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Sei in: Home1 / Comunicazione e media2 / Le incognite dell’eventuale rinuncia agli Accordi con l’UE

Le incognite dell’eventuale rinuncia agli Accordi con l’UE

1 Settembre 2020/in Comunicazione e media

Negli ultimi 20 anni per ben tre volte (maggio 2000, settembre 2005 e febbraio 2009) si è votato sugli Accordi Bilaterali con l’UE e la libera circolazione delle persone. In tutte le tre consultazioni il popolo, a stragrande maggioranza, ha approvato l’intesa con Bruxelles.

Ciononostante, il 27 settembre si tornerà alle urne: si vota sull’iniziativa “Per un’immigrazione moderata” che in sostanza punta ad abolire la libera circolazione, scardinando di fatto tutto il pacchetto dei Bilaterali I. Alla fine del 1993 l’UE si è dichiarata pronta ad avviare negoziati in sette comparti, ponendo tuttavia la condizione che tutti gli Accordi fossero negoziati parallelamente e quindi firmati e attuati contemporaneamente: questo perché i
vari dossier avrebbero garantito vantaggi a entrambe le parti soltanto se considerati nel loro complesso.

Gli Accordi sono dunque stati connessi giuridicamente tra di loro a mezzo di una cosiddetta «clausola-ghigliottina» per evitare che fossero posti in vigore separatamente. Qualora uno degli Accordi venisse denunciato, anche i rimanenti sarebbero abrogati caricando ancor di più d’incognite l’appuntamento di settembre. Grazie anche all’impulso dei Bilaterali, la Svizzera ha ritrovato la via della crescita dopo la stagnazione degli anni ‘90. Sono aumentati il PIL, l’occupazione, il reddito pro capite, la competitività e la capacità d’innovazione della nostra economia. Se questi sono dati reali, non esiste invece alcuna
controprova che ci sarebbe stato un analogo sviluppo senza questi Accordi.

Indubbiamente, i Bilaterali non sono solo “rose e fiori”. Nelle regioni di confine, come il Ticino, si sono registrate una più forte concorrenza sul mercato del lavoro, a volte una pressione al ribasso sui salari e talune distorsioni che hanno alterato il corretto meccanismo della domanda e dell’offerta. Problemi che non si risolvono però rinunciando alla libera circolazione, ma con il concreto impegno delle parti sociali, del governo e della politica per ottimizzare e migliorare le misure di accompagnamento a tutela dei lavoratori e di una concorrenza leale.

La Svizzera negli ultimi anni ha diversificato notevolmente i suoi mercati di sbocco, tuttavia l’UE, che assorbe il 51,2% dell’export elvetico, resta il nostro più importante partner commerciale, con scambi per oltre un miliardo di franchi al giorno. Il prossimo settembre la posta in gioco è molto alta. Ecco cosa si perderebbe con l’abolizione dei sette Accordi Bilaterali e gli scenari che si aprirebbero nel caso di una rottura con l’Europa.

Quanto vale economicamente ogni singolo accordo per il nostro Paese?

Libera circolazione: il valore economico del più importante e discusso trattato con Bruxelles è stato calcolato in 14 miliardi di franchi all’anno. Secondo le stime del Professor George Sheldon dell’Università di Basilea, gli immigrati arrivati in Svizzera con la libera circolazione hanno contribuito, dal 2003 al 2011, ad aumentare in media il PIL pro capite dello 0,9%, ossia di 553 franchi a testa.

Abolizione degli ostacoli tecnici al commercio: l’intesa permette alle imprese di smerciare la loro produzione nei Paesi UE con costi e tempi molto più ridotti rispetto a prima. Un trattato che vale quasi due miliardi di franchi all’anno.

Agricoltura: si è notevolmente semplificato il commercio di diversi prodotti agricoli, innanzitutto formaggi e derivati del latte trasformati. Dal 2002 al 2018 le vendite di formaggio e ricotta nell’area UE sono aumentate del 42%. Solo per l’export di formaggi l’accordo rende 100 milioni di franchi ogni anno.

Appalti pubblici: l’intesa ha aperto l’accesso alle imprese e agli studi professionali elvetici in un mercato che già dieci anni fa valeva 425 miliardi di franchi. Il valore dell’accordo è stato stimato in un miliardo di franchi all’anno.

Trasporti terrestri: si garantisce l’accesso ai mercati europei dei trasporti ferroviari e stradali. Il nostro Paese incassa ogni anno mezzo miliardo di franchi.

Trasporto aereo: si stima in 7 miliardi di franchi annui il valore di questo accordo, che è fondamentale per le compagnie aeree rossocrociate, gli aeroporti, i passeggeri e per l’industria del settore aeronautico (35mila impieghi e un valore aggiunto annuo di 10 miliardi di franchi). Un annullamento dell’intesa penalizzerebbe il turismo, l’attrattività della nostra piazza economica e farebbe aumentare anche i costi dell’export. Inoltre, causerebbe un rincaro delle spese di gestione degli scali sino a 8 milioni di franchi annui e una nuova pianificazione con costi tra i 5 e 15 milioni di franchi.

Ricerca: con questo accordo la ricerca e l’innovazione svizzere hanno registrato un guadagno d’efficienza del 20% e creato un valore aggiunto di oltre 2 miliardi di franchi annui. L’intesa ci consente di partecipare ai programmi quadro di ricerca dell’UE che possono contare su un budget miliardario. Anche alcuni istituti ticinesi di ricerca hanno beneficiato di finanziamenti per decine di milioni di franchi. Fuori da questo accordo, sarebbe molto più difficile
restare pienamente integrati nelle reti internazionali della ricerca, di conseguenza la Svizzera perderebbe anche interesse agli occhi degli specialisti e dei ricercatori che oggi arrivano qui da ogni parte del mondo.

Quali vere alternative ci sono ai Bilaterali?


In realtà nessuna. Un ritorno al semplice accordo di libero scambio con l’UE del 1972 o a rapporti di scambio sulla sola base delle regole dell’OMC, sono soluzioni che non garantirebbero a un Paese orientato fortemente sull’export, come la Svizzera, i benefici e i vantaggi conseguiti sinora con i Bilaterali.
Rinegoziare un’intesa commerciale con Bruxelles non sarebbe per nulla facile (Brexit docet); rinunciare all’accesso privilegiato a un mercato di mezzo miliardo di persone per tentare Accordi coni singoli Stati UE, sarebbe solo un pericoloso passo indietro, con devastati ripercussioni su tutta l’economia
nazionale.

Cosa comporterebbe un ritorno al sistema dei contingenti/ quote per la manodopera estera?

Innanzitutto, si aggraverebbe la carenza di manodopera, qualificata e non, che rappresenta già ora un grave problema per le imprese.
Gestire l’immigrazione con questo sistema richiederebbe un notevole apparato burocratico, sia a livello federale che cantonale, con costi esorbitanti e lentezze procedurali che nuocerebbero al dinamismo e alla flessibilità aziendale. Inoltre, si scatenerebbe la lotta tra i Cantoni e tra i diversi settori produttivi per accaparrarsi la manodopera loro necessaria, come già successo in passato.

Quale forza contrattuale avrebbe la Svizzera, qualora si dovesse arrivare alla disdetta dei Bilaterali?

Il potere contrattuale della Confederazione sarebbe molto scarso. Dopo la Brexit, Bruxelles è ancora più determinata a non concedere a chicchessia un’accessibilità “à la carte” al suo mercato. Tanto più alla Svizzera alla quale è già legata da un complesso sistema con più di 120 Accordi e che sinora
ha beneficiato di una corsia privilegiata nello scambio commerciale. Va pure sgomberato il campo da talune idee balzane come quella di usare la minaccia di aumentare la tassa di transito sui mezzi pesanti per ammorbidire Bruxelles. Difatti, tutti i Paesi interessati a transiti potrebbero compensare con sussidi pubblici un eventuale aumento della tassa. In questi tempi di forsennati aiuti di Stato e di salvaguardia degli interessi nazionali, nessun governo avrebbe remore a sovvenzionare il trasporto merci che per ogni Paese ha sempre una funzione strategica. Con un’Europa che sta cercando in tutti i modi di ricompattarsi, è altrettanto illusorio pensare che la Germania, per quanto sia il nostro principale partner commerciale, si faccia in quattro per difendere
gli interessi della Confederazione.

Cosa ci ha insegnato la Brexit?

Quattro anni dopo il referendum che ha sancito la Brexit, i negoziati tra il Regno Unito e Bruxelles stentano ad andare avanti. Anzi, per Londra la strada dell’uscita dall’UE si sta rivelando sempre più dura e difficile. Sebbene ci sia in gioco il futuro della seconda economia più grande del Vecchio Continente, l’UE non pare intenzionata a trattamenti di favore. Né tantomeno disponibile ad accomodanti compromessi che potrebbero rappresentare una tentazione per la fuga di qualche altro Stato membro dell’Unione. Oggi Londra farebbe di tutto per raggiungere una convenzione sul modello svizzero. Come gli Accordi Zilaterali I che qui, paradossalmente, col voto del 27 settembre si vorrebbero cancellare.


Per approfondire: commercio estero della Svizzera, 2019 – in miliardi di franchi (fonte: UST, AFD – Statistica del commercio estero – 2020)

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