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Nuove forme di lavoro per un mondo in continua evoluzione – dossier tematico

7 Giugno 2017/in Sostenibilità, Tematiche

Per una nuova cultura del lavoro

Da almeno quarant’anni economisti e sociologi analizzano e descrivono le trasformazioni del mondo del lavoro nel passaggio dal fordismo al post fordismo. Ossia il grande salto dalla produzione di massa incentrata sul vecchio modello industriale della fabbrica, che con i suoi ritmi scandiva anche i tempi della vita sociale, all’irrompere delle nuove tecnologie con la diversificazione produttiva, la flessibilità e il just in time. Un cambiamento radicale accelerato dagli effetti congiunti della globalizzazione e dalla diffusione planetaria delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che ha interconnesso non solo i mercati mondiali delle merci e dei capitali, ma anche quelli delle idee, delle competenze e delle professionalità. Spingendo la capacità d’innovazione, la competitività e la concorrenza internazionale verso livelli sempre più alti.

La svolta epocale

Su questa rivoluzione si è saldamente innestata la nuova economia digitale che sta ulteriormente trasformando la produzione di beni e servizi, la loro distribuzione e gli stili di vita, mentre i paesi avanzati sono oggi contrassegnati dal progressivo invecchiamento della popolazione, dall’aumento dell’occupazione femminile e dall’impiego crescente di manodopera immigrata. Inoltre, in questi paesi, ed è la prima volta che accade nella storia dell’umanità, si trovano a convivere ben quattro generazioni, un grande accumulo di risorse, esperienze e intelligenze dalle potenzialità enormi. Un solo esempio: la possibilità di dilazionare l’età di pensionamento impiegando i dipendenti più anziani nel tutoraggio dei giovani al primo impiego, senza appesantire le condizioni di lavoro dei primi, favorirebbe la trasmissione dell’esperienza professionale e darebbe anche un sostanzioso contributo alle casse del sistema pensionistico.

In questa movimentata topografia dei cambiamenti produttivi e sociali cambiano anche i modelli di lavoro. Termini come lavoro atipico, alternativo, interinale, immateriale, telelavoro, lavoro autonomo di terza generazione, job sharing e lavoro ibrido, cioè quello fatto di manualità, informatica e robotica, sono ormai parole correnti e non solo nel linguaggio degli specialisti. La cosiddetta gig economy, che non è semplicemente quella dei lavoretti, ma del lavoro on demand, cioé quando c’è richiesta, e la sharing economy, l’economia della condivisione, hanno ampliato e diversificato l’offerta di merci e servizi, allargando anche la base occupazionale, grazie all’incontro più veloce tra domanda e offerta di lavoro e al taglio dei costi di transazione.

Se Uber ha scosso dalle fondamenta il trasporto urbano, intaccando le solide rendite di posizioni dei tassisti e delle aziende pubbliche, decine di start up gestiscono con successo, e grande soddisfazione dei clienti, la galassia dei servizi a domicilio, dalle pulizie di casa alle riparazioni domestiche, dalla consegna di cibi pronti a quella della biancheria lavata e stirata in lavanderia. È tutto un mondo e un modo di vivere che si sta trasformando sotto i nostri occhi.

Termini come lavoro atipico, alternativo, interinale, immateriale, telelavoro, lavoro autonomo di terza generazione, job sharing e lavoro ibrido, cioè quello fatto di manualità, informatica e robotica, sono ormai parole correnti e non solo nel linguaggio degli specialisti.

Il Ticino che guarda indietro

Eppure in Ticino quando si parla di lavoro e di occupazione si ragiona, in larga parte, come un secolo fa. Qui la flessibilità è spacciata ancora come precarizzazione dell’occupazione e i nuovi modelli di lavoro sono solo sinonimi di nuove modalità di sfruttamento, quando in realtà essi corrispondono alle mutate esigenze produttive imposte da mercati dominati da una concorrenza sempre più agguerrita. Si è cominciato anni fa a contestare il lavoro su chiamata e l’outsourcing e si è arrivati a criticare ferocemente persino l’aumento degli impieghi a tempo parziale, quando da sempre si è invocato il part-time, anche da sinistra, come la grande opportunità per le donne di ritornare sul mercato del lavoro conciliando meglio gli impegni professionali con quelli famigliari.

Recentemente sono finiti nel mirino le agenzie di lavoro interinale, considerate vere e proprie centrali di sfruttamento che alimenterebbero il dumping salariale.   Poco importa se esse permettono a centinaia di giovani di accedere più rapidamente al mercato del lavoro, e acquisire le prime indispensabili esperienze, o se rappresentano una possibilità in più offerta ai disoccupati per rimettersi in pista e riconquistarsi, magari, un posto fisso. E importa ancora meno il fatto che le agenzie di impiego interinale forniscono un servizio essenziale nell’economia moderna, ossia soddisfare in maniera rapida e mirata un fabbisogno temporaneo di manodopera necessaria per dei picchi produttivi o per urgenze lavorative, per sostituire altri lavoratori, per mansioni a breve termine e tante altre necessità per le quali nessuno assumerebbe qualcuno a tempo indeterminato.

Nonostante queste agenzie siano rigorosamente regolate dalla legge e garantiscano un salario minimo anche nei settori dove non c’è un contratto collettivo, in Ticino c’è chi le vorrebbe mettere al bando. Per intanto ci si accontenta di penalizzarle pesantemente con la nuova legge sulle commesse pubbliche.

Si è cominciato anni fa a contestare il lavoro su chiamata e l’outsourcing e si è arrivati a criticare ferocemente persino l’aumento degli impieghi a tempo parziale, quando da sempre si è invocato il part-time, anche da sinistra, come la grande opportunità per le donne di ritornare sul mercato del lavoro conciliando meglio gli impegni professionali con quelli famigliari.

Nuovi modelli di lavoro

Un recente studio europeo (Eurofound) ha classificato nove grandi tipologie di nuovi modelli di lavoro ormai diffusi in tutto l’Occidente: employee sharing,  gli stessi lavoratori assunti da un un gruppo di diversi imprese; job sharing, lavoro ripartito tra più dipendenti; temporary management, manager impiegati per specifici progetti; casual work, lavoro intermittente; telelavoro; voucher-based work, prestazioni pagate con un voucher che copre retribuzione e contributi sociali, portfolio work,  autonomi che lavorano per diversi clienti; crowd employment, piattaforme online che mettono in contatto domanda e offerta di lavoro per progetti complessi; collaborative employment, lavoratori freelance e micro imprese che collaborano tra di loro.

Si tratta di modalità d’impiego nate spontaneamente dalle trasformazioni economiche e sociali odierne, che presentano indubbi vantaggi per l’accesso al mercato del lavoro, ma anche molti aspetti poco chiari dal profilo della tutela dei lavoratori, che legislatori, sindacati e imprese dovrebbero affrontare assieme per definire una normativa adeguata ai tempi. Ma la realtà è questa. Basta pensare che negli Usa la crescita netta dei posti di lavoro negli ultimi dieci anni, nove milioni in più, è dovuta esclusivamente a modalità alternative d’impiego che escono dagli schemi tradizionali.

Una realtà che se da un lato richiederà anche una nuova cultura aziendale e del lavoro, dall’altro impone l’impegno comune della politica e delle parti sociali per adeguare il vecchio diritto del lavoro ad un mondo che è del tutto diverso. Solo così e pensando soprattutto anche a modelli più efficienti, e meno dispersivi, di Welfare si potranno affrontare le sfide poste da queste grandi trasformazioni: la formazione continua, la previdenza professionale, la mobilità e la discontinuità lavorativa, l’accesso all’impiego per i più giovani.

Per approfondire il tema delle nuove forme di lavoro, qui di seguito trovate diversi contenuti quali approfondimenti tematici.

Il mondo del lavoro è sempre più dinamico e polivalente
Il valore della flessibilità
Il futuro si crea adesso
La gente deve cambiare atteggiamento
Lavoro: trasformazione sociale e digitale
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