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Le fiduciarie ticinesi fra tecnologia e tradizione

28 Settembre 2021/in Digitalizzazione, Tematiche

L’opinione di Cristina Maderni, Vice Presidente Cc-Ti, Presidente Ordine dei Commercialisti del Cantone Ticino e Presidente FTAF

In un interessante articolo di recente pubblicazione (“Platform operating model for the AI bank of the future”, 18 maggio 2021),  MCKinsey & Company afferma che “il cuore di una banca basata sull’intelligenza artificiale resta pur sempre nella relazione con il cliente”. Il riferimento al rischio che l’intelligenza artificiale possa spersonalizzare e universalizzare i servizi finanziari è qui  evidente.

Nessuna affermazione potrebbe essere più vera, anche riferita al settore fiduciario e ai criteri con cui noi imprenditori del  comparto implementiamo e utilizziamo nuove piattaforme e tecnologie.

La tesi che desidero di seguito sostenere è, infatti, che le fiduciarie ticinesi non si devono lasciare sfuggire le opportunità di efficienza promesse dal processo di trasformazione digitale, ma che nel contempo devono restare fedeli al proprio modello di business, basato sul contatto diretto e sul rapporto di fiducia personale.

Il fiduciario ticinese, ad oggi siamo oltre 1’500, è, ed è stato, negli anni cosciente che la trasformazione digitale non è un mito, ma un fatto che lo riguarda da vicino. È da tempo, infatti, che il settore investe non solo in sistemi e in processi, ma anche in formazione e in talento, quindi, in conoscenze che permettano ai suoi protagonisti di interpretare e di utilizzare con profitto le soluzioni che le nuove tecnologie propongono loro.

Siamo coscienti che la tecnologia rimodella tutte le istituzioni finanziarie, comparto fiduciario incluso, rendendole sempre più interdipendenti, che causa incertezze, ma anche crea opportunità. Del  resto, la stessa Confederazione ritiene che la digitalizzazione sia un fattore competitivo vitale per la piazza finanziaria svizzera a 360 gradi, e incoraggia il processo.
Noi fiduciari seguiamo con interesse il miglioramento dei servizi che i settori bancario e assicurativo ci offrono come risultato del proprio processo di trasformazione digitale. Il settore finanziario  ritiene con ragione di avere davanti a sé grandi spazi per migliorare le proprie competenze digitali. I continui progressi conseguiti sono sotto l’occhio dell’intera clientela privata e aziendale, che sempre più li apprezza dopo l’esperienza del confinamento. Le fiduciarie ne traggono giovamento in quanto controparti strategiche del sistema bancario: migliorano il flusso informativo e documentale, la velocità di esecuzione, la gestione dei rischi.

Anche nel settore fiduciario, il processo di digitalizzazione è in corso ed è ben lungi dall’essere terminato. Gli investimenti e i modelli sono evidentemente diversi, da rapportare alla dimensione delle imprese fiduciarie, in media non superiore a cinque dipendenti. L’impatto è comunque simile: il processo stimola l’efficienza aziendale e schiude la prospettiva di sviluppare nuovi prodotti e mercati. Modifica, di conseguenza, lo scenario competitivo e paventa dei rischi, che vanno riconosciuti e mitigati. Presuppone competenze e richiede disponibilità ad investire.

È anche grazie alla capacità di investire in formazione e in efficienza operativa che noi fiduciari abbiamo saputo superare con successo un decennio difficile per la finanza internazionale, rendendo le nostre strutture agili e performanti. Sappiamo che il servizio che la nostra clientela ci richiede, si chiama: competenza, fiducia ed empatia. Armi competitive che come già esposto in apertura non devono andare perse in quella omogeneità di soluzioni che le economie di scala, consentite dalla digitalizzazione, portano con sé in altri settori. Noi non miriamo necessariamente ad aggiungere il “robo-advisory” alla nostra offerta di servizi.
Non puntiamo, se non per fasce basse di clientela, a focalizzarci su quei programmi “intelligenti” che  tentano di sostituirsi alla consulenza umana. Certo, le fiduciarie “online” esistono, offrono un  prodotto definito che nel tempo si ritaglierà una propria quota di mercato. Ma il cliente che ricerca soluzioni complesse e confidenziali continuerà a seguire le vie tradizionali della “fiducia” e del contatto diretto.

Qui sta la nostra forza, qui dobbiamo capitalizzare. Questi sono i motivi per cui non prevediamo per il futuro di dover subire una vera concorrenza diretta da parte delle “Big Tech”, né di chi le emula. Gli operatori digitali presentano alcuni punti di forza, ma la gran parte della clientela apprezza altri fattori e teme fughe di informazioni e incursioni nei sistemi da parte dell’hackeraggio e del  ransomware. Non a caso, Boston Consulting Group segnala la ritrosia delle istituzioni finanziarie ad utilizzare  intensamente le soluzioni offerte dal Cloud, contrariamente a quanto fanno altre organizzazioni ugualmente mature sotto il profilo digitale.

Nel nostro modo di porci sul mercato, la sicurezza, quindi anche la “cybersecurity” è un fattore chiave. Mi siano concesse due considerazioni finali. La prima è che, nel settore fiduciario, la  trasformazione digitale non ha fino ad oggi causato né un forte processo di concentrazione, né una contrazione nei posti di lavoro, che con orgoglio noi fiduciari constatiamo avere mantenuto stabili pur in un decennio di grandi cambiamenti. La seconda è che l’attenzione alle variabili tecnologiche crea volontà di confronto, intensifica l’importanza delle associazioni dei fiduciari e della loro federazione, che insieme promuovono formazione, sinergia e dibattito.

Il futuro è oggi: noi fiduciari ne siamo coscienti. Adattiamo le nostre piattaforme, investiamo nella creazione di competenze digitali al nostro interno. Non cessiamo tuttavia di basare la nostra azione sulle nostre capacità individuali e di gruppo, e sulla fiducia che il cliente ci concede. Una fiducia che è costruita sulla competenza personale e non sulla velocità di un sistema esperto.

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