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Il rally dei prezzi

18 Maggio 2021/in Comunicazione e media

L’aumento dei prezzi delle materie prime rischia di compromettere e frenare la ripresa economica. Mentre i rincari toccano livelli record, in Svizzera e nel resto d’Europa le imprese segnalano anche carenze e difficoltà nell’approvvigionamento di alcune commodity, andando a gravare “a domino” su tutto il sistema produttivo.

L’impennata dei prezzari è impressionante, a cominciare dal petrolio, crollato a 20 dollari al barile nel marzo del 2020 e nel giro di dodici mesi risalito a 70 dollari. Il prezzo di una tonnellata di alluminio è invece aumentato del 27%, rispetto all’anno scorso, il ferro ha segnato rialzi tra il 30% e il 60%, quello utilizzato per le costruzioni ha raggiunto addirittura anche il 100% su alcuni mercati. La gomma ha registrato un balzo del 20-40%, il cotone del 17,40%. Forti aumenti, carenza di taluni materiali, forniture a rilento e costi di trasporto, soprattutto via mare più che raddoppiati, sono i quattro fattori che stanno provocando disallineamenti e ritardi nella ripartenza tra i diversi Paesi. Con gravi scompensi per le imprese manifatturiere, ma non solo.

Per la Svizzera che non dispone di materie prime e deve acquistarle all’estero per trasformarle in prodotti da rivendere, c’è un aggravio supplementare che va ad aggiungersi, complicando un già difficile contesto economico. Un onere supplementare per le aziende che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non è compensato dalla forza del franco rispetto alle altre valute. Si tratta, infatti, di rincari che vanno oltre la normale alea contrattuale, alle abituali fluttuazioni della domanda e dell’offerta, e che non sempre si possono scaricare su clienti e committenti. Esponendo così i nostri imprenditori a costi non prevedibili o pianificabili. Le imprese svizzere e ticinesi sono, dunque, confrontate e pesantemente condizionate da ulteriori elementi d’incertezza che sfavoriscono la ripresa e minacciano l’export. Commodity più care fanno aumentare i costi input delle aziende che però, a loro volta, non possono adeguare i loro prezzi a causa di una domanda ancora bassa e incostante.

Non è facile lavorare in queste condizioni, con una schiacciante pressione al ribasso sui margini operativi e costretti, per di più, a ordinare materiali a “prezzo aperto”. Una situazione preoccupante alla quale come Cc-Ti non possiamo non guardare con grande preoccupazione. Gli imprenditori si trovano a fronteggiare un’altra fase assai complessa e delicata di cui però, la politica e un certo velleitarismo sindacale, non sembrano rendersi conto. Servirebbe, invece, un impegno comune almeno nell’intento di lottare per salvaguardare l’economia cantonale e l’occupazione.

Dal novembre dello scorso anno al febbraio 2021 l’acciaio è rincarato del 130%, altri materiali fondamentali per l’edilizia hanno seguito la stessa dinamica con incrementi medi del 35% per il legno, del +10% per il calcestruzzo e del +25% per i polimeri. L’industria della plastica ha ridotto la produzione e le scorte determinando una penuria di offerta sul mercato internazionale, in particolare per i tubi di plastica, i geotessili e i prodotti isolanti. Si spera in una stabilizzazione del mercato nel medio termine. Tuttavia, anche se questa eccezionale ondata di rincari dovesse rientrare quanto prima, almeno per alcuni comparti produttivi, essa nel corso dell’anno andrà comunque a pesare su fatturati e cash flow già compressi nel 2020 e sui problemi conseguenti che attanagliano numerose aziende: mancanza di liquidità e difficoltà negli investimenti. Intanto, la lista degli aumenti e delle commodity che scarseggiano si allunga di settimana in settimana.
Il rame dall’inizio del 2021 ha sfiorato il massimo storico dell’ultimo decennio superando i 9000 dollari a tonnellata (+ 40% rispetto ai mesi pre-pandemia), il nickel si è apprezzato del +17,40%, lo stagno del +31%, mentre il palladio (impiegato per la produzione delle marmitte catalitiche delle auto), è aumentato del 25%. Oltre alla prolungata carenza di microchip, è la penuria di gomma, plastica e di alcuni metalli il nuovo assillo dell’automotive mondiale che dà lavoro anche a tante imprese terziste del Ticino.

Se l’industria ha prima rallentato per il Covid ora rischia un’altra frenata, se non addirittura lo stop in alcuni comparti, a causa delle materie prime che non arrivano. Scarseggiano in particolare i metalli impiegati nei microprocessori, quali stagno, silicio e cobalto. Non sono poche le aziende che non riescono più ad evadere gli ordini o a farlo con notevole ritardo per la mancanza dei materiali necessari alla produzione. La fiammata dei prezzi non ha risparmiato il comparto agroalimentare: il mais ha oltrepassato la soglia dei 6 dollari per bushel al Chicago Board of Trade, i semi di soia hanno sfiorato i 15 dollari a staio e, ovviamente, è rincarato pure l’olio di soia, mentre il grano dal gennaio scorso è aumentato del 12%.
L’incremento esponenziale delle quotazioni e la penuria di parecchi materiali sono dovuti in parte alle strozzature nella produzione e nelle attività minerarie provocate dalla pandemia e all’accelerazione dell’industria in Cina e negli Usa. In parte anche ad una componente speculativa e alle maggiori spese indotte da una più severa applicazione degli standard ambientali in taluni Paesi fornitori. Per molte materie prime gli osservatori prevedono una normalizzazione dei listini nel medio termine, altre, ad esempio il rame, si manterranno invece più a lungo su livelli elevati. A spingere il trend rialzista ha contribuito la crescita dei costi per i trasporti, soprattutto via mare. Secondo il Global Index Freightos, un anno fa noleggiare un container costava mediamente 1’500 dollari, oggi si pagano 4’300 dollari. Le tariffe della Cina verso l’Europa nello stesso periodo sono rincarate del 142% e del 103% lungo le rotte del Mediterraneo attraverso Suez.

Un quadro allarmante che si ripercuote pesantemente sulle nostre imprese, gravate da eccezionali costi supplementari che si aggiungono alle sofferenze finanziarie accumulatesi in 15 mesi di pandemia. A dimostrazione di quanto il nostro paese dipenda dall’estero per moltissimi materiali, per cui l’illusione di uno splendido isolazionismo è e rimane un’illusione. La realtà è molto diversa e tocca tutti noi nel nostro quotidiano, direttamente o indirettamente.

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