Gehri: ‘Vitta, bilancio insufficiente. Adesso serve una vera visione’
Nell’intervista di Jacopo Scarinci, pubblicata su laRegione di oggi, 3 giugno 2026, il Presidente della Camera di commercio ringrazia il direttore del Dfe, ‘ma ascoltare non basta’. E sul successore: ‘Non è importante chi, ma cosa farà’.

«Il prossimo capo del Dipartimento finanze ed economia dovrà innanzitutto riportare al centro una vera politica economica: non una gestione dell’ordinario, ma una visione chiara e orientata al medio-lungo termine». A pochi giorni dalla decisione del direttore del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta di non ripresentarsi alle prossime cantonali, il presidente della Camera di commercio Andrea Gehri a colloquio con ‘laRegione’ fa un bilancio della gestione Vitta – «sui risultati concreti il bilancio è insufficiente» – ma, soprattutto, pensa già al futuro e sprona a priori chi prenderà le redini del Dfe: «I cantieri aperti sono noti da tempo, adesso bisogna agire».
Con ordine. Al comitato cantonale Plr di settimana scorsa era presente anche lei e, a Vitta, ha dedicato parole di elogio e ringraziamento. Ma da quando è diventato presidente della Cc-Ti piccona a ritmo regolare il governo su temi anche economici. La verità è nel mezzo?
Non credo ci sia contraddizione, semmai una distinzione netta tra riconoscimento personale e giudizio sui risultati. L’elogio e il ringraziamento al direttore Vitta sono doverosi: in questi anni ha sempre dimostrato attenzione verso i temi economici e il dialogo promosso dalle associazioni è stato ascoltato. Questo è un dato di fatto e va riconosciuto senza ambiguità. Ma ascoltare non basta. Se guardiamo ai risultati concreti, soprattutto su dossier chiave come la promozione del tessuto economico, la costruzione di una vera visione di politica economica a medio-lungo termine e il rafforzamento dell’attrattività del territorio, il bilancio resta insufficiente.
Che legnata.
È mancato il coraggio di scelte incisive e di dotarsi di strumenti davvero efficaci. E questo è il nodo centrale: senza misure forti non si crea valore, non si generano posti di lavoro attrattivi e non si costruisce un tessuto economico di qualità, solido e competitivo. È esattamente ciò di cui il Ticino avrebbe bisogno oggi. Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato ridurre tutto a una questione personale. Le decisioni in materia economica sono il risultato di dinamiche istituzionali più ampie: il governo agisce collegialmente e il direttore del Dfe rappresenta un quinto dell’esecutivo. A ciò si aggiunge il ruolo determinante del parlamento cantonale, che approva, orienta e spesso condiziona le scelte strategiche. Le responsabilità, nei risultati come nelle mancanze, sono quindi chiaramente condivise.
Vitta è noto per la prudenza, lei che vive all’attacco avrebbe desiderato un atteggiamento diverso dal direttore del Dfe?
La troppa prudenza rappresenta talvolta purtroppo un ostacolo per l’evoluzione del Paese, soprattutto nelle istituzioni. Ma quando si parla di politica economica, la prudenza non può diventare immobilismo. E tengo a chiarirlo: non vivo all’attacco per principio; intervengo con decisione quando vedo che il contesto lo richiede e, soprattutto, quando l’economia e gli imprenditori vengono ingiustamente attaccati o denigrati, non riconoscendone il valore per la comunità. In questi anni al Ticino è mancato proprio questo: accanto alla disponibilità al dialogo, che va riconosciuta, sarebbe servita più determinazione nelle scelte. Su dossier cruciali come l’attrattività del territorio, il sostegno concreto alle imprese e, come dicevo, una visione economica a medio-lungo termine, un approccio più coraggioso era non solo auspicabile, ma necessario. Perché è lì che si gioca il futuro: senza scelte incisive e strumenti davvero efficaci non si crea valore, non si generano posti di lavoro attrattivi e non si costruisce un tessuto economico competitivo. E oggi il Ticino non ha bisogno di prudenza: ha bisogno di decisioni.
Ora però si cambierà. Cosa dovrà fare, per lei e per la Camera, il prossimo capo del Dipartimento finanze ed economia? Quali cantieri restano aperti?
Vero, adesso si aprirà una nuova fase e le aspettative, per quanto ci riguarda, sono molto chiare. Il prossimo capo del Dfe dovrà innanzitutto riportare al centro una vera politica economica: non una gestione dell’ordinario, ma una visione chiara e orientata al medio-lungo termine. I cantieri aperti sono noti da tempo. Servono misure concrete per rafforzare l’attrattività del Ticino nei confronti di imprese e imprenditori, una politica attiva di promozione del tessuto economico e condizioni quadro che permettano alle aziende di investire, innovare e crescere. Senza questo, il rischio è di perdere progressivamente competitività. Accanto a ciò, è indispensabile tradurre più rapidamente in atti concreti quanto il mondo economico segnala da anni: meno burocrazia, maggiore prevedibilità e certezza normativa, strumenti più incisivi per sostenere lo sviluppo e la creazione di valore sul territorio. Sono temi che la Cc-Ti porta avanti con coerenza e che continueremo a ribadire anche in futuro. Perché il punto è semplice: senza una politica economica più coraggiosa non si generano valore aggiunto, posti di lavoro qualificati e prospettive attrattive per le nuove generazioni, di cui abbiamo tremendamente bisogno. Infine, va detto con altrettanta chiarezza che anche in questo caso la responsabilità non è di una sola persona. Il capo del Dfe avrà un ruolo importante, ma il successo dipenderà dalla capacità del governo e del Parlamento di assumersi insieme la responsabilità di scelte finalmente incisive.
Basandosi su quali possibili esempi da seguire? E concretamente, oltre alle legnate, quali misure suggerisce per rivitalizzare il Canton Ticino con l’obiettivo di invertire la rotta?
Se guardiamo alla realtà svizzera, gli esempi non mancano. Ci sono Cantoni che hanno dimostrato cosa significa avere una politica economica coerente, coraggiosa e orientata alla crescita. Un caso particolarmente interessante è Lucerna, che partiva da una situazione finanziaria difficile, se non addirittura al collasso, con finanze tese e l’assoluta necessità di risparmio. Una competitività fiscale insufficiente nel contesto della Svizzera centrale, un’economia poco dinamica e poco internazionale che si traduceva chiaramente in scarsa attrattività rispetto ai Cantoni limitrofi. E in circa 15-20 anni è riuscita a ribaltarla grazie a una strategia chiara e coraggiosa. Ha scelto una politica fiscale molto competitiva riducendo in modo importante l’imposizione sulle imprese, accettando anche sacrifici a breve-medio termine per attrarre aziende, contribuenti e capitali. Parallelamente ha investito in innovazione, formazione e qualità delle condizioni quadro, rafforzando settori a maggior valore aggiunto. Oggi raccoglie i frutti di questa impostazione: più competitività, più occupazione qualificata e una base economica più solida, oltre a finanze cantonali migliori. Anche la Svizzera romanda, con Vaud e Ginevra, ha rafforzato negli ultimi anni la propria competitività grazie a politiche attive e a una chiara volontà di attrarre imprese e talenti. Il denominatore comune è evidente: questi territori hanno fatto scelte precise per attrarre aziende, investimenti e competenze. E oggi ne raccolgono i frutti. Il Ticino, al confronto, parte oggi da un posizionamento più fragile rispetto ai Cantoni della Svizzera centrale. Ma questo non è un destino inevitabile: con una politica economica mirata, coerente e coraggiosa può rafforzare la propria attrattività e generare maggiore valore e benessere sul territorio. La vera domanda, quindi, non è cosa fanno gli altri, ma se il Ticino avrà finalmente il coraggio di fare le scelte necessarie per competere davvero.
E in tutto questo, secondo lei il Plr ha ancora sensibilità vicina all’economia, capacità e nomi per mantenere il Dfe? O un cambio sarebbe salutare?
Storicamente il Plr è sempre stato il partito più vicino a un’economia liberale e liberista nelle applicazioni, dove le regolamentazioni devono fungere da volano di crescita e non trasformarsi nella burocrazia soffocante e nell’iper-regolamentazione di cui oggi tutti ne siamo, purtroppo, vittime. Cittadini inclusi, non solo gli imprenditori. Questo resta, a mio avviso, il suo riferimento naturale. Per quanto riguarda i nomi, spetterà alla commissione cerca del partito e ai suoi gremi direttivi identificare, trovare e convincere i profili più adatti. Il tema non è solo “chi”, ma soprattutto “con quale visione”: serve qualcuno capace di portare avanti una vera politica economica da concepire, condividere naturalmente con le associazioni economiche e i partner sociali e che dimostri abilità nel trovare ampie alleanze, senza le quali oggi purtroppo si affonda. Un cambio di dipartimento, viste le contingenze, potrebbe anche essere un’opzione da non scartare. Ma deve essere chiaro un punto: chi assumerà il Dfe dovrà dimostrare attenzione concreta per gli imprenditori e le aziende, che sono i veri creatori di benessere, valore e posti di lavoro sul territorio. E proprio qui sta una delle sfide principali: avere il coraggio di abbattere certe letture ideologiche, purtroppo ancora diffuse, che dipingono gli imprenditori come degli avvoltoi. In Ticino esistono invece molti imprenditori seri, radicati nel territorio, che dimostrano responsabilità, sensibilità e riconoscenza verso la collettività. La politica economica del futuro dovrà partire da qui.
Intervista di Jacopo Scarinci, pubblicata su laRegione di oggi, 3 giugno 2026

