Case dei “boomer”, studi e tentazioni dirigiste

Qualche giorno fa è stato pubblicato uno studio promosso dalla Confederazione sul potenziale inutilizzato delle case unifamiliari in Svizzera.

Secondo le stime, circa 300’000 abitazioni sarebbero “sottoutilizzate”, spesso occupate da persone anziane che vivono sole o in coppia. Di per sé l’analisi è più che legittima, visto che la disponibilità e i prezzi dell’alloggio costituiscono una preoccupazione crescente nella popolazione. Per cui, capire come evolve il mercato immobiliare, come cambiano i bisogni abitativi e quali margini esistono per una maggiore densificazione è certamente corretto, anche perché non si può ignorare l’impatto dell’invecchiamento della popolazione o la crescente pressione sugli alloggi.
Che lo Stato valuti questi aspetti è più che legittimo. Ma è problematico quando dagli studi si passa, come sempre più spesso accade, alla tentazione dell’intervento.
Una linea, del resto, è già stata tracciata, con ipotesi di incentivare (o piuttosto spingere) gli anziani a lasciare le loro case, favorire riconversioni, aumentare la densità. Oggi si parla di “incentivi volontari”, perché, come sottolineano le autorità federali, misure coercitive non sarebbero politicamente sostenibili.
Ma sarà davvero così?

La storia recente invita alla prudenza. Basta ricordare la revisione della legge federale sulla pianificazione del territorio, sostenuta dai cantoni con toni al limite del trionfalistico ma da noi fortemente osteggiata per il timore di eccessive limitazioni al diritto della proprietà. Riserve che si sono ampiamente confermate in sede di applicazione. Approvata dal popolo, la nuova LPT ha infatti dimostrato che, in nome del contenimento della dispersione edilizia e di protezione del paesaggio, di fatto sono state introdotte pesantissime limitazioni della proprietà privata e quindi del relativo dettame costituzionale che ne garantisce la tutela. Un cambio di paradigma notevole: dalla pianificazione alla gestione amministrativa della proprietà privata. Il rischio è evidente. Una volta accettato il principio secondo cui lo Stato può decidere come e quanto “utilizzare” uno spazio abitativo, il passo verso misure più intrusive è purtroppo spesso breve.

Eppure, la proprietà privata non è solo un fattore economico: è una garanzia di libertà individuale. Il diritto di restare nella propria casa, anche se “troppo grande”, non è un’anomalia da correggere, ma una scelta legittima. Inoltre, va sottolineato che la realtà del terreno è molto più complessa di quanto si potrebbe credere, poiché molti proprietari anziani non si trasferiscono in spazi più ridotti perché il mercato semplicemente non offre alternative adeguate o economicamente sostenibili.
Intervenire su questo delicato equilibrio con strumenti dirigisti rischia di produrre effetti opposti: meno fiducia, meno investimenti e, alla fine, meno offerta abitativa.
Senza scadere nella mera diffidenza, è quindi importante che le forze liberali veglino affinché non venga smontato un pilastro essenziale del nostro sistema economico, cioè la garanzia della proprietà privata che, al pari della libertà economica, della certezza del diritto e di regole chiare, della fiscalità moderata, ecc. permettono al nostro paese di prosperare e creare un diffuso benessere.