Lavoro: trasformazione sociale e digitale

Vogliamo riproporvi la nostra posizione sul tema della trasformazione sociale in relazione alle nuove forme di lavoro. Si parla di generazione X e Y, di baby-boomers, ma anche di formazione e digitalizzazione. Un mondo che cambia e che offre spunti per nuove opportunità per le aziende.

Un famoso adagio recita che il lavoro nobilita l’uomo. Oggi diremmo piuttosto che, almeno in parte, l’uomo trasforma il lavoro e che lo rende o cerca di renderlo in qualche modo più consono alle esigenze di vita, attuali che si sono pure profondamente trasformate negli ultimi decenni. La definizione di lavoro è mutata fortemente nel tempo, come spiegato nell’articolo “Per una nuova cultura del lavoro” apparso su Ticino Business di maggio 2017, anche se resta uno dei perni centrali della vita, sia per le nuove leve che per chi ha già molti anni di esperienza sul campo. Ma il mondo del lavoro, da sempre in trasformazione, sta conoscendo mutamenti repentini e sono nati, stanno nascendo e nasceranno nuovi modelli di lavoro sempre più diversificati, grazie o a causa delle molte possibilità offerte dalla tecnologia. In questo contesto è ovviamente di particolare attualità la questione demografica, con le sue importanti implicazioni sull’aspetto previdenziale. Molte possibilità, molte innovazioni, ma paradossalmente una situazione complessiva che rischia di essere sempre più complicata e caratterizzata dall’esigenza di soluzioni “su misura”, non solo per le aziende ma anche per le lavoratrici e i lavoratori.

I baby-boomers e le nuove leve

Recentemente è stato pubblicato il nuovo documento dell’Ufficio cantonale di statistica (USTAT) denominato “Scenari demografici per il Cantone Ticino e le sue regioni, 2016-2040,” il quale ci fa riflettere su come si presenta e come evolverà la struttura della popolazione nel nostro Cantone. Fa riflettere il fatto che la popolazione ticinese invecchierà e attorno al 2035 la generazione del baby-boom si ritroverà nella fascia degli ultrasessantacinquenni. Essi saranno quindi già in pensione, oppure potranno continuare a lavorare secondo i nuovi modelli di lavoro che si stanno delineando in questi anni. In pratica tra 20 anni potremmo avere una eterogeneità di età di persone al lavoro che probabilmente non si è mai vista nella storia! Perché accanto a una parte di loro ci saranno la generazione Y (nati tra il 1982 e il 1996), che nel 2035 avranno tra i 40 e 50 anni, e le nuove leve della generazione Z.

Per trarre il maggior numero di vantaggi da questi cambiamenti, è imprescindibile affrontare l’evoluzione anche dal punto di vista della cultura d’impresa.

Le nuove generazioni intendono il lavoro diversamente

Il quadro è quindi quello di una crescente diversità di età sul posto di lavoro e questo implica, già adesso, una varietà di modelli lavorativi. Il concetto dello stesso posto di lavoro per una vita e sempre a tempo pieno è oramai sempre più rimesso in discussione oggigiorno. E non solo per la vera o presunta precarietà, ma anche per la volontà delle lavoratrici e dei lavoratori. La tecnologia ha avuto un grande impatto sulle società e forse la generazione Y è la prima che ha interiorizzato così profondamente le possibilità che essa fornisce. Quella che un tempo era solo precarietà, oggi viene vista anche come flessibilità, con un’accezione positiva nel senso di una nuova possibilità di organizzare la propria vita e di svilupparsi in maniera poliedrica. Senza negare che vi siano problemi in questo processo di cambiamento, non va dimenticato il rovescio positivo della medaglia che ci sta portando verso modelli di lavoro sempre più diversificati e individualizzati. Questo porterà anche i datori di lavoro ad affrontare nuove sfide. Occorrerà pensare in maniera diversa per attrarre e mantenere i giovani talenti. Al contempo bisognerà trovare un equilibrio interno di gestione tra loro e i colleghi di generazioni diverse, abituati a un modo di approcciarsi al lavoro magari più tradizionale. La gestione di nuovi modelli di lavoro, e nuovi modelli di business in generale, è un compito affascinante ma al contempo molto impegnativo per le aziende, perché la rimessa in questione di molte cose date per acquisite è molto profonda e tocca tanti ambiti.

Una nuova cultura aziendale

Per riuscire a cavalcare e non subire questi cambiamenti e per trarne il maggior numero di vantaggi per tutti, è imprescindibile affrontare l’evoluzione anche dal punto di vista della cultura d’impresa. Questo va ben oltre la gestione del tempo parziale o del lavoro flessibile, c’è la necessità di ragionare, nel limite del possibile dell’attività condotta dalla propria azienda, a modi diversi di intendere la presenza sul luogo di lavoro e gli orari in cui esso viene svolto. Si può pensare a forme di collaborazioni diverse con i propri collaboratori come l’attività di free-lance, o concedere che essi possano svolgere più incarichi. Anche la possibilità di congedi che vanno oltre gli stop classici come quelli per maternità saranno necessari per motivare e mantenere in azienda le nuove generazioni. Si lavorerà più a lungo ma in modo probabilmente diverso. Come Cc-Ti siamo coscienti che quanto sopra esposto non è di facile attuazione e dipende da moltissimi fattori, avantutto le strutture aziendali e i modelli di business, che sono molto differenti da azienda a azienda, anche nello stesso settore. Specialmente in contesto caratterizzato da continui e repentini mutamenti e un aumento della concorrenza globale. Ma siamo fiduciosi che le aziende sapranno raccogliere anche questa sfida, come hanno dimostrato di saper fare in tempi recenti gestendo al meglio gravi crisi. Certo è che anche il contesto politico generale deve rendersi conto dei mutamenti e aprirsi a soluzioni nuove, senza arroccarsi sulla difesa a oltranza di modelli ampiamente superati dalla realtà del terreno. Non si tratta di far saltare tutte le regole, anzi. Ma quelle che ci sono devono corrispondere alle esigenze reali espresse da chi lavora.

Il valore della formazione

Abbiamo sempre considerato la formazione una parte importante della vita di ogni azienda. Non a caso da anni offriamo ai nostri associati la possibilità di scegliere tra una vasta gamma di corsi per migliorare le conoscenze del proprio capitale umano. Ma il valore che assumerà la formazione negli anni a venire travalica quanto considerato in passato e assumerà una rilevanza ancora più strategica. Questo perché collaboratrici e collaboratori dovranno costantemente rimanere al passo ad esempio con l’evoluzione tecnologica, per sfruttarne al meglio le potenzialità. Il gioco di squadra fra datori di lavoro e dipendenti è fondamentale in quest’ottica, soprattutto per la generazione nata prima degli anni ‘80. Mentre per le nuove leve l’attenzione per l’acquisizione di competenze tecniche sarà una spinta importantissima per la considerazione e la soddisfazione verso il proprio lavoro.

Le sfide legislative e previdenziali

Abbiamo un diritto del lavoro pensato per un mondo che è già molto cambiato. Si veda ad esempio le “nuove” regole della Seco sul modo in cui si deve registrare il tempo di lavoro. Esse sono sì frutto di un compromesso, ma sono già vecchie perché pensate per modelli di business più rigidi di ciò che sta avvenendo sul terreno. Disposizioni coraggiose e al passo con i tempi avrebbero dovuto essere di altro tenore. Il che non significa sdoganare abusi o liberalizzare in modo selvaggio, bensì tenere conto del fatto che l’economia oggi è molto più complessa e ha esigenze di operatività ben diverse rispetto a qualche anno fa. Ovviamente in questo contesto va ripensato anche il metodo di finanziamento della previdenza, tema di grande attualità non solo in Svizzera ma in tutto il mondo occidentale. La riforma 2020 su cui si voterà prossimamente pensa al futuro assumendo che le nuove generazioni faranno come le precedenti, solo più a lungo. E questo è probabilmente un punto debole della riflessione. Si lavorerà più a lungo, forse, ma comunque in modo diverso e questo purtroppo non è stato preso in considerazione. Come si farà con i “buchi contributivi” magari dati da un periodo di stop oppure per un periodo lavorativo all’estero, che con la moderna mobilità potrà essere sempre più frequente? Tanti quesiti che i 70 franchi in più di rendita proposti per l’AVS non potranno risolvere. La previdenza professionale, ma soprattutto quella facoltativa del terzo pilastro dovranno probabilmente assumere maggiore importanza, ma definire come è, occorre ammetterlo, un compito assai arduo.

La gestione del cambiamento sarà fondamentale

Le nuove forme di lavoro saranno trainate da cambiamenti di ordine demografico e sociologico importante e l’unico punto fermo che al momento si può intravvedere è che ci saranno probabilmente sempre meno punti fermi. Sembra un paradosso, ma è così e non è per forza solo negativo. In questo senso la gestione del cambiamento in azienda sarà vieppiù un tema caldo per dirigenti e collaboratrici e collaboratori. Imparare ad accettare il mondo che cambia e muoversi con lui è sicuramente una buon via per mantenersi al passo con i tempi. Essere in sintonia con il momento storico in cui si vive è quindi un obbiettivo da tenere bene in vista per la navigazione nelle acque imprevedibili dei nostri giorni.

Interessati ad approfondire maggiormente il tema?
Scaricate il dossier tematico sulle nuove forme di lavoro, pubblicato sull’edizione di maggio 2017 di Ticino Business, cliccando qui.

La nuova frontiera della formazione

a cura di Alessio Del Grande

Il tema della digitalizzazione è molto rilevante per la Cc-Ti, tanto che nel corso del 2017 ci siamo chinati a più riprese su quest’argomento, affrontandolo da diversi punti di vista. Con questo articolo, già apparso su Ticino Business, si parla di istruzione, innovazione e digitalizzazione.

L’espressione “Industry 4.0” venne usata per la prima volta nel 2011 alla Fiera di Hannover. Sono passati solo pochi anni, ma quella che è stata definita la “quarta rivoluzione industriale” è una realtà che sta già cambiando radicalmente non solo il mondo della produzione e della distribuzione di beni e servizi, ma anche il nostro modo di vivere e di relazionarci con gli altri. “Consideriamo, ad esempio, le possibilità, praticamente illimitate, di connettere miliardi di persone attraverso i dispositivi mobili, generando una capacità di elaborazione, archiviazione e accesso alle informazioni senza precedenti. Oppure pensiamo per un attimo all’incredibile convergenza di invenzioni tecnologiche in campi quali l’intelligenza artificiale, la robotica, l’Internet delle cose, la realizzazione di veicoli autonomi, la stampa tridimensionale, la nanotecnologia, la biotecnologia, la scienza dei materiali, l’immagazzinamento di energia e il quantum computing, solo per citarne alcuni” ricorda nel suo saggio «La quarta rivoluzione industriale» Klaus Schwab, fondatore e Presidente del World Economic Forum di Davos. Molte attività lavorative, in particolare quelle ripetitive e manuali, sono state già automatizzate, altre lo saranno quanto prima. Ma dalla crescente convergenza tecnologica in un’economia digitalizzata, nasceranno altre professioni. Cambierà persino il concetto tradizionale di “manodopera qualificata”, ossia quella con conoscenze e abilità ben definite all’interno di una professione, e “si darà maggiore enfasi – scrive Schwab – alla capacità della forza lavoro di adattarsi continuamente e apprendere nuove competenze e approcci in una varietà di situazioni”. Sarà, dunque, la formazione una delle più importanti sfide della nuova rivoluzione industriale. Una sfida a cui le imprese ticinesi si stanno preparando anche con l’associazione ICT per la formazione professionale e che su scala nazionale vede già operativa l’iniziativa “Digital Switzerland”.

Istruzione e innovazione vanno rivalorizzate per il mondo del lavoro di domani.

L’apprendimento continuo come nuovo imperativo per sopravvivere nell’epoca dell’automazione, è stato il tema di una lunga inchiesta pubblicata nel gennaio scorso dall’Economist. Il settimanale sottolineava che nei Paesi ricchi il legame tra apprendimento e guadagni tende a seguire una semplice regola: più formazione durante i normali studi e nei primi anni di attività professionale, per poi raccogliere risultati corrispondenti, in termini retributivi, nel corso della propria carriera. Una regola che oggi non basta più, visto che ad ogni anno supplementare di istruzione e formazione, secondo molti studi, è associato ad un aumento dell’8-13% nei guadagni orari. Non si tratta però solo di guadagnare di più, ma di formarsi continuamente per conservare il posto di lavoro. “Le conoscenze apprese a scuola, non sono quelle che porteranno alla pensione” sottolineava un articolo del febbraio scorso di Bilan, citando l’avvertimento lanciato dal CEO della Philps durante un dibattito all’ultimo World Economic Forum. Se i lavori costituiti da attività di routine, facili da automatizzare, sono in declino, cresce invece il numero d’impieghi che richiedono una maggiore abilità cognitiva. Per rimanere competitivi, e per dare a tutti i lavoratori, poco o altamente qualificati che siano, le migliori possibilità di successo, bisogna offrire una formazione su tutto l’arco della carriera professionale, suggeriscono gli esperti sentiti dall’Economist. In questa direzione si stanno muovendo molti Paesi, testando nuove strade non solo per i contenuti e le finalità dell’apprendimento, ma anche per favorire l’accesso alla formazione permanente. Come Singapore che sta investendo ingenti risorse per fornire ai suoi cittadini dei “crediti di apprendimento”, dei voucher che permettono di accedere alla formazione, fornita da centri autorizzati, durante tutta la vita lavorativa. Ed è ancora Singapore a vantare un altro approccio innovativo con l’iniziativa “SkillsFuture”: gli imprenditori sono invitati a indicare le trasformazioni che si attendono nei prossimi anni nelle loro attività, per tracciare così una mappa delle nuove competenza di cui avranno bisogno le imprese. Grandi gruppi internazionali e molti centri specializzati stanno sperimentando progetti e percorsi formativi in cui le nuove tecnologie della comunicazione hanno un ruolo chiave per l’apprendimento, l’aggiornamento e il perfezionamento professionale online, come anche per la condivisione su scala internazionale conoscenze e competenze.
Le nuove tecnologie, sottolineava anche Bilan, dovrebbero rendere l’apprendimento più efficace e accessibile. Il patrimonio di dati e saperi disponibile in rete offre la possibilità di un’istruzione mirata, mentre con le grandi piattaforme digitali si facilita il collegamento tra persone con differenti livelli di conoscenza, consentendo l’insegnamento e il tutoraggio peer-to-peer. È stata la giusta combinazione tra istruzione e innovazione, notava l’Economist, che nei decenni passati ha generato ricchezza e prosperità nei Paesi avanzati. Una combinazione che oggi va rivalorizzata, perché se la formazione non riesce a tenere il passo con l’evoluzione tecnologica, il risultato sarà la disuguaglianza sociale, con le fasce più deboli della popolazione che saranno emarginate dal mercato del lavoro. La formazione professionale sinora è stata efficace nel garantire l’inserimento nel mondo del lavoro, ma si fa poco per aiutare le persone ad adattarsi ai cambiamenti nel mondo del lavoro.

Se le conoscenze apprese a scuola non sono quelle che porteranno alla pensione, la formazione è un atout che va perseguito durante tutta la carriera professionale, integrandosi con l’evoluzione tecnologica e la digitalizzazione.

“Oggi è necessario insegnare ai bambini come studiare e pensare, privilegiando quella metacognizione che permetterà loro di acquisire più competenze nel corso della vita”. Nel suo studio “New vision for education” la Singularity University, un laboratorio di talenti e di start-up con sede nella Silicon Valley, indica le quattro competenze fondamentali della formazione orientata al futuro:

  • la comunicazione, abilità fondamentale per il lavoro di squadra e lo sviluppo del pensiero critico;
  • la creatività, fantasia e immaginazione non solo per essere in grado d’inventare nuovi oggetti, ma anche per trovare modi alternativi nell’affrontare e risolvere i problemi;
  • la collaborazione, per lavorare assieme su obiettivi comuni, utilizzando al meglio le competenze dei colleghi;
  • il pensiero critico o costruttivo, per valutare a fondo ogni situazione tenendo presenti punti di vista diversi e facendo i giusti collegamenti tra più informazioni.

Su questo capitale di abilità cognitive sarà incardinato il lavoro che genererà più valore, coinvolgendo conoscenze trasversali e qualità caratteriali, con una contaminazione continua tra sapere teorico e pratica concreta. Poiché istruzione e formazione sono un bene i cui benefici si estendono a tutta la società, i Governi hanno un ruolo fondamentale, non semplicemente per spendere di più, ma soprattutto per spendere saggiamente. Un ruolo che sarà ancora più efficace coinvolgendo imprese e sindacati, come insegnano le esperienze maturate in Gran Bretagna e in Danimarca, Paese quest’ultimo dove ai disoccupati vengono offerti ben 258 corsi di formazione professionale per aiutarli a reinserirsi nel mondo del lavoro.

Interessati al tema della digitalizzazione? Qui potete scaricare il nostro approfondimento e rileggete anche il resoconto dell’evento “L’economia del futuro è digitale” tenutosi il 26 aprile scorso.

Il fiume della digitalizzazione scorre vigoroso e libero in Svizzera

Il tema della digitalizzazione e come esso cambierà il nostro futuro prossimo, è oramai divenuto moneta corrente nelle discussioni e molte sono le ipotesi su come questa rivoluzione avrà un impatto sul nostro modo di vivere e fare impresa. Non solo l’economia privata si è attivata per trarre i maggiori vantaggi da questo cambio di paradigma, ma che anche il Governo federale ha studiato il fenomeno ed ha rilasciato, lo scorso 11 gennaio 2017, un rapporto sulle condizioni quadro affinché l’economia digitale possa prosperare nel nostro Paese (rapporto che potete trovare al seguente link). Il Consiglio Federale ha preso posizione, esordendo che al momento non sono necessarie nuove leggi per regolamentare il settore e che si deve continuare sulla via della ottimizzazione delle condizioni quadro. Ha proposto inoltre qualche adeguamento puntuale, ad esempio precisando alcuni aspetti del diritto di locazione per quanto riguarda i portali specializzati in pernottamenti e fare un esame della legislazione in materia di digitalizzazione per capire se sussistano degli ostacoli normativi ad essa. La via tracciata dal Governo è ragionevole, ci piace però guardare ancora più in là del recente passato e ci azzardiamo a fare un’ipotesi su quali potrebbero essere, in un futuro prossimo, gli aspetti importanti da considerare in questo campo.

Il Consiglio Federale ha preso posizione, esordendo che al momento non sono necessarie nuove leggi per regolamentare il settore e che si deve continuare sulla via della ottimizzazione delle condizioni quadro.

Crediamo che il tema dell’intelligenza artificiale e come trattare questa nuova forma di persona sarà molto di attualità. Se di persona si tratta! I robot, in soldoni, dovranno pagare le imposte oppure no?
Prima di tutto dovremo definire quando un computer o una macchina diventi un robot e quindi una “persona”. Abbiamo deciso di riportare due tesi sul tema, la prima è quella di Xavier Oberson, Avvocato e Professore all’Università di Ginevra mentre la seconda è di Marco Salvi, Senior Fellow presso Avenir Suisse.
Secondo Xavier Oberson, dal momento che un robot potrà rimpiazzare un lavoratore, allora non si tratterà più di una semplice (per modo di dire) macchina, ma di un robot appunto. E da questa definizione scaturiscono poi interessatissime riflessioni sul costrutto di personalità giuridica e addirittura di una persona giuridica “virtuale”. Insomma, potrà darsi che in un futuro, magari non vicinissimo, molti posti di lavoro potranno essere rimpiazzati dai robot, con perdite ingenti per quanto riguarda (tra le altre cose) le assicurazioni sociali, riflette l’Avvocato e Professore. A questo punto quando arriverà il caso emblematico agli occhi dell’opinione pubblica in cui un’azienda rinuncerà a molti posti di lavoro in favore della nuova forza lavoro, non ci si potrà più esimere dal dibattito. E a quel punto si dovrà anche discutere della possibilità o meno di tassare dei robot. Quelli elencati sono solo alcuni spunti sul tema, per chi fosse interessato ad approfondirlo segnaliamo un’interessante intervista sul portale online di Le Temps. Ma questa è solo una faccia della medaglia, ci sono anche una vasta gamma di argomenti di ordine teorico e pratico per non prendere in considerazione questa proposta, e schierarsi contro una possibile tassazione dei robot. A questo proposito si veda il contributo di Avenir Suisse a pagina 11.

Come Cc-Ti una cosa ci preme sottolineare: è importante anticipare i tempi e lanciare il dibattito sul tema adesso, la nostra opinione è che le soluzioni in questo nuovo ambito vanno cercate altrove rispetto alla tesi del Professor Oberson, favorendo un approccio al tema più globale anche sulla fiscalità.
Abbiamo parlato poc’anzi dello scenario di sostituzione dei lavoratori e ci preme approfondire la questione. Non crediamo che questo sviluppo delle macchine sia da guardare con sospetto, come anche sottolineato nell’editoriale del Direttore (p. 4-5) e nell’articolo di economieusuisse a pagina 10: siamo consapevoli e non neghiamo che alcuni lavori spariranno e che probabilmente, alla fine, il saldo totale giocherà leggermente in sfavore dell’uomo. Ma siamo convinti che guadagneremo anche tanto da questa sostituzione, prima di tutto molti lavori alienanti, ripetitivi e/o pesanti potranno sparire in favore di lavori più di concetto, creativi ed interessanti. Potremo anche guadagnare una standardizzazione delle prestazioni, che potrebbero essere molto utili ad assicurare sempre almeno un certo livello di risultato, cosa non da poco se si pensa ad esempio al vasto, complesso e delicatissimo ambito medico. Chiaramente per questa transizione sarà fondamentale il ruolo della formazione, servirà un sempre più costante scambio con il modo del lavoro per fare in modo che, dalla formazione duale sino alla formazione accademica, ci sia un vero legame con quanto accade nel mondo reale. Inoltre la formazione stessa dovrà puntare su un sapere diverso, focalizzandosi esplicitamente su nuove competenze, come ben delineato alla fine dell’articolo di Alessio del Grande proposto a pagina 8-9.

È importante anticipare i tempi e lanciare il dibattito sul tema adesso, la nostra opinione è che le soluzioni in questo nuovo ambito vanno cercate altrove rispetto alla tesi del Professor Oberson, favorendo un approccio al tema più globale anche sulla fiscalità.

Nel sopracitato rapporto del Consiglio Federale viene anche esplicitamente commissionata un’analisi approfondita delle sfide che dovrà affrontare il settore formativo (dalla formazione professionale sino alle scuole universitarie svizzere), alfine di stabilire se i modelli formativi attuali e soprattutto futuri saranno in grado di preparare adeguatamente le nuove leve. Un altro punto che il Consiglio Federale intende analizzare, e che riteniamo centrale per padroneggiare al meglio la sfida digitale, è la coordinazione e la collaborazione tra istituti scolastici e mondo del lavoro. Diventerà sempre più critico per il successo il sapere scambiarsi efficacemente le informazioni e creare sinergie che hanno un senso. In quest’ottica la sfida della digitalizzazione mette una pressione ancora maggiore alla complessità del gestire e coordinare le attività, ma sarà sempre più un fattore centrale per il buon esito dei progetti.
E non solo collaborazione tra strutture, ma anche tra infrastrutture. Esse devono e dovranno rimanere moderne e performanti, con un legame tra di loro e possibilmente anche con uno sbocco all’estero che ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia importante (se non vitale) in taluni ambiti, l’importanza della collaborazione transnazionale. Questo vale per i mezzi di trasposto e le vie di transito, esempio che subito viene alla mente, ma vale anche per l’approvvigionamento dell’energia, per le nuove regole e standard internazionali in ambiti sovranazionali come il clima e Internet.

Come Camera di commercio, industria, artigianato e servizi del Cantone Ticino ribadiamo che la nostra posizione sul tema della digitalizzazione rimane quella del no a nuove regole, adesso, in questo campo: si rischierebbe fortemente di condizionare un processo in divenire che non si sa ancora veramente come mostrerà i suoi punti di forza.

D’altro canto siamo pragmatici e possiamo dire di sì a nuove regole, solo se serviranno ad uniformare le regole nel settore online e il settore tradizionale. Non ci piace la concorrenza “sleale”, e cerchiamo, da sempre, di far giocare tutti i giocatori secondo regole uguali e precise: che vinca poi il migliore. Inoltre, nel caso di nuove regole per il modo digitale sarà imperativo abrogare alcune delle vecchie non più necessarie. Insomma, tante sfide per un tema vastissimo e che sta mostrando solo adesso alcune delle sue peculiarità.

Intervista a Guido De Carli sul tema della digitalizzazione

La digitalizzazione sta accelerando il passo. Certe professioni spariranno, delle nuove si creeranno. E le future forme di lavoro diventeranno molto flessibili, riferisce nell’intervista lo specialista delle risorse umane Guido De Carli (sotto nella foto), titolare della ditta ARU SA (Architettura Risorse Umane) a Lugano.

Signor De Carli, in quale misura il settore delle risorse umane è „digitalizzato“ o può diventarlo?

Praticamente tutti i settori lavorativi vengono digitalizzati, e il nostro non fa eccezione. Stiamo introducendo, per esempio, una piattaforma virtuale per i nostri clienti e una per il cosiddetto clouding: in tale modo saremo pronti all’immensa quantità di dati utili per la valutazione del mercato di lavoro provenienti da tutto il mondo.

A causa della digitalizzazione di certo diverse attività umane verranno sostituite da apparecchi o computer.

La necessità e la voglia di evolvere sono nel DNA dell’uomo. Da sempre cerca di facilitarsi la vita tramite dei macchinari che riescano ad aumentare la sua performance o che si occupino di attività ripetitive e noiose. Questa tendenza si rafforzerà ancor di più. Emergono nuovi bisogni e i lavori che sono eseguibili solo tramite delle macchine o dei robot diventeranno ancora più performanti grazie all’intelligenza artificiale.

Quali professioni concretamente spariranno prima o poi?

Invece di professioni parliamo piuttosto della natura che sta alla base dell‘attività. Lavoratori che svolgono delle attività manuali, ripetitive e di scarso valore aggiunto verranno sostituiti da macchine. Penso per esempio a operai nell’industria o a boscaioli. Ma attenti anche alle attività analitiche che si basano su algoritmi in quanto sono adattissime per essere svolte da computer, i quali sono i migliori analisti dell’uomo.

Vengono quindi toccati anche parecchi compiti nel settore terziario.

Nello specifico tutte le attività che hanno a che fare con un certo tipo di intermediazione: nel settore immobiliare o nell’ambito del turismo. Inoltre cambierà tutto quello che concerne il rilievo manuale dei dati e la relativa immissione, con i computer questo lavoro viene automatizzato e quindi i cosiddetti backofficer dovranno trasformare la loro attività. La rivoluzione 4.0 coinvolgerà tutte le procedure intermedie. È persino verosimile che sparisca il mestiere del notaio.

È proprio questo il motivo per il quale la digitalizzazione crea non solo speranze ma anche tanti timori.

C’erano già tanti timori quando la diligenza venne rimpiazzata dal treno. Il problema è che una grande parte della popolazione fa fatica ad accettare il cambiamento digitale per la sua rapidità e pertanto si sente colta alla sprovvista.

Cosa raccomanda loro?

La gente deve cambiare atteggiamento di fronte alla digitalizzazione .Le persone che sono curiose ed aperte riusciranno a cavalcare il cambiamento ed avranno delle chances immense. Bisogna sviluppare un atteggiamento pro attivo nei confronti dei problemi invece di evitarli.

In futuro, quali abilità saranno importanti da parte dei collaboratori? Dovranno essere multifunzionali?

Certamente, e dovranno sviluppare soprattutto l’abilità del problem solving. Soltanto le menti umane sono capaci di sviluppare dei pensieri critici, di fare delle vere sintesi, delle interpretazioni e delle messe in rete o dei coordinamenti complessi. Le competenze sociali non sono digitalizzabili e rimarranno certamente importanti anche in futuro.

E ci saranno diverse professioni nuove che oggigiorno non sappiamo ancora definire esattamente.

Un’attività nuova che sarà molto in voga è quella del data scientist. Questa figura non sarà soltanto un matematico, ma simultaneamente farà anche da economista e persino da psicologo. Sarà una persona che uscirà spesso dal suo ufficio per incontrare colleghi di altri reparti e discutere sullo sviluppo del business tramite le sue sintesi molto elaborate, scaturite dall’analisi dei suoi algoritmi.

Ovunque si sente la parole chiave formazione continua.

Questa incide molto, in primis per le persone ancora impiegate e naturalmente anche per quelle che hanno perso il lavoro e magari, nel frattempo, le loro competenze sono diventate obsolete. Perché anche chi dispone di skills importanti avrà con il tempo uno svantaggio senza un aggiornamento continuo – dato che lo sviluppo digitale avanza in modo estremamente veloce.

Impiego a tempo parziale, lavoro interinale, telelavoro, job-sharing, lavoro on demand, freelance: tutti questi sembrano diventare modelli tipici di lavoro.

Una flessibilizzazione del lavoro è necessaria perché il datore di lavoro non potrà più garantire un intervallo lavorativo di otto ore. Questo per ragioni di cambiamento della società e i suoi bisogni di mobilità ed anche per necessità commerciali. Certamente ci sarà molto più job-sharing e homework. Per i datori di lavoro non conterà più tanto la presenza in termini di tempo del collaboratore, ma il risultato.

Come devono adattarsi le aziende per accompagnare al meglio i collaboratori?

Le imprese devono mantenere i corsi di formazione ma anche allargarli all’ambito della psicologia, delle competenze sociali e dei valori – proprio per incentivare l’atteggiamento giusto di cui ho parlato prima.

Del resto, dove sono i limiti della digitalizzazione?

Anche in passato si parlava di limiti, che poi vennero superati di colpo. I veri limiti concernono l’etica e la sostenibilità: dobbiamo rimanere attenti alla possibilità di una certa disputa tra uomo e macchine e tenere conto dell’equilibrio sensibile tra il progresso tecnico e il nostro ambiente. Comunque l’uomo deve rimanere al centro di ogni sviluppo evolutivo.

La digitalizzazione oggi – dossier tematico

Nell’inchiesta congiunturale, che ogni anno conduciamo unitamente ad altre Camere di commercio e dell’industria, vi sono sempre alcuni approfondimenti specifici che vanno oltre le cifre dell’andamento economico generale. L’edizione 2016/2017 si è soffermata in particolare sui temi dell’innovazione, della trasformazione digitale e della formazione. Temi per molti aspetti ovviamente legati (visionate qui l’intervista).

Per quanto attiene il vastissimo mondo della trasformazione digitale, i nostri soci hanno mostrato di essere ben coscienti dell’entità del fenomeno e degli effetti concreti e potenziali non solo sui prodotti e le procedure ma anche sui modelli di business, elemento quest’ultimo che rappresenta probabilmente il risvolto che comporta le sfide più impegnative. Ben il 56% delle aziende consultate ha risposto in maniera affermativa alla domanda se “La digitalizzazione (integrazione delle tecnologie numeriche nel funzionamento dell’impresa) modifica o modificherà la vostra attività?”. La Cc-Ti da anni sensibilizza sul tema dell’utilizzo dei più o meno nuovi strumenti digitali nel contesto della valutazione del modello di business e i numerosi eventi e corsi proposti indicano che la diffusione della sensibilità verso questa trasformazione epocale sta funzionando. Poi ovviamente le singole categorie dovranno effettuare le valutazioni commisurate alle esigenze specifiche, ma questo è appunto compito dei singoli settori.

Quale associazione-mantello abbiamo il compito di accrescere l’attenzione verso il cambiamento e il dato summenzionato ci serve da spunto di riflessione per chiederci se abbia un senso parlare della digitalizzazione solo come foriera di paure. Ogni cambiamento porta insicurezze, rimette in questione modelli acquisiti ecc., per cui è umano che, almeno in una fase iniziale, prevalgano i timori.

Ben il 56% delle aziende consultate ha risposto in maniera affermativa alla domanda se “La digitalizzazione (integrazione delle tecnologie numeriche nel funzionamento dell’impresa) modifica o modificherà la vostra attività?”

Pochi ricordano che negli anni Ottanta il Parlamento federale discusse una proposta di introduzione di una tassa volta ad impedire la diffusione dei computer, rei di far sparire posti di lavoro. Fortunatamente tale tassa fu affossata e come è andata lo sappiamo tutti. Anche oggi probabilmente gli scenari apocalittici di business spazzati via in un solo colpo di mouse sono esagerati, anche se, lo concedo, i cambiamenti sono molto più rapidi di trenta anni fa e quindi il tempo di adattamento è minore. Nel contesto delle paure è però giusto rilevare che, come in tutte le trasformazioni (senza scomodare il termine di rivoluzione), vi sono elementi positivi.
A questo proposito si può ad esempio citare un articolo molto interessante pubblicato dalla “NZZ am Sonntag” lo scorso 1° gennaio 2017 intitolato “Die Weltveränderer”. Per quanto attiene lo sviluppo della robotica, che è solo una parte del vasto mondo della rivoluzione digitale, si sottolinea come essa potrà cambiare il volto non solo dell’industria, che da molto tempo ne ha compreso i vantaggi, ma anche il settore dei servizi. Si cita l’esempio della Royal Bank of Scotland presso la quale apparecchi automatici risponderanno alle domande dei clienti, come è già il caso anche per diverse aziende elvetiche. Ad una prima analisi si potrebbe reagire a questa notizia con il pensiero delle collaboratrici e collaboratori che perderanno il posto di lavoro, sostituiti da macchine e a questo occorre ovviamente prestare attenzione. Ma, cambiando prospettiva, non si può non notare che in questo modo un certo livello della qualità del servizio sarà sempre garantita e il personale, non più costretto a rispondere a semplici domande dei clienti, potrà concentrarsi su altre importanti attività. Qui entra ovviamente in gioco l’attenzione alla formazione continua e alla riqualificazione del personale. Ma il processo è ineluttabile e limitarsi a subirlo o a erigere barriere di resistenza serve a poco. Come ogni cambiamento, esso va cavalcato e affrontato con il giusto gusto della sfida.
Se pensiamo che molte aziende realizzano una fetta importante della loro cifra d’affari (anche fino al 75%) con prodotti che dieci anni fa non esistevano, senza aver ridotto l’occupazione, ecco che gli elementi positivi non mancano. Le preoccupazioni per gli esseri umani sono più che legittime, ma nel nostro piccolo Ticino vi sono indicazioni rassicuranti. Nella nostra inchiesta le aziende affermano chiaramente che non intendono procedere a licenziamenti massicci a causa, o forse grazie, alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Ben l’80% delle aziende pensa che essa non avrà nessun impatto sul numero di impiegati nella propria azienda! Alla faccia di chi continua, con eccessiva leggerezza o forse in malafede, a considerare il tessuto economico ticinese di scarso valore. L’esempio testé citato di un software che risponde alle domande dei clienti non è del resto stato scelto a caso. Infatti nei prossimi 5 anni il 30% delle aziende che hanno risposto alla nostra inchiesta prevedono di investire nel digitale per rinnovare la parte commerciale della loro attività e cioè la relazione con il cliente, la vendita e la comunicazione. E il segno degli investimenti su prodotti e processi in trasformazione sulla base dei mutamenti legati alla digitalizzazione è pure una fetta importante degli investimenti aziendali.

Ma il processo è ineluttabile e limitarsi a subirlo o a erigere barriere di resistenza serve a poco. Come ogni cambiamento, esso va cavalcato e affrontato con il giusto gusto della sfida.

Sempre nell’ottica del mito della digitalizzazione come fagocitatrice di relazioni umane e impieghi, l’articolo della “NZZ am Sonntag” cita un altro interessante caso di risvolto inaspettato dato delle nuove tecnologie: il “reshoring”, ossia il ritorno alla produzione di beni su suolo elvetico. Grazie alla robotica di nuova generazione la produzione, anche con il nostro alto costo del lavoro, sarà di nuovo più concorrenziale in Svizzera. Con il grande vantaggio di creare posti di lavoro ed essere più vicini ai clienti finali, diminuendo drasticamente i tempi di produzione e di fornitura delle merci. Si potrà quindi in una certa misura tornare a produrre dove poi si venderà la merce o comunque in prossimità dei mercati di destinazione. Chiaramente i nuovi posti di lavoro creati avranno delle esigenze diverse da quelle delle fabbriche ritenute “classiche”, il che non è una sfida facilissima. Ma implica molte possibilità di sviluppo. Anche in questo caso il ruolo della formazione sarà assolutamente centrale, ma le aziende ticinesi e svizzere hanno già dimostrato e dimostrano sensibilità in questo senso, con il forte accento posto sulla formazione professionale, asso nella manica della Svizzera e leva importantissima per riuscire a gestire i molti cambiamenti in atto.
Inutile illudersi, come in tutti i cambiamenti epocali probabilmente qualcuno, almeno all’inizio, uscirà sconfitto da questo cambio di paradigma. Una delle molte sfide sarà proprio quella di non “perdere per strada” chi sarà confrontato a queste difficoltà, perché il disagio sociale, al di là delle difficili situazioni individuali, non è nell’interesse di nessuno e nemmeno dell’economia, malgrado taluni teorici troppo ideologizzati tentino di far credere il contrario.
Continuare a cambiare, a evolversi e affrontare nuove sfide con mente aperta rimane quindi un modo lungimirante per mantenere il benessere. Niente è scontato e in futuro lo sarà sempre di meno, ma ci saranno anche tante diverse opportunità e magari potrà anche essere divertente svolgere i vecchi compiti in maniera totalmente nuova.

Per approfondire il tema della digitalizzazione, qui di seguito trovate diversi contenuti quali approfondimenti tematici.
Il fiume della digitalizzazione scorre vigoroso e libero in Svizzera
Lasciate in pace i robot!
La rivoluzione digitale dell’economia e della società
La nuova frontiera della formazione

La “sharing economy” suscita grande interesse

Il 25 gennaio 2016 si è tenuto presso la sede della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Canton Ticino (Cc-Ti) l’evento “Sharing economy: l’economia della condivisione”. L’evento, co-organizzato dalla Cc-Ti e la Fondazione AGIRE ha voluto rendere attento il pubblico su questo “nuovo” modello economico illustrandone il  potenziale e le sfide che  questo comporta.

Dopo un breve saluto del Direttore della Cc-Ti, Luca Albertoni, che ha messo in risalto l’importanza di capire al meglio questo fenomeno, si è entrati subito nel vivo grazie al Professor Siegfried Alberton che ha introdotto il tema, fornendo una visione d’insieme sulla grande evoluzione di quest’ultimo (basti pensare che si stima che negli Stati Uniti quasi 1/3 dei lavoratori è freelancer) e illustrando i campi più illustri dove questo fenomeno – che prende forma attraverso un consumo o produzione collaborativa – si manifesta, come ad esempio nella mobilità e l’efficienza energetica. Ha poi di nuovo preso la parola il Direttore Cc-Ti, Luca Albertoni, fornendo una panoramica delle principali sfide esistenti – in parte giuridiche ma principalmente politiche, prendendo come esempio il “caso Uber” o il “caso Airbnb” – ma sottolineando anche le nuove opportunità di mercato che l’economia della condivisione comporta. Infine, Karim Varini, co-fondatore di TimeRepublik, piattaforma web di “cloud co-working”, ha fornito un esempio concreto di attività di “Sharing economy”. Varini ha sottolineato come in verità, contrariamente alle previsioni, nel periodo successivo alla crisi economica  le persone abbiano  dimostrato sempre più voglia di aiutarsi e di partecipare a un progetto comune. La società infatti sta lentamente cambiando, ne è sintomatico il fatto che gli studenti non scelgono più i loro curriculum accademici unicamente in previsione del salario che percepiranno ma anche tenendo conto del progetto a cui potranno prendere parte.

Agli ospiti è stata poi offerta una colazione di networking dove hanno potuto approfondire, con domande ulteriori, il tema della Sharing economy.

Scaricate le presentazioni
Sharing economy: un nuovo paradigma?
Siegfried Alberton
TimeRepublik. un esempio concreto di “Sharing economy”
Karim Varini
Flyer programma
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