“Sempre a difesa della libertà imprenditoriale”

L’intervista a Glauco Martinetti, Presidente Cc-Ti, sulle pagine della Cc-Ti sui quotidiani ticinesi (CdT e LaRegione) di oggi, 13 ottobre 2020

Glauco Martinetti lascerà la presidenza della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi (Cc-Ti) il 31 dicembre 2020. Dopo aver ricoperto questo ruolo per 5 anni, assumerà la direzione dell’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) dal 1° gennaio 2021. Di seguito le sue riflessioni prima dell’Assemblea generale ordinaria della Cc-Ti del prossimo 16 ottobre, durante la quale verrà nominato il suo successore.

La sua Presidenza ha coinciso con anni di grandi cambiamenti per la nostra economia: l’irrompere della digitalizzazione, la crescente diversificazione del tessuto produttivo e una più spiccata propensione all’innovazione. In che misura queste trasformazioni hanno coinvolto in un ruolo più incisivo e più esteso la Cc-Ti?

“La Cc-Ti, quale associazione-mantello dell’economia cantonale, è sempre stata in prima linea per cercare di comprendere tempestivamente i cambiamenti e le necessità dei nostri affiliati. Sulla digitalizzazione in questi anni abbiamo avuto un ruolo molto attivo per cercare di far crescere la cultura digitale nel mondo imprenditoriale. La diversificazione del nostro tessuto produttivo è un elemento che sottolineiamo sempre perché rappresenta un punto di forza della nostra economia, come ha dimostrato la buona resistenza del Ticino alle varie crisi dell’ultimo decennio. Per noi è sempre chiaramente una sfida, perché si tratta di far collimare gli interessi delle grandi aziende con quelli delle piccole, di coloro che sono orientati al mercato interno e chi invece esporta. Un ruolo non facile, ma nel quale ci siamo destreggiati bene, come testimonia l’ottimo rapporto con le associazioni di categoria che, pur mantenendo la loro totale indipendenza, possono contare sull’appoggio decisivo della Cc-Ti in molti ambiti”.

In Ticino questi sono stati anche gli anni degli attacchi più aggressivi alla libertà economica, proprio quando le imprese andavano maggiormente sostenute nel loro sforzo per innovare e restare competitive. Come spiega questo paradosso?

“Ci sono probabilmente diversi fattori alla base di questa preoccupante tendenza. Una misconoscenza di base del tessuto economico cantonale e una certa propensione statalista  della mentalità ticinese. Propensione acuita dalle forti trasformazioni dell’economia negli ultimi decenni. Paradossalmente l’economia ticinese oggi è molto più forte di venti anni fa, ma, purtroppo, la percezione del paese è diversa. Le strutture “di un tempo”, penso in particolare alle regie federali e anche alle banche, erano più visibili delle aziende “leader ” di oggi e quindi forse più rassicuranti. Ma i fatti e le cifre dimostrano che questa attuale economia è più solida”.

La Cc-Ti si batte da sempre per promuovere il dialogo tra le parti sociali e il mondo politico a favore della crescita del Paese, con un impegno condiviso nella realizzazione di quelle riforme essenziali al nostro Cantone. Molto spesso, però, su questa necessità prevalgono le contrapposizioni ideologiche e le posizioni preconcette che pregiudicano un confronto costruttivo. Si uscirà mai, e come, da questo meccanismo perverso?

“Purtroppo temo di no. Le posizioni mi sembrano troppo cristallizzate e non vi è umiltà di riconoscere che magari anche chi la pensa diversamente potrebbe avere ragione. Lo  dimostrano i dibattiti sui vari temi politici, sempre più vetrina per l’esposizione di convincimenti personali e ideologici, piuttosto che vere e proprie occasioni di confronto costruttivo. Un esempio? La Camera, anche grazie alle inchieste congiunturali presso le nostre aziende e alla rete di contatti con le altre camere svizzere, dispone di una quantità di dati che permettono una analisi chiara e oggettiva della situazione economica svizzera e ticinese in particolare: questi dati vengono semplicemente sempre ignorati o addirittura tacciati come sbagliati perché, con ogni probabilità, non ritenuti utili alla propria propaganda”.

In Ticino abbiamo tutte le qualità per tenere duro e superare anche questo momento molto difficile

La crisi del COVID-19 ha impresso un’ulteriore accelerazione a taluni cambiamenti strutturali del sistema economico. Quali saranno le principali sfide per il futuro?

“La situazione estrema del COVID-19 ha accelerato molti processi. Pensiamo solo al telelavoro, impensabile fino a qualche mese fa, ma diventato ormai usuale, se non addirittura imposto. Questo sta cambiando rapidamente molte dinamiche dell’economia e rappresenta anche uno dei tanti risvolti della trasformazione digitale. Questi sussulti e accelerazioni comportano anche un’accresciuta rapidità dei cambiamenti dei modelli di business, per cui le aziende sono chiamate a reagire rapidamente e in modo flessibile, senza inutili intralci burocratici. Molte attività si spostano in maniera molto facilee rapida, per cui ci vogliono soluzioni pragmatiche. Stiamo parlando di una vera e propria rivoluzione, che però il Ticino, come il resto della Svizzera, può affrontare con fiducia. A patto che si considerino le aziende come partner del territorio e non come un nemico da contrastare o cacciare. La sfida sarà riuscire a indirizzare tutti verso un riesame rapido delle proprie abitudini, delle proprie convinzioni, dei propri ritmi. Che lo vogliamo o no la società del futuro dovrà farsi trovare pronta e facilmente mutevole. Non per nulla è stato forgiato l’acronimo ‘VUCA’ per per indicare un ambiente complesso e incontrollabile, a complessità crescente (Volatility, Uncertainty, Complexity and Ambiguity), prerogative che descrivono il nostro momento storico”.

Nell ’ultimo decennio l’economia cantonale è cresciuta e si è consolidata, mostrando anche una notevole capacità d’innovazione e di resilienza. Ciononostante, nel dibattito pubblico si tende a parlare soprattutto delle cose che non vanno bene, di gravi problemi, che indubbiamente ci sono e vanno risolti, ma alla fine i risultati positivi non vengono comunque percepiti dalla pubblica opinione. Come spiegare questa “Schadenfreude ” che genera solo sfiducia?

“Il negativo fa audience, questo è purtroppo un fatto. Da qui purtroppo non si scappa. Non mi piace il gusto quasi sadico di alcuni media e della politica di mettere in evidenza solo le cose che non funzionano o che ritengono non funzionanti. Riproduzioni di istantanee distorte, certo a volte da emendare, ma certamente non rappresentative del mondo economico nella sua globalità. Oggi troppo pochi vogliono comprendere il sistema e penso che siamo, come ho già detto in altre occasioni, l’unica regione del mondo a giubilare della partenza  al nostro territorio di aziende rilevanti. Salvo poi accorgersi che lasciano il Ticino spesso aziende di grande valore in termini di posti di lavoro, prestigio e, non da ultimo, gettito fiscale”.

Con il voto del 27 settembre per la quinta volta il popolo ha detto sì agli accordi bilaterali con l’UE. Pensa che questa sia la volta buona per arrivare definitivamente a una posizione più propositiva nei rapporti con Bruxelles?

“Difficile dirlo, ma è un fatto che questa volta si è parlato non solo di libera circolazione ma dell’intero pacchetto di accordi bilaterali, con una maggiore visione e consapevolezza d’insieme. Auspico un incremento di coscienza generale  sull’importanza di poter disporre di un quadro giuridico stabile e affidabile. Questo dovrebbe, auspico, contribuire a una discussione maggiormente basata sui fatti e non solo sugli slogan”.

Nel momento di congedarsi dalla presidenza della Cc-Ti cosa si sente di dire ai nostri imprenditori?

“Che sono stato fiero di poterli rappresentare quale presidente della Cc-Ti e che, anche se sarò attivo in un altro contesto, continuerò a seguire da vicino l’imprenditoria ticinese. Che merita fiducia perché ci ha portato a raggiungere livelli in Svizzera impensabili fino a qualche tempo fa. È importante che gli imprenditori ticinesi non si lascino scoraggiare dal contesto politico generale che definire “ostile ” è un eufemismo. In Ticino abbiamo tutte le qualità per tenere duro e superare anche questo momento molto difficile. La Cc-Ti è dalla parte degli imprenditori e si batterà sempre in difesa della libertà imprenditoriale, caposaldo del nostro benessere”.  

Locale e globale

L’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni

Il tema delle relazioni internazionali del Ticino e della Svizzera è ormai dibattuto in maniera costante, vista la sempre attuale discussione sulle nostre relazioni con l’Unione Europea (UE). La campagna di votazione concernente la libera circolazione e il primo pacchetto di Accordi bilaterali tra Svizzera e UE ha dimostrato ancora una volta quanto sia necessario concentrarsi sui fatti, per capire bene quale sia il nostro ruolo nel contesto internazionale e come sia ormai impossibile prescindere da quanto avviene negli altri paesi.

Le difficoltà dell’industria svizzera in questo periodo storico molto particolare sono strettamente legate alle incertezze che regnano in molti paesi che per noi rappresentano mercati fondamentali, come la stessa UE, ma anche gli Stati Uniti. Incertezze che potrebbero crescere ulteriormente da novembre, quando saremo chiamati a esprimerci su un’altra iniziativa, definita “Per multinazionali responsabili”. Obiettivo certamente condiviso, ma che si vuole raggiungere attraverso un sistema complicato ed estremamente penalizzante per le aziende site in Svizzera. Queste infatti, in estrema sintesi, sarebbero chiamate a rispondere di qualsiasi irregolarità dovesse verificarsi nella loro catena di relazioni (approvvigionamento, clienti, ecc.) in quasliasi paese del mondo. Impresa praticamente impossibile anche per aziende rigorosissime nei controlli, per cui è facile pensare che esse cercherebbero altri lidi. In effetti, la normativa svizzera sarebbe unica al mondo perche andrebbe ben oltre gli standard internazionali esistenti, riconosciuti come validi. Identificare le grandi imprese, peggio ancora se multinazionali, come entità pericolose da abbattere è diventata purtroppo un’abitudine assai diffusa. Dimenticando però che sono spesso proprio queste aziende (per capacità finanziarie e organizzative) a garantire condizioni di lavoro che garantiscono molti dei principi della Responsabilità sociale delle imprese, invocata da più parti. Soprattutto dalle parti che vorrebbero cacciarle. Decisamente surreale. Senza dimenticare che la presenza di grandi aziende (multinazionali o meno) è da sempre un fondamentale tassello della nostra economia diversificata, perché dà lavoro a un enorme numero di piccole e medie aziende (giardinieri, elettricisti, autorimesse, pittori, ecc. solo per citarne alcuni). 

Una vocazione internazionale che la Svizzera e il Ticino non possono assolutamente perdere e la Cc-Ti si batterà affinché le regole svizzere restino a livelli ragionevoli.

D’altro canto, continua anche il nostro impegno nel contesto della consulenza e della formazione rivolte all’export, che sta lottando strenuamente per cercare di riavvicinarsi ai livelli dello scorso anno. In ambito formativo ad esempio, abbiamo appena concluso un accordo di collaborazione con i colleghi delle Camere di commercio e dell’industria romande per svolgere un percorso/corso che aiuti le aziende a fare breccia nei mercati esteri considerati più difficili. La parte scientifica è assicurata dall’Alta Scuola di gestione di Ginevra, nel quadro del loro programma “International Business Management”.

Ulteriori informazioni a tal proposito sono disponibili qui (con la descrizione del programma e gli elementi per accedere alla presentazione dello stesso prevista per il 13 ottobre 2020, webinar).

Care imprenditrici, cari imprenditori, cari soci

Lo scritto di Glauco Martinetti, Presidente Cc-Ti, sull’ultima edizione di Ticino Business

Dopo cinque anni alla Presidenza della Camera, per motivi puramente professionali, alla fine di quest’anno lascerò il mio mandato. Durante l’Assemblea del prossimo 16 ottobre verrà infatti eletto il nuovo Presidente.

Questo quinquennio è stato un periodo intenso, molto arricchente sul piano umano e professionale. Poter vedere in un solo colpo d’occhio le numerosissime sfaccettature dell’economia ticinese vi assicuro che è affascinante. Perché appunto la nostra economia è estremamente variegata, non solo per dimensioni delle nostre aziende, ma proprio per i vari settori che la compongono. Questa sua caratteristica ne fa quindi, di fatto, un’economia di difficile comprensione, difficile da pronosticare, difficile da capire.  Ma dall’altro lato le dà una stabilità, una sicurezza e una resilienza molto interessanti.

In questo contesto quindi, dove le associazioni di categoria affiliate alla Cc-Ti sono ben quarantaquattro (dai banchieri ai piastrellisti), è quindi impossibile trovare la misura unica di sostegno, di rilancio, di aiuto. Molto più sovente è invece un insieme di misure e di attività che portano al successo. Per questo motivo l’indirizzo strategico scelto sotto la mia presidenza è stato quello di rafforzare la Camera quale interlocutore privilegiato dell’economia ticinese di fronte alle istituzioni sui temi generali.  L’ho ripetuto in ogni discorso assembleare: 

sui temi specifici settoriali è il settore economico stesso che deve poter improntare la sua linea strategica. Sui temi generali è invece la Camera che ha la miglior visione di insieme e che indirizza la via. Questo fatto impone alla Camera di avere però una cura particolare nell’improntare la comunicazione che deve essere giocoforza più istituzionale. La Camera è stata capace di raccogliere questa sfida e le numerose sollecitazioni dalle istituzioni ci attestano questo riconoscimento.

Il momento storico che stiamo vivendo è chiaramente molto particolare. Eppure non sto pensando al COVID-19 ed ai mesi passati.

Penso piuttosto alla quarta rivoluzione industriale che il COVID-19 sta implementando molto più velocemente di quanto pensassimo solo alcuni mesi fa. Parlo del nuovo modello di business che siamo chiamati a mettere in atto. È infatti evidente che ci stiamo proiettando a grande velocità su una nuova società: molto più smart, molto più green, molto più social.

Io stesso negli ultimi tre anni ho cambiato completamente il mio modo di operare: da innumerevoli viaggi in auto ho iniziato a usare il treno per ogni spostamento oltre Gottardo per poi passare ai vari Teams/Skype/Zoom durante la primavera 2020. Un guadagno di tempo, efficienza e sicurezza incalcolabile. Evidentemente questo è un piccolissimo esempio banale e non è che l’inizio: dobbiamo ripensare i nostri modelli di business, dobbiamo ripensare l’offerta per i nostri clienti, dobbiamo garantire il passaggio alla quarta rivoluzione industriale delle nostre aziende.  La compenetrazione tra mondo fisico-reale, digitale e biologico è arrivata.

Sono convinto che proprio in questo ambito il nostro Cantone, la nostra economia, le nostre aziende abbiano ancora molto da offrire.

Il Ticino, grazie a queste tecnologie, non è più la duplice periferia di Zurigo e di Milano ma è invece un luogo centrale ed equidistante molto interessante per fare azienda. È quel luogo che permette un ottimo equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, che negli ultimi 20 anni ha sviluppato un nuovo mondo accademico (USI, SUPSI), dove fare innovazione è diventato più facile (Innovation Park Ticino, Fondazione Agire), dove l’incontro di due culture (latina e germanica) determinano ottime conoscenze linguistiche, dove la spinta delle nuove tecnologie è diventata realtà in ambito farmaceutico/medicale/ricerca.

La grande sfida sarà piuttosto le problematiche sociali che potrebbero nascere da questo mondo sempre più veloce. Il potenziale di sconvolgimento del mercato del lavoro che rischia una vera scissione netta tra bassa competenza/basso stipendio e alta competenza/alto stipendio è purtroppo elevato.

Lascio quindi una Camera solida, con iniziative dinamiche proiettate al futuro, molto vicina alle aziende in particolare sul tema centrale della formazione. Una Camera che con toni pacati ma decisi ha sempre difeso a spada tratta i diritti delle imprenditrici e imprenditori di questo cantone, sicura che nel dialogo e nel raffronto aperto risieda il metodo per affrontare i problemi.

Al mio successore e a voi tutti i migliori auguri di pieno successo e soddisfazioni.

Tra fatti e illusioni, parte seconda

L’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni

Tra qualche giorno sapremo se la libera circolazione delle persone concordata fra Svizzera e Unione Europea (UE) cadrà e trascinerà con sé tutti gli altri accordi bilaterali conclusi nel 1999, come prevede l’inequivocabile testo della clausola ghigliottina. In tal caso, si aprirebbe una fase di incertezza considerevole e sappiamo che l’incertezza è uno dei peggiori nemici dell’economia e quindi per tutta la popolazione. L’esempio inglese dimostra come negoziare oggi nuovi accordi sia molto difficile. I britannici tentano invano da ormai cinque anni una via bilaterale simile alla nostra, senza riuscirvi. Questo pur essendo l’Inghilterra una potenza nucleare, la quinta economia mondiale e un importante paese contribuente in seno all’UE. È pertanto una pure illusione pensare che la Svizzera potrebbe facilmente spuntare nuove condizioni favorevoli o comunque un approccio morbido da parte del partner europeo. Questi sono fatti, non facili isterismi come insinua qualcuno. Va rilevata una differenza sostanziale tra la situazione inglese e la nostra. L’Inghilterra in tutto questa lunga fase transitoria che dura da anni è comunque rimasta nel mercato europeo, continuando ad applicare le regole esistenti. Per la Svizzera non vi sarebbe un periodo transitorio favorevole così lungo perché secondo le regole vigenti dopo 6 mesi tutti gli accordi cadrebbero automaticamente, lasciando un vuoto giuridico carico di insidie. È sbagliato relativizzare l’importanza degli Accordi bilaterali. Essi rappresentano l’asse portante delle nostre relazioni con l’UE e invocare l’esistenza di altri 100 convenzioni che regolano tali rapporti è un esempio improprio. Fatta eccezione per alcuni altri accordi, come quello di libero scambio del 1972 concernente i dazi per i prodotti industriali e quelli agricoli trasformati, molti sono evoluzioni di quelli a cui dovremmo ora rinunciare oppure regolano questioni tecniche, come il colore dei formulari da usare per lo svolgimento di talune pratiche burocratiche. È come se nel calcio si desse la stessa valenza alla regola del fuorigioco e a quella che disciplina il colore delle bandierine del calcio d’angolo. Infine, è curioso rilevare come molti sostenitori dell’iniziativa che solitamente si battono per ridurre le spese dello Stato, in questo caso propongano di tornare a uno Stato plenipotenziario sull’immigrazione, con tutto quanto ne consegue anche in termini di burocrazia. In nome di una presunta «immigrazione di qualità» non meglio definita né definibile, quale «pozione magica» per la nostra economia e per l’intero mercato del lavoro. E se per qualità si intendono solo «alti profili», questo, oltre che essere irrealistico, penalizzerebbe d’un sol colpo centinaia di aziende che devono poter ricorrere a una manodopera di ogni genere. Una contraddizione palese che dimostra i limiti della proposta in votazione.

Al momento attuale una via senza alternative

Lo scritto di Glauco Martinetti, Presidente Cc-Ti

Gli accordi bilaterali con l’Unione Europea (UE) e la libera circolazione sono oggetto di discussioni molto accese. In parte comprensibili, visto che essi hanno generato importanti benefici economici per la Svizzera, ma anche effetti indesiderati sul mercato del lavoro. È sempre difficile stilare bilanci definitivi di costi e benefici, perché i parametri da tenere in considerazione sono molti, sebbene non vada dimenticato il principio fondamentale degli Accordi bilaterali che permettono l’accesso controllato al nostro più grande mercato di riferimento senza dover aderire all’UE, vantaggio non da poco. In sostanza, si facilita il nostro interscambio commerciale con l’UE è che è  pari ad un miliardo di franchi al giorno. Per quanto riguarda cifre concrete, è opportuno ricordare che il Consiglio federale nel 2015 aveva commissionato due studi per calcolare l’impatto economico di un’eventuale caduta dei bilaterali conclusi nel 1999. Entrambi gli studi concludono che tale caduta avrebbe degli effetti negativi importanti per l’economia svizzera. Stimano infatti che la nostra economia sull’arco di 20 anni subirebbe una contrazione di circa 500 miliardi di CHF, pari quindi a circa un intero PIL annuo nazionale. Questo è il valore economico generale dei bilaterali. Questo non vuol dire nascondersi dietro un dito e negare che le regioni di frontiera sono esposte più di altre a effetti negativi. A questo servono le misure di accompagnamento, di cui il Ticino ha fatto ampio uso, adottando numerosi contratti normali di lavoro che fissano dei parametri  salariali obbligatori.

La clausola ghigliottina

Immaginare che si possa abbattere la libera circolazione senza toccare gli altri accordi, essenziali per l’economia svizzera, è fuori luogo. La clausola ghigliottina, di cui taluni a torto negano l’esistenza e la portata, prevede che la disdetta dell’Accordo sulla libera circolazione avrebbe quale effetto automatico la caduta degli altri 6 accordi bilaterali conclusi con l’UE nel 1999 (trasporti terrestri, trasporto aereo, commercio prodotti agricoli, partecipazione al programma UE di ricerca, abolizione degli ostacoli tecnici al commercio, appalti
pubblici). La clausola ghigliottina è contenuta nell’art. 25 cpv.4 dell’accordo il cui testo recita: «I sette accordi di cui al paragrafo 1 cessano di applicarsi dopo sei mesi dal ricevimento della notifica relativa al mancato rinnovo di cui al paragrafo 2 o alla denuncia di cui al paragrafo 3». Il testo è inequivocabile e non lascia spazio a interpretazioni o altre acrobazie. La caduta degli Accordi bilaterali non dipende da eventuali disdette da parte dell’UE ma è una conseguenza giuridica automatica che non necessita di ulteriori atti formali da parte di nessuno.

Accordi bilaterali bis: Schengen e Dublino

Senza dimenticare che la caduta del primo pacchetto di Accordi bilaterali porrebbe seri problemi anche con gli Accordi di Schengen e Dublino che regolano la cooperazione in  materia di giustizia, polizia, visti e asilo, intese molto importanti non solo per la sicurezza interna della Svizzera ma anche per il turismo. In effetti, anche se i bilaterali bis (quelli conclusi successivamente, nel 2004), a differenza del primo pacchetto di accordi, non sono formalmente vincolati da alcuna clausola ghigliottina, cadrebbe anche la partecipazione della Svizzera al sistema di Schengen e a quello di Dublino, essendo la libera circolazione il pilastro su cui poggia questa nostra collaborazione. L’uscita della Svizzera dal sistema di Schengen trasformerebbe tutte le frontiere svizzere in frontiere esterne. Ciò significa che ogni persona in uscita dalla Svizzera verso lo spazio Schengen dovrebbe essere sistematicamente controllata nel senso che i relativi dati personali andrebbero inseriti nel sistema informatico di Schengen per le necessarie verifiche.

L’applicazione di tali controlli sistematici implica un evidente aumento delle colonne alle nostre dogane, come dimostrato qualche anno fa dalla Germania al valico di Basilea, con colonne di decine di chilometri che si sono formate proprio per permettere  di espletare queste formalità. Questo non sarebbe certo nell’interesse dell’economia e delle cittadine e dei  cittadini svizzeri.  È del resto uno degli elementi più preoccupanti anche per l’Inghilterra che giustamente teme l’intasamento insostenibile dei porti adibiti al trasporto di merci
via camion. Per quanto riguarda l’uscita della Svizzera dal sistema di Dublino, ciò significherebbe che la Svizzera diventerebbe l’unica alternativa in Europa per i richiedenti l’asilo. Oggi, grazie a Dublino, un richiedente ha diritto ad una sola procedura in tutto il continente. Tutti gli Stati che fanno parte del sistema sanno, grazie allo scambio di informazioni, se una persona ha già depositato una richiesta in un altro Stato e, su tale base, possono rifiutarsi di entrare nel merito di una seconda richiesta. Fuori dal sistema, la Svizzera sarebbe invece tenuta ad aprire un incarto per ogni procedura avviata sul nostro territorio. Facile immaginare che vi sarebbe un aumento esponenziale delle procedure di asilo nel nostro paese.

Quali alternative?

Esiste un piano B in caso di approvazione dell’iniziativa «Per un immigrazione moderata»? E quali sarebbero i margini negoziali per la Svizzera? Gli iniziativisti affermano che basterebbe rinegoziare con l’UE, sottintendendo che sarebbe come una passeggiata di salute. In realtà, se dovessero cadere gli Accordi bilaterali, il Consiglio federale dovrebbe  immaginarsi un piano C, in quanto va ricordato che gli accordi settoriali in vigore con l’UE rappresentano già un piano B, ossia l’opzione scelta dopo che nel dicembre del ’92 in
votazione popolare venne rifiutata l’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo (SEE). Caduta l’opzione SEE l’alternativa non poteva che essere bilaterale, come gli accordi che abbiamo poi concluso nel ’99, visto che  giustamente nessuno vuole l’adesione all’UE. Negoziare nuovi accordi sarebbe però un esercizio tutt’altro che scontato e più complesso rispetto al passato. Infatti per concludere i bilaterali in vigore fu necessario mettere d’accordo 15 Stati membri, che nel frattempo sono diventati ben 27. Inoltre sappiamo già che l’UE chiede, per poter concludere nuovi accordi, che la Svizzera sia disposta ad accettare la ripresa del diritto europeo futuro e la giurisdizione della Corte di Giustizia dell’UE, aspetti che gli attuali accordi non prevedono. In altre parole, sarebbe impossibile «portare a casa» degli accordi statici, come quelli che abbiamo già.

Gli insegnamenti della Brexit

Senza dimenticare che l’esperienza della Brexit, al di là dei trionfalismi di Boris Johnson, ci insegna che negoziare con un colosso come l’UE non è per nulla facile. Infatti l’Inghilterra con la Brexit ha liberamente deciso di uscire dall’UE e ora sta faticosamente tentando di negoziare con Bruxelles una collaborazione bilaterale, come quella che la Svizzera è riuscita ad ottenere negli anni ‘90. Noi la nostra Brexit l’abbiamo fatta nel 1992, non aderendo allo  SEE, e, quale alternativa, abbiamo sviluppato una rete di accordi bilaterali. Esattamente quello che vorrebbe ottenere Londra.  E non è detto che ci riesca. A mio parere vi sono elementi più che sufficienti per respingere l’iniziativa per un’immigrazione moderata, che in realtà mira a far cadere tutti gli Accordi bilaterali, con conseguente instabilità per molti anni ed effetti negativi per l’economia e quindi per tutta la popolazione svizzera.

In conclusione

La saggezza popolare ci ha lasciato una miriade di modi di dire semplici, ma che rappresentano bene la situazione attuale: «Chi troppo vuole nulla stringe, saltare dalla padella alla brace, si conosce quello che si lascia ma non quello che si trova, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino», solo  per citarne alcuni. Senza dimenticare che di solito prendere a pesci in faccia il cliente più importante non è mai una grande trovata. Tutto questo per dire che gli accordi  bilaterali nella loro totalità possono forse anche non piacere, ma che prima di proporre un annullamento completo del sistema (perché di fatto di questo si tratta) bisogna avere veramente dei motivi gravi e fondati. A mio modesto parere la situazione attuale è ben lungi da essere arrivata  a questo punto di criticità. Consiglio quindi di votare un NO ben ponderato a questa iniziativa. 

Tra fatti e illusioni

L’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni

Gli Accordi Bilaterali con l’Unione Europea (UE), e la libera circolazione delle persone in particolare, possono anche legittimamente non piacere. Non sono perfetti, perché di perfetto non c’è nulla. Ma quali alternative credibili vi sono? Chi prende quale esempio la Brexit, probabilmente ipnotizzato dalle capacità istrioniche di Boris Johnson, omette di dire che gli inglesi stanno cercando di ottenere quello che noi abbiamo attualmente, cioè degli Accordi Bilaterali con l’UE.
E noi dovremmo rinunciarvi?

È opportuno ricordare che l’articolo 25 capoverso 4 dell’Accordo sulla libera circolazione prevede quanto segue: “I sette Accordi (…) cessano di applicarsi dopo sei mesi dal ricevimento della notifica relativa al mancato rinnovo (…) o alla denuncia di cui al paragrafo 3”.
Clausola ghigliottina che si attiva automaticamente senza se e senza ma. Verrebbero quindi affossati anche altri Accordi fondamentali. Prendiamo quello sul traffico terrestre. Da taluni considerato inutile. Peccato che si tratti della base legale per la Svizzera per imporre la tassa sul traffico pesante commisurata alle prestazioni. Introito non da poco per la Confederazione e tutt ’altro che un grimaldello gratuito per l’invasione di camion europei. C’è anche chi afferma imprudentemente che la libera circolazione pesa in modo decisivo sullo Stato sociale, dimenticando che, di principio, gode dei vantaggi della libera circolazione solo chi ha un contratto di lavoro e chi può dimostrare di mantenersi con i propri mezzi. Anche l’illusione che senza la libera circolazione d’incanto vi sarebbe più lavoro per tutti i ticinesi è fuori luogo.

Prendiamo il tanto menzionato settore sanitario. La carenza di medici svizzeri non è certo imputabile alla libera circolazione, ma frutto di precise scelte politiche svizzere di introdurre e mantenere un numerus clausus, soprattutto per questioni finanziarie, considerando più economico attingere a personale già formato da altri Stati. L’UE non c’entra nulla, sono decisioni che abbiamo preso in piena autonomia, visto che le persone non vengono formate da un giorno all’altro. Senza dimenticare i settori volutamente negletti dal personale indigeno perché considerati come meno nobili, industria e artigianato
su tutti.

Abolire la libera circolazione non servirebbe in casi del genere a migliorare l’occupazione dei ticinesi, che si disinteressano di questi ambiti malgrado condizioni anche salariali molto interessanti regolate da Contratti collettivi di lavoro (v. il caso dell’edilizia). Inoltre impedirebbe a molte aziende di attingere ai bacini di personale necessario per svolgere la propria attività.

Questi sono solo alcuni fatti che dovrebbero far riflettere prima di prendere una decisione cruciale come quella del prossimo 27 settembre.

Le incognite dell’eventuale rinuncia agli Accordi con l’UE

Negli ultimi 20 anni per ben tre volte (maggio 2000, settembre 2005 e febbraio 2009) si è votato sugli Accordi Bilaterali con l’UE e la libera circolazione delle persone. In tutte le tre consultazioni il popolo, a stragrande maggioranza, ha approvato l’intesa con Bruxelles.

Ciononostante, il 27 settembre si tornerà alle urne: si vota sull’iniziativa “Per un’immigrazione moderata” che in sostanza punta ad abolire la libera circolazione, scardinando di fatto tutto il pacchetto dei Bilaterali I. Alla fine del 1993 l’UE si è dichiarata pronta ad avviare negoziati in sette comparti, ponendo tuttavia la condizione che tutti gli Accordi fossero negoziati parallelamente e quindi firmati e attuati contemporaneamente: questo perché i
vari dossier avrebbero garantito vantaggi a entrambe le parti soltanto se considerati nel loro complesso.

Gli Accordi sono dunque stati connessi giuridicamente tra di loro a mezzo di una cosiddetta «clausola-ghigliottina» per evitare che fossero posti in vigore separatamente. Qualora uno degli Accordi venisse denunciato, anche i rimanenti sarebbero abrogati caricando ancor di più d’incognite l’appuntamento di settembre. Grazie anche all’impulso dei Bilaterali, la Svizzera ha ritrovato la via della crescita dopo la stagnazione degli anni ‘90. Sono aumentati il PIL, l’occupazione, il reddito pro capite, la competitività e la capacità d’innovazione della nostra economia. Se questi sono dati reali, non esiste invece alcuna
controprova che ci sarebbe stato un analogo sviluppo senza questi Accordi.

Indubbiamente, i Bilaterali non sono solo “rose e fiori”. Nelle regioni di confine, come il Ticino, si sono registrate una più forte concorrenza sul mercato del lavoro, a volte una pressione al ribasso sui salari e talune distorsioni che hanno alterato il corretto meccanismo della domanda e dell’offerta. Problemi che non si risolvono però rinunciando alla libera circolazione, ma con il concreto impegno delle parti sociali, del governo e della politica per ottimizzare e migliorare le misure di accompagnamento a tutela dei lavoratori e di una concorrenza leale.

La Svizzera negli ultimi anni ha diversificato notevolmente i suoi mercati di sbocco, tuttavia l’UE, che assorbe il 51,2% dell’export elvetico, resta il nostro più importante partner commerciale, con scambi per oltre un miliardo di franchi al giorno. Il prossimo settembre la posta in gioco è molto alta. Ecco cosa si perderebbe con l’abolizione dei sette Accordi Bilaterali e gli scenari che si aprirebbero nel caso di una rottura con l’Europa.

Quanto vale economicamente ogni singolo accordo per il nostro Paese?

Libera circolazione: il valore economico del più importante e discusso trattato con Bruxelles è stato calcolato in 14 miliardi di franchi all’anno. Secondo le stime del Professor George Sheldon dell’Università di Basilea, gli immigrati arrivati in Svizzera con la libera circolazione hanno contribuito, dal 2003 al 2011, ad aumentare in media il PIL pro capite dello 0,9%, ossia di 553 franchi a testa.

Abolizione degli ostacoli tecnici al commercio: l’intesa permette alle imprese di smerciare la loro produzione nei Paesi UE con costi e tempi molto più ridotti rispetto a prima. Un trattato che vale quasi due miliardi di franchi all’anno.

Agricoltura: si è notevolmente semplificato il commercio di diversi prodotti agricoli, innanzitutto formaggi e derivati del latte trasformati. Dal 2002 al 2018 le vendite di formaggio e ricotta nell’area UE sono aumentate del 42%. Solo per l’export di formaggi l’accordo rende 100 milioni di franchi ogni anno.

Appalti pubblici: l’intesa ha aperto l’accesso alle imprese e agli studi professionali elvetici in un mercato che già dieci anni fa valeva 425 miliardi di franchi. Il valore dell’accordo è stato stimato in un miliardo di franchi all’anno.

Trasporti terrestri: si garantisce l’accesso ai mercati europei dei trasporti ferroviari e stradali. Il nostro Paese incassa ogni anno mezzo miliardo di franchi.

Trasporto aereo: si stima in 7 miliardi di franchi annui il valore di questo accordo, che è fondamentale per le compagnie aeree rossocrociate, gli aeroporti, i passeggeri e per l’industria del settore aeronautico (35mila impieghi e un valore aggiunto annuo di 10 miliardi di franchi). Un annullamento dell’intesa penalizzerebbe il turismo, l’attrattività della nostra piazza economica e farebbe aumentare anche i costi dell’export. Inoltre, causerebbe un rincaro delle spese di gestione degli scali sino a 8 milioni di franchi annui e una nuova pianificazione con costi tra i 5 e 15 milioni di franchi.

Ricerca: con questo accordo la ricerca e l’innovazione svizzere hanno registrato un guadagno d’efficienza del 20% e creato un valore aggiunto di oltre 2 miliardi di franchi annui. L’intesa ci consente di partecipare ai programmi quadro di ricerca dell’UE che possono contare su un budget miliardario. Anche alcuni istituti ticinesi di ricerca hanno beneficiato di finanziamenti per decine di milioni di franchi. Fuori da questo accordo, sarebbe molto più difficile
restare pienamente integrati nelle reti internazionali della ricerca, di conseguenza la Svizzera perderebbe anche interesse agli occhi degli specialisti e dei ricercatori che oggi arrivano qui da ogni parte del mondo.

Quali vere alternative ci sono ai Bilaterali?


In realtà nessuna. Un ritorno al semplice accordo di libero scambio con l’UE del 1972 o a rapporti di scambio sulla sola base delle regole dell’OMC, sono soluzioni che non garantirebbero a un Paese orientato fortemente sull’export, come la Svizzera, i benefici e i vantaggi conseguiti sinora con i Bilaterali.
Rinegoziare un’intesa commerciale con Bruxelles non sarebbe per nulla facile (Brexit docet); rinunciare all’accesso privilegiato a un mercato di mezzo miliardo di persone per tentare Accordi coni singoli Stati UE, sarebbe solo un pericoloso passo indietro, con devastati ripercussioni su tutta l’economia
nazionale.

Cosa comporterebbe un ritorno al sistema dei contingenti/ quote per la manodopera estera?

Innanzitutto, si aggraverebbe la carenza di manodopera, qualificata e non, che rappresenta già ora un grave problema per le imprese.
Gestire l’immigrazione con questo sistema richiederebbe un notevole apparato burocratico, sia a livello federale che cantonale, con costi esorbitanti e lentezze procedurali che nuocerebbero al dinamismo e alla flessibilità aziendale. Inoltre, si scatenerebbe la lotta tra i Cantoni e tra i diversi settori produttivi per accaparrarsi la manodopera loro necessaria, come già successo in passato.

Quale forza contrattuale avrebbe la Svizzera, qualora si dovesse arrivare alla disdetta dei Bilaterali?

Il potere contrattuale della Confederazione sarebbe molto scarso. Dopo la Brexit, Bruxelles è ancora più determinata a non concedere a chicchessia un’accessibilità “à la carte” al suo mercato. Tanto più alla Svizzera alla quale è già legata da un complesso sistema con più di 120 Accordi e che sinora
ha beneficiato di una corsia privilegiata nello scambio commerciale. Va pure sgomberato il campo da talune idee balzane come quella di usare la minaccia di aumentare la tassa di transito sui mezzi pesanti per ammorbidire Bruxelles. Difatti, tutti i Paesi interessati a transiti potrebbero compensare con sussidi pubblici un eventuale aumento della tassa. In questi tempi di forsennati aiuti di Stato e di salvaguardia degli interessi nazionali, nessun governo avrebbe remore a sovvenzionare il trasporto merci che per ogni Paese ha sempre una funzione strategica. Con un’Europa che sta cercando in tutti i modi di ricompattarsi, è altrettanto illusorio pensare che la Germania, per quanto sia il nostro principale partner commerciale, si faccia in quattro per difendere
gli interessi della Confederazione.

Cosa ci ha insegnato la Brexit?

Quattro anni dopo il referendum che ha sancito la Brexit, i negoziati tra il Regno Unito e Bruxelles stentano ad andare avanti. Anzi, per Londra la strada dell’uscita dall’UE si sta rivelando sempre più dura e difficile. Sebbene ci sia in gioco il futuro della seconda economia più grande del Vecchio Continente, l’UE non pare intenzionata a trattamenti di favore. Né tantomeno disponibile ad accomodanti compromessi che potrebbero rappresentare una tentazione per la fuga di qualche altro Stato membro dell’Unione. Oggi Londra farebbe di tutto per raggiungere una convenzione sul modello svizzero. Come gli Accordi Zilaterali I che qui, paradossalmente, col voto del 27 settembre si vorrebbero cancellare.


Per approfondire: commercio estero della Svizzera, 2019 – in miliardi di franchi (fonte: UST, AFD – Statistica del commercio estero – 2020)

Settembre 2020: un mese anche di decisioni cruciali

L’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni

Il prossimo mese di settembre è atteso come “spartiacque” importante per trarre mirate riflessioni sugli effetti del Covid-19 sull’economia. Non sono pochi infatti i timori che i risvolti negativi inizieranno a emergere verso l’autunno, visto che si prevedono importanti difficoltà per i vari settori industriali legati, per la loro natura, alle vicissitudini internazionali. E dopo l’evasione degli ordini che già erano in essere, nuovi mandati e opportunità di business rimangono molto incerti. Senza contare che taluni considerano l’autunno anche come il momento di possibile nuova recrudescenza del virus e di tutto ciò che ne seguirebbe. Prospettive che non lasciano certo tranquilla un’economia duramente provata e che purtroppo non può contare su quelle indispensabili certezze per poter operare, investire, creare in serenità, mantenendo i posti di lavoro. Le aziende stanno facendo il possibile e l’impossibile per rinfrancare le fragilità che si sono create.

Ma settembre porterà con sé altre scadenze molto importanti, cioè le consultazioni popolari rinviate nei mesi scorsi e che prevedono, a livello federale, ben cinque oggetti in votazione. In ordine sparso e non d’importanza, la modifica della legge federale sulla caccia, il decreto federale concernente l’acquisto di nuovi aerei da combattimento, la modifica della legge federale sull’imposta federale diretta concernente le deduzioni per i figli, la modifica della legge sull’indennità di perdita di guadagno per l’introduzione di un congedo paternità e, dulcis in fundo, l’iniziativa popolare “Per un’immigrazione moderata (iniziativa per la limitazione). A parte la modifica della legge federale sulla caccia, sulla quale la Cc-Ti non si esprime, per gli altri oggetti vi sono risvolti che richiedono una posizione chiara e le relative puntuali spiegazioni.

Decreto federale concernente l’acquisto di nuovi aerei da combattimento

Il mondo economico si è sempre espresso a favore di tale acquisto, visto che il rinnovo della flotta per la protezione aerea del territorio è indispensabile, tenuto conto che gli aerei attuali non saranno più utilizzabili dopo il 2030. Qualche anno fa il popolo ha respinto il credito per l’acquisto dei Gripen, forse considerati non adatti e troppo costosi nel rapporto qualità-prezzo.

Questa volta la situazione è diversa. L’aereo più adatto deve essere ancora scelto perché gli esperti stanno testando diverse varianti, per cui si tratta di votare sul credito di 6 miliardi, che costituirà il limite messo a disposizione della Confederazione per l’acquisto. Il Consiglio federale dovrà poi determinare quale tipo di velivolo e quanti modelli potranno essere acquistati con questo budget. La decisione necessiterà comunque ancora dell’approvazione del Parlamento, supplementare garanzia di equilibrio nella scelta.

Un elemento da non trascurare per l’economia è ovviamente quello delle commesse che saranno attribuite alle aziende elvetiche (comprese le PMI). Il 60% del prezzo d’acquisto andrà infatti in mandati a imprese del nostro territorio, con il 5% destinato al Ticino.

Un contributo importante per una ripresa che si preannuncia molto difficile in questi tempi di incertezze e le aziende ticinesi in particolare hanno molte carte da giocare sul terreno dello sviluppo tecnologico, essenziale per questo genere di affari di compensazione (detti anche “offset”). I grandi gruppi produttori degli aerei che hanno visitato le nostre aziende in questi anni per capirne le potenzialità, hanno tutti unanimemente sottolineato la qualità e l’idoneità delle nostre imprese, che sono quindi pronte a raccogliere questa sfida.

Tutti motivi che inducono la Cc-Ti a esprimere un chiaro SÌ al decreto federale che prevede lo stanziamento dei 6 miliardi e che va visto quale investimento nella crescita futura dell’industria svizzera e quindi a salvaguardia dei nostri posti di lavoro.

Modifica della legge federale sull’imposta federale diretta concernente le deduzioni per i figli

La modifica mira ad aumentare la deduzione massima per l’imposta federale diretta da 10’000 franchi a 25’000 per figlio in caso di custudia da parti di terzi.

L’intento è di permettere la conciliabilità tra famiglia e il lavoro, di adeguare la deduzione fiscale alla spesa reale che comporta la custodia dei figli da parte di terzi e di assicurare la presenza sul mercato di personale qualificato, in gran parte femminile (spesso costretto a ridurre la percentuale o smettere di lavorare, scoraggiato da motivi fiscali) a vantaggio dell’economia nazionale. Anche la deduzione generale per i figli passerebbe da 6’500 a 10’000 franchi, così da sgravare le famiglie a prescindere dalle modalità di cura dei figli. La critica, secondo la quale questa riforma andrebbe a beneficio dei redditi medio-alti non regge. Seppur vero che a trarre beneficio dall’aumento delle deduzioni sono le famiglie che pagano l’imposta federale diretta, vale a dire circa sei famiglie su dieci, sono proprio quelle che sono maggiormente “provate” fiscalmente, per cui un alleggerimento è giustificato. L’IDF è calcolata sulla base del reddito. Attualmente circa il 60% delle famiglie paga l’IFD e beneficerà dunque della deduzione. Il restante 40% continuerà a non pagarla.

La Cc-Ti sostiene quindi il SÌ alla modifica della legge federale sull’imposta federale diretta.

Modifica della legge federale sull’indennità di perdita di guadagno

Questa modifica prevede l’introduzione di un congedo paternità retribuito di due settimane da prendere entro sei mesi dalla nascita del figlio. Questa flessibilità sul periodo è volta a non svantaggiare le strutture aziendali piccole, confrontate con maggiori difficoltà organizzative rispetto a strutture più grandi. La perdita di guadagno legata al congedo di paternità è indennizzata analogamente a quanto previsto nei casi di maternità e corrisponde all’80% del reddito medio conseguito prima della nascita del figlio, ma al massimo a 196 franchi al giorno. Come il congedo di maternità, il congedo di paternità è finanziato mediante le indennità di perdita di guadagno (IPG) e quindi prevalentemente con i contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro.

Il testo sottoposto a votazione è un controprogetto rivolto a un’iniziativa popolare che chiede quattro settimane di congedo-paternità. Si tratta quindi di un compromesso sostenibile, per cui la Cc-Ti invita a votare SÌ alla modifica della legge federale sull’indennità di perdita di guadagno.

È evidente, tenendo conto dei tempi che stiamo vivendo, che sorgono molti interrogativi legittimi quanto all’opportunità di sobbarcare sulle finanze pubbliche e sulle aziende (per l’IPG) ulteriori spese. Soffermandosi e dando risalto in prevalenza agli aspetti che prevedono un ulteriore investimento è importante considerare che sarebbe davvero peccato e sbagliato non investire sul futuro, anche se al momento gli importi possono sconcertare.

È chiaro che, nel contesto conciliabilità lavoro-famiglia, sarebbe preferibile operare piuttosto con riforme strutturali (come l’introduzione della imposizione fiscale individuale che faciliterebbe in modo consistente l’impiego anche femminile) anziché continuamente ricercare nuovi strumenti considerati “sociali”.

Ma per i due oggetti menzionati si può considerare che siano proporzionati, se ci si limiterà a questi.

Iniziativa popolare “Per un’immigrazione moderata (Iniziativa per la limitazione)

Come detto, dulcis in fundo, l’iniziativa che vuole soppprimere la libera circolazione delle persone con l’Unione Europea e quindi tutto il primo pacchetto degli Accordi bilaterali che sono vitali per l’economia svizzera. La caduta di tutti gli Accordi è una conseguenza diretta e inevitabile della “clausola ghigliottina” di cui taluni si ostinano a negare l’esistenza. E dato che la libera circolazione è un pilastro fondamentale anche degli Accordi di Schengen e Dublino, è evidente che anche questi cadrebbero con buona pace di chi, paradossalmente, chiede più sicurezza in generale e una gestione più ferrea nella politica d’asilo.

La posizione dell’economia è sempre stata chiara e si può qui solo ribadirla, cioè che con il nostro partner commerciale più importante occorrono rapporti stabili e chi oggi vuole scioglierli non propone alternative credibili e facilmente attuabili, se non un generico “rinegoziare”, facile sulla carta ma molto difficile nella realtà.

Ciò non significa che l’attuale costrutto contrattuale non possa o debba essere migliorato, anche per tenere conto, nella misura del possibile, delle diverse e diversificate realtà regionali, come la nostra. Ma vanificare tutto senza avere un progetto costruttivo di come procedere, sarebbe un errore.

Quindi la Cc-Ti ribadisce il NO all’iniziativa popolare per la limitazione.

Aperture e chiusure, un equilibrio

L’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni

Si può definire eterno il dilemma che accompagna le politiche in ambito economico (ma non solo), fra tentazioni protezionistiche, legittima difesa degli interessi nazionali o locali e necessaria apertura verso i mercati esteri per disporre dei beni, dei servizi e della manodopera indispensabile al funzionamento del sistema di ogni Paese. Tutte le posizioni sono decisamente legittime e a volte è il mix delle stesse a creare le varianti più interessanti, sebbene, sul lungo termine, sia quasi sempre l’apertura a delineare i migliori risultati. Lo dicono i fatti e i numeri. Anche se a volte si ha l’impressione che la chiusura possa rappresentare la soluzione preferibile, spesso si tratta di un’illusione di breve durata. Come sempre, è questione di equilibrio.

Un equilibrio essenziale quando si tratta di prendere decisioni importanti che devono tenere conto dell’interesse generale, delle persone e delle cose e lungimiranti, anche quando nell’immediato il particolarismo vorrebbe prevalere e appare più allettante.

Un equilibrio che la Svizzera e il Ticino hanno dimostrato di avere anche durante gli ultimi difficili mesi. Non tutto è filato liscio e perfetto, ma come avrebbe potuto in una situazione così estrema e nuova in tutti i suoi aspetti? L’economia ha giocato la sua parte fino in fondo, accettando dolenti e amare restrizioni per il bene di tutti e di tutto un paese coinvolto nel vortice di una tempesta virologica inaspettata e sconosciuta. Le aziende hanno dimostrato un alto senso di responsabilità, accettando e sottoscrivendo le tante nuove regole e limitazioni, e durante il periodo di chiusura quasi totale delle attività, i servizi essenziali e le industrie autorizzate a lavorare non hanno conosciuto «riposo» attivandosi, riorganizzandosi e vigilando in primis sulla salute. I fatti hanno premiato questi sforzi promuovendole nell’operato per aver tutelato salute e mercato.

La nuova consapevolezza oggi di questo «scomodo compagno di viaggio» orienta le nostre realtà aziendali a lavorare più serenamente e con strumenti più efficaci per scongiurare qualsiasi richiusura.

I fatti recenti dimostrerebbero che sono gli assembramenti casuali che restano problematici e proprio su questi occorre focalizzare maggiormente l’attenzione. Abbiamo maturato esperienze importanti che ci hanno dato tutte le indicazioni utili (igiene, distanza sociale, protezioni, tracciabilità, ecc.) per intervenire in futuro, solo laddove necessario, senza imporre un blocco a tutti e tutto. L’economia ha dimostrato di avere coscienza, mezzi e strumenti per continuare il proprio buon lavoro a favore di tutti. Anche qui una questione di equilibrio.

Crediti vs Debiti

L’opinione del Direttore della Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino Luca Albertoni

Fra le molte misure disposte in particolare dalla Confederazione per tutelare il funzionamento del sistema economico elvetico, fortemente colpito dal Coronavirus, una delle più straordinarie è senza dubbio quella che ha permesso un accesso rapidissimo ai crediti garantiti dalla Confederazione. 40 miliardi di franchi per scongiurare il pericolo di un grave blocco delle liquidità aziendali. Finora ne sono stati utilizzati circa 15 miliardi, il che ha portato taluni osservatori superficiali a concludere in modo frettoloso che, tutto sommato, la crisi economica non è poi così grave, visto che non sono stati richiesti tutti i miliardi. Comunque 15 miliardi di franchi non sono noccioline, per prima cosa, e la realtà è ben più complessa di quanto potrebbe apparire a prima vista.

In effetti, i motivi che hanno fatto sì che le aziende svizzere non abbiano espresso richieste maggiori sono molteplici. Avantutto l’apprezzato orientamento alla prudenza della stragrande maggioranza degli imprenditori, poco propensi a indebitarsi e tendenzialmente portati a “stringere i denti”, facendo capo in primo luogo alle proprie riserve. E questo è quello che sta accadendo in questo momento. Scelta più che comprensibile e che evita fondatamente di esporsi a debiti. Purtroppo sussiste evidentemente l’insidia che, in taluni casi, questo atteggiamento prudente limiterà la capacità d’investimento futura e quindi una certa competitività. Non esiste una ricetta vincente per tutte le realtà; in un sistema “imperfetto”, ogni imprenditore farà le sue valutazioni sulla base dei parametri della propria azienda, calzanti la propria realtà.
Il livello generalmente buono di auto-finanziamento delle aziende svizzere e ticinesi ha determinato questo contesto determinandone sicuramente la portata e le mosse. Questo dato emerge regolarmente da anni dalla nostra puntuale inchiesta congiunturale, malgrado una certa flessione registrata quest’anno. I livelli restano comunque di tutto rispetto, anche comparati all’auto-finanziamento delle aziende in altri paesi europei.

L’orientamento dimostrato verso i crediti legati al Coronavirus conferma che molte aziende, pur nelle gravi e innegabili difficoltà di questa situazione quasi surreale, hanno trovato propri margini di manovra. Certo non infiniti e comunque, forse, non sufficienti per mettersi per sempre al riparo dalle inevitabili conseguenze negative che potranno presentarsi. È innegabile che in questo contesto abbiano aiutato anche le altre misure messe a disposizione, come ad esempio il rafforzamento del lavoro ridotto che ha permesso di mantenere tanti posti di lavoro, affrontando al contempo i costi urgenti alla voce “stipendi” per le aziende. Infine, la mancata corsa sfrenata alla concessione di crediti garantiti dalla Confederazione ha anche una spiegazione legata alle diverse esigenze dei settori economici. Tutti colpiti, quasi senza distinzione, ma in modi e tempi differenti. Fra chi è stato obbligato a chiudere, chi ha scelto una chiusura più o meno volontaria e chi invece ha continuato a lavorare, seppure a ritmo ridotto, vi sono spesso grandi differenze. Non tanto o comunque non solo per dimensioni aziendali, ma proprio per ramo di attività. Proprio questa differenziazione presente sul nostro territorio ha fatto in modo che le esigenze e i mezzi di “reazione” non fossero omogenei e pericolanti allo stesso modo. Swissmem ha sottolineato come i settori industriali che essa rappresenta temono di dover affrontare grandi difficoltà soprattutto a partire dal secondo semestre del 2020 e nel 2021. Questo per vari motivi, in primis ovviamente l’andamento dei mercati più importanti rappresentati da paesi che probabilmente faranno più fatica a ripartire.

È quindi legittimo ritenere che vi potrebbe essere una seconda ondata di richieste di credito, quando altri settori rispetto a quelli chiusi per decreto andranno a loro volta in difficoltà. Non a caso, vi è la legittima attesa che il termine per chiedere la concessione di crediti Coronavirus venga spostato dal 31 luglio 2020 almeno fino a dicembre 2020. Se vi sono legittime ragioni di essere soddisfatti della capacità reattiva delle aziende svizzere e ticinesi, l’attenzione deve restare alta, vigile e propositiva. Ci auguriamo che il peggio stia oltrepassando il nostro quotidiano, ma “prudenza” resta la parola d’ordine per la salute e gli affari.