I primi passi per un’esportazione corretta

L’esportazione è il processo di spedizione di beni o di merci (prodotti naturali o fabbricati) da un territorio nazionale in un Paese estero dove saranno poi venduti. Prima di esportare un prodotto è bene tenere conto delle formalità riguardo alla spedizione e al trasporto, così da non confrontarsi con problemi che potrebbero nascere al momento dell’arrivo della merce nel Paese estero.

Le parti interessate

I fattori principali di un’esportazione corretta sono l’esportatore ovvero il venditore, il destinatario ovvero l’acquirente, lo spedizioniere, il trasportatore e le formalità doganali. Lo spedizioniere è la società che organizza il trasporto della merce che viene esportata, mentre il trasportatore è il responsabile del trasporto fisico della merce fino a destinazione.

Partiamo dal principio che:

  • il prodotto che verrà esportato è ben definito
  • il destinatario della merce e il Paese di destino sono ben identificati
  • l’azienda che esporta è attiva

I 5 elementi di cui tenere conto

1. Documenti commerciali

  • La fattura: verrà emessa una fattura di esportazione senza IVA, in quanto questa verrà riscossa al momento dell’importazione dalle autorità doganali del Paese di destino.
  • La packing list: questo documento consiste nel descrivere ed elencare con precisione gli articoli che verranno spediti.

2. Il Trasporto

Le merci possono essere trasportate su strada, ferrovia, via aerea o via marittima. La modalità di trasporto sarà determinata in base a tempi di consegna, costi e destinazione. Lo spedizioniere che si occuperà della spedizione saprà consigliare e offrire la soluzione più adatta alla situazione.
Al fine di determinare anche i rischi e la ripartizione dei costi, verranno applicate ed indicate in fattura le normative, note come Incoterms.
L’imballaggio deve essere resistente per far fronte a tutte le condizioni del trasporto. Sarà determinato dalla natura della merce e dal metodo di trasporto scelto. Quando sarà il momento di esportare lo spedizioniere potrà fornire tutte le indicazioni del caso.

3. Marcatura ed etichettatura

Devono essere conformi ai requisiti in vigore del Paese in cui si vuole importare il proprio prodotto. A grandi linee vengono richieste le seguenti indicazioni:

  • il nome dell’acquirente o un’altra forma di identificazione
  • il nome del posto o del porto di entrata nel paese
  • peso lordo e peso netto
  • la menzione del Paese di origine della merce
  • il numero delle casse (imballaggio)
  • avvertenze e precauzioni (per esempio per merci pericolose)

4. Assicurazione sul trasporto

Si può contattare la propria assicurazione.

5. Formalità doganali

  • Dichiarazione di esportazione svizzera: viene stabilita grazie all’applicazione di esportazione E-DEC, questa dichiarazione viene utilizzata in particolare per provare l’esportazione del bene giustificando la mancata fatturazione dell’IVA, quindi serve come prova per i vostri conteggi.
  • La dichiarazione di importazione: la dichiarazione viene stabilita dall’importatore alla destinazione finale della merce
  • Licenza di esportazione: la merce esportata potrebbe richiedere, a seconda della sua natura, un permesso di esportazione (ad esempio in caso di dual-use). Tutte le informazioni riguardo a questo argomento sono disponibili presso la SECO (www.seco.admin.ch nella rubrica ‘Controlli sulle esportazioni e sanzioni’).
  • Prova di origine: come indicato in precedenza questo è il documento che attesta l’origine della merce. Esistono però due procedure doganali di origine diverse.

Il regime preferenziale

Nel momento in cui i due Paesi, sia dell’esportatore che del destinatario hanno firmato un accordo di libero scambio e le merci provengono dall’uno o dall’altro di questi Paesi, l’importatore beneficerà quindi di aliquote preferenziali su tasse e dazi doganali. Può anche succedere in casi particolari che sia esentasse, per ulteriori informazioni potete consultare il sito delle dogane: www.ezv.admin.ch.

Il regime non preferenziale

Per tutte le altre esportazioni, dunque dove non vige un accordo di libero scambio verrà rilasciato un certificato di origine come prova dell’origine della merce. Per maggiori informazioni potete consultare il nostro sito https://www.cc-ti.ch/export.


Fonte: CVCI, adattamento Cc-Ti

Accordi di libero scambio: potenziale non sfruttato

Oltre all’accordo di libero scambio (ALS) con l’Unione Europea e alla Convenzione AELS, la Svizzera vanta attualmente una rete di 30 ALS con 40 partner. In che misura vengono sfruttati questi accordi, con quali Paesi e per quali merci?

Uno studio commissionato dalla Segreteria di Stato dell’economia all’Università di San Gallo fa luce in merito basandosi sui dati import-export del 2018 ed evidenzia come in tale anno il risparmio per le PMI svizzere sui dazi imposti dai paesi di destinazione delle loro esportazioni sia stato di 1,8 miliardi di franchi. A questi si sarebbero potuti aggiungere altri 443,3 milioni se esse avessero sfruttato completamente le opportunità date dagli ALS (attuale tasso di utilizzo: 80%).

Sul fronte delle importazioni, il risparmio sui dazi è stato invece di 2,5 miliardi di franchi, per un tasso di utilizzo medio pari al 73%. L’utilizzo degli accordi di libero scambio varia notevolmente sia per quanto riguarda i Paesi di origine e di destinazione sia per settore: esso è ad esempio molto più marcato con i partner dell’UE e dell’AELS rispetto agli altri Paesi.

Sussistono tuttavia ancora molte opportunità di risparmio sui dazi doganali nelle esportazioni verso Germania, Francia, Corea ed Ucraina, ma soprattutto verso la Cina. A livello settoriale, il maggior beneficiario degli ALS è di gran lunga il settore orologiero, che ha risparmiato oltre 300 milioni di franchi
sui dazi, seguito dal settore dei macchinari (che però potrebbe sfruttare ancora di più gli accordi) e da quello dei metalli preziosi. Infine, il ramo farmaceutico, principale settore d’esportazione, si avvale in maniera molto limitata degli ALS perché già esentato dai dazi di base.

Come spiegare il mancato sfruttamento completo degli ALS? L’esperienza avuta dalla Cc-Ti e da S-GE con le aziende ticinesi mostra come in genere tali accordi siano molto complessi e implichino oneri amministrativi e di procedura per le PMI attive a livello internazionale.


Articolo a cura del Servizio Export Cc-Ti e di Monica Zurfluh, Responsabile S-GE per la Svizzera italiana

Ciò che gli esportatori dovrebbero sapere sulla proprietà intellettuale

Prodotti e servizi sono spesso il risultato di costosi progetti di innovazione tecnologica. L’esportazione in un mercato globale di prodotti o servizi e la protezione contro l’uso improprio richiedono un’approfondita conoscenza dei diritti di proprietà intellettuale.

La proprietà intellettuale comprende un’ampia varietà di diritti su invenzioni, design, marchi, opere protette da copyright e segreti commerciali. Tali diritti tuttavia sono in linea di principio validi solo all’interno del territorio nazionale che li ha concessi. Ad esempio, un brevetto concesso in Svizzera avrà diritto di protezione solamente in Svizzera e in Liechtenstein. Pertanto, le aziende interessate a proteggere il loro prodotto devono ricercare protezione focalizzandosi specialmente sui mercati di interesse.
La protezione ottenuta tramite una proprietà intellettuale garantisce al proprietario il diritto di escludere altri dalla produzione, dall’uso e dalla vendita dell’invenzione all’interno della giurisdizione stabilita dai diritti di proprietà intellettuale.

Quali tipi di diritti di proprietà intellettuale ci sono?

Brevetto

Un brevetto è un diritto esclusivo che garantisce un diritto di monopolio per un periodo di tempo limitato su una soluzione tecnica riguardante ad esempio un prodotto o processo. Esistono diverse possibilità per proteggere un’invenzione in dipendenza dal Paese di applicazione. Queste includono i brevetti e i modelli di utilità.

Marchio

Un marchio è un segno protetto che consente all’azienda di distinguere i propri prodotti e servizi da quelli di aziende concorrenti.  Possono essere registrati come marchi d’impresa tutti i segni rappresentabili graficamente o meno. Fra questi sono compresi parole, combinazioni di lettere, numeri, tonalità cromatiche, forme tridimensionali, slogan, sequenze multimediali o combinazioni di questi elementi e persino suoni o profumi. Un marchio può essere registrato a livello nazionale, nell’UE o a livello internazionale grazie a una serie di accordi tra stati.

Design

I design sono forme creative estetiche uniche che si possono proteggere tramite un’iscrizione in un registro. Questo vale sia per i design bidimensionali sia per le forme tridimensionali. Un design può essere registrato a livello nazionale o nell’Unione Europea, oppure tramite una procedura di registrazione internazionale che attualmente include più di 60 Stati membri.

Diritti d’autore

La protezione del copyright si applica a una vasta gamma di opere, tra cui opere scritte, teatrali, musicali, drammatiche, coreografiche, artistiche, architettoniche, fotografiche, cinematografiche, audiovisive, grafiche e software. Di norma, il copyright non deve essere registrato per la protezione, ma in alcuni Paesi la registrazione può essere fatta su base volontaria per la prova certa sulla data di creazione dell’opera.

Segreti commerciali

Un segreto commerciale può essere rappresentato da informazioni di natura tecnica o commerciale che offrono un vantaggio rispetto ai concorrenti. Per essere classificate come segreto commerciale, le informazioni devono soddisfare le seguenti condizioni:

– devono avere un valore commerciale poiché segrete,

– devono essere conosciute solo da una cerchia ristretta di persone, e

– il legittimo proprietario deve prendere le appropriate precauzioni per garantire il mantenimento della segretezza tramite ad esempio accordi di riservatezza con partner commerciali e dipendenti.

Quali altri vantaggi offre la proprietà intellettuale?

I diritti di proprietà intellettuale (IP) contribuiscono in modo significativo al successo economico aziendale migliorando la quota di mercato o i margini di profitto tramite per esempio la concessione di licenze, la cessione o semplicemente attraverso la commercializzazione di prodotti o servizi in esclusiva. I diritti di proprietà intellettuale possono anche migliorare il valore commerciale di una società agli occhi di possibili investitori e istituti di finanziamento.
In caso di vendita, fusione o acquisizione, la proprietà intellettuale può aumentare sostanzialmente il valore di un’azienda e persino rappresentare il bene primario dell’azienda.
L’uso strategico dei diritti di proprietà intellettuale può quindi aumentare in modo significativo la competitività. Pertanto, risulta importante garantire che i diritti di proprietà intellettuale siano protetti e possano essere sfruttati ovunque l’azienda si trovi ad operare.

Cosa dovrebbe essere considerato quando si esportano prodotti e servizi?

Come per i beni materiali, i diritti di proprietà intellettuale devono essere acquisiti, mantenuti e gestiti in maniera ottimale al fine di mantenere il loro pieno valore. In tal modo risulta possibile proteggere i prodotti e i servizi di un’azienda.

Alcuni principi generali sono essenziali per l’efficace gestione della proprietà intellettuale:

  • È importante disporre di una strategia globale per proteggere la proprietà intellettuale.

Una strategia valida e ben ponderata per la protezione e la gestione della proprietà intellettuale risulta necessaria per sostenere il successo economico nel mercato di riferimento dove l’azienda opera. La protezione della proprietà intellettuale consente: di impedire ad altri di beneficiare dell’invenzione; di proteggere il marchio di un’azienda e la sua reputazione; di far valere i propri diritti in modo efficace e rapido in caso di violazione; e di generare ulteriori vantaggi.
Una cattiva strategia in materia di proprietà intellettuale d’altro canto comporta rischi e in determinate circostanze può comportare il fallimento di un’azienda.

  • In linea di principio, la protezione dovrebbe aver luogo prima dell’esportazione dei prodotti e dei servizi.

La registrazione tempestiva dei diritti di proprietà intellettuale garantisce che i suoi vantaggi siano pienamente sfruttabili. I diritti di proprietà intellettuale non registrabili, come i diritti d’autore e i segreti commerciali, possono essere protetti con mezzi contrattuali e non contrattuali.

  • Differenti metodi di protezione sono disponibili in diversi Paesi

In ogni Paese esistono norme specifiche per la protezione della proprietà intellettuale che devono essere rispettate. Al fine di decidere in quali Paesi un diritto di proprietà intellettuale debba essere registrato, le domande sui costi di registrazione, la capacità di ottenere e far valere un diritto, la necessità di esclusività e il ritorno degli investimenti devo essere tenuti in considerazione nel supportare la decisione finale.

  • I diritti in un Paese devono essere registrati e fatti valere seguendo le leggi nazionali.

Quando si ottengono e si sfruttano i diritti di proprietà intellettuale in un Paese, è necessario garantire che tali diritti possano essere ottenuti o fatti valere in modo efficace, equo e sicuro. Ciò è generalmente ottenuto attraverso il sistema IP internazionale. Una serie di trattati internazionali, come l’accordo TRIPS dell’OMC, le convenzioni di Parigi e di Berna, prevedono norme minime che devono essere rispettate dagli Stati membri.
A causa di sempre più frequenti cicli di innovazione, tecnologie e leggi che cambiano costantemente a livello globale, la gestione strategica della proprietà intellettuale diventa una sfida e un fattore chiave per il successo. È quindi importante appoggiarsi a Consulenti qualificati in materia di IP.


Articolo a cura di

Marcus Ehnle, Managing Counsel, M. Zardi & Co. SA

Riaprire il Mondo: attenzione ai passi falsi

Il ‘giro del mondo’ in chiave delle ripartenze dell’export. Spunti e prospettive.

Il blocco di oltre la metà della popolazione globale e quindi del PIL ha colpito il mondo come un meteorite, spingendo l’economia globale nella peggiore recessione dai tempi della Seconda guerra mondiale: -3,3% nel 2020, pari a 9 miliardi di dollari persi o al PIL di Germania e Giappone messi insieme. È più del doppio rispetto alla crisi finanziaria globale del 2009. Le perdite commerciali potrebbero ammontare a 3,5 miliardi di dollari nel 2020. Prevediamo che il commercio globale diminuirà del -20% spingendo i fatturati aziendali a -30% a -40% a/a nel secondo trimestre del 2020, in particolare nell’Eurozona.

Nonostante il sostegno senza precedenti, le insolvenze sono destinate ad aumentare del 35% entro il 2021: dopo un aumento del 17% nel 2020, la previsione di un ulteriore +16% per il prossimo anno non lascia intravedere segnali di attenuazione. e questo quarto anno consecutivo di insolvenze in aumento è il risultato di un aumento del 25% negli Stati Uniti, del 15% in Cina e del 19% in Europa. Prevediamo che il settore energetico sarà il più colpito (-733 miliardi USD di perdite all’esportazione), seguito dai metalli (-420 miliardi USD) e dai servizi di trasporto legati alle case automobilistiche (-270 miliardi USD). I fornitori di macchinari e attrezzature, di tessuti e di automobili perderanno meno in valori assoluti ma il valore delle loro esportazioni crollerà di oltre il 15%. Gli unici settori che non subiranno danni dovrebbero essere il software e i servizi informatici e i prodotti farmaceutici. Non da ultimo, vediamo prove evidenti di un crescente protezionismo, desideri di autonomia industriale e sovvenzioni nascoste al reshoring (vedasi il piano di stimolo del Giappone di 2,2 miliardi di USD per spostare alcune produzioni fuori dalla Cina).

D-day in vista?

L’entusiasmo per un’uscita apparentemente imminente dal blocco dei Coronavirus è sopravvalutato. Gestire efficacemente il tasso di riproduzione (R0) del virus significherà che la maggior parte delle economie funzionerà al 70-80% del loro potenziale per due-tre trimestri con il trasporto, i viaggi, la vendita al dettaglio e l’ospitalità in pausa più a lungo. Di conseguenza, l’attività nei settori manifatturiero e delle costruzioni potrebbe aumentare più rapidamente che nei servizi. Le lezioni apprese dalla Cina ci mostrano che un mese dopo che il numero di infezioni interne da Covid-19 è sceso vicino allo zero, le attività di produzione continuano a registrare l’80%-85% dei loro normali livelli pre-crisi, mentre la spesa dei consumatori per i beni durevoli rimane a circa il 65% dei livelli normali. A livello globale, il ritorno allo status quo non è previsto prima della metà del 2021 (+5,6% di crescita del PIL nel 2021) e dipenderà dalla presenza di un vaccino. I mercati dei capitali potrebbero quindi peggiorare prima di migliorare man mano che la realizzazione prenderà il via. Inoltre, bisognerà tenere d’occhio i fattori scatenanti di una possibile crisi prolungata anziché di un auspicato scenario di ripresa a forma di U.

Politiche adattive cercasi

I disavanzi fiscali a due cifre, l’onere supplementare del debito e il gonfiamento dei bilanci delle banche centrali (50% del PIL sia per la Fed che per la BCE) hanno contribuito a mitigare i costi finanziari, economici e sociali della crisi. Tuttavia, ora è il momento di definire una politica per la crisi di solvibilità che ci attende, di riparare e recuperare. Riaprire un passo alla volta: a partire da subito, le politiche dovrebbero passare dal sostegno di liquidità d’emergenza al sostegno alla solvibilità, con misure mirate e sempre più condizionate per evitare un’ulteriore “zombificazione” dell’economia. Non da ultimo, le politiche monetarie dovranno affrontare l’eredità della crisi ed evitare una ricaduta.

Le prospettive regionali: scenario di base

Stati Uniti ed Europa delineano percorsi divergenti, la Cina conferma un rimbalzo decisamente parziale e i mercati emergenti affrontano la tempesta perfetta. Gli Stati Uniti quale epicentro dell’ondata dei fallimenti con un +57% fino al 2021 (2020: +47%; 2021: +7%). L’Eurozona impiegherà verosimilmente un anno prima di ritornare a livelli pre-crisi. In Svizzera si attende un aumento totale dei casi di insolvenza del 15% entro il 2021 (2020: +6%; 2021: +9%) quale Paese d’esportazione, sentirà più forte, rispetto ad altre nazioni, l’impatto degli sviluppi negativi nei mercati esteri. Ciononostante, è probabile che supererà la crisi meglio di molti altri Paesi. In Cina, la nostra previsione di crescita del PIL per il 2020 è ora pari al +1,8%, rivista al ribasso rispetto al +4,0% (dopo il +6,1% del 2019). Per quanto concerne i mercati emergenti il peggio non è ancora passato. Nella regione Asia-Pacifico, prevediamo ora che la crescita aggregata diminuirà fino a -0,6% nel 2020. Nell’Europa dell’Est si prevede una contrazione del PIL annuo del -3,9% nel 2020. In America Latina la recessione è inevitabile e nel complesso ci aspettiamo una contrazione di circa -4,1% nel 2020. Il Medio Oriente sta affrontando il duplice shock di Covid-19 e il forte calo dei prezzi del petrolio d il PIL reale della regione dovrebbe contrarsi del -5,1% ma potrebbe toccare il -11.6% in caso di crisi protratta. In Africa prevediamo un -1.6%.


Testo a cura di

Marco Arrighini, Head of Southern Region, Euler Hermes Switzerland, Lugano

Con competenza al servizio delle aziende esportatrici

Lo sportello del Servizio Export e Legalizzazioni assume un ruolo molto importante presso la Cc-Ti: ha infatti il compito di certificare l’origine dei prodotti esportati dalle aziende ticinesi basandosi sull’applicazione delle regole d’origine non preferenziali.

Giulia Scalzi e Martina Grisoni

Ciò si concretizza nella prova documentale (certificato d’origine e/o attestazione dell’origine su fattura) che accompagna la merce all’estero fino al Paese di destinazione.Oltre a poter richiedere la legalizzazione di documenti come semplici certificazioni su fatture e certificati d’origine, lo sportello rilascia anche dei documenti chiamati CITES e Carnet ATA.

Dai certificati d’origine…

Partiamo con la descrizione del documento che viene richiesto maggiormente, ovvero il certificati di origine . A cosa serve?
Questo documento viene richiesto dalle aziende che devono esportare in un Paese che non ha un accordo di libero scambio con la Svizzera. Si richiede l’emissione del certificato d’origine per importare la propria merce senza andare incontro a problemi presso la dogana estera, che potrà così verificare sul documento da noi rilasciato la provenienza della merce.

…ai Carnet ATA e CITES

Oltre ai certificati di origine e alle varie legalizzazioni, la Cc-Ti rilascia il Carnet ATA, documento doganale internazionale per l’esportazione temporanea di merci all’estero. Esso permette al suo titolare o al suo rappresentante di evitare il pagamento dei dazi doganali o di altre tasse riscosse all’importazione.

Il Carnet ATA ha validità di un anno e può essere utilizzato per l’importazione e l’esportazione temporanea di merci finalizzata ai seguenti scopi:

  • campioni commerciali
  • materiale professionale
  • merce destinata ad esposizioni, fiere, congressi o manifestazioni simili

La CITES (CITES – Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) invece si riferisce a una convenzione commerciale, nota anche come Convenzione di Washington, sottoscritta da 175 Paesi di tutto il mondo allo scopo di garantire la conservazione e un utilizzo sostenibile delle popolazioni vegetali e animali del nostro pianeta.

Per molte specie di flora e fauna l’espandersi degli scambi internazionali costituisce – o potrebbe costituire – una minaccia. Il loro commercio dovrebbe quindi essere ammesso solo nella misura in cui lo consentono gli effettivi naturali. L’introduzione di regole chiare, improntate ai criteri della sostenibilità, si rivela spesso più efficace di un divieto assoluto. Con il termine ‘commercio ai sensi della CITES’ si intende qualsiasi spostamento che preveda il passaggio di un confine. Le specie protette dalla CITES vengono classificate su tre diversi livelli, a seconda del grado di minaccia. L’importazione e l’esportazione di esemplari vivi, di loro parti o prodotti da essi derivati sono vietate, oppure consentite solo previa autorizzazione.

Maggiori dettagli sul nostro sito web e contattando il Servizio Export: Martina Grisoni e Giulia Scalzi sono a vostra disposizione.

Per salvaguardare l’export svizzero sono necessarie stabilità e certezze

Poche settimane fa, la classifica annuale dell’International Institute for Management Development (IMD) ha aggiudicato alla Svizzera il terzo posto nella classifica mondiale della competitività. Come si riflette ciò sull’export svizzero? Riflessioni e considerazioni sul presente e sul futuro.

© Istockphoto.com/eternalcreative

La Confederazione ha guadagnato una posizione nella classifica mondiale della competitività rispetto allo scorso anno e si è piazzata dietro Singapore e Danimarca. Il nostro Paese – ricorda l’IMD – ha un’economia vigorosa sostenuta da diversi fattori, tra i quali: ottima formazione, sanità efficiente, stabilità e trasparenza delle istituzioni politiche, solide finanze pubbliche e un’eccellente infrastruttura scientifica, che si traducono anche nella capacità di attrarre talenti dall’estero. Un tessuto produttivo agile e dinamico alimentato da sempre – si sottolinea – da un robusto commercio internazionale. Un modello di successo basato sull’innovazione continua, una forte etica d’impresa e del lavoro, e su un sistema Paese aperto al mondo che ha saputo promuovere, con un pragmatico sviluppo delle relazioni internazionali, un ruolo di primo piano della Svizzera nella rete degli scambi mondiali. Questa spiccata capacità d’intraprendere e di relazionarsi positivamente con gli altri Paesi ha trasformato una nazione di appena 8,5 milioni di abitanti e quasi del tutto priva di materie prime, in una realtà annoverata oggi tra le 20 principali potenze economiche del pianeta, all’avanguardia nella ricerca avanzata e da anni ai vertici delle classifiche sulla competitività, l’innovazione e il reddito pro capite. Purtroppo la crisi del coronavirus ha frenato bruscamente il commercio mondiale uno dei principali driver della crescita elvetica, con pesanti ripercussioni per l’export che hanno penalizzato, in particolare, le piccole e medie imprese orientate sui mercati esteri. Secondo l’ultimo sondaggio di Switzerland Global Enterprise (SGE), la pandemia ha causato il crollo del clima delle esportazioni tra le PMI. Anche il barometro delle esportazioni del Credit Suisse ha registrato un’allarmante picchiata.

Nubi sull’export

I risultati del sondaggio S-GE, effettuato tra l’inizio di maggio e i primi di giugno su un campione di 200 aziende di diversi settori produttivi, non sono per nulla rassicuranti. Alla fine del primo semestre del 2020, il 65% delle PMI segnala una contrazione delle esportazioni. Per l’81% delle imprese intervistate la pandemia ha conseguenze negative soprattutto per il crollo della domanda, la flessione nelle vendite e nel fatturato e la mancanza di aspettative affidabili nella pianificazione aziendale. Per il secondo semestre dell’anno soltanto il 39% delle PMI prevede un aumento dell’export, il 23% ipotizza una stagnazione e il 38% un’ulteriore diminuzione. Anche gli indicatori del Credit Suisse sulla domanda estera di prodotti svizzeri restano nettamente al di sotto della soglia di crescita, segnando minimi storici. Scenario altrettanto cupo nell’ultimo sondaggio di economiesuisse il 72% delle imprese esportatrici ipotizza, difatti, una riduzione delle vendite nei prossimi mesi, considerate anche le persistenti difficoltà sui principali mercati di riferimento, in primo luogo quello dell’UE. Il blocco della produzione e le misure protezionistiche adottate dagli Stati per contrastare l’emergenza sanitaria ed economica provocata dal Covid-19, hanno dissestato le catene internazionali dell’approvvigionamento e della distribuzione, innescando, peraltro, una battuta d’arresto per gli investimenti. Tanto per farsi un’idea della paralisi che ha sconnesso il flusso globale degli scambi, lo scorso maggio le grandi organizzazioni del trasporto commerciale marittimo segnalavano per il 65% dei porti europei un calo di circa un quarto del traffico merci e un aumento del 350% per le cancellazioni delle partenze di navi portacontainer dall’Asia verso l’Europa, rispetto allo stesso periodo del 2019. Un quadro preoccupante attutito solo da qualche leggero segnale di ripresa per l’export dell’industria metalmeccanica ed elettrica dei Paesi asiatici e dalle considerazioni dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), secondo cui si è riusciti, almeno per ora, a scongiurare lo scenario più catastrofico per gli scambi internazionali. Ma, per dirla come il Presidente della FED Jerome Powel, le prospettive per l’economia restano «straordinariamente incerte».

Di crisi in crisi

L’economia svizzera è riuscita a superare la crisi finanziaria del 2008, l’impatto del franco forte e gli effetti nefasti della guerra dei dazi tra USA e Cina, confermando nel 2019 una ottima tenuta delle esportazioni con un aumento del 3,9 % (import: +1,6%). Un risultato notevole, visto il clima di forti tensioni geopolitiche e con una congiuntura mondiale estremamente instabile, ottenuto grazie soprattutto alla diversificazione degli sbocchi di mercato. Strategia quest’ultima in cui si è distinto particolarmente il Ticino con una progressiva internazionalizzazione delle imprese, supportata anche da un intenso impegno della Cc-Ti con le sue missioni all’estero e l’ampia offerta di servizi di consulenza e informazione per le aziende esportatrici. Va ricordato, al riguardo, che nel 2018 l’export del Cantone Ticino era cresciuto del 14,1%, ossia quasi tre volte la media nazionale.

Ma dietro il successo delle esportazioni elvetiche c’è un paziente e sapiente lavoro di tessitura di relazioni internazionali, di accordi bilaterali e intese commerciali con gruppi di Stati, che hanno aperto alle imprese nuove frontiere per il business e reciproche opportunità negli investimenti diretti esteri. Sono ben 450mila i posti di lavoro nella Confederazione garantiti dagli investimenti stranieri. Oggi però ci si trova a fronteggiare le devastanti conseguenze della pandemia che hanno ulteriormente inasprito la guerra commerciale tra Pechino, Washington e Bruxelles. Rafforzando in quasi tutti Paesi i vecchi demoni del protezionismo, dell’isolazionismo e del nazionalismo, che rischiano di inceppare del tutto il commercio mondiale. Veleno puro per la Svizzera, nazione esportatrice per eccellenza che, non potendo neanche contare su un sufficiente mercato interno, è cresciuta e prosperata col libero scambio.

Servono stabilità e certezze

In una situazione geopolitica pericolosamente tesa, un’economia vocata tradizionalmente all’export come la nostra avrebbe bisogno di più stabilità e certezze, quantomeno nei rapporti con i suoi principali partner commerciali. Innanzitutto, con l’UE che resta ancora il mercato più importante assorbendo il 51,2% delle esportazioni (oltre 120 miliardi di franchi) contro il 15,9% degli USA, il 4,5% della Cina e il28,3% del resto degli altri Paesi. Uno sbocco vitale ha ricordato economiesuisse, per tutto il tessuto produttivo rossocrociato: dal caseificio di montagna che può vendere in ogni angolo d’Europa senza ostacoli alla start-up che può acquisire un know-how internazionale  partecipando ad un programma europeo di ricerca; dalla piccola impresa (e sono ben 96mila le PMI esportatrici) che rafforza la sua posizione nelle filiere di creazione del valore, fornendo magari solo componenti per il prodotto finale di un gruppo dell’UE alla grande azienda che ha accesso ad un mercato di 500 milioni di consumatori. Ma non si tratta solo di vendere merci e servizi, senza cui la Svizzera perderebbe tra i 37 e i 64 miliardi di franchi all’anno. Dal settore dell’export dipendono infatti 1,5 milioni di impieghi e già nel 2016, stando ai calcoli di economiesuisse, il reddito pro capite in Svizzera  era di circa 4’400 franchi in più rispetto a quanto sarebbe stato senza gli accordi bilaterali con Bruxelles. L’accesso al mercato UE, ha sottolineato la Fondazione Bertelsmann, favorisce la popolazione dei piccoli Paesi esportatori. Con un aumento del reddito annuo pro capite stimato nel 2019 in 2’914 euro, la Svizzera è la grande beneficiaria, superando il Lussemburgo (2’814 euro), l’Irlanda (1’894 euro) e davanti persino alla Germania  (1’046 euro).

Le legalizzazioni incontrano il digitale

Non è mai stato così facile, veloce e sicuro richiedere un certificato d’origine. Il nostro Servizio Export è a vostra disposizione per i dettagli.

Da qualche anno abbiamo implementato l’utilizzo della piattaforma www.certify.ch, già utilizzata con successo e praticità anche da altre Camere di commercio e dell’industria svizzere.
Invece di fornire le domande di attestazione e di ricevere i documenti via posta cartacea, il tutto avviene semplicemente online. I certificati e i documenti legalizzati possono essere comodamente stampati dal richiedente o utilizzati in PDF.
La piattaforma non ha alcun costo supplementare e i prezzi delle pratiche rimangono invariati. Si guadagna sicuramente in velocità e in sicurezza.

Crediamo che non ci sia momento migliore per avvicinarsi al mondo della digitalizzazione anche nel settore dell’export, soprattutto riguardo al rilascio dei certificati d’origine, per i quali l’emissione è richiesta sempre di più in tempi brevi.

La piattaforma è accessibile 24h su 24h, 7 giorni su 7, tramite il proprio nome utente e la propria password che vi rilasceremo noi al momento della creazione dell’account.

Per qualsiasi informazione il Servizio Export Cc-Ti è a vostra disposizione.

Gli impatti di un’ipotetica guerra commerciale mondiale

Che cosa sta succedendo sui mercati mondiali? Da dove derivano le tensioni commerciali, inasprite ancor di più dal Covid 19? Per avere un occhio critico su quanto sta succedendo è sempre bene rivolgere un veloce sguardo al passato.

Conoscere i principali passi della storia permette di leggere il presente e guardare al futuro con occhi diversi. Uno studio ci aiuta inoltre a capire quali conseguenze avrebbe una caduta del sistema commerciale multilaterale attuale e il ruolo della Svizzera a livello internazionale.

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina sono sotto gli occhi di tutti e gli imprenditori devono continuamente rimanere vigili sulla guerra dei dazi e delle contro misure che si sono susseguono nel tempo. Di basilare importanza, in un momento critico, è la presenza di istituzioni internazionali multilaterali che permettono di mantenere un certo rigore ed evitare guerre commerciali che distruggerebbero l’economia mondiale. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), non priva di attacchi critici negli ultimi anni, vigila sulla liberalizzazione del mercato internazionale ed è la forza che ancora oggi mantiene gli equilibri internazionali.

Un salto nella storia

Su iniziativa degli Stati Uniti nel 1947 fu firmato a Ginevra l’accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT), predecessore dell’OMC. Il trattato, sottoscritto inizialmente da 23 Paesi, mirava a impedire un ritorno al protezionismo del periodo tra le due guerre, liberalizzando gli scambi commerciali attraverso l’abbassamento multilaterale delle tariffe doganali e l’adozione di regole contro la concorrenza sleale. Nel 1948 il GATT divenne un’istituzione a pieno titolo con sede a Ginevra e proseguì da un lato il processo di liberalizzazione organizzando periodicamente cicli di negoziazioni (rounds) tra i Paesi membri, dall’altro sovraintese all’applicazione degli accordi che risultavano da questi incontri. Il 1°.1.1995 il GATT fu sostituito dall’OMC: oggi i governi degli Stati membri possono cooperare per stabilire le tariffe doganali e risolvere i principali conflitti con soluzioni comuni.

Una forte rete di libero scambio

Anche se la Svizzera non volle subito entrare nel GATT, per le piccole economie è fondamentale fare parte di un sistema commerciale multilaterale. Oggi la nostra Confederazione, oltre alla Convenzione AELS e all’accordo di libero scambio con l’Unione europea (UE), dispone di una rete di 30 accordi di libero scambio con 40 partner ed intrattiene forti relazioni con molte nazioni a livello internazionale.  

La politica di libero scambio della Svizzera mira a migliorare le condizioni quadro che reggono le relazioni economiche con partner economicamente importanti. L’obiettivo è garantire alle imprese elvetiche un accesso ai mercati internazionali il più possibile privo di ostacoli e discriminazioni rispetto a quello di cui beneficiano i loro principali concorrenti. Gli accordi di libero scambio accelerano l’obiettivo principale del GATT prima e dell’OMC oggi: la liberalizzazione dei mercati, senza ostacoli né barriere commerciali. Le misure di apertura dei mercati esteri sono inoltre particolarmente importanti nell’ambito della politica di stabilizzazione economica del Consiglio federale. Abbandonare quindi un sistema di libero scambio liberale a favore di un maggiore protezionismo avrebbe conseguenze molto gravi, soprattutto per un’economia svizzera priva di materie prime e fortemente dipendente dall’estero.

Conseguenze nefaste di un protezionismo svizzero

Un interessante studio («Swiss market access in a global trade war», 2019, di Nicita Alessandro, Olarreaga Marcelo, Silva Peri et Solleder Jean-Marc)ha esaminato l’aumento delle tariffe al quale dovrebbero confrontarsi gli esportatori elvetici nel caso in cui il sistema commerciale multilaterale verrebbe a cadere e le tariffe doganali non sarebbero quindi più fissate dall’OMC. I risultati dello studio – che riportiamo qui di seguito e che sono stati pubblicati da “La Vie économique” (aprile 2020) – indicano che una guerra commerciale mondiale potrebbe generare una moltiplicazione di barriere tariffarie per gli esportatori elvetici. La Svizzera si ritroverebbe soprattutto schiacciata dai suoi principali partner commerciali: l’Unione Europea, gli Stati Uniti e il Giappone. Queste potenze economiche, non agendo più in seno all’OMC, disporrebbero di un’influenza di mercato sostanziale: le stime mostrano un aumento fino al 35% dei dazi doganali che metterebbero in ginocchio l’economia esportatrice elvetica.

Aumento dei dazi nei principali partner commerciali

Come si evince dal grafico “Aumenti tariffali per gli esportatori svizzeri secondo il mercato di riferimento”, lo studio ha calcolato un indice dell’effetto restrittivo dell’accesso al mercato negli scambi mondiali e permette di rappresentare l’aumento medio delle tariffe a cui dovrebbero far fronte gli esportatori elvetici. Il maggior aumento è dato dai mercati più importanti: i costi delle esportazioni aumenterebbero del 74% verso gli USA e del 60% verso l’UE, che oggi hanno strutture tariffarie cooperative in seno all’OMC. L’India invece è un’eccezione: gli esportatori svizzeri non subirebbero aumenti poiché già oggi, il sistema indiano, ha delle tariffe non cooperative.


Aumenti tariffali per gli esportatori svizzeri secondo il mercato di riferimento


Fonte: Nicita, Olarreaga, Da Silva e Solleder (2019)/La Vie économique

Conseguenze diverse per i settori

Una possibile distruzione del sistema commerciale multilaterale potrebbe avere degli effetti molto differenti a dipendenza del settore economico. Quelli che oggi trascinano l’export elvetico, come ad esempio il chimico-farmaceutico, potrebbero subire aumenti tariffari sostanziali più elevati (vedasi il grafico “Aumenti tariffali per gli esportatori svizzeri per settore industriale (classificazione Isic)”. Altri settori invece, come quello delle macchine elettriche, dei metalli non ferrosi o il tabacco, subirebbero degli aumenti tariffari inferiori alla media.


Aumenti tariffali per gli esportatori svizzeri per settore industriale (classificazione Isic)

Fonte: Nicita, Olarreaga, Da Silva e Solleder (2019)/La Vie économique

Risultati in chiaro scuro

I risultati di questo studio rappresentano lo scenario peggiore di una guerra commerciale mondiale, che non implicherebbe necessariamente un taglio così netto alle tariffe non cooperative determinate dalla sola potenza del mercato d’importazione. Quest’analisi non tiene conto del fatto che le forze politiche delle potenze mondiali non subirebbero modifiche in caso di conflitto mondiale, anche se è una variabile molto probabile. Il punto più importante: lo studio non ha considerato tutte quelle barriere non tariffali che già oggi creano più ostacoli al commercio mondiale dei semplici dazi doganali. Pensiamo ad esempio alla richiesta di omologazioni, di certificazioni particolari, di registrazioni presso specifici ministeri o addirittura di ispezioni prima dell’invio delle merci.

Malgrado queste critiche, l’analisi mostra chiaramente il risultato dell’inasprirsi delle tensioni commerciali già oggi in atto e fornisce una chiara visione dell’importanza di un sistema commerciale multilaterale.

Il futuro dell’OMC e il ruolo della Svizzera

Il ruolo garante dell’OMC risulta fondamentale per mantenere gli equilibri mondiali e garantire la liberalizzazione dei mercati. Malgrado la sua istituzione sia stata scalfita nel dicembre 2019 con l’eliminazione della Corte d’appello – che rimasta con un solo giudice in carica non può più funzionare – le sue regole continuano a rimanere in vigore, ma con minore peso. Se la risoluzione delle controversie dell’OMC non ritornasse nuovamente operativa, i piccoli Stati rimarrebbero senza strumenti per far valere le loro ragioni e perderebbero la possibilità di rimettere le grandi potenze al loro posto in caso di violazione delle regole dell’OMC. La Svizzera può e deve continuare ad agire facendo tutto il possibile per ristabilire la capacità di funzionamento e di azione del sistema dell’OMC. Di fronte a questa crisi, gli accordi di libero scambio sono la strada da perseguire con ancor più capacità e forza. Non è consentito, per un Paese piccolo e dipendente dall’estero, chiudersi commercialmente: i trattati devono continuare ad essere sostenuti per garantire il funzionamento della nostra economia.


Fonte: La Vie économique, nr. 5, “Swiss market access in a global trade war”, 2019, di Nicita Alessandro, Olarreaga Marcelo, Silva Peri et Solleder Jean-Marc.

Covid-19: le nuove sfide a livello internazionale

L’effetto complessivo del Coronavirus sull’economia globale è ancora sconosciuto, ma possiamo già constatare un forte impatto sulla supply chain, sui consumatori e sulle loro abitudini di acquisto.

Negli ultimi decenni, le aziende hanno puntato molto sull’ottimizzazione della supply chain a livello mondiale per minimizzare i costi. La Cina, in particolare, è diventata la cosiddetta “fabbrica del mondo”, un punto di riferimento per molti settori. Le rotture delle catene di approvvigionamento, dapprima nel Regno di Mezzo e poi nel resto del mondo, aggravate dalle restrizioni commerciali a seguito della pandemia, hanno però mostrato quanto tali relazioni siano vulnerabili alle incertezze e agli choc globali.

Ricostruire il sistema commerciale

Le aziende sono ora chiamate a rivedere e a ricostruire non solo tali catene, ma tutto il loro sistema commerciale, rendendolo più resiliente e agile, ma soprattutto digitale: dalla tracciabilità di componenti, materie prime e prodotti ad una trasmissione di dati a prova di manomissione e contraffazione, da magazzini più flessibili a nuove collaborazioni, anche tecnologiche, sino a nuove strategie omnichannel.

Sì, perché la diffusione della COVID-19 e la quarantena forzata sta modificando notevolmente anche le abitudini di acquisto e di spesa dei consumatori, facendo esplodere le vendite online e in sostanza dando un’accelerata alla trasformazione digitale. Questo fa presagire un dopo-Coronavirus con un commercio dal volto diverso, più digitale e online. Ma quanto sono pronte le aziende esportatrici ticinesi a questa trasformazione?

E-commerce: cosa sapere

Ad esempio, non è sufficiente avviare semplicemente un commercio online per garantire il successo delle vendite, ma bisogna prestare attenzione anche ai minimi dettagli poiché la merce, in definitiva, viaggerà fisicamente e valicherà frontiere internazionali. Le informazioni inerenti i costi previsti dovranno quindi essere trasparenti: dal valore della merce, all’eventuale imposta sul valore aggiunto, alla copertura delle spese di spedizione fino ai dazi doganali. Non ci si può permettere di tralasciare questi aspetti e fatturarli al cliente in un secondo tempo.

Ecco quindi che gli aspetti amministrativi, logistici, legali ma anche culturali non vengono a mancare neanche nell’e-commerce. Se le aziende desiderano rafforzare le loro attività internazionali, questi temi, tra gli altri, le vedranno sicuramente impegnate nel periodo post-pandemia. E con loro anche la Cc-Ti e S-GE.

Un franco su due è guadagnato all’estero. La nostra economia è dinamica e volta all’internalizzazione poiché trova condizioni favorevoli sui mercati esteri, grazie anche ai numerosi accordi di libero scambio siglati dalla Svizzera. Prova di questo successo sono i dati presentati dall’Amministrazione federale delle dogane concernenti il commercio con l’estero per l’anno 2019. Malgrado un clima internazionale caratterizzato da guerre commerciali, tensioni politiche e una congiuntura mondiale estremamente instabile, il commercio estero elvetico ha nuovamente registrato numeri da record, seppur con un minimo rallentamento. Dopo un 2018 estremamente positivo, lo scorso anno le esportazioni sono cresciute del 3,9% e le importazioni dell’1,6% portando l’eccedenza della bilancia commerciale a oltre 37,3 miliardi di franchi.  

Articolo a cura di

Monica Zurfluh, Responsabile S-GE per la Svizzera italiana e
Valentina Rossi, Responsabile Servizio Export Cc-Ti

Sportello legalizzazioni chiuso

Tutte le pratiche possono essere normalmente richieste via posta o online

Per risoluzione governativa, lo sportello del Servizio Legalizzazioni rimarrà chiuso. Le richieste di Certificati d’origine, Carnet ATA e Cites si svolgono normalmente via posta o mediante le piattaforme elettroniche.

La Cc-Ti, tramite il suo Servizio Export, è da anni impegnata nell’implementazione di alcune procedure elettroniche. I CITES e i Carnet ATA vengono già oggi rilasciati al 100% tramite piattaforme online. Anche per i certificati d’origine è disponibile una piattaforma che agevola le imprese nella richiesta di questi importanti documenti ed è già utilizzata con successo da numerose aziende. Per chi desiderasse implementare questo servizio o semplicemente ottenere maggiori informazioni, può contattare direttamente il Servizio Export per email.

Per qualsiasi necessità urgente, siamo a disposizione anche via telefono: 091 911 51 23/29.