Verso lo sviluppo di nuovi prodotti

In Ticino da quasi un secolo. Da impresa con poche decine di persone ad azienda leader a livello internazionale nella produzione di sostanze chimiche e nello  sviluppo d’impianti per l’industria chimica. Scopriamo Casale Group, con un’intervista a Federico Zardi, CEO.

La storia di Casale Group è frutto di grandi visioni imprenditoriali e d’innovazione continua, come testimonia anche il  numero di brevetti depositati. Sin dalla sua fondazione a Lugano nel 1921, ad opera di Luigi Casale, chimico italiano di fama mondiale per aver ideato un  processo di sintesi dell’ammoniaca. Invenzione decisiva per la produzione dei nuovi fertilizzanti azotati che hanno segnato una svolta nello sviluppo  nell’agricoltura. In questo testo parliamo  dell’importanza delle nuove tecnologie digitali per l’innovazione.

Anche nell’ultimo studio di Bak Economics, Casale si evidenzia come un’impresa capace di competere per innovazione e brevetti con i giganti mondiali dell’industria. In che misura le tecnologie digitali accelerano o agevolano l’innovazione?

“Penso che le nuove tecnologie digitali abbiano un grande potenziale per creare applicazioni  innovative in vari campi, come anche nel nostro. Un esempio di tecnologia digitale che agevola direttamente il nostro lavoro è l’applicazione dell’Intelligenza Artificiale nel processo di ricerca. L’analisi di grandi masse di dati prodotti durante la ricerca può essere velocizzata con tecniche che si basano sull’Intelligenza
Artificiale, accelerando e agevolando lo sviluppo di prodotti innovativi”.

L’innovazione dipende più dalle dimensioni dell’impresa o dalla cultura aziendale?

“L’innovazione dipende fondamentalmente dalla cultura aziendale. Quando Casale aveva una dimensione di poche decine di persone è riuscita a sviluppare  innovazioni che le hanno permesso di primeggiare rispetto a concorrenti molto più grandi. È evidente, comunque, che una maggior dimensione dell’azienda crea maggiori capacità finanziarie che possono essere dedicate all’innovazione”.

Quali vantaggi offre il Ticino per un’azienda leader a livello mondiale come Casale Group?

“Il Ticino per noi è un ottimo baricentro tra il nord della Svizzera e più in generale il nord dell’Europa, con la sua grande tradizione e cultura scientifica, e l’Italia con la sua cultura e produzione industriale specialistica del nostro settore, combinata col buon livello tecnico degli istituti universitari. Riusciamo facilmente ad accedere alle competenze e capacità di ricerca dei due Politecnici federali, degli istituti di ricerca svizzeri e del nord dell’Europa, e altrettanto facilmente ai fornitori e partner specializzati nel nostro campo che sono presenti e attivi in Italia”.

Nel vostro settore quanto conta il made in Switzerland?
“Il made in Switzerland rimane un sinonimo di qualità e di eccellenza tecnologica, il nostro valore però dobbiamo dimostrarlo con i fatti”.

Avete difficoltà nel reperire la manodopera qualificata e gli specialisti di cui avete bisogno?

“Sì, abbiamo qualche difficoltà, ma generalmente riusciamo a risolverla”.

Da un’economia a rimorchio al Ticino dei brevetti e dell’innovazione

La Cc-Ti insieme alle aziende ticinesi per la trasformazione digitale

La Svizzera è il Paese più globalizzato al mondo, da otto anni è in testa alla classifica internazionale dell’innovazione e nel 2018 le aziende elvetiche hanno depositato all’European Patent Office ben 7’927 brevetti. Con un aumento del 7,8% rispetto al 2017, il doppio di quello registrato nel resto dell’Europa. In questo quadro di eccellenza nazionale, Il Ticino gioca brillantemente la sua partita per il numero di patenti e brevetti di qualità, con una crescita, addirittura, superiore alla media svizzera. Il che certifica la capacità d’innovazione di un sistema economico che si va gradualmente riconfigurando sulle opportunità offerte dalla
rivoluzione digitale.

Dunque, un cantone inserito a pieno titolo nella rete globale dell’economia e dell’innovazione indotta dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Una realtà di successo ignorata, purtroppo, dal grande pubblico e da buona parte dei nostri politici, oscurata com’è dalla narrazione dominante di un Ticino economicamente disastrato e devastato dai “capannoni industriali”. Abbiamo, invece, una solida diversificazione produttiva, con una forte innovazione in diversi settori e fior di aziende che primeggiano nei brevetti, tenendo testa ai giganti mondiali dell’industria. E lo ha ben evidenziato l’ultimo studio commissionato dalla Cc-Ti a BAK Economics.

L’innovazione è stato il motore di una crescita che ha strappato il Ticino dal triste cliché del cantone “a rimorchio” o “in mezzo al guado”, aprendo prospettive promettenti per l’economia. Per questo la Cc-Ti sta concentrando i suoi sforzi nel supportare le aziende nel delicato passaggio verso la digitalizzazione che, per la sua stessa natura, è un moltiplicatore d’innovazione. A differenze delle tecnologie del passato, essa investe infatti non solo la produzione di merci e servizi, ma la loro ideazione e progettazione, la commercializzazione, la gestione e la pianificazione aziendale, la sua visibilità sul mercato. Un effetto a catena che in ogni fase può creare ulteriore valore aggiunto.

La progressiva integrazione delle tecnologie digitali e l’interazione intelligente col lavoro umano nei processi produttivi è oggi la chiave dello sviluppo economico e della crescita delle imprese. Anche delle aziende artigianali che possono ormai disporre di sofisticate tecniche a costi più accessibili, per potenziare la loro specializzazione e sfruttare nuovi materiali in ogni campo: dall’edilizia alla falegnameria, dal tessile ai rivestimenti, dagli isolamenti termici e acustici alla domotica.

Ma l’innovazione è pressoché inutile se non è valorizzata da un nuovo modello di business, che permetta la gestione ottimale di tutta l’attività produttiva, dei canali di promozione e distribuzione. In grado, perciò, d’imporsi in modo altrettanto innovativo sul mercato. Una necessità cruciale a cui la Cc-Ti dedicherà il prossimo 10 settembre l’evento “Business model innovation”.

Intelligenza Artificiale e sua tutela

L’articolo fornisce spunti di riflessione sull’Intelligenza Artificiale (IA) come booster di crescita nei più disparati campi tecnici, stimolando a considerarne l’applicazione nelle proprie attività produttive e tutelandone i diritti di proprietà intellettuale in uno scenario pionieristico.

Sei anni fa, il presidente cinese Xi Jinping annunciò gli obiettivi per il centenario della Repubblica Popolare cinese: entro il 2025, diventare la prima potenza tecnologica nei settori di punta, inclusi mobilità autonoma, robotica ed informatica quantistica; entro il 2035, diventare leader mondiale nell’innovazione; entro il 2049, l’indiscussa prima potenza mondiale. Nel frattempo, il PIL cinese, pari alla metà di quello statunitense nel 2004, lo ha eguagliato nel 2014, e si prevede possa superarlo del 50% entro il 2024.

Questi dati rendono l’idea di quanto l’innovazione sia motore di crescita impetuosa. Secondo recenti indagini, l’Intelligenza Artificiale (IA) accelera il progresso, quindi i benefici economici dei titolari dei diritti di esclusiva (brevetti, copyright…). L’IA è la capacita di un sistema tecnologico di svolgere attività della mente, prendere decisioni non preimpostate dall’uomo. Il suo alimento sono i dati. Le sue applicazioni innumerevoli: dalla biotecnologia, farmaceutica, diagnostica, genetica, alla robotica, riconoscimento vocale, marketing personalizzato, analisi predittive, reti intelligenti, telecomunicazioni, educazione.

Non mancano interrogativi, di natura sociologica, etica e filosofica, sulle potenzialità dell’IA, sulle sue ipotesi di utilizzo e sulle sue conseguenze. Di certo, tra queste, l’incidenza sull’occupazione di personale umano, nelle attività facilmente automatizzabili, ma anche in quelle professionali, come la selezione di personale, le diagnosi mediche o l’applicazione della legge in sostituzione dei giudici.

Il tema non si può esaurire in poche righe ma il modo migliore per iniziare a usare l’IA è accettare la sfida dell’innovazione ed adottarne l’impiego nel proprio campo di applicazione: immaginare come cambiare la propria attività con l’IA, integrarla affidando all’uomo compiti di maggior valore e tutelare nuove dinamiche di lavoro può risultare vincente, non solo per le grandi aziende ma per chiunque intraveda e tuteli soluzioni tecniche vantaggiose.

I rappresentanti dell’industria, del mondo accademico, associazioni, studi legali brevettuali, legislatori, uffici brevetti ed enti governativi si confrontano su queste tematiche. Si dibatte sul diritto d’autore di un brano musicale, un’opera d’arte, un articolo giornalistico, quando composto dall’IA: è giusto che solo l’opera frutto diretto della creatività umana sia tutelata o che l’autorialità sia riconducibile anche al programmatore di un algoritmo che poi ha creato l’opera? Come valutare il contributo dei dati in input? E se anche i dati fossero generati dall’algoritmo, si potrebbe prefigurare un’opera esclusiva dell’IA?

Il sistema della proprietà intellettuale ha raccolto la sfida, trovando in essa nuovi stimoli per evolvere ed uniformare il diritto, darne chiara applicazione ai molteplici scenari di utilizzo dell’IA, e continuare così a fornire strumenti adeguati per la tutela dei diritti, anche di chi fonda le basi della sua crescita nell’IA.

 

Testo a cura di
Stefano Sinigaglia dello Studio M. ZARDI & Co. S.A., Lugano

Campione dell’innovazione 4.0

In collaborazione con la Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del cantone Ticino, la community dei Global Shapers di Lugano si è posta l’obiettivo di identificare le best practices più innovative delle aziende che in varie aree d’interesse già si distinguono per approcci innovativi.

È in corso, fino a fine luglio, un’interessante analisi condotta dai giovani del World Economic Forum a cui vi invitiamo a partecipare compilando questo questionario online.
Alla stesura di un rapporto finale seguirà la premiazione delle aziende che si distinguono negli ambiti di analisi.

I Global Shapers

I Global Shapers Lugano Hub sono una community locale promossa dal World Economic Forum e composta da una ventina di giovani professionisti under 30 attivi in diversi settori, che uniscono le loro conoscenze con un scopo comune: avere un impatto positivo in Ticino.

Il progetto

In collaborazione con la Cc-Ti, gli Shapers di Lugano vogliono dunque identificare le best practices più innovative delle aziende. Lo scopo è quello di valutare il grado di preparazione del tessuto economico ticinese alle molte trasformazioni già in corso. Più precisamente, tramite degli indicatori suddivisi in vari ambiti quali l’innovazione, l’impegno sociale, la sostenibilità ambientale e altri, si intende comprendere la filosofia delle aziende ticinesi verso i profondi cambiamenti socio-economici in atto nella nostra società. I risultati dell’analisi saranno successivamente raccolti in una relazione che verrà resa disponibile ai partecipanti e a tutti gli interessati. Le aziende che si distingueranno in ogni area valutata saranno invitate alla serata pubblica, che avrà luogo nell’autunno 2018, in cui saranno premiate le aziende migliori. Con questo progetto i Global Shapers si impegnano a promuovere un cambiamento positivo in cui credono fermamente e che comincia in ogni nostra azione e decisione quotidiana. Maggiori dettagli si possono trovare sulla sezione del sito dedicata al progetto.

Swissness: la forza di una cultura d’impresa e di uno stile imprenditoriale – dossier tematico

a cura di Alessio del Grande

Con questo contributo, cerchiamo di capire quali siano le basi su cui poggia il successo della “Swissness”, intesa non solo a livello giuridico, ma nell’ampia accezione del termine, ossia come modo di fare impresa svizzero, che già racchiude in sé la capacità di adattamento e la creatività che ha permesso al nostro tessuto di reinventarsi.

Nella sua allocuzione per il Primo Agosto, il Cancelliere della Confederazione Walter Thurnherr, parlando sul praticello del Grütli, ricordava il valore storico e simbolico del Patto del 1291, ma avvedutamente sottolineava che la specificità elvetica, ossia la storia del successo politico ed economico del Paese, è nata nel XIX secolo. Quando la Svizzera si è dotata di una costituzione moderna e un mercato unico con l’abolizione delle dogane fra i Cantoni e l’unificazione di pesi e misure. Assieme al principio della neutralità, che risparmierà alla Confederazione l’immane tragedia di due guerre mondiali, sono queste le basi che faranno di un piccolo Stato del tutto privo di materie prime, una potenza economica grazie all’ingegno imprenditoriale e al lavoro della sua popolazione. Da anni ormai la Svizzera è giudicata tra le Nazioni più innovative del mondo. Anche l’ultima graduatoria del Centro per la ricerca economica europea, che ha analizzato 35 Stati, piazza la Svizzera al primo posto nella classifica internazionale dell’innovazione. In rapporto al numero di abitanti è tra i Paesi che vanta più brevetti, i più alti indici di competitività e, inoltre, nel 2016 ha confermato l’ottava posizione nel Nation Brands Index, che misura la reputazione che hanno nel mondo 50 Paesi di ogni continente. La storia di questo successo è racchiusa nella parola “Swissness”, un marchio oggi protetto dalla legge che regola il “Made in Switzerland”.

La Cc-Ti approfondirà, nell’abito delle attività previste per il Centenario (riassunte ed illustrate sul nostro sito) questo tema, con un evento dedicato nel corso dell’autunno.

Il successo della Swissness

Sui mercati internazionali Swissness è sinonimo di qualità, precisione, affidabilità e innovazione. Evoca l’immagine di un sistema-Paese stabile, efficiente, agile nel reagire alle crisi e aperto al mondo. Swissness non è, dunque, soltanto un marchio commerciale che, stando alle stime federali, genera di per sé stesso un plusvalore di 5,8 miliardi all’anno, è soprattutto una cultura e uno stile imprenditoriale che contraddistinguono il fare impresa in Svizzera. Non si spiega se non con questo forte spirito imprenditoriale (di gran lunga superiore alla media europea secondo il Global Entrepreneurship Monitor), il fatto che una Nazione di appena 8,5 milioni di abitanti vanti oltre 300mila piccole e medie imprese, un’incredibile presenza di multinazionali, una potente, e sempre invidiata, piazza finanziaria, una fitta rete di centri di ricerca di eccellenza mondiale con il più alto tasso di trasferimento di tecnologia al sistema produttivo.

È questa solida cultura d’intraprendere, così connaturata alle tradizioni del Paese, che ha permesso alle aziende elvetiche di reggere le ripetute crisi economiche di quest’ultimo decennio e, dal gennaio del 2015, di sostenere anche i pesanti contraccolpi dell’abolizione della soglia minima del cambio tra franco ed euro. Situazioni di crisi trasformate dalla determinazione degli imprenditori in nuove opportunità di crescita. Investendo ancora nell’innovazione, nonostante i margini ridotti di autofinanziamento a causa del franco forte, razionalizzando e ottimizzando i processi produttivi, cercando nuovi sbocchi di mercato e nuovi fornitori. E le esportazioni rossocrociate sono riprese a volare, toccando nel primo semestre di questo anno livelli record.

Per i nostri imprenditori, la Swissness è la cultura d’impresa consapevole verso apertura ed innovazione.

Una vera cultura d’impresa

Per i nostri imprenditori, Swissness è una cultura d’impresa consapevole che per misurarsi con il mondo è necessario aprirsi verso esso e che per primeggiare bisogna restare sempre tra i migliori. È la profonda convinzione che la competitività non la si conquista una volta per tutte, che essa è, invece, un traguardo che si sposta continuamente in avanti. È l’orgoglio di fare sempre e meglio, d’innovare per proporre nuovi prodotti e servizi e guadagnarsi il meritato riconoscimento dei mercati. Un’etica del lavoro radicata su un territorio vissuto non come spazio chiuso, ma quale luogo necessariamente aperto allo scambio di esperienze, saperi e competenze. È quella cultura del rischio e della responsabilità che al pretendere antepone l’intraprendere. Ma la fortuna della Swissness è saldamente ancorata anche ad un ordinamento liberale che ha riconosciuto e tutelato la libertà d’impresa e le opportunità d’impiego per tutti grazie ad un mercato del lavoro flessibile. Si è alimentata con la pace del lavoro e il dialogo tra le parti sociali, rifuggendo, però, da ogni tentazione corporativistica. Si è sviluppata attingendo ad un sistema formativo che gli altri Paesi ci invidiano, sebbene sia giunto il momento di ricalibrarlo sulle grandi trasformazioni indotte dall’economia digitale. E in un Paese che guadagna un franco su due commerciando con l’estero, è prosperata sulla vocazione cosmopolita della Svizzera che ha attirato qui lavoratori, ingegni e talenti da ogni parte del mondo. La Swissness ha anche beneficiato di una stabilità politica che ha sempre rassicurato gli imprenditori e di un rigore nella gestione del bilancio nazionale che può vantare un rapporto tra debito pubblico e PIL del 32,6%, rispetto all’83,6% della media europea. Un Paese, quindi, con i conti in ordine, non costretto, come accade altrove, a spremere cittadini e imprese per rassestare le casse pubbliche con un fisco da rapina.

Orientati al successo: Swissness è sinonimo di qualità, precisione, affidabilità e innovazione.

Una deriva pericolosa

Molti di questi vantaggi e valori su cui è cresciuto il nostro Paese, oggi sono rimessi in discussione da una deriva istituzionale e culturale che minaccia pesantemente la libertà economica, diritto riconosciuto dalla Magna Carta sin dal 1874 quando era definito “libertà di commercio e d’industria”. L’eccesso di leggi, regolamenti e vincoli amministrativi, la burocrazia ipertrofica che, dalla produzione ai servizi, ha ormai colonizzato qualsiasi attività, lo statalismo pervasivo, l’assistenzialismo, la frenesia redistributiva e, non da ultimo, un diffuso populismo che ha contagiato buona parte del Paese con il virus del protezionismo e dell’isolazionismo, stanno mettendo a dura prova il nostro sistema economico e le fondamenta stessa della libera concorrenza su cui esso si è retto sino ad oggi. È stato lo stesso Consigliere federale Schneider-Ammann a ricordare, pochi mesi fa, che la sola Confederazione produce ogni anno 140 pagine di nuove leggi e, secondo l’Unione Svizzera delle Arti e Mestieri, questa furia regolamentatrice costa alle PMI, le piccole e medie imprese, circa 60 miliardi di franchi all’anno, ossia quasi il 10% del PIL nazionale. E alle normative federali andrebbero aggiunte quelle cantonali e comunali. Uno studio di UBS, già nel 2014 calcolava che in quell’ultimo decennio la raccolta ordinaria del diritto si era arricchita di 12mila pagine solo a livello federale, raggiungendo 66mila pagine di leggi; nello stesso anno il Forum economico mondiale avvertiva che la burocrazia statale era uno dei principali problemi per le aziende in Svizzera. Un altro studio del Credit Suisse, nel 2015 certificava che per una PMI su tre l’ostacolo maggiore agli investimenti erano le eccessive regolamentazioni. Un regolamentarismo forsennato a cui si è spesso accompagnato un uso distorto degli istituti della democrazia diretta: da sinistra per sollecitare ulteriormente l’interventismo statale e per redistribuire la ricchezza senza preoccuparsi di come produrla e accrescerla; da destra per fomentare campagne contro gli stranieri, erigendo vincoli e barriere che stanno ingessando il mercato del lavoro, con grave pregiudizio per l’autonomia delle imprese e la libertà economica. Una profonda regressione che stravolge il DNA di un Paese cresciuto su un ordinamento liberale e che rischia di scoraggiare l’impegno e lo spirito innovativo degli imprenditori che hanno portato la Swissness a primeggiare sui mercati mondiali.

Il dossier sulla Swissness quale cultura d’impresa è pubblicato sull’edizione di settembre di Ticino Business. Esso si compone di 4 articoli:

Swissness: la forza di una cultura d’impresa e di uno stile imprenditoriale
Conoscere meglio le disposizioni legali sulla Swissness
Il successo svizzero fra tradizione e sfide nuove
Campanello d’allarme per la Svizzera