Contro il dumping salariale, per le libertà

L’opinione di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

“La libertà imprenditoriale non può essere vigilata o condizionata”.

Fra qualche giorno voteremo su vari temi, sia a livello federale che cantonale, che potrebbero portare a profondi cambiamenti, a mio avviso negativi, in molti ambiti cruciali della struttura elvetica. Dall’AVS all’energia, passando per il mercato cantonale del lavoro.

Ritengo utile spendere ancora qualche parola sull’iniziativa “Basta con il dumping salariale il Ticino”, che si prefigge l’adozione degli “invidiabili” modelli italiano o francese (con tutto il rispetto per queste grandi nazioni), fatti di norme rigidissime, cultura del sospetto, controlli a tappeto anche laddove non necessario e cose del genere. Azzerando di fatto non solo la libertà economica e imprenditoriale sancita dall’articolo 27 della Costituzione federale, bensì annichilendo di fatto anche il partenariato sociale in nome di uno sproporzionato statalismo. Poco importa che livelli salariali bassi non siano sinomimo di dumping, tutto fa brodo. Sia chiaro, la lotta agli abusi va combattuta senza riserve e il mondo imprenditoriale serio ha sempre “giocato il gioco”, dimostrandosi collaborativo e responsabile. Risulta pertanto urtante che l’iniziativa in questione proponga modelli che hanno ampiamante dimostrato di non funzionare, sia in termini di sviluppo economico che di controlli e di prevenzione tout court. Ottenendo addirittura effetti contrari a quelli auspicati. Affossare il modello elvetico, che funziona, per meri calcoli di bottega e qualche simpatia totalitaria sarebbe assolutamente fuori luogo. Chi sgarra va punito, nelle adeguate sedi civili, penali e amministrative, su questo non si discute. Ma fare il processo alle intenzioni e sanzionare a priori i datori di lavoro è assolutamente sproprozionato e non coerente con le altre libertà costituzionali che permettono, giustamente, a politici, gionalisti, sindacalisti ecc. di sbagliare nell’esercizio delle loro libertà. Diritto che non sarebbe più riconosciuto a chi crea posti di lavoro e ricchezza del paese. Surreale. La libertà imprenditoriale non può essere „vigilata“ o condizionata, a meno che si creda ciecamente nell’economia pianificata e nelle virtù taumaturgiche dello Stato che decide a priori chi è bravo e chi è cattivo. Non a caso nel dibattito concernente la votazione si parla comunque sempre della cattiva economia privata, quando l’economia ha una parte pubblica e parapubblica non da poco e che non sempre fa la figura di prima della classe ineccepibile quale datore di lavoro. E’ normale che sia così, la componente umana è decisiva in ogni settore e considerando che siamo tutti fallibili nessuno è esente da pecche. Come dimostrano anche alcuni casi che hanno coinvolto ambienti politici e sindacali a livello nazionale negli scorsi giorni, all’insegna del “predico bene ma razzolo molto, ma molto male”. Le contrapposizioni strumentali e le formule facili sono oggi paganti alle urne ma terribilmente riduttive. E’ quindi decisamente preferibile il controprogetto all’iniziativa „Basta con il dumping salariale in Ticino”. Esso mira infatti a rafforzare il partenariato sociale e prevede un aumento dei controlli, sacrosanto e sempre sostenuto dal mondo imprenditoriale perché commisurato alle esigenze che emergono dall’osservazione del mercato del lavoro e non stabilito in modo forfettario. Quindi decisamente più efficace. A tutela di equilibri fragili, dipendenti da tanti fattori e non figli delle semplificazioni che taluni politici amano tanto, dimenticando la visione del sistema. L’iniziativa „Basta con il dumping salariale in Ticino” va pertanto rigettata, mentre va sostenuto il relativo controprogetto.

Oltre gli slogan

L’opinione di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

L’estate sta volgendo al termine, ma come, prevedibile, il clima politico resta rovente. Anche il relativo torpore dei mesi più caldi non è servito a rasserenare gli animi per tentare di abbozzare qualche discussione costruttiva e non basata su continue polemiche.

Gli esempi non mancano, dalle ormai inevitabili e mensili risse verbali sui dati della disoccupazione, alle difficoltà di applicazione di leggi imposte frettolosamente e senza le necessarie verifiche di applicabilità, per giungere ai dibattiti (si fa per dire…) sugli oggetti in votazione a livello federale e cantonale il prossimo 25 settembre. Lungi da me voler rilanciare questioni polemiche, perché vi sono già abbastanza attori che operano in tal senso e continuo a prediligere la discussione anche dura ma che sia basata su fatti reali e non solo su slogan o attacchi personali. Mi rendo conto che si tratta oggi probabilmente di un atteggiamento desueto, ma provo comunque a dare qualche stimolo di riflessione in tal senso.

Sulle cifre riguardanti la disoccupazione rilevo ad esempio che, se queste sono taroccate, ciò riguarda tutta la Svizzera e non solo il Ticino, visto che vengono stabilite a livello nazionale. Inoltre, i dati SECO e ILO sono per natura differenti perché poggiano non solo su sistemi di rilevamento ma anche su parametri diversi, quindi non sono paragonabili direttamente. Che le percentuali siano diverse è quindi ovvio, ma questo vale appunto a livello nazionale. Anche la percezione che vi sia un travaso diretto fra disoccupazione e assistenza pubblica ha qualche innegabile fondamento, tuttavia è un tema che non può essere affrontato in modo superficiale perché i due strumenti poggiano su premesse molto diverse, a partire dalla definizione anche quantitativa dei beneficiari. Queste cose vanno dette, ai fini di una discussione costruttiva, senza assolutamente negare che vi siano situazioni molto difficili, che vanno affrontate e risolte perché ogni caso di disoccupazione o assistenza è di troppo. E anche l’economia vuole fare la sua parte, perché non è nell’interesse della stragrande maggioranza degli imprenditori creare tensioni sociali che costano in termini finanziari e che creano un clima generale ostile al fare impresa. Sarebbe autolesionistico.
Detto questo, lascio valutazioni più tecniche agli esperti, ma il fatto che non ci si confronti con gli elementi citati dimostra quanto nel nostro cantone sia diventato difficile ammettere che, dal punto di vista economico generale, seguiamo l’andamento del resto della Svizzera. Al di là delle cifre sulla disoccupazione, i vari indicatori da diversi anni confermano puntualmente che il Ticino ha un’economia dinamica che è appunto in linea con quanto avviene a livello nazionale. Poi è ovvio che vi siano cantoni con i quali in termini assoluti non possiamo competere per ovvie ragioni, ma non possiamo lamentarci più di altri. Ne deduco quindi semplicemente che è più pagante dire che tutto va male. Peccato. Perché questo poi origina anche l’adozione di misure come la tassa di collegamento o la LIA senza valutarne in modo approfondito la portata e si rischia di creare danni, senza risolvere quelli che sono ritenuti i problemi alla base delle nuove disposizioni legali.
A scanso di equivoci, non mi interessa molto se nello specifico delle leggi citate le responsabilità siano del parlamento, del governo o di chi altro. Rilevo solo che l’adozione frettolosa di strumenti poco idonei non è priva di conseguenze e di questo andrebbe tenuto conto, anche nell’ottica delle prossime votazioni di settembre e di quelle che seguiranno.

Il Ticino sconosciuto

L’opinione di Glauco Martinetti, Presidente Cc-Ti

Qualche mese fa ho avuto l’onore di presentare le strutture economiche ticinesi ai delegati di un’importante associazione nazionale, quella dell’industria tessile, che si è riunita per l’assemblea generale a Lugano. Ho cercato di dare qualche indicazione sul Ticino economico, realtà poco conosciuta oltre Gottardo. Penso però che possa essere utile ricordare qualche punto anche ad uso dei ticinesi, poiché ho l’impressione che nel dibattito pubblico si parli troppo spesso senza conoscere la realtà economica del territorio e limitandosi a formule vuote come “capannoni” o tirando in ballo la minoranza di chi non rispetta le regole.

Può essere sorprendente e taluni tendono a negarlo perché il catastrofismo è purtroppo molto più pagante, ma da alcuni anni il Ticino non è più il parente povero della Confederazione. E non mi riferisco solo alle statistiche sulla disoccupazione, che ogni mese creano puntualmente polemiche, ma soprattutto alle tendenze economiche generali. Il Ticino è un cantone dinamico, che se la gioca con le altre regioni elvetiche. Seguiamo da anni l’andamento elvetico, come emerge dai costanti confronti che effettuiamo con i colleghi della Svizzera tedesca e della Svizzera romanda. Non siamo paragonabili a Zurigo in cifre assolute, ma le dinamiche, in proporzioni più ridotte, non sono dissimili. I motivi sono  molti, ma uno è sicuramente il fatto che l’economia ticinese ha una struttura molto diversificata, il che costituisce a mio avviso un’innegabile forza. Non è del resto casuale che negli ultimi anni il Ticino abbia resistito abbastanza bene alle varie crisi e si sia mantenuto nella media nazionale dal punto di vista economico generale, malgrado dal 2008 vi siano state tre importanti crisi (una finanziaria e due legate al cambio franco-euro. La capacità di reazione e di adattamento del mondo imprenditoriale ticinese, purtroppo sottovalutata perché non meritevole di slogan paganti elettoralmente, è un fatto che deve assolutamente essere sottolineato. Penso che determinate reazioni ostili verso l’economia e di natura sbagliata, se pensiamo a talune regole nuove introdotte a livello cantonale negli ultimi mesi, siano dovute anche a una misconoscenza della realtà economica cantonale. Ad esempio non sono certo che molti sappiano che, per quanto riguarda il prodotto interno lordo (PIL), il maggiore settore cantonale è l’industria, con una parte di circa il 22%. Molto di più di settori di regola immediatamente identificati con il Ticino e penso in particolar modo al settore finanziario in senso lato e a quello del turismo. La piazza finanziaria (con le assicurazioni), rappresenta circa il 17,5% del PIL, il commercio l’11,2%, l’edilizia il 6,6% e il settore turistico il 10,5%. Vero che poi vi sono altri parametri come il numero di occupati, il gettito fiscale ecc, eppure questa vocazione industriale del nostro cantone non può essere semplicemente ignorata, benché è chiaro che ogni settore è fondamentale e contribuisce appunto a creare quell’economia diversificata di cui dicevo prima. E’ un peccato che tale elemento sia poco noto, perché ridurre definire genericamente come “capannoni” eccellenze mondiali nell’ambito farmaceutico (che il settore più grande dell’ambito industriale), dell’industria meccanica e elettronica, dell’alimentare e della moda significa porre le basi per una discussione pubblica e politica falsata, ideale per preparare il terreno di decisioni avulse dalla realtà. Ignorando elementi-chiave della forza economica ticinese. Anche perché gli ambiti industriali citati sono stati decisivi per promuovere l’internazionalizzazione della nostra economia, sviluppando un nuovo potenziale che ha portato negli ultimi venti anni ad aumentare in modo considerevole il volume delle esportazioni, passato da 3,1 miliardi di franchi nel 1995 a 8,2 miliardi nel 2010, con tendenza all’incremento. Il Ticino è così diventato un territorio rilevante a livello internazionale e questo non ha solo risvolti negativi come taluni vorrebbero far credere, parlando solo e genericamente di dumping salariale, devastazione del territorio (i “famigerati “capannoni”), traffico. ecc. Come per ogni territorio che si sviluppa, vi sono problemi di crescita, dovuti a questioni infrastrutturali, istituzionali, ecc. che vanno senza dubbio risolti attraverso il confronto, ma ragionato e senza caccia alle streghe. Perché il benessere fa comodo a tutti, compresi quelli che lo criticano salvo poi esigere sempre più ricchezza da distribuire, senza pensare che questa ricchezza in qualche modo va creata. Mettendo qualche paletto, ma va comunque dapprima creata, altrimenti non vi è granché da distribuire.

Purtroppo, presi come siamo dalle discussioni che vertono attorno all’Italia, si tende a dimenticare che negli anni la „nazionalità“ delle aziende presenti in Ticino è sempre più variegata (Germania, Francia, Stati Uniti., Gran Bretagna ecc.), senza dimenticare le industrie confederate insediate sul nostro territorio in varie forme. Non è del resto un caso che ci si preoccupi della reazione italiana negativa verso la clausola di salvaguardia proposto dal Ticino per l’applicazione dell’articolo costituzionale che dovrà regolare l’immigrazione, dimenticando che dobbiamo negoziare con l’Unione europea e non con l’Italia su questo tema. La prossimità territoriale con il vicino meridionale porta a sottovalutare il fatto tutta l’Unione europea svolge un ruolo importante per le nostre relazioni commerciali, perché il portafoglio di clienti delle industrie esportatrici va ben oltre le relazioni con l’Italia. Non a caso stanno diventando sempre più rilevanti mercati come la Russia, il Kazakistan e la Turchia, che non potranno mai sostituire l’Unione europea, ma che rappresentano opportunità di business alternative comunque interessanti per i nostri numeri, destinati prioritariamente a coprire nicchie di mercato con prodotti di alta qualità. All’insegna di uno Swissness reale e non burocratico. In quest’ottica, non è nemmeno casuale che nell’ambito del commercio di materie prime il Ticino svolga un ruolo fondamentale a livello mondiale con Ginevra e Zugo. Ma l’impronta internazionale non deve far dimenticare l’importanza delle relazioni confederali, sia sul piano politico che su quello economico. La centralità delle relazioni con il resto della Svizzera è fuori discussione. Se sul versante politico essa è chiara, lo è molto meno, purtroppo, su quello economico. Come già rilevato in precedenza, la presenza di aziende confederate in Ticino è assai rilevante e molte aziende ticinesi lavorano a stretto contatto con altre imprese svizzere, per cui il nord assume un ruolo fondamentale in particolare per le realtà produttive. Sia per i contatti diretti (fornitori, clienti) che per l’esportazione, visto che il principale aeroporto di riferimento è quello di Zurigo e non Milano, come taluni potrebbero pensare. E’ quindi assolutamente logico che ci siamo sempre battuti e continueremo a farlo per la complementarietà dei mezzi di traporto, perché un vettore non esclude un altro e ferrovia, strada e anche aereo devono convivere perché imprescindibili per un’economia dinamica, fortemente legata alle dinamiche nazionali e internazionali.

Tutto bene quindi? Sarebbe troppo bello, ma mi piace avantutto sottolineare i nostri punti di forza. Vi sono ovviamente, come per tutti i paesi del mondo, anche alcuni punti deboli. Anche se, lo ribadisco, le principali preoccupazioni del Ticino oggi non sono dissimili da quelle delle altre regioni svizzere, in primis il franco forte che crea qualche problema di competitività, oppure l’imminente riforma III dell’imposizione delle imprese, che prospetta per il sistema fiscale cambiamenti epocali e non gestibili con facilità (o faciloneria…). Poi ci sono ovviamente tutte le questioni molto tematizzate e oggetto di continue discussioni legate ai frontalieri, ai padroncini, al dumping salariale, che vanno affrontate con serietà e senza isterismi. La Cc-Ti ha sempre dato il suo contributo in quest’ottica, sostenendo ad esempio il rafforzamento dei controlli a tutela di lavoratrici e lavoratori ma anche della stragrande maggioranza delle aziende oneste. E su questa linea intendiamo continuare a operare, senza farci dare lezioni da chi inveisce quotidianamente contro i frontalieri salvo poi occuparne senza ritegno nell’azienda in cui lavora. Se non riusciamo a recuperare un po’ di capacità di analisi e di discussione, sarà inevitabile creare ulteriori difficoltà invece di risolvere i problemi.

Sarebbe peccato scavare ulteriormente il solco che diventa sempre più grande fra le tentazioni di ripiegamento verso le questioni interne e un’economia sempre più caratterizzata da relazioni nazionali e internazionali. E’ solo con il giusto equilibrio fra legittime preoccupazioni per il territorio (mobilità, pianificazione, immigrazione, ecc.) e l’apertura a orizzonti più ampi che si può pensare di rimanere competitivi e quindi un cantone prospero. Eccessi in un senso o nell’altro non sono paganti. Vale per l’imprenditoria ma anche per la politica. Fra chi sogna l’autarchia e chi non ha sensibilità verso la realtà in cui opera c’è un mare molto ampio (costituito non solo da imprese) che agogna questo equilibrio. Sarebbe peccato se il cantone che gioca un ruolo fondamentale sul più importante asse-sud-nord in Europa fosse un “ostacolo” alle relazioni nazionali e internazionali. Vi sono oggettivamente ragioni che giustificano lo scetticismo verso l’UE in particolare o qualche critica alla Confederazione, ma non si può vivere di sole percezioni. Legittime e rispettabili, ma non sempre corrispondenti alla realtà dei fatti. E che il Ticino, lavorando in modo serio e articolato, ottenga udienza anche laddove molte decisioni vengono prese (Berna in particolare), è dimostrato da molti esempi. Visto che su taluni temi addirittura siamo precursori, cerchiamo di sfruttare al meglio. Fare di necessità virtù, si è soliti dire. Mi sembra particolarmente azzeccato.

C’è da spostare una macchina…

L’opinione di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

“C’è da spostare una macchina” era il titolo di una canzone-tormentone italiana di qualche decennio fa e che con la confusione che regna in Ticino riguardo all’ormai famigerata tassa di collegamento è quantomai d’attualità. Se non altro perché diventa sempre più difficile capire dove si possa spostare e parcheggiare la macchina senza incorrere negli strali dell’autorità. Lo so, lo so, l’argomento tassa di collegamento è trito e ritrito e ha stufato. Inoltre  le temperature canicolari di questi periodi imporrebbero di affrontare temi più ludici per evitare il fastidioso effetto-zanzara che disturba le faticose attività stagionali come la scelta del corretto fattore di protezione delle creme solari o le riflessioni su come evitare il disagio della sabbia che si infila nei sandali. Purtroppo non posso però esimermi da qualche considerazione sul funzionamento (?) del nostro sistema politico-istituzionale ticinese, perché esso è comunque rilevante non solo per riempire i media di polemiche surreali, ma anche e soprattutto per il funzionamento di un sistema generale che comprende anche l’economia, ma che sembra essere completamente negletto nel contesto della pericolosa gara a chi le spara più grosse per avere visibilità.

Non posso pertanto prescindere dal caos legato all’introduzione della tassa di collegamento. Il popolo si è pronunciato e quindi la cosa va applicata, non si discute, fatto salvo qualche ricorso di proprietari di fondi toccati dalle nuove disposizioni legali. La cosa curiosa è che molte delle riserve giuridiche e di tipo pratico espresse più volte in sede di consultazione e poi di campagna di votazione si stanno puntualmente realizzando, a dimostrazione che la battaglia condotta  contro la tassa non era ideologica o, peggio, personale, ma fondata su dubbi più che legittimi. Ha purtroppo prevalso la guerra contro i cosiddetti „borsoni“, in nome di una voglia sanzionatoria che non mi piace per nulla perché la tentazione della forca non è mai troppo lontana da queste spinte moralizzatrici. Spinte mascherate sotto strumentali atteggiamenti da moderni Robin Hood impegnati a recuperare il maltolto dai ricchi (come vengono impropriamente definiti coloro che creano ricchezza). Poco importa che la misura fosse di natura fiscale e dagli effetti più che dubbi sul traffico, anche se presentata come improbabile rimedio-miracolo contro il cancro, le malattie infantili, quelle cardiovascolari, ecc. Marketing politico perfetto, non c’è che dire. Ma tant’è, non si può né si vuole più tornare indietro, per cui queste mie considerazioni lasciano il tempo che trovano. Come già detto ripetutamente, esprimo però un forte rammarico sul metodo scelto per imporre una misura finanziaria atta a sostenere le casse cantonali. Che ci vogliano correttivi nell’ambito della mobilità è fuori di dubbio e non ho mai avuto paura di affermare che anche le aziende devono avere un ruolo importante in questo senso. Mi permetto di sottolineare l’“anche“, perché non mi risulta che chi non vive quotidianamente il mondo aziendale privato si sposti in astronave e non intasi le strade. La mia posizione risp. quella della Cc-Ti è del resto facilmente verificabile, recuperando sul nostro sito internet gli atti della giornata dedicata alla mobilità lo scorso 15 aprile. Altri cantoni hanno scelto la concertazione, in Ticino si è optato per la fretta e l’imposizione. Convengo che troppo tavoli di discussione frenano a volte la ricerca di soluzioni e la presa di decisioni, ma anche procedere a colpi di mazza tanto per statuire qualche esempio non mi sembra una mossa molto lungimirante. Il tradizionale equilibrio elvetico, che ha fatto le nostre fortune, viene così cancellato come se nulla fosse. E, in generale, si fa sempre più largo l’approccio secondo cui ci possono pensare i tribunali a correggere eventuali cose illegali. Posso concordare su questo punto quando vi sono situazioni dubbie, non quando si sceglie di far approvare al popolo cose scientemente illegali (e negli ultimi anni gli esempi non sono mancati), così tanto per divertirsi e farla pagare a qualcuno. Sono metodi che conosciamo anche da paesi vicini ma che sono (erano?) estranei alla nostra cultura politica. Constatazione assai amara, resa ancora più amara dalle improvvise manifestazioni di malcontento o di allarme di attori (v. ad es. i comuni), misteriosamente scomparsi durante la campagna di votazione e ora in preda a preoccupazioni di budget. Ma dove erano finiti? Su cosa diavolo pensavano che si votasse? Mistero.

 Il caso JobContact

Un altro esempio di evoluzione per me negativa di taluni usi e costumi è la crescente tentazione di ricorrere in modo spettacolare alla magistratura penale per denunciare presunte violazioni di regole del mercato del lavoro in particolare, bypassando le dinamiche del partenariato sociale o dei gremi già esistenti e preposti ad intervenire (autorità amministrative cantonali, commissioni paritetiche e commissione tripartita, tanto per citarne qualcuno). Evidentemente il richiamo al diritto penale ha una connotazione prurigonosa, anche qui di gogna (v. sopra), che fa gola in termini di visibilità. Non a caso mi riferisco alla vicenda che ha coinvolto l’agenzia di collocamento JobContact, denunciata in pompa magna e con grande eco mediatico (mancava forse solo la CNN in collegamento via satellite) per vari reati, fra cui appropriazione indebita, truffa, usura, coazione, falsità in documenti e infrazione alla legge federale sulla previdenza professionale. Roba da delinquenti incalliti. Peccato che lo scorso 15 giugno la Procura pubblica abbia abbandonato ogni accusa a carico dell’azienda perché le indagini non hanno indicato alcuna violazione. Per carità, capita di sbagliarsi e che le denunce sfocino in un nulla di fatto. Impressiona però che dopo il martellamento mediatico riservato all’atto accusatorio, non vi sia praticamente stato alcun riscontro pubblico al decreto di abbandono delle accuse. Un caso? Non credo, purtroppo. E’ spettacolare accusare le aziende, molto meno dire che non sono colpevoli di niente. Fa specie che da parte degli accusatori non vi sia stato un minimo atto di riconoscimento di avere toppato. Non è che occorra inginocchiarsi sui ceci, ma anche ammettere che si è sbagliato e che forse non è sempre bello sparare nel mucchio per creare ulteriori tensioni non sarebbe stato vergognoso. Si dice sempre che le aziende devono scusarsi quando fanno qualcosa di sbagliato. Giusto. Ma questo non vale anche per gli altri? Non sono un adepto delle teorie dei complotti, ma non posso esimermi dal rilevare che un’analisi un po’ più attenta del dossier (o presunto tale) dell’azienda citata avrebbe dovuto indurre a maggiore prudenza prima di tirare in ballo l’autorità penale. Ho quindi il legittimo sospetto che anche in questi casi non si vada tanto per il sottile, la bava alla bocca e le cannonate prevalgono talvolta sulla ragionevolezza o sulla ricerca di soluzioni concertate. Le quali sono certo meno spettacolari ma spesso più efficaci, a condizione che si vogliano veramente risolvere i problemi e non solo cercare facili consensi. Su questo tutti dovrebbero riflettere, nell’interesse del già citato sistema ticinese e svizzero che andrebbe salvaguardato come fattore di competitività essenziale. Anche se mi rendo conto che chi ha fatto del pessimismo un programma d’azione, che paga bene in termini di popolarità, se ne infischia bellamente dei delicati equilibri che tengono in piedi un sistema-paese. A differenza dei Lego le mattonelle non possono essere spostate a piacimento secondo gli umori giornalieri, senza creare pericolosi squilibri e incertezze.

La revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio

Concludo con un altro esempio emblematico della pericolosa miopia della politica odierna che rincorre il consenso facile e immediato piuttosto che le visioni a lungo termine. Nel 2013 il popolo svizzero ha accettato la revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio, osteggiata solo dal mondo economico contro i partiti, i comuni, i cantoni e la Confederazione. I nostri timori riguardavano norme troppo rigide, un sistema pesantemente burocratico, costi elevatissimi per l’ente pubblico, eccessiva limitazione della struttura federalista e, last but not least, limitazioni inaccettabili della proprietà privata (v. https://issuu.com/cc-ti/docs/tb01_2013). Legge approvata a furor di popolo in nome di principi su cui non si può non essere d’accordo, su tutti il migliore utilizzo e sviluppo del territorio. Benissimo, la politica ha prevalso sui biechi interessi economici. Cosa capita oggi? In modo stucchevole, comuni e cantoni che avevano sostenuto la revisione a spada tratta si rivolgono piagnucolando a Berna per implorare eccezioni che permettano la realizzazione di spazi industriali per non perdere aziende decisive in termini di gettito fiscale o per perorare la causa di privati di fatto espropriati da regole assurde e costose per lo Stato, in barba alla garanzia costituzionale del diritto alla proprietà privata. Che dire? Quale credibilità possono avere autorità che impongono una legge salvo pentirsi pochissimo tempo dopo perché si rendono conto che essa non è applicabile o che comunque le sue conseguenze sono ben diverse dagli scopi ricercati? La certezza del diritto che siamo soliti decantare come una delle nostre maggiori qualità è ancora un principio in cui crediamo oppure sta diventando un “optional” simpatico ma anche un po’ fastidioso? Come il segnale sonoro che in automobile ti ricorda di allacciare la cintura. Utile, ma al contempo un po’ snervante. E’ un’altra domanda a cui saremo chiamati a rispondere presto o tardi. Perché il successo non è né eterno né scontato e ci si può anche divertire a rimettere in questione tutto e il contrario di tutto, finché c’è la ricchezza. Ma quando si annunciano cambiamenti anche epocali l’ora del gioco, degli scherzi e delle ripicche finisce inesorabilmente e occorre tornare seri, perché è opportuno ricordare che l’incertezza è il peggiore nemico dell’economia liberale e quindi anche del benessere generale. A meno che non si voglia ipotizzare solo un’economia pianificata, confidando nei poteri taumaturgici dello Stato. Sarebbe una scelta disastrosa, ma se tale fosse l’intenzione, sarebbe molto più onesto dirlo chiaramente invece di nascondersi dietro finte preoccupazioni di cura dell’interesse generale. Se però si continua a considerare, per meri interessi di parte, l’economia come un conglomerato di incorreggibili delinquenti, i margini per dei progetti concertati ad ampio respiro sono decisamente pochi. Non finirò mai di ripeterlo: giusto punire le imprese che sbagliano, sbagliato criminalizzarle tutte in una sorta di accusa collettiva che fa tanto trendy. Perché anche i politici, i giornalisti, i funzionari, i lavoratori ecc. sbagliano. Ma stranamente si parla raramente di inasprimenti generalizzati delle regole che ne riguardano il comportamento. Mah, forse è solo un caso. Buona estate a tutte e tutti.

La certezza dell’incertezza

L’opinione di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

In questi giorni tutti i commentatori cantonali, nazionali e internazionali si sono espressi in modo più o meno compiuto sul Brexit, senza però poter dare risposte concrete, semplicemente perché nessuno, nemmeno i britannici, sa cosa succederà veramente, secondo quali modalità e con quali conseguenze.

Tra chi esulta perché pensa di trovare nella Gran Bretagna un alquanto improbabile alleato della Svizzera nello smantellamento dell’Unione europea e chi invece parla esageratamente di tragedia, l’unica cosa certa è l’incertezza che regna attualmente e che rischia di contraddistinguere la vita economica, politica e sociale dei prossimi mesi e anni. L’elemento concreto di questi giorni per la Svizzera e il Ticino è il prevedibile rafforzamento del franco contro il quale la Banca nazionale svizzera è già entrata in campo, anche se non è ancora determinabile se tale rafforzamento sia frutto di una reazione a caldo che si esaurirà entro qualche giorno oppure se sarà una costante di lunga durata. Con tutte le relative conseguenze non rallegranti per la nostra industria dell’esportazione. Anche qui, come dicevo, l’incertezza la fa da padrona. E sappiamo tutti che per l’economia uno dei veleni peggiori è proprio l’instabilità dovuta alle situazioni in cui non ci sono punti di riferimento affidabili, stabili e in una certa misura prevedibili.
È quindi soprattutto da questa constatazione che la Svizzera deve ripartire, perché negli ultimi anni non abbiamo certo brillato quanto a valorizzazione dei nostri vantaggi competitivi. Anzi. Si susseguono a ritmo incessante praticamente ogni tre mesi votazioni su proposte di ogni genere, a volte fantasiose e nemmeno troppo elaborate (se pensiamo a quella del reddito di base incondizionato). Proposte che, anche se non accolte in votazione popolare, hanno l’effetto potente di creare diffidenza verso il sistema e fragilizzarlo agli occhi di chi vuole investire in attività aziendali e quindi creare ricchezza. Rimettere in discussione incessantemente e senza una reale necessità i funzionanti capisaldi elvetici è un gioco assai pericoloso di cui purtroppo molti sembrano non accorgersi. Dando quindi la sensazione che anche noi, come molti altri paesi, giochiamo con le regole, cambiandole a piacimento e togliendo punti di riferimento. Occorrerebbe pertanto una maggiore moderazione.
Non si tratta di mettere la museruola ai sacrosanti diritti della democrazia diretta, ma di chiedere maggiore responsabilità alla politica per concentrarsi sull’essenziale, senza voli pindarici verso orizzonti ideali ma poco reali. Non mi sembra una richiesta eccessiva. Se la Svizzera vuole avere qualche carta da giocare per approfittare del Brexit, non potrà certo seguire i superficiali tuttologi che decantano questa occasione irripetibile, salvo poi tenere nel quotidiano un comportamento contrario fatto delle più disparate iniziative volte a imbrigliare e punire le aziende in nome di un’astratta necessità di moralizzazione. Irrigidendo al contempo inutilmente il meccanismo svizzero, per scimmiottare sciaguratamente paesi a noi vicini che con l’iper-regolamentazione si sono rovinati in modo quasi irreversibile.
Ecco, se almeno per qualche tempo ci limitassimo a correggere le sbavature senza particolari stravolgimenti, anche nell’ottica del Brexit e dei rapporti con l’UE faremmo un lavoro più efficace rispetto alla ricerca di illusorie alleanze e azzardate strategie sulla cui efficacia si possono formulare solo vaghe ipotesi. Diamo stabilità e certezze a chi crea la ricchezza e ne guadagnerà tutto il paese. In fondo, non è un compito così difficile.

Tigri, mucche e cavalli

L’opinione di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

“Alcune persone vedono un’impresa privata come una tigre feroce da uccidere subito, altri come una mucca da mungere, pochissimi la vedono com’è in realtà: un robusto cavallo che traina un carro molto pesante”.

Questa citazione di Winston Churchill è quanto mai d’attualità, un po’ a tutti i livelli, Ticino incluso. Peccato, perché questo, oltre che a essere scorretto, impedisce anche un sano e schietto confronto sul ruolo delle aziende e sulle cose che non vanno. Sì, perché difetti, scorrettezze, comportamenti poco etici, ecc. sono una realtà che si ritrova anche nel mondo imprenditoriale. Alla stessa stregua di quanto si riscontra fra i politici, fra i funzionari, fra le lavoratrici e i lavoratori e via dicendo. Nessuno escluso. Semplicemente perché vi è sempre la componente umana che, come noto, per natura è fallibile, anche se qualche politico illuminato pensa di non esserlo e di essere depositario della verità assoluta o addirittura del dogma dell’infallibilità un tempo riservato ai papi. Non deve quindi stupire che poi la “discussione” si riduca a scontro fra fazioni e alla fine è sempre colpa delle aziende. Un po’ come quando il calciatore inglese Gary Lineker diceva che “il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince. Ecco, l’impressione oggi è che il grande gioco della politica sia molto semplice, un colpo di clava a destra, una sferzata di scimitarra a sinistra, soluzioni facili e preconfezionate (che siano inapplicabili non interessa a nessuno) e alla fine pagano le aziende (spesso non solo finanziariamente).

Esagero? Forse. Certamente sono di parte, ma almeno è chiaro cosa e chi rappresento e non mi nascondo dietro presunti interessi supremi per raccogliere facilmente qualche voto, fingendo di essere quello che non sono. Detto questo, non posso evidentemente esimermi dal portare qualche esempio concreto di approccio poco simpatico nei confronti delle imprese. Ho già ripetutamente parlato dell’esempio dello “Swissness”, per cui questa volta scelgo un’altra perla, che comunque è pure legata alla svizzerità e in particolare al settore alimentare. Lo scorso anno è stato varato dal Consiglio federale un ambizioso progetto denominato “Largo” (poi capirete perché), con l’ambizione di rivedere tutto il diritto federale sulle derrate alimentari. Già complesso fino alla revisione, ancora meno digeribile (visto che parliamo di alimentari) dopo la prevista revisione. Qualche cifra: 16 centimetri di altezza del dossier (misura media in altri ambiti ma ragguardevole per i faldoni…), 4 ordinanze del Consiglio federale, 22 ordinanze del Dipartimento degli interni e 1 ordinanza dell’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria. Per un totale di 27 ordinanze, 2’080 pagine complessive e più di 200 pagine di spiegazioni necessarie in sede di consultazione. A voler essere positivi, si può rilevare che finora le ordinanze erano 28, per cui qualcuno potrebbe parlare di liberalizzazione selvaggia visto che una manca tragicamente all’appello. Visti i numeri, tuttavia, il nome “Largo” sembra quindi particolarmente azzeccato. Da aggiungere, fatto quasi irrilevante, che per gestire questa nuova situazione servirebbero 9 nuovi funzionari federali. Ah è vero, è lo Stato che crea lavoro, non le aziende. Comunque, al di là delle cifre, del fatto che oggi probabilmente tutto è diventato più complicato e che le esigenze di sicurezza alimentare sono diventate tali che se bevo 15 caffè ho il diritto di esigere che non mi bruci lo stomaco, qualche domanda è giusto porsela.

Una revisione del diritto applicabile è probabilmente necessaria, dati i molti mutamenti del contesto generale. Fa però riflettere che ancora una volta la Svizzera abbia voluto dare prova di zelo eccessivo. Ispirata dalla decisione dell’Unione Europea secondo cui nelle carte del menu dei ristoranti devono essere indicati gli ingredienti delle pietanze, il nostro Paese ha previsto, of course, di essere ancora più restrittivo. A parte il fatto che rischiamo di ritrovarci con menu di 500 pagine per cui bambini, malati e anziani non potranno più sfogliarli perché non abbastanza forzuti, il messaggio è chiaro: dei ristoratori e in generale di chi lavora con gli alimentari non ci si può fidare perché hanno il vizietto di avvelenare la gente ed è molto meno pericoloso maneggiare l’uranio o il plutonio che una bistecca o una ciabatta (intesa nel senso del pane). La consultazione di un menu al ristorante, oltre che fisicamente impegnativa, rischia di diventare appassionante come la lettura dei fogli illustrativi dei medicamenti, con centinaia di controindicazioni.
L’obbligo di indicazione, senza riserve, del Paese di produzione dei generi alimentari e di tutte le materie prime utilizzate nei menu e nelle vetrine espositive suona francamente un po’ come un’esagerazione. Certo, si tirerà in ballo la sacrosanta sicurezza alimentare e il fatto che negli Stati Uniti quando si mangia un rib-eye ci si sottopone automaticamente anche ad una massiccia cura di antibiotici. Fatti di cui tenere conto, ma armonizzare il nostro diritto con quello della protezione dei consumatori dell’UE rendendolo ancora più severo di quest’ultimo (e comunque l’UE in fatto di severità non scherza) non sembra una scelta molto azzeccata. Tanto che durante la procedura di consultazione del progetto “Largo” non vi è stata una levata di scudi solo degli ambienti economici, ma anche i Cantoni hanno segnalato qualche problemino. Fra cui anche il Ticino, che ha sottolineato l’importante conseguenza dal punto di vista dei costi smisurati del nuovo sistema previsto, tanto per i Cantoni che per l’economia (il documento è consultabile sul sito www.blv.admin.ch).

Insomma, regole più severe, complesse e costose. Vero che la salute non ha prezzo, ma anche l’accanimento terapeutico non è che sia il massimo. Quello che stupisce è che la proposta di revisione, originata dall’approvazione il 20 giugno 2014 della nuova legge sulle derrate alimentari da parte del Parlamento federale, non in sia in qualche modo stata concertata con le cerchie interessate, sollevando un gran polverone con una procedura di consultazione molto tecnica e complicata. Piccola consolazione è che per il momento il progetto sembra bloccato in vista di una rivisitazione più sostenibile. Almeno la consultazione è servita a questo, fatto non scontato, perché capita spesso che le opinioni espresse dall’economia, soprattutto a livello cantonale, non vengano nemmeno prese in considerazione. Non sono certo premesse ideali per cercare di costruire un patto di Paese come, giustamente, invocato da più parti.

Speciale votazioni: NO alla modifica della legge sui trasporti pubblici

Il prossimo 5 giugno 2016 il popolo ticinese sarà chiamato alle urne per un corposo giro di decisioni, voteremo infatti su ben 4 temi cantonali e 5 federali.

Tra i temi cantonali spicca la Modifica della legge sui trasporti pubblici dove la Cc-Ti raccomanda di esprimersi con un NO per i motivi che potete approfondire leggendo i documenti scaricabili qui sotto e visitanto il sito internet www.no-alla-tassa-sui-parcheggi.ch

NO ad una nuova tassa a carico dei ticinesi contro:

  • chi usa l’automobile
  • chi lavora
  • chi fa la spesa

No ad una nuova tassa che:

  • non risolve i problemi del traffico
  • penalizza i collaboratori delle aziende
  • Incentiva gli acquisti oltre confine mettendo ancora di più sotto pressione il nostro commercio

L’economia è a favore della riduzione del traffico ma non in questo modo.  Leggendo l’approfondimento di Ticino Business potete scoprire perchè non si è a favore e con quali serie motivazioni.

Scaricare il dossier di TB

Sharing economy e digitalizzazione: non solo rischi

L’opinione di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

Da qualche mese stiamo affrontando con particolare attenzione e vari approfondimenti i temi dell’economia condivisa e della digitalizzazione, per certi versi legati se pensiamo a come la digitalizzazione (vedi ad esempio le applicazioni per i telefoni) faciliti lo sviluppo di determinati fenomeni di sharing economy (Uber su tutti).

Ovviamente entrambi i temi hanno risvolti molto diversificati e ben più ampi, ma sono accomunati da una sola grande paura, quella della sostituzione dell’essere umano soprattutto nel settore industriale a causa della robotizzazione e quella della sostituzione di professioni o settori “tradizionali” e ben consolidati sul territorio, come possono essere i servizi di taxi o l’albergheria. Timori legittimi e comprensibili, che vanno affrontati con serietà, perché quando ci sono in ballo i destini economici e quindi esistenziali degli esseri umani non si può mai scherzare. E’ però opportuno ricordare che ogni evoluzione o rivoluzione tecnologica ha sempre portato con sé molte paure e innegabili difficoltà nel breve termine, ma grandi sviluppi nel medio e lungo termine. In altre parole, l’adattamento nel breve è talvolta doloroso, ma la prospettiva è di regola di maggiore benessere.
E’ sempre difficile fare previsioni e a volte siamo più nel campo degli auspici esorcizzanti che delle certezze. Eppure come dimenticare che negli anni ottanta fu presentato un atto parlamentare alle Camere federali che chiedeva l’introduzione di balzelli pesantissimi sui computer per evitarne la diffusione e quindi salvare i posti di lavoro degli umani, minacciati dalle macchine cattive? Oggi questo fa sorridere e non necessita di ulteriori commenti, ma illustra bene come sia necessario mantenere la mente aperta e il sangue freddo verso queste evoluzioni che, piaccia o non piaccia, sono comunque ineluttabili. Qualche tempo fa, in occasione di alcuni dibattiti, avevo sottolineato un elemento particolarmente importante, cioè che queste sfide poste in particolare da alcuni fenomeni di economia condivisa, dovevano essere l’occasione non per creare nuove regole ma per alleggerire quelle esistenti.

L’esempio pratico di Uber o di Airbnb è illuminante. E’ un errore dire che le regole non esistono, perché chi trasporta o ospita persone a pagamento comunque conclude un contratto che ha conseguenze giuridiche. Il problema è spesso legato piuttosto alle perdite per lo Stato per mancati versamenti di oneri sociali, imposte, tasse di soggiorno, ecc., con inevitabili risvolti di concorrenza sleale per gli attori che invece devono sottostare a regole ferree. Ma questi mancati versamenti non sono il frutto di mancanza di regole, perché di regola necessitano solo adattamenti sugli aspetti delle verifiche. Recentemente un tribunale americano ha considerato che gli operatori di Uber non esercitano un mandato ma hanno un contratto di lavoro, per cui le conseguenze giuridiche sono decisamente diverse. In Svizzera un tribunale probabilmente non deciderebbe altrimenti. Sappiamo infatti che, secondo la costante prassi delle autorità competenti in materia di assicurazioni sociali, lo statuto di indipendente e quindi il rapporto contrattuale di mandato che permette al datore di lavoro versare onorari senza oneri sociali, può essere riconosciuto, fra le altre cose, solo a chi ha diversi mandanti e non uno solo come è spesso il caso per chi lavora per Uber. Il fatto poi che Uber, negli Stati Uniti, abbia concluso una transazione con le autorità americane non cambia i termini del problema. Insomma, senza entrare in troppi tecnicismi, le regole ci sono, vanno un po’ adattate magari soprattutto sul piano del controllo, ma prima di crearne altre va verificato l’esistente. Incoraggiante in questo senso è la recente comunicazione del Consiglio federale che, rispondendo a mozioni presentate da due Consiglieri nazionali PLR, ha chiaramente indicato come sia disponibile a rivedere rapidamente le ormai obsolete regole imposte ai conducenti di taxi ufficiali e che si rivelano penalizzanti. La strada è quella giusta per ristabilire una concorrenza ad armi pari.

Per la mobilità servono soluzioni concertate

Di Glauco Martinetti, Presidente Cc-Ti

Il prossimo 5 giugno voteremo sull’ormai famosa o famigerata (a seconda dei punti di vista) tassa di collegamento, che nel contesto della legge sui trasporti pubblici prevede una nuova e ulteriore imposta sui parcheggi. Finalmente si vota, si potrebbe dire, visto che la questione è ormai assurta a elemento fondamentale della politica ticinese, tanto che senza la tassa sembrerebbe imminente il blocco di tutti i progetti di potenziamento del trasporto pubblico. La realtà è ben diversa, ma purtroppo il peccato è originale, perché la discussione su questa misura di natura prettamente fiscale è stata dall’inizio impostata secondo canoni di tipo elettorale e poco oggettivo, sottolineando argomenti non sempre pertinenti.

E’ infatti stato pomposamente annunciato che sarebbe stata una tassa contro i frontalieri, quando in realtà l’autorità cantonale stessa ha poi dovuto ammettere che essa sarà a carico dei ticinesi e dei residenti nella misura del 70%. E’ anche stato sottolineato che si tratterebbe di un balzello fondamentale per lo sviluppo del trasporto pubblico, salvo poi candidamente ammettere che si tratta di una misura essenziale per tenere in piedi le finanze cantonali, pena l’aumento generalizzato del moltiplicatore d’imposta. Pura misura finanziaria e fiscale, quindi, senza ombra di dubbio. Che con il finanziamento del trasporto pubblico c’entra solo marginalmente, visto tra l’altro che tale finanziamento dovrebbe avvenire, come negli altri cantoni, attraverso il budget generale dello Stato. Si è anche detto che la tassa avrebbe colpito solo i centri commerciali, per definizione sempre brutti, sporchi e cattivi e quindi da massacrare, perché ormai fare la spesa (in Ticino) è una colpa di cui vergognarsi (con l’effetto paradossale che i tradizionali paladini dell’autarchia cantonale sostengono nella fattispecie chi va a fare la spesa in Italia). A parte il fatto che la demonizzazione dei centri commerciali è difficilmente comprensibile, in realtà la tassa (o imposta che dir si voglia) tocca tutte le aziende, visto che la discriminante è il numero di parcheggi e le aziende grandi non esistono certo solo nel settore del commercio, ma anche e soprattutto in quello industriale. Anche su questo punto vi sono quindi parecchie inesattezze, per usare un eufemismo.

E’ un vero peccato che sull’altare degli interessi elettorali sia stata sacrificata una vera e approfondita discussione sulle finanze cantonali e sulla mobilità, intesa in senso lato e non solo come fenomeno che tocca tutti ma che avrebbe pochi responsabili, le aziende in primis, ovviamente. La realtà, e lo sanno bene anche i promotori della tassa di collegamento, è molto più complessa, come chiaramente emerso dal convegno sulla mobilità che la Cc-Ti ha organizzato lo scorso 15 aprile (cliccate qui per visualizzare il resoconto dell’evento). L’appuntamento di respiro nazionale, con la partecipazione di esponenti dell’economia di altri cantoni, ha chiaramente mostrato come l’unica via per trovare soluzioni efficaci per la mobilità (non solo quella aziendale) sia l’approccio coordinato e concertato fra tutti gli attori pubblici (cantone e comuni) e privati (aziende, ma anche cittadine e cittadini). Il resto sono solo misure puntuali, di regola sanzionatorie, che non risolvono nulla e che rappresentano solo palliativi oltretutto temporanei. Oggi un approccio sistemico del genere non c’è e non vi è alcuna indicazione che potrebbe esservi in un prossimo futuro. E’ strano, perché, almeno sulla carta, il cantone si è dotato di linee direttive sulla mobilità che contengono molte misure che meritano di essere approfondite e discusse in vista di un’applicazione ad ampio respiro e condivisa. Invece sembra esistere solo la tassa, purtroppo. Intendiamoci, anche una tassa potrebbe avere una sua legittimità qualora vi fossero già in atto vere misure alternative. Un po’ come è stato deciso a Basilea, con la differenza che in quella regione la tassa può essere prevista se l’offerta di trasporto pubblico esiste e la sua efficacia è dimostrata. Situazione ben diversa dal Ticino, dove si dice “prima dammi i soldi, poi vedremo se e quale offerta di trasporto pubblico ci sarà”. Una tassa sulla fiducia, insomma, senza contropartita immediata come dovrebbe essere scontato giuridicamente per una tassa. Invece nulla, colpi di mazza sulla cattiva economia che devasta il territorio, tutti contenti e andiamo avanti così. Dimenticando che molte aziende si sono già da tempo attivate autonomamente con programmi di mobilità aziendale e gli esempi non mancano, per cui l’argomento che il mondo economico se ne frega del territorio non regge. Si può sempre migliorare e siamo pronti a discutere di correttivi su chi ha comportamenti criticabili, ma i correttivi devono esserci per tutti, perché come vi sono aziende poco rispettose del sistema, così esistono numerosi esempi di cittadine e cittadini, enti e istituzioni che se ne fregano altamente del territorio. Dire in maniera generica che le imprese non sono socialmente responsabili è una menzogna che non si può accettare. Il comportamento socialmente responsabile delle aziende, che da tempo stiamo promuovendo con decisione, ha sfaccettature talmente ampie che non può essere negato solo in virtù di una nuda e cruda cifra concernente il numero di parcheggi di cui si dispone. L’economia, esprimendosi contro la tassa di collegamento, non vuole quindi sottrarsi alle sue responsabilità, né verso il territorio, né nella discussione concernente le finanze cantonali, ma esige che questo avvenga su basi diverse, oggettive e parlando chiaramente, chiamando le cose con il loro nome e non vantando effetti taumaturgici di misure molto parziali.

Una tassa (o imposta) che non si sa bene a cosa sia destinata, che sanziona maggiormente il numero di parcheggi piuttosto che i movimenti (strano dal punto di vista ambientale…) e che opera inspiegabili distinzioni fra settori economici presenta troppe contraddizioni per essere accettabile, al di là del fatto che l’uso della leva fiscale senza pensare ai compiti dello Stato e quindi alle spese veramente necessarie è per noi insensato. Certo, in un cantone in cui le sei corsie fra Melide e Mendrisio sono promosse e addirittura avvallate da parlamentari cantonali che hanno combattuto con rara violenza la seconda galleria autostradale del San Gottardo perché più strade portano più traffico, può veramente capitare di tutto e non ci si deve più stupire di nulla. Ma questo non deve costituire un alibi per sdoganare qualsiasi proposta che permetta di raccogliere facili consensi. Dalle aziende si esige, giustamente, molto in termini di attenzione al territorio. Ma è altrettanto legittimo attendersi molto dalla politica, perché anche i rappresentanti del popolo devono tenere un comportamento socialmente responsabile.

L’economia non vuole guerre e, indipendentemente da come andrà il 5 giugno, sarà sempre pronta a fare la sua parte. Che non è quella della vittima sacrificale degli isterismi politici, ma quella di un attore a pieno titolo che merita rispetto.

Swissness + franco forte = futuro incerto

L’opinione di Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

“A malincuore dobbiamo rinunciare ad utilizzare la croce svizzera su alcuni nostri prodotti”. Affermazione che emana non da qualche azienda contraffattrice della remota Cina (con tutto il rispetto) o da qualche sospetta impresa europea pizzicata a fregiarsi degli emblemi svizzeri grazie a strane triangolazioni. No, l’amara affermazione è della storica azienda svizzera Kambly, nota da generazioni per la produzione di biscotti, fra cui anche quelli mitici dell’esercito elvetico. Società con sede nella ridente Trubschachen (canton Berna, regione dell’Emmental), che impiega un gran numero di personale locale, spesso fedele alla causa per generazioni intere. Ebbene questo simbolo elvetico rinuncia alla croce svizzera perché le regole introdotte dalla nuova legislazione “Swissness”, in vigore dal 1° gennaio 2017, sono troppo restrittive e quindi punitive.

Un vero capolavoro politico-amministrativo, malgrado gli avvertimenti giunti anche dalle Camere di commercio e dell’industria svizzere. Il caso della Kambly non è infatti isolato, ma riguarda altri produttori di derrate alimentari, obbligati a garantire sistematicamente che l’80% delle materie prime (e il latte deve essere al 100% di produzione svizzera) siano elvetiche per tutti i prodotti. Senza questo elemento, niente passaporto rossocrociato. “Il meglio è il nemico mortale del buono” recita un celebre adagio e qui ne abbiamo una dimostrazione.

Durante i dibattiti parlamentari il progetto Swissness era stato presentato come lo strumento per creare impieghi in Svizzera e che le imprese avrebbero avuto tutto l’interesse ad adeguarsi per vendere i loro prodotti più cari. Vantaggi per tutti, aziende, dipendenti e consumatori, che avrebbero avuto a disposizione prodotti di migliore qualità. La realtà è ben diversa. Probabilmente, colmo dei paradossi, Toblerone non potrà più fregiarsi del marchio svizzero, così come la Knorr. Nota bene, per prodotti fabbricati in Svizzera. Le aziende dovranno pertanto basarsi maggiormente sulla (spesso vituperata) valorizzazione del marchio commerciale, piuttosto che sul prestigioso “Made in Switzerland” e quindi sull’origine del prodotto. Certo, è una tendenza mondiale, perché nessuno sembra essere infastidito dal fatto che i prodotti di Apple siano fabbricati in Cina, con la finezza del “Designed in the USA”, ma allora bisognerebbe avere il coraggio di dire che lo “Swiss Made” non serve più a nulla invece di creare un mostro burocratico dagli effetti perversi. Liberi tutti, ognuno se la gioca con il proprio marchio sul mercato e non se ne parli più.

Paradossalmente, per rafforzare le aziende svizzere nei confronti di quelle estere, il risultato è che lo “Swiss Made” lo potranno usare in pochi, secondo criteri che sembrano più attinenti ai giochi d’azzardo che non alle dinamiche del mercato. Come giocare al Lotto svizzero, insomma. Swissness e franco forte costituiscono quindi un connubio dagli effetti poco incoraggianti. Varie imprese in Svizzera hanno disposto licenziamenti e trasferimenti e non sono solo aziende dal tanto deprecato basso valore aggiunto o di filibustieri stranieri, ma storiche alla stregua della già menzionata Kambly. Come la Cornu Holding, insediata a Morat dal 1939 e che trasferirà in Romania una parte della produzione dei suoi biscotti, a causa dei costi di produzione svizzeri. Certo, i preparatissimi teorici sottolineeranno che si tratta di normali adattamenti della realtà economica. In parte può essere vero, ma allora la politica dovrebbe facilitare e non ostacolare le imprese svizzere. I mix di ideologia, burocrazia e superficialità possono essere letali.