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Sei in: Home1 / Comunicazione e media2 / Tra fatti e illusioni, parte seconda

Tra fatti e illusioni, parte seconda

25 Settembre 2020/in Comunicazione e media

L’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni

Tra qualche giorno sapremo se la libera circolazione delle persone concordata fra Svizzera e Unione Europea (UE) cadrà e trascinerà con sé tutti gli altri accordi bilaterali conclusi nel 1999, come prevede l’inequivocabile testo della clausola ghigliottina. In tal caso, si aprirebbe una fase di incertezza considerevole e sappiamo che l’incertezza è uno dei peggiori nemici dell’economia e quindi per tutta la popolazione. L’esempio inglese dimostra come negoziare oggi nuovi accordi sia molto difficile. I britannici tentano invano da ormai cinque anni una via bilaterale simile alla nostra, senza riuscirvi. Questo pur essendo l’Inghilterra una potenza nucleare, la quinta economia mondiale e un importante paese contribuente in seno all’UE. È pertanto una pure illusione pensare che la Svizzera potrebbe facilmente spuntare nuove condizioni favorevoli o comunque un approccio morbido da parte del partner europeo. Questi sono fatti, non facili isterismi come insinua qualcuno. Va rilevata una differenza sostanziale tra la situazione inglese e la nostra. L’Inghilterra in tutto questa lunga fase transitoria che dura da anni è comunque rimasta nel mercato europeo, continuando ad applicare le regole esistenti. Per la Svizzera non vi sarebbe un periodo transitorio favorevole così lungo perché secondo le regole vigenti dopo 6 mesi tutti gli accordi cadrebbero automaticamente, lasciando un vuoto giuridico carico di insidie. È sbagliato relativizzare l’importanza degli Accordi bilaterali. Essi rappresentano l’asse portante delle nostre relazioni con l’UE e invocare l’esistenza di altri 100 convenzioni che regolano tali rapporti è un esempio improprio. Fatta eccezione per alcuni altri accordi, come quello di libero scambio del 1972 concernente i dazi per i prodotti industriali e quelli agricoli trasformati, molti sono evoluzioni di quelli a cui dovremmo ora rinunciare oppure regolano questioni tecniche, come il colore dei formulari da usare per lo svolgimento di talune pratiche burocratiche. È come se nel calcio si desse la stessa valenza alla regola del fuorigioco e a quella che disciplina il colore delle bandierine del calcio d’angolo. Infine, è curioso rilevare come molti sostenitori dell’iniziativa che solitamente si battono per ridurre le spese dello Stato, in questo caso propongano di tornare a uno Stato plenipotenziario sull’immigrazione, con tutto quanto ne consegue anche in termini di burocrazia. In nome di una presunta «immigrazione di qualità» non meglio definita né definibile, quale «pozione magica» per la nostra economia e per l’intero mercato del lavoro. E se per qualità si intendono solo «alti profili», questo, oltre che essere irrealistico, penalizzerebbe d’un sol colpo centinaia di aziende che devono poter ricorrere a una manodopera di ogni genere. Una contraddizione palese che dimostra i limiti della proposta in votazione.

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