Aperture e chiusure, un equilibrio

L’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni

Si può definire eterno il dilemma che accompagna le politiche in ambito economico (ma non solo), fra tentazioni protezionistiche, legittima difesa degli interessi nazionali o locali e necessaria apertura verso i mercati esteri per disporre dei beni, dei servizi e della manodopera indispensabile al funzionamento del sistema di ogni Paese. Tutte le posizioni sono decisamente legittime e a volte è il mix delle stesse a creare le varianti più interessanti, sebbene, sul lungo termine, sia quasi sempre l’apertura a delineare i migliori risultati. Lo dicono i fatti e i numeri. Anche se a volte si ha l’impressione che la chiusura possa rappresentare la soluzione preferibile, spesso si tratta di un’illusione di breve durata. Come sempre, è questione di equilibrio.

Un equilibrio essenziale quando si tratta di prendere decisioni importanti che devono tenere conto dell’interesse generale, delle persone e delle cose e lungimiranti, anche quando nell’immediato il particolarismo vorrebbe prevalere e appare più allettante.

Un equilibrio che la Svizzera e il Ticino hanno dimostrato di avere anche durante gli ultimi difficili mesi. Non tutto è filato liscio e perfetto, ma come avrebbe potuto in una situazione così estrema e nuova in tutti i suoi aspetti? L’economia ha giocato la sua parte fino in fondo, accettando dolenti e amare restrizioni per il bene di tutti e di tutto un paese coinvolto nel vortice di una tempesta virologica inaspettata e sconosciuta. Le aziende hanno dimostrato un alto senso di responsabilità, accettando e sottoscrivendo le tante nuove regole e limitazioni, e durante il periodo di chiusura quasi totale delle attività, i servizi essenziali e le industrie autorizzate a lavorare non hanno conosciuto «riposo» attivandosi, riorganizzandosi e vigilando in primis sulla salute. I fatti hanno premiato questi sforzi promuovendole nell’operato per aver tutelato salute e mercato.

La nuova consapevolezza oggi di questo «scomodo compagno di viaggio» orienta le nostre realtà aziendali a lavorare più serenamente e con strumenti più efficaci per scongiurare qualsiasi richiusura.

I fatti recenti dimostrerebbero che sono gli assembramenti casuali che restano problematici e proprio su questi occorre focalizzare maggiormente l’attenzione. Abbiamo maturato esperienze importanti che ci hanno dato tutte le indicazioni utili (igiene, distanza sociale, protezioni, tracciabilità, ecc.) per intervenire in futuro, solo laddove necessario, senza imporre un blocco a tutti e tutto. L’economia ha dimostrato di avere coscienza, mezzi e strumenti per continuare il proprio buon lavoro a favore di tutti. Anche qui una questione di equilibrio.

Crediti vs Debiti

L’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni

Fra le molte misure disposte in particolare dalla Confederazione per tutelare il funzionamento del sistema economico elvetico, fortemente colpito dal Coronavirus, una delle più straordinarie è senza dubbio quella che ha permesso un accesso rapidissimo ai crediti garantiti dalla Confederazione. 40 miliardi di franchi per scongiurare il pericolo di un grave blocco delle liquidità aziendali. Finora ne sono stati utilizzati circa 15 miliardi, il che ha portato taluni osservatori superficiali a concludere in modo frettoloso che, tutto sommato, la crisi economica non è poi così grave, visto che non sono stati richiesti tutti i miliardi. Comunque 15 miliardi di franchi non sono noccioline, per prima cosa, e la realtà è ben più complessa di quanto potrebbe apparire a prima vista.

In effetti, i motivi che hanno fatto sì che le aziende svizzere non abbiano espresso richieste maggiori sono molteplici. Avantutto l’apprezzato orientamento alla prudenza della stragrande maggioranza degli imprenditori, poco propensi a indebitarsi e tendenzialmente portati a “stringere i denti”, facendo capo in primo luogo alle proprie riserve. E questo è quello che sta accadendo in questo momento. Scelta più che comprensibile e che evita fondatamente di esporsi a debiti. Purtroppo sussiste evidentemente l’insidia che, in taluni casi, questo atteggiamento prudente limiterà la capacità d’investimento futura e quindi una certa competitività. Non esiste una ricetta vincente per tutte le realtà; in un sistema “imperfetto”, ogni imprenditore farà le sue valutazioni sulla base dei parametri della propria azienda, calzanti la propria realtà.
Il livello generalmente buono di auto-finanziamento delle aziende svizzere e ticinesi ha determinato questo contesto determinandone sicuramente la portata e le mosse. Questo dato emerge regolarmente da anni dalla nostra puntuale inchiesta congiunturale, malgrado una certa flessione registrata quest’anno. I livelli restano comunque di tutto rispetto, anche comparati all’auto-finanziamento delle aziende in altri paesi europei.

L’orientamento dimostrato verso i crediti legati al Coronavirus conferma che molte aziende, pur nelle gravi e innegabili difficoltà di questa situazione quasi surreale, hanno trovato propri margini di manovra. Certo non infiniti e comunque, forse, non sufficienti per mettersi per sempre al riparo dalle inevitabili conseguenze negative che potranno presentarsi. È innegabile che in questo contesto abbiano aiutato anche le altre misure messe a disposizione, come ad esempio il rafforzamento del lavoro ridotto che ha permesso di mantenere tanti posti di lavoro, affrontando al contempo i costi urgenti alla voce “stipendi” per le aziende. Infine, la mancata corsa sfrenata alla concessione di crediti garantiti dalla Confederazione ha anche una spiegazione legata alle diverse esigenze dei settori economici. Tutti colpiti, quasi senza distinzione, ma in modi e tempi differenti. Fra chi è stato obbligato a chiudere, chi ha scelto una chiusura più o meno volontaria e chi invece ha continuato a lavorare, seppure a ritmo ridotto, vi sono spesso grandi differenze. Non tanto o comunque non solo per dimensioni aziendali, ma proprio per ramo di attività. Proprio questa differenziazione presente sul nostro territorio ha fatto in modo che le esigenze e i mezzi di “reazione” non fossero omogenei e pericolanti allo stesso modo. Swissmem ha sottolineato come i settori industriali che essa rappresenta temono di dover affrontare grandi difficoltà soprattutto a partire dal secondo semestre del 2020 e nel 2021. Questo per vari motivi, in primis ovviamente l’andamento dei mercati più importanti rappresentati da paesi che probabilmente faranno più fatica a ripartire.

È quindi legittimo ritenere che vi potrebbe essere una seconda ondata di richieste di credito, quando altri settori rispetto a quelli chiusi per decreto andranno a loro volta in difficoltà. Non a caso, vi è la legittima attesa che il termine per chiedere la concessione di crediti Coronavirus venga spostato dal 31 luglio 2020 almeno fino a dicembre 2020. Se vi sono legittime ragioni di essere soddisfatti della capacità reattiva delle aziende svizzere e ticinesi, l’attenzione deve restare alta, vigile e propositiva. Ci auguriamo che il peggio stia oltrepassando il nostro quotidiano, ma “prudenza” resta la parola d’ordine per la salute e gli affari.

Tutti assieme facciamo un grande lavoro

Come imprenditore e Presidente della Camera di commercio e dell’industria Glauco Martinetti ha vissuto molto intensamente questi mesi, con un carico di lavoro e di responsabilità più accentuato.

«Da un giorno all’altro è successo quello che nessuno era disposto a credere – spiega-. Con la
Cc-Ti abbiamo dato un notevole supporto alle aziende e agli imprenditori che logicamente erano smarriti. Nel contempo abbiamo avuto contatti molto stretti con le autorità politiche, le associazioni di categoria e i sindacati. Desidero, perciò, ringraziare tutti e in particolare i collaboratori della Cc-Ti, le autorità cantonali e federali e ben inteso tutte le nostre imprese. Abbiamo fatto un gran lavoro assieme: GRAZIE».

Da Presidente del Governo, il Direttore del DFE Christian Vitta ha invitato tutti ad un ‘Patto di Paese’ per superare l’emergenza economica. Ci sono oggi le premesse per un impegno comune delle parti sociali, della politica e della società civile in questa direzione?

«In questi mesi di emergenza si è visto chiaramente come nella crisi tutti sono molto più coesi e orientati su un unico obiettivo e, difatti, la bagarre politica e partitica si è quasi annullata. Basteranno due settimane di ‘calma’ per riprendere la solita litigiosità ticinese: le brutte abitudini sono le prime a tornare».

Quali sono attualmente e quali saranno anche nei mesi a venire le difficoltà maggiori per i nostri imprenditori?

«Il problema principale sarà la ripresa dei consumi. Riprendere le attività produttive non è e non sarà il problema ma senza consumi sarà inutile. La fiducia dei consumatori è al minimo storico, c’è un’impennata della disoccupazione e del lavoro ridotto, quindi minor disponibilità di spesa, gli investimenti sono in caduta libera.Ci aspettano un paio d’anni impegnativi».

Ripetutamente, e non da sola, la Cc-Ti ha insistito sulla necessità di aiuti a fondo perso per l’economia, una proposta che ha registrato parecchi consensi ma non ancora decisioni concrete. Pensa che si riuscirà ad ottenere qualcosa?

«Credo che dipenda molto da quanto velocemente la domanda e quindi l’economia si riprenderanno. Far indebitare le aziende può aiutare a corto termine ma non a medio termine: è molto pericoloso. Credo che il Consiglio federale ne sia cosciente ma non possa oggi ancora decidere un parziale condono di questi crediti. Noi non molliamo la presa e continueremo a chiederlo».

Si è avviata la Fase 2 e con la riapertura ci potrebbe essere il rischio di un ritorno del contagio. Non teme che, in questo malaugurato caso, si possa rimproverare al mondo economico una fretta inopportuna per aver sollecitato la ripresa delle attività produttive?

«L’aumento dei contagi è sicuro. Penso però che i contagi non avverranno sul posto di lavoro che è molto controllato, monitorato e protetto. Credo che facilmente la società tornerà a contatti più ravvicinati (il genere umano è un animale sociale) ed è in quel momento che avverranno i contagi. Morire di fame sani non può però essere la soluzione».

Orientamento incerto

L’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni

Impossibile a oggi fornire dati certi e attendibili sulle conseguenze economiche a breve, medio e lungo termine del ciclone Coronavirus che ci ha investiti. Ci vorrà molto tempo per stilare bilanci e comprendere quali impatti strutturali e non solo congiunturali vi sono stati e vi saranno. Alcune indicazioni interessanti emergono dai colleghi della Camera di commercio e dell’industria vodese, i cui membri, nel contesto di un sondaggio, hanno segnalato quasi all’unisono un impatto forte praticamente trasversale a tutti i settori economici. Infatti, il 90% delle imprese associate alla Camera vodese si attendono forti impatti negativi sulla liquidità nei prossimi tre mesi, anche dopo la ripresa dell’attività. Quattro imprese su cinque si aspettano effetti negativi anche sugli impieghi a tempo pieno, soprattutto se la crisi dovesse durare tre mesi o più.

Calo della domanda, perdita di clienti, licenziamenti, fallimenti, problemi di approvvigionamento sono i timori condivisi da praticamente tutte le imprese, fatto non sorprendente, tenendo conto degli effetti a catena dati da un’economia in cui quasi tutti i settori sono in qualche modo legati fra di loro. Se ad esempio una grande azienda limita le proprie attività, patiscono i fornitori diretti, ma anche gli artigiani come gli elettricisti, gli idraulici o i falegnami, oppure gli esercizi pubblici di ristorazione, ecc.. In questo senso è sempre stato importante preservare nel limite del possibile, la filiera delle nostre imprese. I dati vodesi sono ovviamente da prendere con le pinze, perché comunque sommari, senza precedenti di paragone, ma costituiscono comunque un indicatore di una certa rilevanza anche per il Ticino, visto che l’inchiesta congiunturale che conduciamo ogni anno presso i nostri associati ricalca praticamente sempre le tendenze generali del canton Vaud in particolare.

Speriamo tutti ovviamente di essere smentiti dai fatti e lo verificheremo nelle prossime settimane o mesi. Non è escluso, fortunatamente, che il buon andamento generale dell’economia rilevato negli scorsi anni e ad esempio il grado di autofinanziamento delle aziende, possano permetterci di limitare qualche danno. Per finire su una nota di ottimismo, i primi rilevamenti effettuati dai colleghi vodesi indicano comunque che una buona metà delle aziende confida che questa situazione così estrema acceleri i processi di trasformazione digitale e dei modelli di business, stimoli la creatività e permetta di eliminare talune procedure burocratiche eccessivamente penalizzanti. Gli imprenditori sono pronti a rimettersi in gioco, a rivedere e attualizzare i propri meccanismi aziendali. Caratteristiche che nel nostro cantone e nazione non sono mai mancate e che, ora più che mai, sono risorse essenziali nelle quali credere per un rilancio.

Un impegno comune nell’interesse di tutti

L’appello della Camera di commercio e dell’industria per scongiurare i rischi di una lunga e grave recessione

«Un Patto di Paese» per affrontare la crisi economica dopo l’emergenza sanitaria. È l’auspicio formulato come Presidente del Governo, nei giorni più cruciali dell’epidemia del coronavirus, dal Direttore del DFE Christian Vitta. Un appello che è il miglior antidoto alla contrapposizione artificiosa tra ragioni della salute pubblica e ragioni dell’economia che si è creata in Ticino con l’allentamento del lockdown. Salute ed economia non sono termini antitetici: se non si è in salute non si può lavorare e produrre, ma se l’economia non funziona non si crea neanche la ricchezza necessaria a finanziare la tutela della salute dei cittadini. L’alternativa non è, dunque, tra presunti «egoisti», interessati solo a contare i soldi, e presunti «altruisti » che non vogliono più contare morti e contagi. Ma tra il rischio concreto di veder crollare il sistema produttivo, con tutto ciò che ne consegue in termini di disoccupazione e impoverimento collettivo, e uno sforzo comune, invece, per ripristinare, in tutta sicurezza, le condizioni economiche in grado di garantire un buon livello di benessere alla società. È questo il significato del «Patto di Paese».

Come Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino siamo convinti che oggi sia urgente serrare le file tutti assieme, parti sociali, partiti, governo e società civile, mettendo da parte divisioni politiche e ideologiche. C’è in gioco non la sorte di qualche imprenditore, ma la tenuta complessiva del nostro sistema economico e sociale, che va sostenuto, come chiediamo da tempo, anche con aiuti mirati a fondo perduto. Siamo solo agli inizi di una temibile recessione la cui durata ed esiti sono imprevedibili. Dopo due mesi di blocco quasi totale delle attività produttive, sorprende perciò sentire da alcuni politici i soliti, vecchi discorsi intrisi di rivendicazioni, richieste di nuovi vincoli per le imprese e intenti dirigisti, come se tornassero da una lunga vacanza senza aver vissuto le terribili settimane che hanno incubato la più grave crisi degli ultimi 70 anni. Come se il virus, passata la concordia per l’allarme sanitario, legittimasse ora una battaglia per la supremazia politica nel governare una delicata fase di transizione. Sarebbero, invece, necessari più che mai un impegno congiunto e un condiviso senso di responsabilità per ridare fiducia e sicurezza al Paese. Per riavviare i motori dell’economia non basta premere un pulsante, ci vorranno mesi e mesi prima che essi riprendano a girare a pieno regime. La nostra industria dell’export dovrà lavorare duramente per mantenere le posizioni su mercati internazionali che funzioneranno a singhiozzo per chissà quanto tempo, con una contrazione della domanda e una concorrenza ancora più feroce. Le imprese orientate sul mercato interno saranno confrontate invece con un calo della domanda provocato dalla generale incertezza. Tutti assieme abbiamo la grande responsabilità di salvaguardare la nostra economia, i posti di lavoro e i redditi dei cittadini. Ma serve un nuovo e coraggioso approccio per uscire dai vecchi schemi della politica, mettendo da parte pregiudizi ideologici e interessi elettorali, e lavorare uniti per il futuro del Ticino.

L’apprendistato una realtà da sostenere

L’opinione di Cristina Maderni, Vice Presidente Cc-Ti, Presidente Ordine dei Commercialisti del Cantone Ticino e Presidente FTAF

La pressione sui conti economici che le imprese ticinesi si trovano ad affrontare in conseguenza del COVID-19 comporterà inevitabilmente tagli nei budget di spesa e di investimento. È di conseguenza urgente intervenire per introdurre meccanismi capaci di rendere sostenibile per i datori di lavoro il mantenimento dell’offerta di posti di apprendistato. La formazione duale è, infatti, un elemento caratterizzante del sistema svizzero, che viene osservato e ammirato con interesse da tanti altri paesi. Un programma che funziona e dà opportunità ai nostri giovani, che va preservato per le generazioni future. Assicurare continuità soprattutto in un momento di crisi presuppone però l’attuazione di provvedimenti capaci di rendere il processo meno gravoso e quindi maggiormente accessibile per le imprese. Non stiamo qui necessariamente parlando di sussidi: un primo contributo significativo potrà, infatti, derivare dalla semplificazione di quegli oneri organizzativi e amministrativi che da sempre gravano su chi offre posti di apprendistato, che maggiormente pesano nelle imprese più piccole.

La società potrà imparare molto da questa crisi. Cambieranno il modo di lavorare e di conseguenza la domanda di lavoro. Il trend di digitalizzazione dei processi aziendali che da tempo è in atto non potrà che accelerare con forza, comprimendo le opportunità per le professioni impiegatizie a favore di quelle tecniche, anche in virtù della circostanza che, oggigiorno, una formazione professionale non preclude in alcun modo la possibilità di accedere agli studi superiori. Su questi aspetti il mondo economico lavora da tempo, proprio per assicurarsi nuove leve per i molti mestieri che hanno prospettive di sviluppo, oltre che per rafforzare uno strumento competitivo sul mercato del lavoro. Ad esempio, si sta insistendo sulla via della formazione professionale e non della scuola a tempo pieno per le professioni legate alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), che rappresentano un settore di grandissime prospettive anche per il Ticino. Operazione non semplice perché in questo campo, come in altri, l’impegno richiesto alle aziende nella formazione di apprendisti è molto grande e per un tessuto economico costituito essenzialmente da piccole imprese non sempre vi è la disponibilità a farsene carico. Si tratta di ostacoli concreti, come ha evidenziato l’inchiesta congiunturale annuale della Camera di commercio e dell’industria ticinese di un paio d’anni fa. Come rimediare? Sensibilizzare in generale da una parte, ma anche diffondere informazioni precise ad esempio sul fatto che le basi legali permettono una gestione comune di un apprendista fra più aziende, ripartendosi così i vari oneri. Oppure rafforzando le esistenti reti di aziende formatrici, oggi sostenute dall’associazione ARAF, che si occupa della gestione amministrativa degli apprendisti, togliendo questo impegno all’azienda che potrà quindi concentrarsi sulla formazione in senso stretto. Uno strumento che va ulteriormente promosso e ampliato, perché oggi limitato a commercio e vendita.

Difendere l’offerta di posti di apprendistato sostenendo l’occupazione giovanile in una congiuntura di crisi è possibile oltre che doveroso. Di questo sono ben coscienti le parti sociali. Lo sono per prime le imprese, al cui senso di responsabilità i sindacati si sono di recente appellati. Di fatto, gli strumenti a disposizione per rendere l’apprendistato meno macchinoso per le aziende e quindi maggiormente accessibile anche alle piccole e medie imprese già esistono. Vanno condivisi, affinati ed utilizzati. In questo percorso, sarà importante il sostegno proveniente dalle associazioni economiche, e la disponibilità dello Stato ad assecondarne il lavoro. A noi tutti la responsabilità di implementare quello che già oggi è possibile, rispondendo con un atto concreto all’emergenza sul lavoro creata dal COVID-19.

Servono anche aiuti a fondo perso per salvare aziende e occupazione

L’impegno della Camera di commercio e dell’industria per sostenere le imprese e limitare i rischi di una grave recessione

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L’inchiesta congiunturale condotta dalla Camera di commercio e dell’industria presentata nel mese di gennaio, aveva messo in evidenza, in tempi non sospetti, una certa flessione degli investimenti da parte delle aziende. Il drammatico momento sociale ed economico che stiamo vivendo frenerà purtroppo ulteriormente la capacità di investimento, con riflessi negativi su tutto il sistema economico. In questo contesto è significativa l’affermazione di qualche giorno fa del direttore del KOF, Jan-Egbert Sturm, secondo il quale «Tutto ciò che non viene fatto oggi, costerà più caro domani». Secondo il professor Sturm, per contrastare l’impatto dell’emergenza Coronavirus sull’economia, la Confederazione dovrebbe valutare una misura più marcata e mirata, non solo quella dei prestiti garantiti, ma anche quella dei contributi a fondo perso. «Se molte aziende saranno eccessivamente indebitate dopo la crisi – ha spiegato – non investiranno negli anni a venire. Non si disporrà di denaro per l’innovazione.

L’economia crescerà con meno forza e le imprese svizzere saranno inevitabilmente meno competitive di quelle estere». Malgrado ciò il buon livello di autofinanziamento rilevato in generale in Svizzera e anche in Ticino, come emerso regolarmente in questi anni dai nostri rilevamenti effettuati presso le nostre aziende. Chiaro però che situazioni estreme come quella attuale scombinino tutti i parametri. Ragione per la quale, a tutela del sistema economico e dell’occupazione, riteniamo che anche gli aiuti a fondo perso possano essere una risposta importante, ovviamente con interventi mirati. Del resto, lo stesso Consigliere federale Maurer non ha escluso a priori tale possibilità. Ha infatti menzionato il fatto che già attualmente determinati casi considerati di rigore saranno trattati in modo particolare e che, a bocce ferme dopo la fase acuta di crisi, si procederà a una valutazione delle varie situazioni ed eventuali soluzioni a fondo perso non sono escluse. Un’apertura importante, sebbene non immediata. Il problema è che nel breve termine, nonostante le grandi difficoltà già marcatamente palpabili, moltissime piccole e medie aziende non ricorreranno ai crediti messi sino a questo momento a disposizione, per la legittima paura di indebitarsi eccessivamente, quindi l’argomento del fondo perso potrebbe arrivare troppo tardi. Di fronte al pericolo di una devastante recessione globale, un ulteriore autorevole appello per una manovra decisa della politica di sostegno all’economia è arrivato da Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo monetario Internazionale: «… servono aiuti diretti a fondo perso». Sulla stessa linea di pensiero di Sturm e Blanchard, ci sono tanti altri economisti, scuole differenti, dei nostri Politecnici federali, tutti allineati sul fatto che in una situazione di profonda incertezza economica, molte aziende, soprattutto le piccole imprese, difficilmente attingeranno ai crediti garantiti dallo Stato.

È infatti più che comprensibile e legittimo il timore di assumersi un debito, seppure iniziale interesse zero e rimborsabile in cinque anni, che dovrà comunque essere restituito, senza nessuna certezza di ripresa a corto- medio termine dei propri affari. Per migliaia di aziende, anche quelle che non avevano alcun problema finanziario, le perdite accumulate durante il fermo o il rallentamento dell’attività produttiva, sommate all’onere di un nuovo debito e agli insufficienti guadagni, nel futuro corso di un lento ritorno alla normalità, rappresentano una miscela esplosiva che potrebbe far «saltare» i bilanci. In poco meno di un mese e mezzo in Svizzera la produzione è crollata del 25% e l’orario ridotto coinvolge già oltre un milione di dipendenti. Gli scenari delineati in un recente intervento del Consigliere Federale Guy Parmelin sono inquietanti: una possibile contrazione del PIL del 10% e un aumento della disoccupazione sino al 7%. Percentuali che potrebbero tradursi in una devastante instabilità dell’economia svizzera e ticinese. Riconoscere dei contributi a fondo perso alle aziende in difficoltà, come si è fatto in passato con diverse attività pubbliche o para pubbliche, non significa fare dei regali agli imprenditori, ma molto più concretamente mirare a salvare centinaia di aziende e migliaia di posti di lavoro. Resta inteso che ci vogliono grandi cautele e riflessioni ponderate per evitare l’eventuale dispendio di denaro a favore di aziende senza prospettive. Siamo comunque convinti che esistano gli strumenti necessari per stabilire e utilizzare criteri sufficientemente attendibili per un’attribuzione oculata degli aiuti a fondo perso. Del resto, come detto in precedenza, lo stesso Consiglio federale ha lasciato intravvedere qualche considerazione in questa direzione, parlando di «attenzione» sul tema delle modalità di restituzione dei prestiti erogati. Riflessioni e considerazioni dei tempi che verranno.

Come ripartire?

Come ci hanno insegnato queste difficili settimane, la salute pubblica ha la priorità assoluta e anche il mondo economico ha seguito alla lettera quanto indicato dalle autorità a tutela della popolazione.

D’altra parte è innegabile che sarebbe stato e sarebbe tuttora un grande errore fermare completamente il sistema economico, perché, «banalmente» occorre approvvigionarsi, disporre dei servizi essenziali, ecc.. Nell’interesse di tutta la popolazione e in primis di coloro che al fronte lottano per salvare vite. Come sempre è una questione di equilibrio, nello specifico fra la giusta protezione del bene supremo della salute e le attività che permettono, fra le altre cose, anche il funzionamento del sistema che se ne prende cura. È d’interesse generale avere un’economia che marcia, anche se a regimi minimi. Un equilibrio non facile da trovare ma non certo impossibile, soprattutto se caratterizzato dalla buona volontà di tutti di lavorare insieme, per il bene comune e nella stessa direzione.

Soluzioni differenziate

Negli ultimi anni abbiamo sempre sottolineato quanto sia importante poter disporre di un tessuto economico diversificato, con molti settori a convivere e a intersecarsi fra di loro. Per la stessa ragione, a differenza di quanto avviene per altri cantoni svizzeri con economie più «monotematiche», può diventare più impegnativo trovare soluzioni che possano essere «calzanti» per tutti. Già dall’inizio dell’attuale crisi sono emerse, legittimamente, le differenze fra i vari settori. Ad esempio l’edilizia e l’artigianato, a essa legato, si sono schierati per la chiusura del loro settore. Mentre i vari ambiti industriali erano e sono tutt’ora orientati a poter mantenere attive almeno parte delle loro attività a causa dei forti legami con il resto della Svizzera e l’estero, con fornitori e clienti disseminati in ogni parte del globo. Gli stessi problemi si ripresenteranno nella scelta dell’orientamento verso una situazione più normale, se di normalità si potrà parlare a breve termine. Fondamentale sarà l’approccio differenziato d’intervento e una grande flessibilità da parte di tutti, non solo delle imprese. Tutti gli attori del sistema devono comprendere che occorrerà ragionare quasi caso per caso, a chinandosi sui vari settori di attività e sulla loro composizione. Il mondo delle imprese è una realtà interconnessa: per una grande struttura che va in affanno, decine di imprese legate a questa attività andranno a loro volta in difficoltà o, purtroppo, non ce la faranno. Ragionare per compartimenti stagni e con l’illusione di facili soluzioni generalizzate valide per tutti sarebbe un errore fatale, un’utopia. Se nel momento di crisi più acuto vi è stato un denominatore comune legato alle difficoltà di liquidità, la riapertura delle attività presenterà invece una realtà più complessa. Ci sarà infatti chi dovrà lottare per riconquistare la clientela e far ripartire la macchina, come potrebbe essere il caso di taluni commerci e l’albergheria, ristorazione ecc. Altri invece dovranno gestire probabilmente masse di lavoro enormi per recuperare ritardi accumulati in questo eccezionale periodo, come potrebbe essere il caso dei parrucchieri, dei fisioterapisti, ecc..

Aiuti finanziari ma non solo…

Occorrerà quindi identificare e ponderare l’equilibrio fra misure finanziarie di rilancio per sostenere il nostro territorio e regolamentazioni «ad hoc» per orari, gestione del personale ecc.. Manovre che dovranno sovrapporsi e contrastare questo sentimento d’incertezza e timore. Non si può identificare con una scadenza questo duro lavoro che ci attende, viste le tante variabili che sta presentando questo virus, che non conosce confini e che sta mettendo in ginocchio socialmente ed economicamente il mondo. Si tratterà di adattare nuovamente in modo impensabile sino a mesi fa, i propri modelli di business. «I nostri sono dei seri problemi e di persone serie abbiamo bisogno» (citazione dal film «Il Presidente», del 1995). Le aziende ticinesi hanno già dimostrato in differenti modi e occasioni di essere quelle persone e di avere le carte in regola per riuscire. Il nostro tessuto ha dimostrato un avanzato civismo e vuole fortemente esserci.

Obiettivi ideali e realizzabili

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti, parla della ‘Responsabilità sociale delle imprese’.

La Giornata dell’economia dedicata alla responsabilità sociale delle aziende (CSR) ha fornito spunti interessanti e che meritano di essere sviluppati e approfonditi, tenuto conto che le nostre aziende, nel contesto nazionale, hanno dimostrato di essere su buoni livelli e certamente non inferiori a quelli delle altre regioni elvetiche. Al di là degli obiettivi e dei buoni propositi, vi sono però alcuni trabocchetti da considerare per non vanificare i principi, spesso realizzati inconsapevolmente nell’attività quotidiana anche da chi sembra apparentemente essere distante dal tema. Prima insidia da evitare è l’abuso del termine “azienda virtuosa”, perché l’associazione mentale secondo cui gli altri sono automaticamente non virtuosi (e quindi magari criminali) incombe sempre. In altre parole, per essere concreti, è certamente virtuoso chi crea la palestra per i propri dipendenti, ma chi non ce l’ha non deve per forza essere “messo alla gogna”. Forse semplicemente perché non può o sarebbe una pratica che non rispecchia le esigenze della propria realtà, oppure pratica la CSR in altro modo, a esempio, banalmente, gestendo con grande flessibilità assenze dovute a visite mediche, impegni familiari, ecc..
È in questo contesto che il virtuoso non rende gli altri automaticamente poco virtuosi. Nello specifico il virtuoso applica misure che vanno oltre  gli obblighi legali, che meritano la meritata attenzione. Ma chi si “limita” a rispecchiare le leggi o sceglie altre misure meno spettacolari, spesso perché non ha altra scelta, deve avere il suo giusto riconoscimento. Anche l’applicazione pratica di talune misure spacciate genericamente come semplici e virtuosissime, va comunque valutata con attenzione. Prendiamo il telelavoro, osannato come panacea, per esempio, contro l’aumento del traffico. Tutto giusto, ma teniamo in considerazione che molte aziende non possono applicarlo. Difficile, malgrado il progresso tecnologico, immaginare il telelavoro per opere di cantiere, ma non per questo edilizia e artigianato sono nello specifico meno bravi di altri. Pure in ambiti in cui il telelavoro è tecnicamente fattibile, esso implica comunque molti risvolti, fra cui quelli giuridici concernenti la sicurezza degli impianti in azienda e al domicilio del dipendente, la protezione dei dati, il rilevamento del tempo di lavoro e delle pause, ecc.. Aspetti questi sempre da regolamentare e che non sono sempre di facile applicazione. Questo non significa che non si possa fare, ma è bene essere coscienti della “realtà” dietro a talune ricette che sembrano semplici. Soprattutto quando si parla di responsabilità sociale e la tentazione di dividere in buoni e cattivi è
particolarmente allettante.

La Cc-Ti dedica un evento al tema della CSR, il prossimo 2 marzo a Mendrisio. Informazioni e iscrizioni direttamente sul nostro sito.

Dati attesi e non disattesi!

Vi proponiamo l’opinione di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti sul tema CSR – aziende ticinesi.

Sono spesso coinvolto nelle riflessioni di persone che mi comunicano la loro impressione di aziende non attente o non rispettose del nostro territorio, pensando che il solo progetto imprenditoriale oggigiorno sia finalizzato unicamente e sempre alla resa finanziaria. La vita di ogni settore, congiuntamente a quella dei propri attori, può incorrere, a volte loro malgrado, in comportamenti non costruttivi, non corretti e quindi anche sanzionabili. Ma per la maggior parte, questo non è ciò che rileviamo.

Più utile e propositivo sarebbe, quindi, ravvisare le tante condotte (sono la maggioranza) davvero degne di nota. Non è un caso che dai dati raccolti unitamente alle altre Camere di commercio e dell’industria svizzere, le aziende ticinesi sono ben posizionate in termini di responsabilità sociale delle aziende (CSR). Questo potrebbe sorprendere coloro che, ma solo loro, non sono stati attenti a quanto accaduto nel tempo nelle nostre realtà. È incontestabile riconoscere quanto viene già fatto nell’ottica delle misure che, nel contesto dell’attività economica, hanno un impatto sociale e ambientale di rilievo. In un quadro oggettivamente difficile, contraddistinto da un contesto internazionale nervoso, da protezionismi crescenti, da cambiamenti epocali dei modelli di business imposti soprattutto da una rapidissima evoluzione tecnologica, il fatto che gli investimenti legati alla CSR siano su livelli di assoluto rispetto è un risultato accertato e assolutamente positivo.

Non dimentichiamo il fatto che, da un punto di vista generale, assistiamo a una certa contrazione degli investimenti, legati alle difficoltà summenzionate, ma anche, inevitabilmente, all’erosione dei margini di utile in atto da diversi anni e che regolarmente abbiamo segnalato. Questa diminuzione ha ridotto i margini d’azione aziendali, ma ciò non ha impedito alle imprese di applicarsi nei propri compiti e adoperarsi anche e soprattutto nell’ambito ambientale. È comprensibile che per le aziende con dimensioni più grandi, i mezzi a disposizione siano maggiori e le possibilità di disporre misure di tipo ambientale o sociale abbiano un’opportunità di realizzazione più concreta. Dobbiamo però stare molto attenti a non dimenticare l’importanza del ruolo delle piccole e medie imprese. Queste realtà imprenditoriali contribuiscono attivamente con misure, magari meno spettacolari ma altrettanto importanti, al benessere del territorio offrendo, ad esempio, “semplicemente” posti di lavoro in tante località, anche discoste, del nostro Cantone.

Il dibattito attorno al tema della CSR è certamente molto importante e legittimo quando volge a tenere alta l’attenzione e la sensibilità sul tema. È un argomento molto differenziato che offre spunti e soluzioni davvero puntuali per ogni esigenza. Rinchiuderlo in una sola definizione lo svilisce e può accadere, senza ragione, di lavorare d’accetta (come purtroppo è spesso costume fare) criminalizzando chi magari, sul piano teorico, non rientra esattamente in taluni schemi (per altro sovente molto soggettivi).

Spesso, come diceva Voltaire, “il meglio è nemico del bene”, per cui l’illusoria ricerca della perfezione per tutti e a ogni costo può causare danni maggiori dei presunti mali da curare. Ogni passo di ogni singolo per il bene comune è da valorizzare al massimo, specialmente in un’epoca dove è già molto difficoltoso “camminare”.