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Intervista a Guido De Carli sul tema della digitalizzazione

2 Aprile 2017/in Digitalizzazione, Tematiche

La digitalizzazione sta accelerando il passo. Certe professioni spariranno, delle nuove si creeranno. E le future forme di lavoro diventeranno molto flessibili, riferisce nell’intervista lo specialista delle risorse umane Guido De Carli (sotto nella foto), titolare della ditta ARU SA (Architettura Risorse Umane) a Lugano.

Signor De Carli, in quale misura il settore delle risorse umane è „digitalizzato“ o può diventarlo?

Praticamente tutti i settori lavorativi vengono digitalizzati, e il nostro non fa eccezione. Stiamo introducendo, per esempio, una piattaforma virtuale per i nostri clienti e una per il cosiddetto clouding: in tale modo saremo pronti all’immensa quantità di dati utili per la valutazione del mercato di lavoro provenienti da tutto il mondo.

A causa della digitalizzazione di certo diverse attività umane verranno sostituite da apparecchi o computer.

La necessità e la voglia di evolvere sono nel DNA dell’uomo. Da sempre cerca di facilitarsi la vita tramite dei macchinari che riescano ad aumentare la sua performance o che si occupino di attività ripetitive e noiose. Questa tendenza si rafforzerà ancor di più. Emergono nuovi bisogni e i lavori che sono eseguibili solo tramite delle macchine o dei robot diventeranno ancora più performanti grazie all’intelligenza artificiale.

Quali professioni concretamente spariranno prima o poi?

Invece di professioni parliamo piuttosto della natura che sta alla base dell‘attività. Lavoratori che svolgono delle attività manuali, ripetitive e di scarso valore aggiunto verranno sostituiti da macchine. Penso per esempio a operai nell’industria o a boscaioli. Ma attenti anche alle attività analitiche che si basano su algoritmi in quanto sono adattissime per essere svolte da computer, i quali sono i migliori analisti dell’uomo.

Vengono quindi toccati anche parecchi compiti nel settore terziario.

Nello specifico tutte le attività che hanno a che fare con un certo tipo di intermediazione: nel settore immobiliare o nell’ambito del turismo. Inoltre cambierà tutto quello che concerne il rilievo manuale dei dati e la relativa immissione, con i computer questo lavoro viene automatizzato e quindi i cosiddetti backofficer dovranno trasformare la loro attività. La rivoluzione 4.0 coinvolgerà tutte le procedure intermedie. È persino verosimile che sparisca il mestiere del notaio.

È proprio questo il motivo per il quale la digitalizzazione crea non solo speranze ma anche tanti timori.

C’erano già tanti timori quando la diligenza venne rimpiazzata dal treno. Il problema è che una grande parte della popolazione fa fatica ad accettare il cambiamento digitale per la sua rapidità e pertanto si sente colta alla sprovvista.

Cosa raccomanda loro?

La gente deve cambiare atteggiamento di fronte alla digitalizzazione .Le persone che sono curiose ed aperte riusciranno a cavalcare il cambiamento ed avranno delle chances immense. Bisogna sviluppare un atteggiamento pro attivo nei confronti dei problemi invece di evitarli.

In futuro, quali abilità saranno importanti da parte dei collaboratori? Dovranno essere multifunzionali?

Certamente, e dovranno sviluppare soprattutto l’abilità del problem solving. Soltanto le menti umane sono capaci di sviluppare dei pensieri critici, di fare delle vere sintesi, delle interpretazioni e delle messe in rete o dei coordinamenti complessi. Le competenze sociali non sono digitalizzabili e rimarranno certamente importanti anche in futuro.

E ci saranno diverse professioni nuove che oggigiorno non sappiamo ancora definire esattamente.

Un’attività nuova che sarà molto in voga è quella del data scientist. Questa figura non sarà soltanto un matematico, ma simultaneamente farà anche da economista e persino da psicologo. Sarà una persona che uscirà spesso dal suo ufficio per incontrare colleghi di altri reparti e discutere sullo sviluppo del business tramite le sue sintesi molto elaborate, scaturite dall’analisi dei suoi algoritmi.

Ovunque si sente la parole chiave formazione continua.

Questa incide molto, in primis per le persone ancora impiegate e naturalmente anche per quelle che hanno perso il lavoro e magari, nel frattempo, le loro competenze sono diventate obsolete. Perché anche chi dispone di skills importanti avrà con il tempo uno svantaggio senza un aggiornamento continuo – dato che lo sviluppo digitale avanza in modo estremamente veloce.

Impiego a tempo parziale, lavoro interinale, telelavoro, job-sharing, lavoro on demand, freelance: tutti questi sembrano diventare modelli tipici di lavoro.

Una flessibilizzazione del lavoro è necessaria perché il datore di lavoro non potrà più garantire un intervallo lavorativo di otto ore. Questo per ragioni di cambiamento della società e i suoi bisogni di mobilità ed anche per necessità commerciali. Certamente ci sarà molto più job-sharing e homework. Per i datori di lavoro non conterà più tanto la presenza in termini di tempo del collaboratore, ma il risultato.

Come devono adattarsi le aziende per accompagnare al meglio i collaboratori?

Le imprese devono mantenere i corsi di formazione ma anche allargarli all’ambito della psicologia, delle competenze sociali e dei valori – proprio per incentivare l’atteggiamento giusto di cui ho parlato prima.

Del resto, dove sono i limiti della digitalizzazione?

Anche in passato si parlava di limiti, che poi vennero superati di colpo. I veri limiti concernono l’etica e la sostenibilità: dobbiamo rimanere attenti alla possibilità di una certa disputa tra uomo e macchine e tenere conto dell’equilibrio sensibile tra il progresso tecnico e il nostro ambiente. Comunque l’uomo deve rimanere al centro di ogni sviluppo evolutivo.

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