Un salario presuppone lavoro…

Si parla spesso, forse troppo, delle condizioni di lavoro che, secondo taluni, sarebbero all’origine di tutti i mali della società.

Eppure, è fattualmente dimostrato che le aziende, anche nel periodo post-pandemico, hanno predisposto strumenti diversificati per offrire condizioni di lavoro sempre più attrattive, anche nell’ottica di reperire più facilmente la manodopera necessaria.
Provvedimenti che hanno anche permesso, ad esempio, di diminuire il numero di infortuni registrati sul luogo di lavoro (contrariamente a quelli che avvengono durante il tempo libero).
Nonostante questo, sono cresciute le assenze, che dal 2010 al 2024 sono passate da 6,3 a 8,5 giorni all’anno per posto di lavoro a tempo pieno.
Non si tratta di colpevolizzare nessuno, ma va evidenziato che questo incremento corrisponde a una settimana e mezzo di assenza dal lavoro che comporta un maggiore onere organizzativo per le imprese, con collaboratrici e collaboratori chiamati a ore supplementari (che dovranno essere recuperate) e possibili aumenti dei premi assicurativi.

L’aumento delle assenze viene spesso attribuito esclusivamente alle condizioni lavorative, considerate come la sola causa di malattia. Pur riconoscendo che l’ambiente di lavoro è diventato più competitivo, talvolta più aggressivo e stressante, una simile affermazione risulta eccessivamente generica rispetto alla complessità della realtà attuale. Negli ultimi trent’anni la durata del lavoro si è leggermente ridotta, mentre sono aumentate significativamente le ferie, le opportunità di lavoro a tempo parziale e l’utilizzo del telelavoro, favorendo maggiore flessibilità. Inoltre, è cresciuta la disponibilità di congedi retribuiti, quali quelli per paternità (o altro genitore), adozione, assistenza a figli gravemente malati, ospedalizzazione di neonati e attività giovanili extrascolastiche. Questi strumenti, che non sono in discussione, stanno a loro volta alimentando il dibattito su ulteriori forme di congedo retribuito, tra cui il congedo parentale, quello mestruale, per burnout o per situazioni particolari della vita come separazione, trasloco, crisi personale, nonché per impegno climatico (argomento ormai utilizzato in ogni contesto).

Come già evidenziato, le trasformazioni sociali impongono inevitabilmente rilevanti mutamenti anche nell’ambito lavorativo. Gravare però le aziende di continue rivendicazioni onerose è eccessivo. Le difficoltà nella conciliazione tra vita professionale e familiare, la rigidità dei rapporti gerarchici o lo stress generato da richieste aziendali elevate sono fattori significativi, ma non possono essere considerati gli unici elementi in gioco. Vi sono infatti anche dimensioni strutturali della società e scelte individuali che hanno una rilevanza importante. Trascurare tali aspetti e ritenere legittima ogni pretesa dei dipendenti di percepire una retribuzione senza fornire una prestazione equivale a ignorare il principio fondamentale del contratto di lavoro: il salario è corrisposto quale controprestazione dell’attività lavorativa svolta. In altre parole, accanto ai diritti tutelati, esistono anche precisi doveri.