diventata realtà in ambito farmaceutico/medicale/ricerca.
La grande sfida sarà piuttosto le problematiche sociali che potrebbero nascere da questo mondo sempre più veloce. Il potenziale di sconvolgimento del mercato del lavoro che rischia una vera scissione netta tra bassa competenza/basso stipendio e alta competenza/alto stipendio è purtroppo elevato.
Lascio quindi una Camera solida, con iniziative dinamiche proiettate al futuro, molto vicina alle aziende in particolare sul tema centrale della formazione. Una Camera che con toni pacati ma decisi ha sempre difeso a spada tratta i diritti delle imprenditrici e imprenditori di questo cantone, sicura che nel dialogo e nel raffronto aperto risieda il metodo per affrontare i problemi.
Al mio successore e a voi tutti i migliori auguri di pieno successo e soddisfazioni.
Rischio aziendale e pandemia
/in Diritto, TematicheUna scheda giuridica redatta dall’Avv. Michele Rossi. Scopriamo i dettagli.
Ci sono situazioni in cui l’attività lavorativa non è possibile.
In alcuni casi l’impossibilità riguarda la persona del lavoratore come ad esempio la malattia, l’infortunio, le assenze per servizio militare, …Ma altre fattispecie toccano invece la sfera del datore di lavoro. L’art. 324 del Codice delle obbligazioni regola proprio queste situazioni.
La legge recita:
“se il datore di lavoro impedisce per sua colpa la prestazione del lavoro o è altrimenti in mora nell’accettazione del lavoro, egli rimane tenuto al pagamento del salario, senza che il lavoratore debba prestare ulteriormente il suo lavoro”.
Concretamente quando può verificarsi una simile situazione? Ad esempio quando il datore di lavoro non mette a disposizione dei dipendenti le necessarie infrastrutture produttive o gli strumenti di lavoro. Oppure quando ha omesso di chiedere, e pertanto di ottenere, una necessaria autorizzazione per svolgere l’attività in questione. Se, in questi casi, i dipendenti manifestano la loro disponibilità al lavoro, ma l’attività, per i motivi sopra citati, non può essere svolta, ecco che hanno ugualmente diritto al salario.
Lo stesso vale per il cosiddetto rischio economico e per il rischio aziendale, entrambi a carico del datore di lavoro. Il rischio economico riguarda il caso in cui il lavoro è tecnicamente possibile ma non è utile/opportuno per ragioni prettamente economiche (ad esempio il crollo dei prezzi). Il rischio aziendale è invece quello inerente all’attività dell’azienda del datore di lavoro. Come detto, in simili situazioni il datore di lavoro non può rifiutarsi di versare il salario.
E in caso di pandemia cosa succede? Si tratta di una situazione appena vissuta che ha generato importanti limitazioni delle attività economiche, anche nel nostro Cantone. Ora, già nel mese di febbraio la Segreteria di Stato dell’economia – SECO, in una sua comunicazione ufficiale, ha ritenuto che “…la comparsa inaspettata del nuovo coronavirus e dei suoi effetti non rientri nella sfera comune del rischio aziendale…”.
Questa situazione di crisi è comunque stata affrontata con la concessione delle indennità per il lavoro ridotto, qualora fosse dato un nesso causale tra diminuzione del lavoro e crisi sanitaria.
Il Carnet ATA: il passaporto per le merci
/in Internazionale, TematicheIl Carnet ATA è una combinazione di termini francesi “Admission temporaire” ed inglesi “Temporary Admission”. Questo documento doganale ufficiale viene definito come il passaporto per le merci.
L’idea di un regime di ammissione di franchigia per i campioni era già stata elaborata su base bilaterale tra Austria e Svizzera, regime che entrò in vigore tra i due Paesi nel febbraio del 1954. In accordo fu creata la prima Convenzione, con la documentazione Carnet ECS (dal francese “Echantillons Commerciaux”) che andava a sostituire qualsiasi deposito o garanzia per i dazi e gli oneri all’importazione. A seguito del successo del Carnet ECS seguì il Carnet ATA, visto come una versione aggiornata a quella precedente.
Tra il 1950 e il 1970 vi è stato un incremento nel numero di Convenzioni internazionali, raccomandazioni, accordi e altri strumenti sull’ammissione temporanea, ciò ha creato molta confusione per la comunità imprenditoriale internazionale, complicando molto il lavoro delle dogane. Nei primi anni ‘90, l’Organizzazione Mondiale delle Dogane ha deciso di istituire una Convenzione Mondiale sull’ammissione temporanea (Convenzione di Istanbul) con lo scopo di semplificare ed armonizzare i regimi doganali, in particolare la creazione di uno strumento internazionale unico che raggruppi tutte le convenzioni già esistenti in ambito di esportazione temporanea. La Convenzione riguardo all’ammissione temporanea è stata conclusa a Istanbul il 26 giugno 1990 ed è quindi entrata in vigore il 27 novembre del 1993 in lingua inglese e francese con depositario l’Organizzazione Mondiale delle Dogane. Il Carnet ATA è gestito in congiunta dalla World Customs Organization (WCO) e dalla International Chamber of Commerce (ICC).
Ciascun allegato della Convenzione di Istanbul autorizza l’esportazione temporanea di merci per uno scopo preciso come:
Il Carnet ATA comprende una copertina rigida anteriore e una posteriore e vari fogli interni, di diversi colori, per le operazioni di esportazione e re-importazione nel Paese di origine, per le operazioni di transito attraverso nazioni terze e per le operazioni doganali nella nazione di arrivo. Ogni autorità doganale coinvolta trattiene la parte inferiore dei fogli di sua competenza (volet), timbrandone la parte superiore che rimane sempre nel Carnet ATA (souche).
Tutte le merci che vengono importate temporaneamente in un territorio, in esenzione di dazi e tasse all’importazione e senza proibizioni o restrizioni di carattere economico, devono essere riesportate entro un anno dalla data di emissione del Carnet ATA. Inoltre, durante la loro permanenza nel Paese estero le merci non devono subire nessun cambiamento fisico o di stato, nemmeno una semplice riparazione.
Utilizzando il Carnet ATA per l’esportazione temporanea si può facilitare agli operatori l’accesso alle disposizioni internazionali vigenti e contribuire in modo efficace allo sviluppo del commercio internazionale e di altre forme di scambi commerciali. Inoltre esso garantisce una maggiore semplificazione dei regimi doganali, facilitando così l’esportazione temporanea di merce all’estero, armonizzando le svariate procedure, proseguendo obiettivi di carattere economico, umanitario, culturale, sociale e turistico, come l’esportazione di opere d’arte, sculture, o perfino cavalli iscritti a competizioni sportive, come pure veicoli ad uso su pista.
Un documento simile è il Carnet CPD, utilizzato solamente per le esportazioni temporanee a Taiwan e un certo numero di Paesi ATA tra cui la Svizzera. Questo documento viene rilasciato dalla Camera di commercio e le condizioni per il suo uso sono identiche al Carnet ATA.
Per poter richiedere un Carnet ATA bisogna contattare la propria Camera di commercio, che vi indirizzerà sul portale www.ataswiss.ch, la pagina sulla quale si possono richiedere i Carnet ATA online dopo aver creato il proprio account.
www.ataswiss.ch è accessibile 24 h su 24 h, sette giorni su sette. Una volta effettuato il log-in, si può iniziare, in modo semplice e pratico, la compilazione del documento ATA.
Bisogna inserire i propri dati personali e una dettagliata descrizione della merce che si vuole esportare temporaneamente. In seguito la Camera di commercio competente potrà stampare il Carnet ATA e prendere contatto con il titolare.
Una volta in possesso del Carnet ATA il titolare deve recarsi alla dogana commerciale per l’apertura del Carnet. Questa procedura deve essere effettuata solamente alla prima uscita, per tutti i transiti successivi ci si può recare alla dogana turistica. Molto importante e da mai dimenticare è far timbrare il documento ATA ad ogni valico doganale, sia all’esportazione dalla Svizzera come pure all’importazione nel Paese estero.
Occorre ripetere la stessa procedura al rientro dal proprio viaggio, in particolar modo alla riesportazione dal Paese estero e alla reimportazione in Svizzera. Ogni viaggio deve contenere quattro timbri doganali, i viaggi con il Carnet ATA sono illimitati. Nel momento in cui tutta la merce esportata temporaneamente rientra in Svizzera in modo definitivo, senza aver subito dei cambiamenti e il Carnet ATA non serve più bisogna riportarlo o spedirlo alla propria Camera di Commercio per il controllo e la chiusura definitiva.
Info dirette: www.cc-ti.ch/carnet-ata e www.ataswiss.ch
Tra fatti e illusioni, parte seconda
/in Comunicazione e mediaL’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni
Tra qualche giorno sapremo se la libera circolazione delle persone concordata fra Svizzera e Unione Europea (UE) cadrà e trascinerà con sé tutti gli altri accordi bilaterali conclusi nel 1999, come prevede l’inequivocabile testo della clausola ghigliottina. In tal caso, si aprirebbe una fase di incertezza considerevole e sappiamo che l’incertezza è uno dei peggiori nemici dell’economia e quindi per tutta la popolazione. L’esempio inglese dimostra come negoziare oggi nuovi accordi sia molto difficile. I britannici tentano invano da ormai cinque anni una via bilaterale simile alla nostra, senza riuscirvi. Questo pur essendo l’Inghilterra una potenza nucleare, la quinta economia mondiale e un importante paese contribuente in seno all’UE. È pertanto una pure illusione pensare che la Svizzera potrebbe facilmente spuntare nuove condizioni favorevoli o comunque un approccio morbido da parte del partner europeo. Questi sono fatti, non facili isterismi come insinua qualcuno. Va rilevata una differenza sostanziale tra la situazione inglese e la nostra. L’Inghilterra in tutto questa lunga fase transitoria che dura da anni è comunque rimasta nel mercato europeo, continuando ad applicare le regole esistenti. Per la Svizzera non vi sarebbe un periodo transitorio favorevole così lungo perché secondo le regole vigenti dopo 6 mesi tutti gli accordi cadrebbero automaticamente, lasciando un vuoto giuridico carico di insidie. È sbagliato relativizzare l’importanza degli Accordi bilaterali. Essi rappresentano l’asse portante delle nostre relazioni con l’UE e invocare l’esistenza di altri 100 convenzioni che regolano tali rapporti è un esempio improprio. Fatta eccezione per alcuni altri accordi, come quello di libero scambio del 1972 concernente i dazi per i prodotti industriali e quelli agricoli trasformati, molti sono evoluzioni di quelli a cui dovremmo ora rinunciare oppure regolano questioni tecniche, come il colore dei formulari da usare per lo svolgimento di talune pratiche burocratiche. È come se nel calcio si desse la stessa valenza alla regola del fuorigioco e a quella che disciplina il colore delle bandierine del calcio d’angolo. Infine, è curioso rilevare come molti sostenitori dell’iniziativa che solitamente si battono per ridurre le spese dello Stato, in questo caso propongano di tornare a uno Stato plenipotenziario sull’immigrazione, con tutto quanto ne consegue anche in termini di burocrazia. In nome di una presunta «immigrazione di qualità» non meglio definita né definibile, quale «pozione magica» per la nostra economia e per l’intero mercato del lavoro. E se per qualità si intendono solo «alti profili», questo, oltre che essere irrealistico, penalizzerebbe d’un sol colpo centinaia di aziende che devono poter ricorrere a una manodopera di ogni genere. Una contraddizione palese che dimostra i limiti della proposta in votazione.
Al momento attuale una via senza alternative
/in Comunicazione e mediaLo scritto di Glauco Martinetti, Presidente Cc-Ti
Gli accordi bilaterali con l’Unione Europea (UE) e la libera circolazione sono oggetto di discussioni molto accese. In parte comprensibili, visto che essi hanno generato importanti benefici economici per la Svizzera, ma anche effetti indesiderati sul mercato del lavoro. È sempre difficile stilare bilanci definitivi di costi e benefici, perché i parametri da tenere in considerazione sono molti, sebbene non vada dimenticato il principio fondamentale degli Accordi bilaterali che permettono l’accesso controllato al nostro più grande mercato di riferimento senza dover aderire all’UE, vantaggio non da poco. In sostanza, si facilita il nostro interscambio commerciale con l’UE è che è pari ad un miliardo di franchi al giorno. Per quanto riguarda cifre concrete, è opportuno ricordare che il Consiglio federale nel 2015 aveva commissionato due studi per calcolare l’impatto economico di un’eventuale caduta dei bilaterali conclusi nel 1999. Entrambi gli studi concludono che tale caduta avrebbe degli effetti negativi importanti per l’economia svizzera. Stimano infatti che la nostra economia sull’arco di 20 anni subirebbe una contrazione di circa 500 miliardi di CHF, pari quindi a circa un intero PIL annuo nazionale. Questo è il valore economico generale dei bilaterali. Questo non vuol dire nascondersi dietro un dito e negare che le regioni di frontiera sono esposte più di altre a effetti negativi. A questo servono le misure di accompagnamento, di cui il Ticino ha fatto ampio uso, adottando numerosi contratti normali di lavoro che fissano dei parametri salariali obbligatori.
La clausola ghigliottina
Immaginare che si possa abbattere la libera circolazione senza toccare gli altri accordi, essenziali per l’economia svizzera, è fuori luogo. La clausola ghigliottina, di cui taluni a torto negano l’esistenza e la portata, prevede che la disdetta dell’Accordo sulla libera circolazione avrebbe quale effetto automatico la caduta degli altri 6 accordi bilaterali conclusi con l’UE nel 1999 (trasporti terrestri, trasporto aereo, commercio prodotti agricoli, partecipazione al programma UE di ricerca, abolizione degli ostacoli tecnici al commercio, appalti
pubblici). La clausola ghigliottina è contenuta nell’art. 25 cpv.4 dell’accordo il cui testo recita: «I sette accordi di cui al paragrafo 1 cessano di applicarsi dopo sei mesi dal ricevimento della notifica relativa al mancato rinnovo di cui al paragrafo 2 o alla denuncia di cui al paragrafo 3». Il testo è inequivocabile e non lascia spazio a interpretazioni o altre acrobazie. La caduta degli Accordi bilaterali non dipende da eventuali disdette da parte dell’UE ma è una conseguenza giuridica automatica che non necessita di ulteriori atti formali da parte di nessuno.
Accordi bilaterali bis: Schengen e Dublino
Senza dimenticare che la caduta del primo pacchetto di Accordi bilaterali porrebbe seri problemi anche con gli Accordi di Schengen e Dublino che regolano la cooperazione in materia di giustizia, polizia, visti e asilo, intese molto importanti non solo per la sicurezza interna della Svizzera ma anche per il turismo. In effetti, anche se i bilaterali bis (quelli conclusi successivamente, nel 2004), a differenza del primo pacchetto di accordi, non sono formalmente vincolati da alcuna clausola ghigliottina, cadrebbe anche la partecipazione della Svizzera al sistema di Schengen e a quello di Dublino, essendo la libera circolazione il pilastro su cui poggia questa nostra collaborazione. L’uscita della Svizzera dal sistema di Schengen trasformerebbe tutte le frontiere svizzere in frontiere esterne. Ciò significa che ogni persona in uscita dalla Svizzera verso lo spazio Schengen dovrebbe essere sistematicamente controllata nel senso che i relativi dati personali andrebbero inseriti nel sistema informatico di Schengen per le necessarie verifiche.
L’applicazione di tali controlli sistematici implica un evidente aumento delle colonne alle nostre dogane, come dimostrato qualche anno fa dalla Germania al valico di Basilea, con colonne di decine di chilometri che si sono formate proprio per permettere di espletare queste formalità. Questo non sarebbe certo nell’interesse dell’economia e delle cittadine e dei cittadini svizzeri. È del resto uno degli elementi più preoccupanti anche per l’Inghilterra che giustamente teme l’intasamento insostenibile dei porti adibiti al trasporto di merci
via camion. Per quanto riguarda l’uscita della Svizzera dal sistema di Dublino, ciò significherebbe che la Svizzera diventerebbe l’unica alternativa in Europa per i richiedenti l’asilo. Oggi, grazie a Dublino, un richiedente ha diritto ad una sola procedura in tutto il continente. Tutti gli Stati che fanno parte del sistema sanno, grazie allo scambio di informazioni, se una persona ha già depositato una richiesta in un altro Stato e, su tale base, possono rifiutarsi di entrare nel merito di una seconda richiesta. Fuori dal sistema, la Svizzera sarebbe invece tenuta ad aprire un incarto per ogni procedura avviata sul nostro territorio. Facile immaginare che vi sarebbe un aumento esponenziale delle procedure di asilo nel nostro paese.
Quali alternative?
Esiste un piano B in caso di approvazione dell’iniziativa «Per un immigrazione moderata»? E quali sarebbero i margini negoziali per la Svizzera? Gli iniziativisti affermano che basterebbe rinegoziare con l’UE, sottintendendo che sarebbe come una passeggiata di salute. In realtà, se dovessero cadere gli Accordi bilaterali, il Consiglio federale dovrebbe immaginarsi un piano C, in quanto va ricordato che gli accordi settoriali in vigore con l’UE rappresentano già un piano B, ossia l’opzione scelta dopo che nel dicembre del ’92 in
votazione popolare venne rifiutata l’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo (SEE). Caduta l’opzione SEE l’alternativa non poteva che essere bilaterale, come gli accordi che abbiamo poi concluso nel ’99, visto che giustamente nessuno vuole l’adesione all’UE. Negoziare nuovi accordi sarebbe però un esercizio tutt’altro che scontato e più complesso rispetto al passato. Infatti per concludere i bilaterali in vigore fu necessario mettere d’accordo 15 Stati membri, che nel frattempo sono diventati ben 27. Inoltre sappiamo già che l’UE chiede, per poter concludere nuovi accordi, che la Svizzera sia disposta ad accettare la ripresa del diritto europeo futuro e la giurisdizione della Corte di Giustizia dell’UE, aspetti che gli attuali accordi non prevedono. In altre parole, sarebbe impossibile «portare a casa» degli accordi statici, come quelli che abbiamo già.
Gli insegnamenti della Brexit
Senza dimenticare che l’esperienza della Brexit, al di là dei trionfalismi di Boris Johnson, ci insegna che negoziare con un colosso come l’UE non è per nulla facile. Infatti l’Inghilterra con la Brexit ha liberamente deciso di uscire dall’UE e ora sta faticosamente tentando di negoziare con Bruxelles una collaborazione bilaterale, come quella che la Svizzera è riuscita ad ottenere negli anni ‘90. Noi la nostra Brexit l’abbiamo fatta nel 1992, non aderendo allo SEE, e, quale alternativa, abbiamo sviluppato una rete di accordi bilaterali. Esattamente quello che vorrebbe ottenere Londra. E non è detto che ci riesca. A mio parere vi sono elementi più che sufficienti per respingere l’iniziativa per un’immigrazione moderata, che in realtà mira a far cadere tutti gli Accordi bilaterali, con conseguente instabilità per molti anni ed effetti negativi per l’economia e quindi per tutta la popolazione svizzera.
In conclusione
La saggezza popolare ci ha lasciato una miriade di modi di dire semplici, ma che rappresentano bene la situazione attuale: «Chi troppo vuole nulla stringe, saltare dalla padella alla brace, si conosce quello che si lascia ma non quello che si trova, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino», solo per citarne alcuni. Senza dimenticare che di solito prendere a pesci in faccia il cliente più importante non è mai una grande trovata. Tutto questo per dire che gli accordi bilaterali nella loro totalità possono forse anche non piacere, ma che prima di proporre un annullamento completo del sistema (perché di fatto di questo si tratta) bisogna avere veramente dei motivi gravi e fondati. A mio modesto parere la situazione attuale è ben lungi da essere arrivata a questo punto di criticità. Consiglio quindi di votare un NO ben ponderato a questa iniziativa.
Mercati emergenti – consulenti a disposizione delle PMI
/in Internazionale, TematicheLa Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino (Cc-Ti), unitamente alle Camere di commercio e dell’industria romande, ha varato un importante progetto a favore delle PMI. Lo scopo è di sostenere le PMI nell’ambito dell’export, soprattutto sui mercati considerati emergenti, che presentano a volte difficoltà maggiori rispetto a mercati considerati più “tradizionali”.
Questo sostegno avviene prevedendo percorsi differenziati a dipendenza delle esigenze delle singole aziende e delle varie realtà cantonali. La scelta di orientarsi prevalentemente alle economie dei paesi emergenti è data anche dal fatto che esse rappresentano dal 2016 oltre il 65% della ricchezza mondiale e, nonostante la crisi del coronavirus, il PIL della Cina da solo probabilmente supererà quello degli Stati Uniti prima del 2025. Si tratta di paesi che sono considerati i principali partner commerciali sia per l’Unione Europea che per la Svizzera.
All’origine dell’iniziativa vi è la Camera di commercio e dell’industria di Ginevra (CCIG) che, da questo mese di settembre ha attivato una collaborazione con l’Alta scuola di gestione ginevrina nel quadro del programma di formazione di “International Business Management”. Nell’ambito di tale programma hanno preso avvio per il 2020-21 due nuovi servizi concordati proprio tra le scuole e i nostri colleghi ginevrini, con il supporto del Centro di competenze digitali presso l’Università di scienze applicate della Svizzera occidentale. Si tratta di:
Due esperti senior in commercio internazionale e mercati emergenti, nonché una dozzina di giovani consulenti junior che seguono il corso di specializzazione saranno a disposizione delle PMI interessate presso la Geneva School of Management (HEG-Ge) per definire quale sia la maniera migliore di procedere per le singole aziende interessate. La struttura accademica collaborerà strettamente con i servizi di comunicazione e di esportazione della CCIG e di tutte le altre Camere (compresa la Cc-Ti) facenti parte del progetto.
RILANCIO ECONOMICO: COME ACCEDERE AI MERCATI DEI PAESI EMERGENTI?
MARTEDÌ 13 OTTOBRE 2020 17:00 – 18:30, WEBINAR IN LINGUA FRANCESE
Organizzatori: Haute Ecole de Gestion (IBM), in collaborazione con CCIG
Le economie dei paesi emergenti rappresentano nel 2020, Cina e India in testa, quasi il 65% della ricchezza mondiale con una domanda crescente di capitali e beni di consumo.
Questa presentazione offre un’introduzione sintetica su come mobilitare le risorse interne all’azienda e accedere dalla Svizzera a servizi di supporto pubblici e privati, con orientamento commerciale, finanziario, legale e logistico. Tutti fattori essenziali per accedere a mercati emergenti attraenti ma distanti geograficamente e a volte rischiosi per la complessità delle norme e del sistema-paese.
Link per iscrizione
Scegliere di scegliere, in azienda
/in Appuntamenti, Eventi co-organizzati, Eventi e missioniProponiamo un corso/evento – creato in collaborazione con ARU – sul tema della gestione responsabile di un’organizzazione.
In scenari economici complessi e caratterizzati da volatilità e velocità, è necessario sviluppare strategie flessibili in grado di far muovere rapidamente l’organizzazione e le risorse nei cambiamenti per espandere la propria presenza sui mercati.
Comprendere a fondo il valore del capitale umano presente in azienda e individuare le competenze necessarie alle risorse per affrontare le sfide future, è quindi un fattore competitivo importante per avere successo e per garantire la realizzazione dei cambiamenti, e ciò può essere realizzato solo attraverso una valutazione approfondita delle persone, delle loro esperienze e della loro capacità di affrontare e adattarsi al nuovo.
Scegliere con chi e come affrontare la sfida diventa un imperativo per chiunque debba gestire un’organizzazione e voglia farlo con responsabilità: ma come scegliere? Come assicurare lo sviluppo sostenibile delle competenze, come creare il contratto di fiducia con le persone?
Questo corso ti fornirà gli strumenti necessari a mettere meglio a fuoco l’organizzazione della tua azienda, i driver più importanti per il tuo business e a dimensionare in modo ottimale le risorse, allenando al contempo i capi a creare empowerment e a sviluppare competenze e valore, a dare supporto alle persone nello sviluppo di percorsi finalizzati alla crescita professionale e all’evoluzione personale.
A questo proposito viene proposto questo percorso – sviluppato in collaborazione con ARU – Architettura Risorse Umane – che prevede la possibilità di essere seguito in presenza o in streaming, con un laboratorio interattivo in presenza al termine del ciclo dei 3 seminari.
Tutti i dettagli direttamente sul nostro sito tramite questo link.
In collaborazione con
ARU – Architettura Risorse Umane, Lugano
Over the rainbow… ovvero la pentola d’oro del team
/in Risorse umane, TematicheUna riflessione a 360 gradi sui team e sul lavorare in modo efficiente e concertato in essi.
Esco da una riunione di Direzione in cui abbiamo speso 2 ore per decidere che…non eravamo pronti a decidere. Amo lavorare in team.
Vibra il cellulare, è un messaggio sulla chat del Project team. Durante la riunione sono arrivati 23 messaggi. Tranne due gli altri sono inutili commenti su commenti…bla bla bla… Amo lavorare in team.
Vibra il cellulare, è un collega che si preoccupa perché un’altra collega sarebbe secondo lui (lei non ha parlato) demotivata e gli sembra (sic!) che gli altri componenti del team non se ne curino abbastanza (si concentrano “solo” sulle attività operative!). “Che team è quello che non si prende cura dei suoi membri?” si chiede. La discussione prende la piega del gruppo psicoterapeutico. Amo lavorare in team. O forse no.
A pensarci bene certe volte non amo lavorare in team…no. Diciamo la verità: molto spesso si lavorerebbe meglio da soli.
Il fatto è che spesso il team invece di costituire il vantaggio promesso diventa la sorgente di dinamiche disfunzionali, di crepe relazionali e di totale perdita di tempo.
Dipende dai singoli? Forse. Ma se chiedete in giro tutti vi diranno che loro sanno lavorare in team e sono degli ottimi team player.
Dipende dalla diversità? Di sicuro non volevate il fenomeno del group thinking…ma mettete insieme cinque teste diverse e avrete sei partiti.
Dipende dal leader? Ah beh, c’è qualcosa che dicono che non dipenda dal leader? Se il team non funziona è di sicuro colpa sua.
Quello che però penso davvero è che (tenetevi forti) il team non esista se non nella nostra testa. Non esiste un “oggetto”, o anche un soggetto che si chiami team e che si è costruito una volta per tutte in qualche modo. Quello che esiste è invece una manifestazione che è il risultato di un processo o di più processi costitutivi. Cioè esiste un qualcosa di dinamico, il team, che emerge fintanto che vi siano processi che lo fanno emergere (no, non ho preso sostanze allucinogene). Appena questi processi finiscono o diventano difettosi il team cessa di esistere, a parte nella nostra mente dove lo abbiamo oggettivato (cioè reso un “oggetto” dalle proprietà immutabili). Il team è un “emergente dinamico” (calma, continuate a leggere!) le cui proprietà sono anch’esse dinamiche. In pratica è come un arcobaleno, c’è fintanto che il sole si proietta di taglio su goccioline di pioggia: più sole più arcobaleno, via il sole o via la pioggia fine dell’arcobaleno.
Quindi il punto è che se un team non funziona, vuol dire che in quel momento il team di fatto non esiste e se il team non esiste è perché i processi che lo dovrebbero mantenere tale sono in quel momento e in quel contesto difettosi o assenti.
Ora poiché nessun processo è a costo zero, dovrebbe risultare chiaro a tutti, ma proprio a tutti (aspiranti team leader e membri del team), che lavorare in team è fatica. Più fatica che a lavorar da soli. Quindi o questa fatica è ripagata o invece di essere un investimento è una perdita certa.
Questo ci porta dritti ad uno dei processi fondamentali di emersione del team: il senso del perché siamo insieme. Attenzione questo non è definito una volta per tutte, il senso deve essere presente costantemente e sfortunatamente deve anche essere lo stesso per tutti. Altrimenti mentre voi starete lottando disperatamente per rispettare una consegna, ci sarà un collega che aprirà discorsi (e conflitti) sul fatto che in questo team non si comunica e non c’è empatia. E i team sono diversi perché hanno molti sensi possibili. Vi siete mai chiesti se il vostro è lo stesso di quello degli altri? (sicuramente quando il team non funziona).
Il secondo processo (che farà male ai più delicati) è legato al concetto di utilità. Sarò parte del team se il resto dei colleghi percepisce la mia utilità rispetto allo scopo, ovvero se il mio contributo è visibile e consente un passo in più verso lo scopo. Un concetto imprescindibile da quello di competenza. Per quanto si possa valorizzare l’impegno di una persona, la sua competenza rispetto allo scopo è una condizione necessaria. Per chi si stia chiedendo che fine ha fatto l’empatia e la relazione affettiva, ricordo che ci sono molti team che non ne hanno bisogno per funzionare bene (magari non è il team che fa per voi), ma ce ne sono alcuni senza cui il team non esisterebbe del tutto (questi invece lo sono!). Quindi la domanda da porsi è: cosa devo saper fare perché io vada bene per il mio tipo di team?
Il terzo processo è la definizione delle regole d’ingaggio, quelle esplicite e ancora di più quelle implicite. Si la diversità è una bella ed utile cosa, ma porta rapidamente al caos se non ci sono regole. Le regole stabiliscono i modi e gli spazi di azione. La cattiva notizia è che sfortunatamente non c’è un altro modo che il conflitto per far emergere gli impliciti: farli emergere per poi poterseli negoziare. Quindi abituiamoci a vivere nel conflitto e a saperlo usare, altrimenti è meglio che vi ritiriate a lavorare nella solitudine dello smartworking.
Il quarto processo è l’uso che si fa della disciplina, intesa nel suo senso più lato. Nessuna regola può resistere senza disciplina. Un team che non costruisce un suo modo di interpretare la disciplina finirà per non raggiungere il suo scopo, disperdendo le sue risorse e perdendo opportunità.
Infine, il punto più delicato: l’apprendimento. Senza la capacità di apprendere il team vive un intenso attimo e poi sparisce. È il modo come apprende ad apprendere che gli permette di durare, manutenendo ed evolvendo costantemente tutti i processi che lo fanno “emergere”.
L’insieme di questi processi porta all’emersione nel tempo di una identità di team che ha delle proprietà definite, i colori del suo arcobaleno.
Fin tanto che questi processi sono adeguati ed efficaci il team emerge e l’arcobaleno splende in tutti i suoi colori.
In ciascuno di essi c’è uno sforzo e una responsabilità individuale, che può essere diversa da ruolo a ruolo, ma che è comunque distribuita, non importa se si sia leader o membri del team.
Smettiamo di credere alle favole sul team: non c’è nessuna facile pentola d’oro sotto l’arcobaleno. Solo l’arcobaleno e i suoi colori…finché li facciamo durare, ma farli durare…è fatica.
Scusate, vibra il cellulare. È il mio team leader…ha bisogno di essere motivato…
Articolo a cura di
Andrea Abbatelli, Partner KIAI Sagl