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Sei in: Home1 / Comunicazione e media2 / Intervista a Luca Albertoni

Intervista a Luca Albertoni

27 Marzo 2017/in Comunicazione e media

di Gianni Righinetti, apparsa sul CdT

“L’auspicio per il 2017 è che ci si possa confrontare maggiormente nel merito dei temi, evitando sterili polemiche personali o preconcetti. “

«Ci sono aziende che praticano la precarietà come forma di business, il cui comportamento denunciamo senza riserve». Questo è il j’accuse del segretario cantonale dell’OCST Renato Ricciardi. Ha ragione?
La precarietà non è un obiettivo delle aziende “normali”. La denuncia è quindi di principio legittima, ma prediligo andare oltre le dichiarazioni generali e ragionare su casi concreti, anche perché la precarietà non è un’esclusiva del settore privato.

La flessibilità nel mondo del lavoro d’oggi è una condizione che deve essere accettata senza battere ciglio?
Flessibilità non significa non rispettare le regole esistenti. Poi che talune regole debbano essere adattate all’evoluzione della situazione reale non è certo scandaloso.

Ma è possibile stabilire delle regole o essere flessibili presuppone la totale assenza di una disciplina?
Flessibilità non significa anarchia, per cui è normale che si stabiliscano delle regole. La sfida è che queste siano equilibrate per tutti e che nuovi modelli di lavoro non vengano stigmatizzati a priori come negativi perché diversi da quelli a cui siamo abituati.

L’OCST è conosciuto per essere un sindacato piuttosto accomodante. Oppure di sindacalisti che usano il fioretto non ve ne sono più perché tutti sfoderano la sciabola?
Essere ragionevole non significa per forza essere accomodante. Nel contesto odierno effettivamente l’uso sempre più diffuso della sciabola fa rimpiangere chi tirava di fioretto, anche se non è detto che l’arma più pesante sia quella che provoca sempre i danni maggiori. Sono comunque abituato a fronteggiare indistintamente l’uno o l’altra per difendere i valori in cui credo.

Com’è il vostro rapporto in Ticino con il fronte sindacale?
Sono soprattutto le associazioni di categoria a essere al fronte e noi ci confrontiamo con il mondo sindacale prevalentemente su temi di carattere economico generale, per cui la visione è forzatamente diversa. Ci si confronta e ci si scontra, come è normale che sia, ma sono per fortuna rari i casi in cui manca il rispetto per la persona. Quindi posso dire che, salvo qualche eccezione, i rapporti sono buoni.

Ogni tanto si ha l’impressione che le forze sindacali non si rendano conto che “i padroni” (come li chiamano taluni) creano un lavoro che, senza loro, non ci sarebbe. È davvero così?
Non si può generalizzare, ma è innegabile che alcuni, probabilmente in virtù di una cultura sindacale di stampo poco elvetico, abbiano questo genere di atteggiamento. L’auspicio è che questa mentalità non si diffonda ulteriormente, anche se ammetto che qualche timore ce l’ho.

Spesso si ha però l’impressione che le vostre organizzazioni padronali agiscano unicamente a difesa della casta, senza la capacità di fare autocritica o puntare l’indice verso chi meriterebbe di essere ripreso duramente. Siete troppo buoni?
Per quanto mi riguarda ho sempre chiaramente detto che è giusto che chi sbaglia venga sanzionato e non mi sono mai opposto a misure fondate e basate su fatti accertati. Anche quando presiedevo la Commissione tripartita in materia di libera circolazione delle persone non mi sono mai tirato indietro nella lotta agli abusi, cosa non scontata quando si dirige l’associazione-mantello dell’economia cantonale. Non mi piacciono invece le sparate fatte per attirare l’attenzione e basate su ipotesi che poi spesso si rivelano sbagliate. Perché rovinare la reputazione di un’azienda sulla base di semplici illazioni è irresponsabile e contro questo sono pronto a lottare senza esclusione di colpi.

Faccia una critica senza mezzi termini a un ramo economico che è affiliato a voi?
Mutuando una metafora sportiva, la sacralità dello spogliatoio non va violata ed eventuali critiche vanno formulate nelle sedi opportune, cioè nei nostri gremi interni. Ogni settore ha forze e debolezze, il mio compito non è di criticare ma di cercare soluzioni.

Ai sindacati interessano la quote che versano i lavoratori, ma anche voi vivete di quanto vi danno gli associati. Insomma: alla fine sembrate diversi, ma siete uguali.
Almeno non pesiamo sullo Stato! E’ vero che abbiamo funzioni simili su fronti diversi, per cui è inevitabile che vi siano talune analogie. Per quanto ci riguarda, tengo a sottolineare che da anni rifiutiamo l’adesione di aziende che riteniamo non rispettose delle regole vigenti, rinunciando quindi anche a cospicue entrate. E’ una maniera responsabile di dimostrare attenzione verso il territorio e per non difendere casi indifendibili. E‘ una linea consolidata, essenziale per mantenere la credibilità.

I cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro sono stati importanti e rapidi, quasi che al posto di uomini e donne si volessero già robot da usare alla bisogna?
E’ un’esagerazione. I cambiamenti generano sempre insicurezza ma non tutti sono di segno negativo, anzi. Per le imprese serie (e sono la stragrande maggioranza) il capitale umano è fondamentale, per cui l’accusa di volere manichini senz’anima da pilotare a piacimento è infondata.

Lei crede nella sostituzione della mano e il cervello di uomini e donne a vantaggio di un’entità meccanica e informatizzata?
Abbiamo vissuto già molte fasi in cui il progresso tecnologico ha fatto sparire determinate professioni, creandone però altre e ritengo che sarà sempre così. La sfida è di gestire i periodi di transizione e di adattamento che per certe persone sono difficili. L’economia non ha interesse a creare tensioni sociali o a “perdere per strada” le persone.

Il lavoro su chiamata è una piaga sociale o una semplice e concreta necessità?
E’ avantutto una necessità e come tale non va demonizzata. Poi vale quanto detto in precedenza, cioè che c’è un quadro legale che va rispettato, senza eccezioni.

Ma flessibilità e lavoro su chiamata sono i principali nemici delle famiglie e della vita sociale?
La realtà sociale è troppo complessa oggi per ridurla a un fattore dipendente dalla flessibilità e dal lavoro su chiamata. Del resto, un numero sempre crescente di lavoratrici e lavoratori chiede flessibilità per cui essa va distinta dagli abusi, che sono altra cosa. Di questo occorre tenere conto, se si vogliono evitare battaglie di retroguardia.

“Chi viene spremuto come un limone sul lavoro, magari per pochi franchi, è costretto a una vita da single”. Mi è stato detto con malinconia brindando il 31 dicembre in vista dell’anno nuovo. È una realtà o una esagerazione?
La generale accresciuta competitività in molti ambiti lavorativi è certamente una fonte di pressione, ma non si possono addossare tutte le responsabilità dei disagi sociali al lavoro. Vi sono molti fattori, a partire dall’auto-responsabilità, che influiscono sui nostri destini personali, per cui starei attento ad amalgamare situazioni difficili e quello che invece è vero e proprio sfruttamento.

Come sta la Camera di commercio e dell’industria che, quest’anno, compirà 100 anni?
E’ un’associazione molto dinamica, confrontata con grandi cambiamenti economici, politici e sociali, come tutte le altre Camere svizzere. Lo scopo principale della nostra attività resta la valorizzazione e la difesa della libertà economica e imprenditoriale e su questo costruiamo la nostra attività, improntata al rispetto e alla serietà. Valori forse oggi poco considerati, ma essenziali per affrontare in modo costruttivo ed efficace le molte sfide.

Qual è il suo auspicio per il 2017?
Che ci si possa confrontare maggiormente nel merito dei temi, evitando sterili polemiche personali o preconcetti. Ma forse è chiedere troppo.

Il vento del “primanostrismo” che soffia sul Ticino, quanto preoccupa (e perché) l’economia cantonale?
Chiedere maggiore attenzione per il nostro territorio è legittimo e condivisibile. Preoccupa invece molto il pressapochismo che illude che vi siano sempre soluzioni facili, fregandosene del principio della legalità, ormai considerato poco più che un fastidioso ammennicolo. Questo è pericoloso e poco svizzero.

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