La nuova frontiera della formazione

a cura di Alessio Del Grande

Il tema della digitalizzazione è molto rilevante per la Cc-Ti, tanto che nel corso del 2017 ci siamo chinati a più riprese su quest’argomento, affrontandolo da diversi punti di vista. Con questo articolo, già apparso su Ticino Business, si parla di istruzione, innovazione e digitalizzazione.

L’espressione “Industry 4.0” venne usata per la prima volta nel 2011 alla Fiera di Hannover. Sono passati solo pochi anni, ma quella che è stata definita la “quarta rivoluzione industriale” è una realtà che sta già cambiando radicalmente non solo il mondo della produzione e della distribuzione di beni e servizi, ma anche il nostro modo di vivere e di relazionarci con gli altri. “Consideriamo, ad esempio, le possibilità, praticamente illimitate, di connettere miliardi di persone attraverso i dispositivi mobili, generando una capacità di elaborazione, archiviazione e accesso alle informazioni senza precedenti. Oppure pensiamo per un attimo all’incredibile convergenza di invenzioni tecnologiche in campi quali l’intelligenza artificiale, la robotica, l’Internet delle cose, la realizzazione di veicoli autonomi, la stampa tridimensionale, la nanotecnologia, la biotecnologia, la scienza dei materiali, l’immagazzinamento di energia e il quantum computing, solo per citarne alcuni” ricorda nel suo saggio «La quarta rivoluzione industriale» Klaus Schwab, fondatore e Presidente del World Economic Forum di Davos. Molte attività lavorative, in particolare quelle ripetitive e manuali, sono state già automatizzate, altre lo saranno quanto prima. Ma dalla crescente convergenza tecnologica in un’economia digitalizzata, nasceranno altre professioni. Cambierà persino il concetto tradizionale di “manodopera qualificata”, ossia quella con conoscenze e abilità ben definite all’interno di una professione, e “si darà maggiore enfasi – scrive Schwab – alla capacità della forza lavoro di adattarsi continuamente e apprendere nuove competenze e approcci in una varietà di situazioni”. Sarà, dunque, la formazione una delle più importanti sfide della nuova rivoluzione industriale. Una sfida a cui le imprese ticinesi si stanno preparando anche con l’associazione ICT per la formazione professionale e che su scala nazionale vede già operativa l’iniziativa “Digital Switzerland”.

Istruzione e innovazione vanno rivalorizzate per il mondo del lavoro di domani.

L’apprendimento continuo come nuovo imperativo per sopravvivere nell’epoca dell’automazione, è stato il tema di una lunga inchiesta pubblicata nel gennaio scorso dall’Economist. Il settimanale sottolineava che nei Paesi ricchi il legame tra apprendimento e guadagni tende a seguire una semplice regola: più formazione durante i normali studi e nei primi anni di attività professionale, per poi raccogliere risultati corrispondenti, in termini retributivi, nel corso della propria carriera. Una regola che oggi non basta più, visto che ad ogni anno supplementare di istruzione e formazione, secondo molti studi, è associato ad un aumento dell’8-13% nei guadagni orari. Non si tratta però solo di guadagnare di più, ma di formarsi continuamente per conservare il posto di lavoro. “Le conoscenze apprese a scuola, non sono quelle che porteranno alla pensione” sottolineava un articolo del febbraio scorso di Bilan, citando l’avvertimento lanciato dal CEO della Philps durante un dibattito all’ultimo World Economic Forum. Se i lavori costituiti da attività di routine, facili da automatizzare, sono in declino, cresce invece il numero d’impieghi che richiedono una maggiore abilità cognitiva. Per rimanere competitivi, e per dare a tutti i lavoratori, poco o altamente qualificati che siano, le migliori possibilità di successo, bisogna offrire una formazione su tutto l’arco della carriera professionale, suggeriscono gli esperti sentiti dall’Economist. In questa direzione si stanno muovendo molti Paesi, testando nuove strade non solo per i contenuti e le finalità dell’apprendimento, ma anche per favorire l’accesso alla formazione permanente. Come Singapore che sta investendo ingenti risorse per fornire ai suoi cittadini dei “crediti di apprendimento”, dei voucher che permettono di accedere alla formazione, fornita da centri autorizzati, durante tutta la vita lavorativa. Ed è ancora Singapore a vantare un altro approccio innovativo con l’iniziativa “SkillsFuture”: gli imprenditori sono invitati a indicare le trasformazioni che si attendono nei prossimi anni nelle loro attività, per tracciare così una mappa delle nuove competenza di cui avranno bisogno le imprese. Grandi gruppi internazionali e molti centri specializzati stanno sperimentando progetti e percorsi formativi in cui le nuove tecnologie della comunicazione hanno un ruolo chiave per l’apprendimento, l’aggiornamento e il perfezionamento professionale online, come anche per la condivisione su scala internazionale conoscenze e competenze.
Le nuove tecnologie, sottolineava anche Bilan, dovrebbero rendere l’apprendimento più efficace e accessibile. Il patrimonio di dati e saperi disponibile in rete offre la possibilità di un’istruzione mirata, mentre con le grandi piattaforme digitali si facilita il collegamento tra persone con differenti livelli di conoscenza, consentendo l’insegnamento e il tutoraggio peer-to-peer. È stata la giusta combinazione tra istruzione e innovazione, notava l’Economist, che nei decenni passati ha generato ricchezza e prosperità nei Paesi avanzati. Una combinazione che oggi va rivalorizzata, perché se la formazione non riesce a tenere il passo con l’evoluzione tecnologica, il risultato sarà la disuguaglianza sociale, con le fasce più deboli della popolazione che saranno emarginate dal mercato del lavoro. La formazione professionale sinora è stata efficace nel garantire l’inserimento nel mondo del lavoro, ma si fa poco per aiutare le persone ad adattarsi ai cambiamenti nel mondo del lavoro.

Se le conoscenze apprese a scuola non sono quelle che porteranno alla pensione, la formazione è un atout che va perseguito durante tutta la carriera professionale, integrandosi con l’evoluzione tecnologica e la digitalizzazione.

“Oggi è necessario insegnare ai bambini come studiare e pensare, privilegiando quella metacognizione che permetterà loro di acquisire più competenze nel corso della vita”. Nel suo studio “New vision for education” la Singularity University, un laboratorio di talenti e di start-up con sede nella Silicon Valley, indica le quattro competenze fondamentali della formazione orientata al futuro:

  • la comunicazione, abilità fondamentale per il lavoro di squadra e lo sviluppo del pensiero critico;
  • la creatività, fantasia e immaginazione non solo per essere in grado d’inventare nuovi oggetti, ma anche per trovare modi alternativi nell’affrontare e risolvere i problemi;
  • la collaborazione, per lavorare assieme su obiettivi comuni, utilizzando al meglio le competenze dei colleghi;
  • il pensiero critico o costruttivo, per valutare a fondo ogni situazione tenendo presenti punti di vista diversi e facendo i giusti collegamenti tra più informazioni.

Su questo capitale di abilità cognitive sarà incardinato il lavoro che genererà più valore, coinvolgendo conoscenze trasversali e qualità caratteriali, con una contaminazione continua tra sapere teorico e pratica concreta. Poiché istruzione e formazione sono un bene i cui benefici si estendono a tutta la società, i Governi hanno un ruolo fondamentale, non semplicemente per spendere di più, ma soprattutto per spendere saggiamente. Un ruolo che sarà ancora più efficace coinvolgendo imprese e sindacati, come insegnano le esperienze maturate in Gran Bretagna e in Danimarca, Paese quest’ultimo dove ai disoccupati vengono offerti ben 258 corsi di formazione professionale per aiutarli a reinserirsi nel mondo del lavoro.

Interessati al tema della digitalizzazione? Qui potete scaricare il nostro approfondimento e rileggete anche il resoconto dell’evento “L’economia del futuro è digitale” tenutosi il 26 aprile scorso.

Il fiume della digitalizzazione scorre vigoroso e libero in Svizzera

Il tema della digitalizzazione e come esso cambierà il nostro futuro prossimo, è oramai divenuto moneta corrente nelle discussioni e molte sono le ipotesi su come questa rivoluzione avrà un impatto sul nostro modo di vivere e fare impresa. Non solo l’economia privata si è attivata per trarre i maggiori vantaggi da questo cambio di paradigma, ma che anche il Governo federale ha studiato il fenomeno ed ha rilasciato, lo scorso 11 gennaio 2017, un rapporto sulle condizioni quadro affinché l’economia digitale possa prosperare nel nostro Paese (rapporto che potete trovare al seguente link). Il Consiglio Federale ha preso posizione, esordendo che al momento non sono necessarie nuove leggi per regolamentare il settore e che si deve continuare sulla via della ottimizzazione delle condizioni quadro. Ha proposto inoltre qualche adeguamento puntuale, ad esempio precisando alcuni aspetti del diritto di locazione per quanto riguarda i portali specializzati in pernottamenti e fare un esame della legislazione in materia di digitalizzazione per capire se sussistano degli ostacoli normativi ad essa. La via tracciata dal Governo è ragionevole, ci piace però guardare ancora più in là del recente passato e ci azzardiamo a fare un’ipotesi su quali potrebbero essere, in un futuro prossimo, gli aspetti importanti da considerare in questo campo.

Il Consiglio Federale ha preso posizione, esordendo che al momento non sono necessarie nuove leggi per regolamentare il settore e che si deve continuare sulla via della ottimizzazione delle condizioni quadro.

Crediamo che il tema dell’intelligenza artificiale e come trattare questa nuova forma di persona sarà molto di attualità. Se di persona si tratta! I robot, in soldoni, dovranno pagare le imposte oppure no?
Prima di tutto dovremo definire quando un computer o una macchina diventi un robot e quindi una “persona”. Abbiamo deciso di riportare due tesi sul tema, la prima è quella di Xavier Oberson, Avvocato e Professore all’Università di Ginevra mentre la seconda è di Marco Salvi, Senior Fellow presso Avenir Suisse.
Secondo Xavier Oberson, dal momento che un robot potrà rimpiazzare un lavoratore, allora non si tratterà più di una semplice (per modo di dire) macchina, ma di un robot appunto. E da questa definizione scaturiscono poi interessatissime riflessioni sul costrutto di personalità giuridica e addirittura di una persona giuridica “virtuale”. Insomma, potrà darsi che in un futuro, magari non vicinissimo, molti posti di lavoro potranno essere rimpiazzati dai robot, con perdite ingenti per quanto riguarda (tra le altre cose) le assicurazioni sociali, riflette l’Avvocato e Professore. A questo punto quando arriverà il caso emblematico agli occhi dell’opinione pubblica in cui un’azienda rinuncerà a molti posti di lavoro in favore della nuova forza lavoro, non ci si potrà più esimere dal dibattito. E a quel punto si dovrà anche discutere della possibilità o meno di tassare dei robot. Quelli elencati sono solo alcuni spunti sul tema, per chi fosse interessato ad approfondirlo segnaliamo un’interessante intervista sul portale online di Le Temps. Ma questa è solo una faccia della medaglia, ci sono anche una vasta gamma di argomenti di ordine teorico e pratico per non prendere in considerazione questa proposta, e schierarsi contro una possibile tassazione dei robot. A questo proposito si veda il contributo di Avenir Suisse a pagina 11.

Come Cc-Ti una cosa ci preme sottolineare: è importante anticipare i tempi e lanciare il dibattito sul tema adesso, la nostra opinione è che le soluzioni in questo nuovo ambito vanno cercate altrove rispetto alla tesi del Professor Oberson, favorendo un approccio al tema più globale anche sulla fiscalità.
Abbiamo parlato poc’anzi dello scenario di sostituzione dei lavoratori e ci preme approfondire la questione. Non crediamo che questo sviluppo delle macchine sia da guardare con sospetto, come anche sottolineato nell’editoriale del Direttore (p. 4-5) e nell’articolo di economieusuisse a pagina 10: siamo consapevoli e non neghiamo che alcuni lavori spariranno e che probabilmente, alla fine, il saldo totale giocherà leggermente in sfavore dell’uomo. Ma siamo convinti che guadagneremo anche tanto da questa sostituzione, prima di tutto molti lavori alienanti, ripetitivi e/o pesanti potranno sparire in favore di lavori più di concetto, creativi ed interessanti. Potremo anche guadagnare una standardizzazione delle prestazioni, che potrebbero essere molto utili ad assicurare sempre almeno un certo livello di risultato, cosa non da poco se si pensa ad esempio al vasto, complesso e delicatissimo ambito medico. Chiaramente per questa transizione sarà fondamentale il ruolo della formazione, servirà un sempre più costante scambio con il modo del lavoro per fare in modo che, dalla formazione duale sino alla formazione accademica, ci sia un vero legame con quanto accade nel mondo reale. Inoltre la formazione stessa dovrà puntare su un sapere diverso, focalizzandosi esplicitamente su nuove competenze, come ben delineato alla fine dell’articolo di Alessio del Grande proposto a pagina 8-9.

È importante anticipare i tempi e lanciare il dibattito sul tema adesso, la nostra opinione è che le soluzioni in questo nuovo ambito vanno cercate altrove rispetto alla tesi del Professor Oberson, favorendo un approccio al tema più globale anche sulla fiscalità.

Nel sopracitato rapporto del Consiglio Federale viene anche esplicitamente commissionata un’analisi approfondita delle sfide che dovrà affrontare il settore formativo (dalla formazione professionale sino alle scuole universitarie svizzere), alfine di stabilire se i modelli formativi attuali e soprattutto futuri saranno in grado di preparare adeguatamente le nuove leve. Un altro punto che il Consiglio Federale intende analizzare, e che riteniamo centrale per padroneggiare al meglio la sfida digitale, è la coordinazione e la collaborazione tra istituti scolastici e mondo del lavoro. Diventerà sempre più critico per il successo il sapere scambiarsi efficacemente le informazioni e creare sinergie che hanno un senso. In quest’ottica la sfida della digitalizzazione mette una pressione ancora maggiore alla complessità del gestire e coordinare le attività, ma sarà sempre più un fattore centrale per il buon esito dei progetti.
E non solo collaborazione tra strutture, ma anche tra infrastrutture. Esse devono e dovranno rimanere moderne e performanti, con un legame tra di loro e possibilmente anche con uno sbocco all’estero che ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia importante (se non vitale) in taluni ambiti, l’importanza della collaborazione transnazionale. Questo vale per i mezzi di trasposto e le vie di transito, esempio che subito viene alla mente, ma vale anche per l’approvvigionamento dell’energia, per le nuove regole e standard internazionali in ambiti sovranazionali come il clima e Internet.

Come Camera di commercio, industria, artigianato e servizi del Cantone Ticino ribadiamo che la nostra posizione sul tema della digitalizzazione rimane quella del no a nuove regole, adesso, in questo campo: si rischierebbe fortemente di condizionare un processo in divenire che non si sa ancora veramente come mostrerà i suoi punti di forza.

D’altro canto siamo pragmatici e possiamo dire di sì a nuove regole, solo se serviranno ad uniformare le regole nel settore online e il settore tradizionale. Non ci piace la concorrenza “sleale”, e cerchiamo, da sempre, di far giocare tutti i giocatori secondo regole uguali e precise: che vinca poi il migliore. Inoltre, nel caso di nuove regole per il modo digitale sarà imperativo abrogare alcune delle vecchie non più necessarie. Insomma, tante sfide per un tema vastissimo e che sta mostrando solo adesso alcune delle sue peculiarità.

Intervista a Guido De Carli sul tema della digitalizzazione

La digitalizzazione sta accelerando il passo. Certe professioni spariranno, delle nuove si creeranno. E le future forme di lavoro diventeranno molto flessibili, riferisce nell’intervista lo specialista delle risorse umane Guido De Carli (sotto nella foto), titolare della ditta ARU SA (Architettura Risorse Umane) a Lugano.

Signor De Carli, in quale misura il settore delle risorse umane è „digitalizzato“ o può diventarlo?

Praticamente tutti i settori lavorativi vengono digitalizzati, e il nostro non fa eccezione. Stiamo introducendo, per esempio, una piattaforma virtuale per i nostri clienti e una per il cosiddetto clouding: in tale modo saremo pronti all’immensa quantità di dati utili per la valutazione del mercato di lavoro provenienti da tutto il mondo.

A causa della digitalizzazione di certo diverse attività umane verranno sostituite da apparecchi o computer.

La necessità e la voglia di evolvere sono nel DNA dell’uomo. Da sempre cerca di facilitarsi la vita tramite dei macchinari che riescano ad aumentare la sua performance o che si occupino di attività ripetitive e noiose. Questa tendenza si rafforzerà ancor di più. Emergono nuovi bisogni e i lavori che sono eseguibili solo tramite delle macchine o dei robot diventeranno ancora più performanti grazie all’intelligenza artificiale.

Quali professioni concretamente spariranno prima o poi?

Invece di professioni parliamo piuttosto della natura che sta alla base dell‘attività. Lavoratori che svolgono delle attività manuali, ripetitive e di scarso valore aggiunto verranno sostituiti da macchine. Penso per esempio a operai nell’industria o a boscaioli. Ma attenti anche alle attività analitiche che si basano su algoritmi in quanto sono adattissime per essere svolte da computer, i quali sono i migliori analisti dell’uomo.

Vengono quindi toccati anche parecchi compiti nel settore terziario.

Nello specifico tutte le attività che hanno a che fare con un certo tipo di intermediazione: nel settore immobiliare o nell’ambito del turismo. Inoltre cambierà tutto quello che concerne il rilievo manuale dei dati e la relativa immissione, con i computer questo lavoro viene automatizzato e quindi i cosiddetti backofficer dovranno trasformare la loro attività. La rivoluzione 4.0 coinvolgerà tutte le procedure intermedie. È persino verosimile che sparisca il mestiere del notaio.

È proprio questo il motivo per il quale la digitalizzazione crea non solo speranze ma anche tanti timori.

C’erano già tanti timori quando la diligenza venne rimpiazzata dal treno. Il problema è che una grande parte della popolazione fa fatica ad accettare il cambiamento digitale per la sua rapidità e pertanto si sente colta alla sprovvista.

Cosa raccomanda loro?

La gente deve cambiare atteggiamento di fronte alla digitalizzazione .Le persone che sono curiose ed aperte riusciranno a cavalcare il cambiamento ed avranno delle chances immense. Bisogna sviluppare un atteggiamento pro attivo nei confronti dei problemi invece di evitarli.

In futuro, quali abilità saranno importanti da parte dei collaboratori? Dovranno essere multifunzionali?

Certamente, e dovranno sviluppare soprattutto l’abilità del problem solving. Soltanto le menti umane sono capaci di sviluppare dei pensieri critici, di fare delle vere sintesi, delle interpretazioni e delle messe in rete o dei coordinamenti complessi. Le competenze sociali non sono digitalizzabili e rimarranno certamente importanti anche in futuro.

E ci saranno diverse professioni nuove che oggigiorno non sappiamo ancora definire esattamente.

Un’attività nuova che sarà molto in voga è quella del data scientist. Questa figura non sarà soltanto un matematico, ma simultaneamente farà anche da economista e persino da psicologo. Sarà una persona che uscirà spesso dal suo ufficio per incontrare colleghi di altri reparti e discutere sullo sviluppo del business tramite le sue sintesi molto elaborate, scaturite dall’analisi dei suoi algoritmi.

Ovunque si sente la parole chiave formazione continua.

Questa incide molto, in primis per le persone ancora impiegate e naturalmente anche per quelle che hanno perso il lavoro e magari, nel frattempo, le loro competenze sono diventate obsolete. Perché anche chi dispone di skills importanti avrà con il tempo uno svantaggio senza un aggiornamento continuo – dato che lo sviluppo digitale avanza in modo estremamente veloce.

Impiego a tempo parziale, lavoro interinale, telelavoro, job-sharing, lavoro on demand, freelance: tutti questi sembrano diventare modelli tipici di lavoro.

Una flessibilizzazione del lavoro è necessaria perché il datore di lavoro non potrà più garantire un intervallo lavorativo di otto ore. Questo per ragioni di cambiamento della società e i suoi bisogni di mobilità ed anche per necessità commerciali. Certamente ci sarà molto più job-sharing e homework. Per i datori di lavoro non conterà più tanto la presenza in termini di tempo del collaboratore, ma il risultato.

Come devono adattarsi le aziende per accompagnare al meglio i collaboratori?

Le imprese devono mantenere i corsi di formazione ma anche allargarli all’ambito della psicologia, delle competenze sociali e dei valori – proprio per incentivare l’atteggiamento giusto di cui ho parlato prima.

Del resto, dove sono i limiti della digitalizzazione?

Anche in passato si parlava di limiti, che poi vennero superati di colpo. I veri limiti concernono l’etica e la sostenibilità: dobbiamo rimanere attenti alla possibilità di una certa disputa tra uomo e macchine e tenere conto dell’equilibrio sensibile tra il progresso tecnico e il nostro ambiente. Comunque l’uomo deve rimanere al centro di ogni sviluppo evolutivo.

La digitalizzazione oggi – dossier tematico

Nell’inchiesta congiunturale, che ogni anno conduciamo unitamente ad altre Camere di commercio e dell’industria, vi sono sempre alcuni approfondimenti specifici che vanno oltre le cifre dell’andamento economico generale. L’edizione 2016/2017 si è soffermata in particolare sui temi dell’innovazione, della trasformazione digitale e della formazione. Temi per molti aspetti ovviamente legati (visionate qui l’intervista).

Per quanto attiene il vastissimo mondo della trasformazione digitale, i nostri soci hanno mostrato di essere ben coscienti dell’entità del fenomeno e degli effetti concreti e potenziali non solo sui prodotti e le procedure ma anche sui modelli di business, elemento quest’ultimo che rappresenta probabilmente il risvolto che comporta le sfide più impegnative. Ben il 56% delle aziende consultate ha risposto in maniera affermativa alla domanda se “La digitalizzazione (integrazione delle tecnologie numeriche nel funzionamento dell’impresa) modifica o modificherà la vostra attività?”. La Cc-Ti da anni sensibilizza sul tema dell’utilizzo dei più o meno nuovi strumenti digitali nel contesto della valutazione del modello di business e i numerosi eventi e corsi proposti indicano che la diffusione della sensibilità verso questa trasformazione epocale sta funzionando. Poi ovviamente le singole categorie dovranno effettuare le valutazioni commisurate alle esigenze specifiche, ma questo è appunto compito dei singoli settori.

Quale associazione-mantello abbiamo il compito di accrescere l’attenzione verso il cambiamento e il dato summenzionato ci serve da spunto di riflessione per chiederci se abbia un senso parlare della digitalizzazione solo come foriera di paure. Ogni cambiamento porta insicurezze, rimette in questione modelli acquisiti ecc., per cui è umano che, almeno in una fase iniziale, prevalgano i timori.

Ben il 56% delle aziende consultate ha risposto in maniera affermativa alla domanda se “La digitalizzazione (integrazione delle tecnologie numeriche nel funzionamento dell’impresa) modifica o modificherà la vostra attività?”

Pochi ricordano che negli anni Ottanta il Parlamento federale discusse una proposta di introduzione di una tassa volta ad impedire la diffusione dei computer, rei di far sparire posti di lavoro. Fortunatamente tale tassa fu affossata e come è andata lo sappiamo tutti. Anche oggi probabilmente gli scenari apocalittici di business spazzati via in un solo colpo di mouse sono esagerati, anche se, lo concedo, i cambiamenti sono molto più rapidi di trenta anni fa e quindi il tempo di adattamento è minore. Nel contesto delle paure è però giusto rilevare che, come in tutte le trasformazioni (senza scomodare il termine di rivoluzione), vi sono elementi positivi.
A questo proposito si può ad esempio citare un articolo molto interessante pubblicato dalla “NZZ am Sonntag” lo scorso 1° gennaio 2017 intitolato “Die Weltveränderer”. Per quanto attiene lo sviluppo della robotica, che è solo una parte del vasto mondo della rivoluzione digitale, si sottolinea come essa potrà cambiare il volto non solo dell’industria, che da molto tempo ne ha compreso i vantaggi, ma anche il settore dei servizi. Si cita l’esempio della Royal Bank of Scotland presso la quale apparecchi automatici risponderanno alle domande dei clienti, come è già il caso anche per diverse aziende elvetiche. Ad una prima analisi si potrebbe reagire a questa notizia con il pensiero delle collaboratrici e collaboratori che perderanno il posto di lavoro, sostituiti da macchine e a questo occorre ovviamente prestare attenzione. Ma, cambiando prospettiva, non si può non notare che in questo modo un certo livello della qualità del servizio sarà sempre garantita e il personale, non più costretto a rispondere a semplici domande dei clienti, potrà concentrarsi su altre importanti attività. Qui entra ovviamente in gioco l’attenzione alla formazione continua e alla riqualificazione del personale. Ma il processo è ineluttabile e limitarsi a subirlo o a erigere barriere di resistenza serve a poco. Come ogni cambiamento, esso va cavalcato e affrontato con il giusto gusto della sfida.
Se pensiamo che molte aziende realizzano una fetta importante della loro cifra d’affari (anche fino al 75%) con prodotti che dieci anni fa non esistevano, senza aver ridotto l’occupazione, ecco che gli elementi positivi non mancano. Le preoccupazioni per gli esseri umani sono più che legittime, ma nel nostro piccolo Ticino vi sono indicazioni rassicuranti. Nella nostra inchiesta le aziende affermano chiaramente che non intendono procedere a licenziamenti massicci a causa, o forse grazie, alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Ben l’80% delle aziende pensa che essa non avrà nessun impatto sul numero di impiegati nella propria azienda! Alla faccia di chi continua, con eccessiva leggerezza o forse in malafede, a considerare il tessuto economico ticinese di scarso valore. L’esempio testé citato di un software che risponde alle domande dei clienti non è del resto stato scelto a caso. Infatti nei prossimi 5 anni il 30% delle aziende che hanno risposto alla nostra inchiesta prevedono di investire nel digitale per rinnovare la parte commerciale della loro attività e cioè la relazione con il cliente, la vendita e la comunicazione. E il segno degli investimenti su prodotti e processi in trasformazione sulla base dei mutamenti legati alla digitalizzazione è pure una fetta importante degli investimenti aziendali.

Ma il processo è ineluttabile e limitarsi a subirlo o a erigere barriere di resistenza serve a poco. Come ogni cambiamento, esso va cavalcato e affrontato con il giusto gusto della sfida.

Sempre nell’ottica del mito della digitalizzazione come fagocitatrice di relazioni umane e impieghi, l’articolo della “NZZ am Sonntag” cita un altro interessante caso di risvolto inaspettato dato delle nuove tecnologie: il “reshoring”, ossia il ritorno alla produzione di beni su suolo elvetico. Grazie alla robotica di nuova generazione la produzione, anche con il nostro alto costo del lavoro, sarà di nuovo più concorrenziale in Svizzera. Con il grande vantaggio di creare posti di lavoro ed essere più vicini ai clienti finali, diminuendo drasticamente i tempi di produzione e di fornitura delle merci. Si potrà quindi in una certa misura tornare a produrre dove poi si venderà la merce o comunque in prossimità dei mercati di destinazione. Chiaramente i nuovi posti di lavoro creati avranno delle esigenze diverse da quelle delle fabbriche ritenute “classiche”, il che non è una sfida facilissima. Ma implica molte possibilità di sviluppo. Anche in questo caso il ruolo della formazione sarà assolutamente centrale, ma le aziende ticinesi e svizzere hanno già dimostrato e dimostrano sensibilità in questo senso, con il forte accento posto sulla formazione professionale, asso nella manica della Svizzera e leva importantissima per riuscire a gestire i molti cambiamenti in atto.
Inutile illudersi, come in tutti i cambiamenti epocali probabilmente qualcuno, almeno all’inizio, uscirà sconfitto da questo cambio di paradigma. Una delle molte sfide sarà proprio quella di non “perdere per strada” chi sarà confrontato a queste difficoltà, perché il disagio sociale, al di là delle difficili situazioni individuali, non è nell’interesse di nessuno e nemmeno dell’economia, malgrado taluni teorici troppo ideologizzati tentino di far credere il contrario.
Continuare a cambiare, a evolversi e affrontare nuove sfide con mente aperta rimane quindi un modo lungimirante per mantenere il benessere. Niente è scontato e in futuro lo sarà sempre di meno, ma ci saranno anche tante diverse opportunità e magari potrà anche essere divertente svolgere i vecchi compiti in maniera totalmente nuova.

Per approfondire il tema della digitalizzazione, qui di seguito trovate diversi contenuti quali approfondimenti tematici.
Il fiume della digitalizzazione scorre vigoroso e libero in Svizzera
Lasciate in pace i robot!
La rivoluzione digitale dell’economia e della società
La nuova frontiera della formazione

La “sharing economy” suscita grande interesse

Il 25 gennaio 2016 si è tenuto presso la sede della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Canton Ticino (Cc-Ti) l’evento “Sharing economy: l’economia della condivisione”. L’evento, co-organizzato dalla Cc-Ti e la Fondazione AGIRE ha voluto rendere attento il pubblico su questo “nuovo” modello economico illustrandone il  potenziale e le sfide che  questo comporta.

Dopo un breve saluto del Direttore della Cc-Ti, Luca Albertoni, che ha messo in risalto l’importanza di capire al meglio questo fenomeno, si è entrati subito nel vivo grazie al Professor Siegfried Alberton che ha introdotto il tema, fornendo una visione d’insieme sulla grande evoluzione di quest’ultimo (basti pensare che si stima che negli Stati Uniti quasi 1/3 dei lavoratori è freelancer) e illustrando i campi più illustri dove questo fenomeno – che prende forma attraverso un consumo o produzione collaborativa – si manifesta, come ad esempio nella mobilità e l’efficienza energetica. Ha poi di nuovo preso la parola il Direttore Cc-Ti, Luca Albertoni, fornendo una panoramica delle principali sfide esistenti – in parte giuridiche ma principalmente politiche, prendendo come esempio il “caso Uber” o il “caso Airbnb” – ma sottolineando anche le nuove opportunità di mercato che l’economia della condivisione comporta. Infine, Karim Varini, co-fondatore di TimeRepublik, piattaforma web di “cloud co-working”, ha fornito un esempio concreto di attività di “Sharing economy”. Varini ha sottolineato come in verità, contrariamente alle previsioni, nel periodo successivo alla crisi economica  le persone abbiano  dimostrato sempre più voglia di aiutarsi e di partecipare a un progetto comune. La società infatti sta lentamente cambiando, ne è sintomatico il fatto che gli studenti non scelgono più i loro curriculum accademici unicamente in previsione del salario che percepiranno ma anche tenendo conto del progetto a cui potranno prendere parte.

Agli ospiti è stata poi offerta una colazione di networking dove hanno potuto approfondire, con domande ulteriori, il tema della Sharing economy.

Scaricate le presentazioni
Sharing economy: un nuovo paradigma?
Siegfried Alberton
TimeRepublik. un esempio concreto di “Sharing economy”
Karim Varini
Flyer programma
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