L’Europa riscopre l’industria. E la Svizzera?
Il compromesso fra Francia e Germania sul futuro dell’automobile europea potrebbe segnare una svolta nella politica industriale dell’UE. Un’evoluzione che riguarda direttamente anche la Svizzera e ha una certa rilevanza nella discussione sugli Accordi bilaterali.

Per anni il dibattito europeo sull’automobile è stato sfortunatamente dominato solo dagli obiettivi climatici, dall’elettrificazione e dalle scadenze per l’abbandono dei motori tradizionali, con “soluzioni” calate dall’alto, senza alcuna considerazione per le esigenze delle cittadine e dei cittadini né tantomeno per quelle delle industrie. Oggi, di fronte alle difficoltà dell’industria continentale e alla crescente concorrenza internazionale, soprattutto quella cinese, sembra emergere finalmente una consapevolezza diversa: la transizione ecologica o energetica, che dir si voglia, non può prescindere dalla competitività delle imprese e dalla capacità di mantenere produzione, investimenti e occupazione in Europa. È drammatico che ci siano voluti ripetuti annunci di decine di migliaia di licenziamenti affinché la politica si rendesse conto dei disastri fatti. Ma, volendo essere ottimisti, si potrebbe dire “meglio tardi che mai”.
È in questo contesto che si inserisce il compromesso politico raggiunto da Francia e Germania, che intende rivalorizzare il concetto di «Made in Europe» nell’ambito delle politiche industriali europee. In sostanza, l’intesa prevede che un’automobile, per essere considerata europea, debba essere assemblata nel continente e incorporare almeno il 70% di valore dei componenti di origine europea, secondo criteri che contemplano alcune eccezioni, in particolare per le batterie. Non si tratta di un dettaglio tecnico. È il tentativo di rafforzare le filiere produttive continentali, evitando che l’Europa si trasformi progressivamente in un semplice mercato di consumo per prodotti realizzati altrove. Il compromesso riflette, com’è comprensibile, sensibilità differenti. La Francia sostiene tradizionalmente una politica industriale più interventista, mentre la Germania, fortemente integrata nelle catene globali del valore, privilegia un approccio maggiormente aperto agli scambi internazionali. L’intesa cerca quindi un equilibrio fra protezione della base industriale e competitività.
Un secondo elemento significativo riguarda il futuro dei motori termici. Dopo anni di discussioni concentrate sul divieto previsto per il 2035, emerge la possibilità di introdurre maggiore flessibilità, mantenendo obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni senza escludere completamente determinate tecnologie. Anche in questo caso il cambiamento è rilevante: gli obiettivi ambientali restano, ma si riconosce che le modalità per raggiungerli devono confrontarsi con le realtà tecnologiche, industriali ed economiche. Il messaggio che ne emerge è importante: la competitività non è un ostacolo agli obiettivi ambientali e sociali, ma una condizione indispensabile per poterli realizzare.
Va precisato che il compromesso franco-tedesco non equivale ancora a una decisione definitiva dell’Unione europea (UE), perché restano da chiarire numerosi aspetti normativi e le posizioni degli altri Stati membri, ma si tratta di un segnale politico molto rilevante. L’Europa sembra finalmente rendersi conto che la sua autonomia strategica dipende anche dalla solidità della sua industria. Senza imprese competitive, capacità d’innovazione e investimenti produttivi, anche le ambizioni ambientali rischiano di diventare difficilmente sostenibili.
Per la Svizzera, e in particolare per il Ticino, questa evoluzione merita un attento esame. Numerose imprese svizzere sono infatti integrate nelle filiere industriali europee, attraverso componenti specializzati, tecnologie avanzate e produzioni di nicchia. Come evidenziamo da tempo, le difficoltà dell’industria tedesca si riflettono su molte realtà produttive elvetiche. Non a caso è noto il detto “Quando la Germania ha l’influenza, la Svizzera tossisce”. Nell’ambito dello specifico accordo franco-tedesco, dobbiamo prestare particolare attenzione all’introduzione di criteri rigidi sull’origine dei prodotti. Questi criteri potrebbero creare difficoltà alle imprese se l’origine svizzera dei beni non fosse considerata alla stessa stregua di quella europea.
Pur senza garantire automaticamente il riconoscimento dei prodotti svizzeri come «Made in Europe», il consolidamento della via bilaterale può contribuire a tutelare l’integrazione delle nostre imprese nelle catene produttive continentali. Il rischio di nuove barriere commerciali costituisce quindi un argomento economico da considerare nel dibattito sui futuri rapporti con l’UE. In un contesto nel quale l’accesso ai mercati rischia di essere sempre più condizionato da criteri di origine e preferenze industriali, la stabilità delle relazioni economiche e giuridiche assume un’importanza strategica.
Di fronte al rinnovato orientamento industriale europeo, per la Svizzera è essenziale preservare la propria integrazione nelle filiere continentali e promuovere condizioni favorevoli alla competitività delle sue imprese.

