Il commercio estero svizzero è cresciuto anche nel primo trimestre del 2022, segnando nuovi record: le esportazioni sono aumentate dell’1,2% attestandosi a 65,4 miliardi di franchi, mentre le importazioni hanno registrato un incremento di ben 6,7% raggiungendo quota 56,7 miliardi di franchi. La bilancia commerciale ha chiuso con un’eccedenza di 8,7 miliardi di franchi, nuovamente in calo rispetto al trimestre precedente.
Il maggior contributo alla crescita dell’export è dato dagli orologi (+5,3% o +306 milioni di franchi), seguiti dai metalli (+6,3% o +231 milioni), dal settore dei macchinari e dell’elettronica (+2,4%; +190 milioni) e dagli strumenti di precisione (+4,2% o +181 milioni). I quattro settori hanno così confermato il dinamismo dei trimestri precedenti. Al contrario, le vendite di prodotti chimici e farmaceutici sono scese leggermente (-0,7% o -247 milioni). Anche la gioielleria ha subito una battuta d’arresto (-10,8% o -337 milioni).
A livello geografico, le esportazioni verso il Nord America e l’Asia sono cresciute allo stesso ritmo, ovvero a +3,7% o +492 milioni di franchi rispettivamente +3,6% o +489 milioni di franchi. Le prime sono state trascinate dal settore farmaceutico a destinazione del mercato USA. Cina e Giappone si sono invece confermati quali principali mercati di sbocco in Asia. Le esportazioni verso l’Europa sono stagnate a 37,5 miliardi di franchi (rafforzandosi però in Slovenia, Germania e Italia).
Eccezion fatta per la gioielleria (-15,1%), il tessile, l’abbigliamento e le calzature (-3,7%) nonché gli strumenti di precisione (-0,5%), tutti gli altri settori hanno visto aumentare le loro importazioni. Il contributo maggiore è dato dai prodotti energetici, che sono aumentati di 1,8 miliardi di franchi. Tuttavia, questo aumento è dovuto esclusivamente all’aumento dei prezzi e non a un aumento dei volumi (+0,8%). Hanno brillato anche i prodotti chimico-farmaceutici, che hanno segnato un incremento dell’11,8% (+1,7 miliardi di franchi). I metalli hanno confermato il trend positivo degli ultimi sette trimestri segnando +4,2% (+187 milioni).
A livello geografico sono incrementate le importazioni dall’Europa (+10,9%) e dal Nord America (+9,4%), con vari Paesi che hanno registrato aumenti a due cifre (Germania, Slovenia, Austria, Irlanda e Stati Uniti). Hanno invece ristagnato gli arrivi dall’Asia (+0,4%), in particolare quelli dalla Cina, che si è sviluppata ad un livello simile al trimestre precedente (+0,2%).
La Russia e l’Ucraina insieme forniscono un quarto del fabbisogno mondiale di grano. La guerra tra i due Paesi fa salire alle stelle i prezzi di alcuni prodotti alimentari e ha conseguenze destabilizzanti per diversi Paesi del terzo mondo.
L’Ucraina è spesso chiamata il “granaio d’Europa”. In effetti, il grano vi cresce particolarmente bene perché questo grande Paese dell’Europa orientale ha una caratteristica geologica speciale: la maggior parte della rara ed estremamente fertile terra nera del mondo si trova sul suo territorio.
Secondo l’International Trade Centre di Ginevra, l’agenzia congiunta delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione mondiale del commercio, l’Ucraina è però solo il quinto esportatore mondiale di grano. La Russia figura infatti al primo posto, seguita da Stati Uniti, Canada e Francia. La Germania, a sua volta, è all’ottavo posto. De facto, quindi, l’Ucraina non è l’unico granaio europeo.
Insieme, Ucraina e Russia coprono un quarto della domanda mondiale di grano. E al momento, i due esportatori di grano sono fatalmente legati: a causa della guerra, infatti, i porti ucraini sul Mar Nero sono bloccati, con conseguente interruzione delle catene di approvvigionamento, mentre le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale alla Russia hanno frenato massicciamente le esportazioni di grano da parte di quest’ultima.
Il prezzo del grano è il grande problema
La guerra in Ucraina non ha ancora causato una vera carenza di grano. Per ragioni di stagionalità, l’Ucraina e la Russia esportano la maggior parte del loro grano in estate e in autunno. Al momento, quindi, i loro clienti internazionali stanno attingendo alle loro scorte o comprano il grano altrove. Secondo l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), la produzione mondiale di grano è attualmente in calo, ma si stima che a medio termine sarà ancora di circa l’1% superiore alla media dell’anno scorso.
Ciò che attualmente pesa sul mercato internazionale del grano è tuttavia il prezzo. Secondo i dati della Deutsche Börse, dal nuovo anno il prezzo del grano è aumentato di quasi un terzo a circa 400 euro per tonnellata ed è praticamente raddoppiato dall’inizio del 2020. Per l’orzo si osserva più o meno lo stesso sviluppo, mentre il fertilizzante è diventato addirittura più costoso del 40%. Dato che il 15% del mais mondiale e più del 50% dell’olio di girasole provengono direttamente dall’Ucraina, anche questi prezzi sono in forte movimento. Per quanto riguarda l’orzo e il mais, a differenza del grano, da quando è iniziata la guerra in Ucraina, la FAO rileva una produzione globale significativamente più bassa rispetto all’anno scorso. Pertanto, altri grandi esportatori di cereali grezzi come l’Argentina, l’India e gli Stati Uniti stanno venendo alla luce.
I prezzi erano già alti prima della guerra
Tuttavia, i prezzi in generale erano già aumentati prima della guerra in Ucraina. Sono da biasimare i problemi logistici e le strozzature di approvvigionamento legate alla pandemia: secondo la FAO, alla fine di gennaio 2022 l’indice dei prezzi alimentari era quasi un quarto più alto dell’anno precedente. Questa tendenza è semplicemente esacerbata dalla guerra in Europa orientale.
Le vere vittime in questo momento sono alcuni Paesi del terzo mondo. Al primo posto c’è l’Egitto, che ottiene circa il 70% del suo grano dall’Ucraina e dalla Russia ed è il più grande consumatore al mondo di grano ucraino. Secondo un recente servizio della televisione svizzera SRF, il governo egiziano ha ridotto l’importante sussidio per il pane e la popolazione è ora costretta a pagare di più. Inoltre, il Paese sta facendo scorta di tutto il suo grano e non esporta più nulla nei Paesi dell’area sahariana, con conseguenze drammatiche per queste Nazioni.
Stando alle statistiche commerciali delle Nazioni Unite relative al 2020 gli altri principali importatori di grano sono Indonesia, Bangladesh, Pakistan, Turchia, Tunisia, Marocco e Libano. La situazione è particolarmente grave in Libano in quanto non può quasi immagazzinare il grano perché i grandi sili nel porto di Beirut sono stati distrutti durante un’esplosione nel 2020. Un ultimo, importante acquirente di grano proveniente dall’Europa orientale, dalla Russia nello specifico, è la Siria, già devastata dalla guerra civile, e il cui governo ha ora introdotto il razionamento del grano.
Anche l’Africa orientale importa molto grano
Poiché i porti del Mar Nero sono bloccati, molti Paesi invieranno navi da trasporto negli Stati Uniti e in Argentina, India e Australia per caricare grano e cereali secondari. Tuttavia, la FAO fa notare che queste opzioni alternative possono compensare solo parzialmente la perdita delle esportazioni provenienti dalla regione settentrionale del Mar Nero.
Anche l’Africa orientale, che ha un’elevata quota di importazione, deve accettare un forte aumento del prezzo del grano. In Kenya, Etiopia, Gibuti e Somalia diverse stagioni delle piogge non si sono concretizzate e i raccolti sono appassiti nei campi. Pertanto, il Programma alimentare mondiale (PAM) delle Nazioni Unite avverte del pericolo di carestia nei prossimi mesi. Insieme al grano, anche altri prodotti alimentari sono diventati più costosi e questo genererà grossi problemi per questi Paesi.
Le carestie e altre gravi crisi di approvvigionamento sono spesso accompagnate da rivolte, come si è potuto osservare in particolare nel Medio Oriente negli ultimi due decenni. Se i governi non accetteranno di accollarsi questo grosso peso sulle casse dello Stato e sovvenzioneranno sempre meno, il cibo si farà più caro e la popolazione ne risentirà. E questo a sua volta potrebbe portare a disordini e destabilizzazione politica.
La durata della guerra in Ucraina è cruciale
I grandi problemi devono quindi ancora arrivare e molto dipenderà dalla durata della guerra: in Ucraina non è ancora possibile prevedere quando e come potrà avvenire la semina del grano quest’anno, mentre per quanto riguarda la Russia, non è chiaro per quanto tempo resteranno in vigore le sanzioni.
Secondo il PAM, la guerra in Ucraina non sarà l’unica causa dei problemi che diverse grandi regioni del mondo dovranno affrontare tra qualche mese: alla guerra si sommano infatti diversi fattori, come il cambiamento climatico, la pandemia e i prezzi a spirale per il cibo e il carburante, aggravati dalle carenze di grano e fertilizzanti. Secondo l’Organizzazione, tutti questi fattori porteranno almeno 44 milioni di persone in 36 Paesi sulla soglia della fame.
https://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2022/04/ART22-guerra-aumenta-rischio-fame.jpg8531280Giulia Scalzihttps://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2020/05/LG-cc-ti-03.pngGiulia Scalzi2022-04-21 08:00:002022-06-22 10:45:48La guerra in Ucraina aumenta il rischio di fame
La guerra in Ucraina tiene l’agricoltura sulle spine: oltre al grano, anche la quantità disponibile di materie prime per i fertilizzanti sta diminuendo. E il prezzo è almeno raddoppiato in un anno.
Il conflitto in Ucraina ha un impatto sul settore agricolo di molti Paesi. La Russia, colpita da gravi sanzioni, è infatti il secondo produttore al mondo di ammoniaca, urea e potassio e il quinto produttore di fosfati lavorati. La Bielorussia è responsabile di un quinto della produzione mondiale di potassio. Tutti elementi essenziali per produrre fertilizzanti.
Africa e Sud America i più colpiti
A causa delle sanzioni internazionali nei confronti di Russia e Bielorussia, le catene di approvvigionamento sono paralizzate. I prezzi dei fertilizzanti aumentano rapidamente a fronte di quantitativi decrescenti, costringendo molti agricoltori a risparmiare sul loro utilizzo. L’uso ridotto di fertilizzanti minaccia di abbassare la quantità e la qualità dei raccolti in diverse regioni del mondo.
Gli esperti di agricoltura stimano che l’Africa e il Sud America soffriranno maggiormente degli alti prezzi dei fertilizzanti, in quanto dispongono di minori scorte e molti agricoltori non potranno più permettersi il fertilizzante industriale a causa dei prezzi elevati.
E in Europa? I produttori del Medio Oriente hanno accettato di deviare le forniture verso l’Occidente. Questo dovrebbe perlomeno stabilizzare i prezzi, ma funzionerà solo se i prezzi dell’energia, già alti, non aumenteranno ulteriormente e se non ci saranno grandi arresti della produzione.
Anche il mercato svizzero dei fertilizzanti sta sentendo gli effetti del marcato aumento dei prezzi: secondo l’Ufficio federale dell’agricoltura, i prezzi dei fertilizzanti azotati sono aumentati da due a tre volte in un anno.
Il prezzo del gas rende costosa la produzione di fertilizzanti
L’incremento dei prezzi dei fertilizzanti non è dovuto unicamente alle catene di approvvigionamento interrotte. Infatti, incidono anche i crescenti costi di trasporto e l’elevato prezzo del gas, che aumenta sempre di più perché il gas naturale russo è attualmente disponibile solo in quantità limitate.
Il prezzo del gas pesa su circa l’80-90% dei costi di produzione di fertilizzanti e ad essere particolarmente colpiti sono i produttori europei perché fortemente dipendenti dal gas russo. Va altresì rilevato che il prezzo del gas naturale e di altri tipi di energia ha raggiunto un livello molto alto già dalla metà del 2020 a causa dell’improvviso aumento del consumo dopo il lockdown. Pertanto, nel quarto trimestre del 2021 molti produttori europei di fertilizzanti, soprattutto di quelli a base di ammoniaca, hanno temporaneamente interrotto la produzione di azoto. Nei paesi dell’UE questo potrebbe ripercuotersi negativamente già sul raccolto di quest’anno.
Nessuna carenza di fertilizzanti in Svizzera
Secondo l’Ufficio federale dell’agricoltura, nel 2021 la Svizzera ha importato circa l’11% dei fertilizzanti chimici ricchi di potassio dalla Russia e circa il 5% dalla Bielorussia. A questi va ad aggiungersi un ulteriore 10% di fertilizzanti chimici che consistono in diversi nutrienti, sempre dalla Russia. Germania e Francia sono invece i più importanti fornitori di fertilizzanti ricchi di potassio (70%). Al momento non c’è carenza di fertilizzanti per gli agricoltori svizzeri: infatti, i contadini hanno già comprato il fertilizzante minerale di cui hanno bisogno per l’anno in corso. Inoltre, i terreni agricoli sono ben forniti di potassio e il letame costituisce un’eccellente fonte di sostanza organica per il terreno.
Tuttavia, a causa della guerra in Ucraina e dello sviluppo generale della domanda e dell’offerta, è ipotizzabile che anche i prezzi in Svizzera continuino a salire, e i quantitativi di fertilizzante a disposizione a diminuire. La situazione va pertanto monitorata.
Il mercato delle materie prime soffre di una congestione della domanda nonché di prezzi elevati sin dalla fine del confinamento dovuto alla pandemia. La guerra in Ucraina e le sanzioni internazionali stanno ora aggravando la situazione, anche per prodotti come il grano e i fertilizzanti.
Lo scoppio della pandemia e il successivo lockdown hanno messo un freno al commercio globale, con ordini cancellati e tagli alla produzione. Dopo il lockdown, la propensione al consumo della popolazione e la rapida ripresa dell’economia hanno portato ad un rilancio del commercio globale molto più celere del previsto, con un aumento vertiginoso della domanda di tutti i tipi di beni e di energia. La conseguenza: tempi di approvvigionamento più lunghi e prezzi di produzione più elevati. La situazione, già difficile, è ora esacerbata dalla guerra in Ucraina e dalle numerose sanzioni internazionali.
Preoccupazione nei principali settori produttivi
La penuria di materie prime e l’esplosione dei prezzi preoccupa i principali settori produttivi. È infatti salito il prezzo di carta e cartone: il materiale scarseggia e ne risente non solo l’editoria, ma anche l’industria del packaging. Stesso dicasi per il vetro, dove mancano le bottiglie per il mondo del beverage e i contenitori per i cosmetici. Altre materie prime come il legno, l’acciaio e la plastica sono in cima alla classifica dei prezzi. Esse servono in grandi quantità per beni durevoli come immobili, macchine, cellulari, elettrodomestici e, nel caso della plastica, gli imballaggi alimentari.
La scarsità di alluminio e nichel è una conseguenza diretta del conflitto in corso: la Russia è infatti il terzo rispettivamente il secondo produttore mondiale di nichel e nichel raffinato, mentre il gruppo Rusal è il maggiore produttore industriale di alluminio al di fuori della Cina. Grazie alla sua resistenza alla corrosione, il nichel è fondamentale per la produzione di batterie, di acciaio inossidabile e di materiali utilizzati nelle industrie del petrolio e del gas, della produzione di energia, delle tecniche mediche. Mancano anche palladio, rodio e il più economico platino, utilizzati principalmente nei catalizzatori automobilistici, di cui la Russia è il secondo produttore mondiale. L’industria automobilistica non ha pace: assieme all’aerospaziale dipende anche dal titanio proveniente dalla Russia, con alternative limitate disponibili. Il conflitto ha compromesso anche la speranza di una ripresa delle catene di fornitura di microchip, essenziali non solo per il settore auto, ma anche per oggetti di uso quotidiano quali cellulari, elettrodomestici e computer: tra le materie prime essenziali alla produzione dei chip, oltre al palladio, vi è infatti anche il neon, di cui il 70% della produzione mondiale proviene dall’Ucraina.
Infine, anche le materie prime secondarie metalliche (ottenute attraverso il riciclaggio di prodotti metallici smaltiti e usate come materia prima per nuovi beni) registrano un aumento notevole di prezzo.
Russia e Ucraina granai del mondo
Sale anche il prezzo delle materie prime agricole, ambiti in cui Russia e Ucraina primeggiano: i due Paesi generano il 53% del commercio globale di olio di girasole e semi, il 27% di grano, il 23% di orzo, il 16% di semi di colza e il 14% di mais.
Alcuni Stati sono fortemente dipendenti dal grano proveniente dai due Paesi, è il caso della Turchia, dell’Egitto e di molti Paesi del Nordafrica e del Medio e Vicino Oriente. Si prospettano una crisi alimentare mondiale e ripercussioni politiche: non dimentichiamoci che la Primavera araba cominciò proprio a causa del prezzo del pane. L’effetto della guerra si sta già facendo sentire anche in Europa: in Italia c’è allarme grano per il settore della pasta e mais per l’alimentazione del bestiame, mentre la Germania sembra aver esaurito le scorte di olio di girasole.
Emergenza fertilizzanti
La Russia è il secondo produttore al mondo di ammoniaca, urea e potassio e il quinto produttore di fosfati lavorati. La Bielorussia è responsabile di un quinto della produzione mondiale di potassio. Tutti elementi essenziali per produrre fertilizzanti: la loro scarsa reperibilità mette a rischio la quantità e la qualità dei raccolti per gli anni commerciali 2021/22 e 2022/23. Le attuali perturbazioni spingono i prezzi dei fertilizzanti verso l’alto e gli agricoltori dovranno assorbire costi sostanziali per raccolti meno voluminosi. Il rischio di effetti a catena sui consumatori è molto elevato: la crisi delle materie prime potrebbe infatti rendere il pane quotidiano più costoso.
Anche la Svizzera soffre
Se nel medio-lungo termine altri attori potrebbero sostituire Ucraina e Russia nell’industria di alcune delle materie summenzionate, le interruzioni di produzione e consegna stanno minando l’attività economica globale.
Il settore svizzero delle costruzioni soffre già della mancanza di materie prime e semilavorati e dei loro prezzi elevati. Essendo un’economia molto aperta e priva di materie prime, la Svizzera risente degli effetti della guerra anche in altri settori. Le prossime settimane determineranno quanto forte sarà l’aumento dei prezzi in generale e se la produzione ristagnerà.
Complice il franco forte e una produzione interna meno energivora di quella europea, in complesso la Svizzera dovrebbe però cavarsela meglio dei Paesi europei. Il caro franco crea tuttavia pressioni sulle esportazioni: la perdita globale di potere d’acquisto rischia infatti di abbassare la domanda di prodotti e servizi svizzeri.
La Camera di commercio e dell’industria del Cantone Ticino sta attualmente conducendo un sondaggio tra le aziende della Svizzera italiana, volto ad ottenere una fotografia regionale dettagliata delle difficoltà legate agli approvvigionamenti e alle esportazioni.
https://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2022/03/ART22-Materie-prime-pane.jpg8531280Giulia Scalzihttps://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2020/05/LG-cc-ti-03.pngGiulia Scalzi2022-04-05 08:00:002022-06-22 10:46:46La crisi delle materie prime rende il pane più caro
Nell’ambito degli accordi di libero scambio con la Macedonia del Nord e con il Montenegro, dal 1° aprile 2022 le norme transitorie (norme di origine rivedute della Convenzione PEM) sono applicabili in alternativa. Inoltre, non vi sono più restrizioni sul cumulo diagonale per i prodotti agricoli di base e i prodotti agricoli trasformati.
La Matrix, che mostra nel quadro di quali accordi di libero scambio è già consentito il cumulo con l’applicazione delle norme transitorie, è stata aggiornata di conseguenza.
Il sondaggio consiste in 8 brevi domande prevalentemente a crocette. La sua compilazione richiederà solo pochi minuti. Termine di compilazione: giovedì 14 aprile 2022
https://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2022/03/ART22-Sondaggio-sanzioni.jpg8531280Giulia Scalzihttps://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2020/05/LG-cc-ti-03.pngGiulia Scalzi2022-03-31 08:20:002022-04-04 17:33:34SONDAGGIO: Impatto del conflitto in Ucraina e/o delle sanzioni sulle aziende della Svizzera italiana
La Repubblica di Panama è uno Stato dell’America centrale, situato nella parte più stretta della regione istmica, a cavallo fra il Mar delle Antille e l’Oceano Pacifico, la Colombia e il Costa Rica. Con un tasso di disoccupazione tra i più bassi dell’America centrale, l’economia panamense si fonda sul terziario, fortemente influenzata dal settore bancario, dal commercio e dal turismo.
Più di 100 aziende svizzere hanno già scoperto Panama come base per le loro attività in America centrale, di cui oltre 60 sono affiliate alla Camera di commercio svizzero-panamense (CCSP). Per la Svizzera, che nel 2018 era il quarto Paese investitore dietro Colombia, Stati Uniti e Canada, Panama è una Nazione importante quale sede di grandi imprese nella regione centroamericana. Il Paese è però interessante anche per le imprese di medie dimensioni che desiderano entrare nel mercato regionale. Ne sono un esempio GEOBRUGG AG e NESCENS SA, due aziende svizzere che hanno deciso di sviluppare il loro business nella regione operando da Panama. Ovviamente, ogni azienda è diversa e affronta problematiche individuali. Tuttavia, ci sono vantaggi nell’insediarsi a Panama, soprattutto in termini di logistica, sicurezza e stabilità politica e giuridica.
NESCENS sfrutta l’accesso a una regione con un alto tasso di crescita
Per SKINLAB CORP., distributore della linea di cosmetici anti-invecchiamento di origine svizzera NESCENS, Panama funge da porta di accesso per la commercializzazione dei suoi prodotti e servizi in tutta l’America latina, sfruttando i vantaggi logistici e di comunicazione offerti dal Paese. L’ampia connettività che il Paese ha con il resto del Continente e con l’Europa – e che ne fanno “l’Hub delle Americhe” – è senza dubbio uno dei grandi vantaggi che a medio e lungo termine sfrutteranno come primo distributore di prodotti cosmeceutici nel Paese.
Secondo Jessica Julio, Direttrice commerciale di SKINLAB CORP, “stabilirci a Panama significa avere accesso diretto a una delle regioni del mondo con la più alta crescita nelle vendite di prodotti di bellezza, con un fatturato annuale di circa 100 miliardi di dollari, secondo i dati del Consiglio delle associazioni dell’industria cosmetica latinoamericana (CASIC), che comprende il 90% del mercato regionale”. In tutti questi Paesi, il settore industriale è cresciuto costantemente negli ultimi anni. La categoria più grande è quella dei cosmetici, con più di 63,2 miliardi di dollari venduti ogni anno (2018), con una forte spinta all’impegno digitale e una concezione della bellezza ispirata alla salute e all’innovazione, caratteristiche che SKINLAB CORP condivide senza dubbio. “Quale distributore esclusivo di NESCENS in America Latina, sappiamo che i nostri prodotti sono all’avanguardia e il marchio «Swiss Guarantee COS», concesso a NESCENS dall’Associazione per la protezione dell’origine dei cosmetici svizzeri, ci rendono un concorrente molto importante sul mercato latinoamericano, che risulta competitivo”, aggiunge la Direttrice commerciale.
Per GEOBRUGG la decisione finale è stata a favore di Panama
L’azienda GEOBRUGG AG, leader mondiale nella produzione e nello sviluppo di sistemi di protezione dai pericoli naturali, ha intuito subito che un ufficio regionale ubicato a Panama sarebbe stato l’ideale per servire i diversi mercati dell’America centrale e già nel 2009 aveva messo gli occhi sul mercato panamense. Tuttavia, anche il Costa Rica era in corsa: infatti, entrambi i Paesi rappresentavano per GEOBRUGG il mercato potenziale più interessante e le economie più dinamiche della regione. Secondo Ricardo de Stefano, Direttore regionale di GEOBRUGG in America Centrale, la decisione finale è stata a favore di Panama per vari motivi:
la moneta ufficiale: il balboa è legato al dollaro americano, pertanto la gestione di compra-vendita dei sistemi è più stabile rispetto alle fluttuazioni dei tassi di cambio nell’“exchange market”;
la connettività aerea: con voli diretti verso tutte le principali città del continente americano, Panama permette ai professionisti di GEOBRUGG di raggiungere più velocemente i clienti e i progetti in fase di sviluppo nella regione;
le zone economiche speciali: esse consentono di mantenere stock regionali di materiale e di sdoganarli nel Paese di destinazione finale del prodotto (poche aree in America latina offrono questa possibilità);
l’organizzazione logistica: collegata principalmente con il Canale di Panama, la logistica consente di ricevere merce in stock e di smistare in brevissimo tempo i prodotti inviandoli in altri Paesi della regione;
apertura all’investimento: Panama è un Paese favorevole agli investimenti internazionali ed è quindi relativamente semplice costituire aziende in loco.
Panama: uno Stato con tanti vantaggi
Alla menzione di Panama, molte aziende spesso si mettono sulla difensiva. Sì, Panama deve ancora affrontare delle sfide. Vi sono però anche molti esempi a dimostrazione che il Paese è particolarmente adatto quale hub in America Centrale da cui partire per sviluppare la regione. Molte aziende svizzere oltre a GEOBRUGG e NESCENS hanno scelto Panama come sede centrale. Un sondaggio effettuato tra i soci della Camera di commercio svizzero-panamense ha confermato gli argomenti sopra elencati a favore di una gestione centrale degli affari da Panama. Oltre a questa considerazione principalmente economica, altri associati hanno citato il Paese anche per la sua biodiversità e il suo clima tropicale, così come per la cordialità con cui si viene ricevuti dai panamensi.
“Panama, l’hub per l’America centrale”: la Nazione è il punto di partenza ideale per l’espansione di un nuovo business nella regione.
La Camera di commercio svizzero-panamense al vostro fianco
Secondo S.E. l’ambasciatore di Svizzera in Costa Rica, El Salvador, Nicaragua e Panama, Gabriele Derighetti, “la nuova Camera di commercio svizzero-panamense, nata nel gennaio 2020, ha dimostrato di essere un attore chiave per la Svizzera a Panama. Grazie al suo dinamismo, anche in tempi di pandemia, è riuscita a posizionarsi e a farsi apprezzare dai locali e dalle imprese svizzere.”
La Camera di commercio svizzero-panamense è a disposizione per fornire risposte a possibili domande e supporto nello sviluppo delle attività in America centrale partendo da Panama.
https://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2022/03/ART22-Panama.jpg8531280Giulia Scalzihttps://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2020/05/LG-cc-ti-03.pngGiulia Scalzi2022-03-24 08:00:002022-06-22 10:47:39Panama, l’hub per l’America centrale
L’origine di un prodotto è l’elemento caratterizzante della sua nazionalità economica, riferita al Paese in cui viene estratta, lavorata, trasformata, assemblata e/o fabbricata. Essa riveste particolare importanza nel commercio internazionale ed è centrale non soltanto dal punto di vista doganale e commerciale, ma anche per la tutela dei consumatori, che hanno il diritto e l’esigenza di capire il luogo di effettiva produzione di una merce. In questo contesto occorre però effettuare la seguente distinzione: – origine preferenziale – origine non preferenziale – indicazione di provenienza
La nozione di origine preferenziale individua l’origine delle merci dal punto di vista puramente doganale in quanto determinata sulla base di regole stabilite negli accordi di libero scambio (ALS) che la Svizzera ha concluso bilateralmente o nel quadro dell’Associazione europea di libero scambio (AELS). In generale si può dire che il concetto di origine preferenziale della merce è determinato da accordi ben precisi che un Paese – nel nostro caso la Svizzera da sola o nell’ambito dell’AELS – ha concluso con altri Paesi. Tali accordi definiscono quando la merce è considerata di origine preferenziale e beneficia quindi di preferenze tariffali (sgravi o esenzione dai dazi) nel Paese di destinazione parte dell’accordo. Ogni ALS ha le sue regole specifiche, che vanno pertanto analizzate e applicate caso per caso.
La nozione di origine non preferenziale individua il luogo geografico (il Paese) in cui il prodotto è totalmente ottenuto o fabbricato o in cui è stato oggetto di lavorazioni o trasformazioni sufficienti. L’origine non preferenziale si applica laddove, all’atto dell’importazione e dell’esportazione, le merci sono soggette a misure economiche esterne. Essa costituisce la base per l’applicazione della nazione più favorita (MFN), o per l’applicazione di molteplici misure di politica commerciale come, ad esempio, i dazi antidumping o compensativi (da non confondere con i dazi doganali), gli embarghi commerciali, le misure di salvaguardia e di ritorsione, le restrizioni quantitative (contingenti tariffali), ecc. In generale si può dire che ogni prodotto ha necessariamente un’origine non preferenziale, che potrebbe essere diversa dalla sua origine preferenziale.
Dal canto suo, l’indicazione di provenienza fornisce invece informazioni sulla regione di fabbricazione o di trasformazione di un prodotto (es. “Swiss Made” o “Made in Switzerland”), sulla base delle quali il compratore si attende una determinata qualità, una precisa caratteristica nonché una buona reputazione. Nel Paese del compratore, tuttavia, questa indicazione non comporta alcun trattamento specifico da parte delle autorità. Tale designazione è infatti utilizzata a fini pubblicitari in quanto può rendere una merce più interessante per i clienti, facendone aumentare il valore ed eventualmente il prezzo.
In generale, le indicazioni di provenienza possono essere utilizzate dai produttori senza alcun obbligo di autorizzazione purché soddisfino le condizioni previste dalla legge. Sia l’origine preferenziale sia quella non preferenziale richiedono invece l’allestimento di prove documentali che autorizzano un determinato trattamento, da parte delle autorità, delle merci nel Paese di destinazione.
Tra sgravi e… multe: ogni accordo di libero scambio ha le sue caratteristiche specifiche e la loro interpretazione e applicazione pratica non sono sempre evidenti e possono avere conseguenze importati per le aziende che operano con l’estero. In stretta collaborazione con la Dogana svizzera, la Cc-Ti organizza pertanto regolarmente dei corsi di formazionesugli ALS e sull’origine preferenziale. A testimonianza dell’importanza del tema, la prima edizione del 2022 è andata subito esaurita. Il servizio Formazione puntuale ha pertanto deciso di proporre una seconda sessione i prossimi martedì 29 marzo (tutto il giorno) e mercoledì 30 marzo 2022 (la mattina). Per ragguagli ed iscrizioni: https://www.cc-ti.ch/calendario/accordi-di-libero-scambio-e-origine-preferenziale-seconda-edizione-2/ Chi volesse approfondire (anche) il tema dell’origine non preferenziale può annunciarsi al corso di mezza giornata che si terrà mercoledì 30 marzo 2022 pomeriggio. Per ragguagli ed iscrizioni: Origine non preferenziale delle merci – SECONDA EDIZIONE – Cc-Ti
https://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2022/03/ART22-origine-non-origine.jpg8531280Giulia Scalzihttps://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2020/05/LG-cc-ti-03.pngGiulia Scalzi2022-03-17 08:00:002023-10-24 08:36:38L’origine non è sempre origine
Il Consiglio federale ha proceduto ad una revisione totale dell’ordinanza che istituisce provvedimenti nei confronti della Bielorussia. Sulla scia di quanto adottato contro la Russia, le misure riguardano in particolare il settore commerciale e quello finanziario.
Tra le novità vi è il divieto di esportazione in Bielorussia di tutti i beni a duplice impiego (civile o militare), a prescindere dallo scopo o dal destinatario finale. Viene inoltre vietata l’esportazione di determinati macchinari e di beni per il rafforzamento militare e tecnologico o per lo sviluppo del settore della difesa e della sicurezza. In relazione a tali beni non è più permesso fornire assistenza tecnica, servizi di intermediazione né mezzi finanziari. Sono stati ampliati anche i divieti di importazione nei confronti della Bielorussia, che ora includono anche i prodotti del legno e della gomma, ferro, acciaio e cemento. In base alla nuova ordinanza è vietato fornire finanziamenti pubblici o assistenza finanziaria pubblica per gli scambi commerciali o gli investimenti in tale Paese. Altri provvedimenti in ambito finanziario concernono titoli di credito, mutui e l’accettazione di depositi. Le transazioni con la Banca centrale bielorussa non sono più consentite. Inoltre, le banche elencate nell’allegato sono escluse dal sistema di messaggistica internazionale SWIFT.
https://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2022/03/ART22-sanzioni-bielorussia.jpg8531280Giulia Scalzihttps://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2020/05/LG-cc-ti-03.pngGiulia Scalzi2022-03-16 14:00:002022-06-22 14:58:51Nuove sanzioni contro la Bielorussia
Si tratta principalmente di sanzioni commerciali e finanziarie, tra cui:
Provvedimenti relativi ai beni
fatte salve le deroghe previste all’art. 6, divieto di esportazione in Russia di beni a duplice impiego (art. 4 cpv. 1, allegato 2 OBDI), a prescindere dallo scopo o dal destinatario finale;
divieto di esportazione in Russia di beni militari speciali (art. 3 cpv. 1, allegato 3 OBDI) e, fatte salve le deroghe previste all’art. 6, divieto relativo ai beni che potrebbero contribuire al rafforzamento militare e tecnologico o allo sviluppo del settore della difesa e della sicurezza della Russia (art. 5 cpv. 1, allegato 1). In questo contesto sono vietate anche l’assistenza tecnica, l’intermediazione e la concessione di mezzi finanziari (art. 5 cpv. 2);
divieto di importare armi da fuoco, munizioni, esplosivi, pezzi pirotecnici e polvere da fuoco dalla Russia e dall’Ucraina (art. 2);
divieti relativi ai beni per l’aviazione e l’industria spaziale e ai servizi ad essi connessi (art. 9);
divieti relativi ai beni per la raffinazione del petrolio (artt. 10-12).
Provvedimenti finanziari
blocco di averi e di risorse economiche (art. 15);
obbligo di notifica relativo al blocco degli averi e delle risorse economiche (art. 16);
divieto concernente i valori mobiliari e gli strumenti del mercato monetario (artt. 18 e 23, allegati 9, 10 e 11);
divieto di concessione di mutui (art. 19);
divieto di accettare depositi di più di 100’000 franchi da cittadini russi o da persone fisiche e giuridiche nella Russia (art. 20);
dichiarazione obbligatoria relativa ai depositi esistenti (art. 21);
divieto legato alle transazioni con la Banca Centrale della Russia (art. 24);
divieto di fornire servizi specializzati di messaggistica finanziaria (art. 27).
Provvedimenti relativi ai territori designati
divieto d’importare i beni originari dei territori designati senza un certificato d’origine rilasciato dalle autorità ucraine (art. 13 cpv. 1);
divieto d’esportare certi beni e di fornire servizi connessi (art. 14);
divieto di finanziamenti, partecipazioni e certi servizi (art. 25).
Ulteriori restrizioni
divieto di entrata o di transito per talune persone (art. 29, allegato 8).
Coordinate di contatto per richieste specifiche sulle sanzioni: Segreteria di Stato dell’economia (SECO), sanctions@seco.admin.ch, tel. +41 58 464 08 12 (dalle 08:00-12:00 e 13:00-17:00)
https://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2022/02/ART22-Ucraina-sanzioni.jpg8531280Giulia Scalzihttps://www.cc-ti.ch/site/wp-content/uploads/2020/05/LG-cc-ti-03.pngGiulia Scalzi2022-03-05 10:14:412022-06-22 10:48:49Situazione in Ucraina: ulteriori sanzioni contro la Russia
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