Questione di… fiducia

Mai sottovalutare il passaparola fra clienti o potenziali tali, anche nell’era delle nuove tecnologie e dei social media. Perché?

Il passaparola si identifica con il propagarsi di informazioni, consigli, esperienze attraverso una rete sociale, sia essa reale o virtuale.
Quella odierna è una società che comunica attivando e utilizzando i più svariati canali, continuamente e da qualunque luogo. Le persone condividono foto, conoscenze e punti di vista, a volte, dibattono su temi e prendono posizione per la ricerca di un confronto. I temi spaziano nell’immenso universo degli interessi dei singoli o della comunità e sono innumerevoli.
Le distanze geografiche non rappresentano una barriera, ma spesso diventano la costruttiva misura di culture diverse che si incontrano. Al giorno d’oggi il passaparola attraversa la rete di Internet e le orecchie in ascolto sono milioni.

Nuovi mezzi d’informazione

La realtà del passaparola non è più quella di una volta, dove bisognava incontrarsi per creare il contatto. Non è più solo il telefono a dover squillare per informarci o consultarci. Oggi basta un “click” e milioni di commenti, domande e valutazioni appaiono istantaneamente sul nostro schermo.
Studi dimostrano come in alcuni settori economici l’acquisizione di nuovi clienti – oltre il 70% – avvenga attraverso il passaparola. Un dato che le aziende hanno compreso e non sottovalutano, anzi utilizzano a proprio vantaggio.

Aziende al passo con i tempi

Oggigiorno, le imprese, grandi o piccole che siano, utilizzano sempre più la rete per la commercializzazione dei loro prodotti, ma anche per il marketing e per acquisire dettagli e tendenze del loro mercato in tempo reale (tipologia di clientela, concorrenza, possibilità di estensione del brand, ecc.). In questo modo, utilizzando il classico ‘passaparola’ con l’ausilio delle moderne tecnologie, il web risponde mettendo immediatamente a disposizione opinioni, valutazioni e recensioni al mondo parte del mondo.
Attraverso vari siti, i fruitori di opere e prestazioni, possono dare un loro giudizio e esprimere il loro contento o malcontento, condividendolo con tutti gli altri utenti.
Un meccanismo che prende sempre più spazio nelle strategie di acquisto e consumo di tutti.
È certo che le recensioni online giocano, più spesso di quanto si pensa, un ruolo determinante: il 97% dei futuri consumatori ricerca un prodotto o servizio su Internet prima dell’acquisto, di questi, l’88% valuta una recensione sul web lecita e/o veritiera, dando credito come se fosse un consiglio dato dalla famiglia o dagli amici. Si tratta, in estrema sintesi, di un ampliamento del concetto di fiducia – intesa come “sensazione di sicurezza basata sulla speranza o sulla stima riposta in qualcuno o qualcosa” -, che corre sul web.
È importante sottolineare che la vita online, sui social media, così come offline, è fatta di relazioni umane, dove la sensazione di fiducia continua a ricoprire un ruolo fondamentale.

La ricerca di consenso e fiducia

Gli utenti in cerca di pareri e consigli sono confidenti nel giudizio altrui, e il feedback trovato in rete ha un vigoroso impatto nella decisione finale. Le valutazioni, siano esse positive o negative influenzano i consumatori e soprattutto quelle avverse condizionano la loro scelta nell’86% dei casi.
Il 45% degli internauti è propenso a rivisitare una ditta o a informarsi sui prodotti venduti, se quest’ultima ha risposto ai commenti di compratori insoddisfatti, laddove necessario e possibile (ad esempio nei siti di recensioni). L’eventualità di poter dare fiducia a qualcuno che ovviamente nella maggior parte dei casi, non conosciamo personalmente, passa, questa volta senza tecnologia, dalle nostre corde di lettura dei fatti. Se l’azienda si mette in gioco e si relaziona con il proprio pubblico target anche attraverso il passaparola, viene creata una comunità trasparente dove tutti gli attori in gioco condividono esperienze, da cui partire sia nel dialogo che con nuovi progetti.
Le critiche possono essere usate costruttivamente e devono essere interpretate e utilizzate per inviare poi messaggi positivi, volti a dimostrare il reale impegno per dare il meglio al pubblico che ci ascolta, vede e giudica.
La fiducia ben riposta resta alla base di qualsiasi rapporto, sia esso privato o commerciale.

Essere produttivi: il metodo di Ivy Lee

Ogni imprenditore, ogni collaboratore, ogni studente, ogni persona vuole coltivare “la produttività” personale per una propria crescita. In poche righe la storia e un metodo davvero interessante.

“Se devi mangiare un rospo fallo come prima cosa al mattino. Se devi mangiarne due, comincia da quello più grosso”. Una citazione che suonerà anche un po’ bizzarra, ma per lo scrittore e umorista statunitense Mark Twain, questo era un principio per sconfiggere la procrastinazione.

Il rospo rappresenta un’attività, magari anche poco piacevole, che si preferirebbe rimandare all’infinito, invece che ultimarla. Senza un certo grado di motivazione, si cade in un circolo di scuse e si finisce spesso per posticipare. Per questo motivo, cioè sottrarsi al cerchio di giustificazioni al rinvio, bisogna mangiare il rospo come prima cosa, o meglio, occorre svolgere i doveri in principio di giornata. Un volta compiuti gli obblighi che reputiamo più sgradevoli, il resto del giorno sarà, in confronto, una passeggiata.

In una società dove i ritmi sono frenetici, è sempre più risentito il bisogno di essere produttivi. La frenesia del lavoro quotidiano e dei mille impegni di cui ci facciamo a carico, non lasciano margini di tempo per procrastinare. Anzi, è diventata una competenza essenziale quella del sapersi organizzare. Per chi non si sentisse capace di pianificare al meglio gli impegni e doveri, si possono trovare oggi, una miriade di tecniche per perfezionare le capacità organizzative di ognuno di noi. C’è speranza per tutti dunque! Una delle tecniche più semplici e efficaci, utilizzata da più di 100 anni, è il metodo Ivy Lee.

Il metodo Ivy Lee è datato 1918, un passaggio alla storia che incomincia quando il signor Schwab, presidente dell’acciaieria Bethlehem Steel Corporation, chiese aiuto all’esperto pubblicista nonché fondatore delle scienze di pubbliche relazioni, Ivy Lee. Il signor Schwab aveva pressantemente bisogno di rendere la sua compagnia più competitiva, dinamica e produttiva. Al primo incontro con Ivy Lee, il signor Schwab espose il suo desiderio di potenziare la produttività del suo team. Ivy Lee chiese di poter passare 15 minuti con ciascuno dei manager, così da spiegar loro una tecnica che avrebbe migliorato in maniera esponenziale la loro capacità di pianificare i loro obiettivi, e di conseguenza di aumentare il loro rendimento ai servizi della Bethlehem Steel Corporation. Quando Schwab chiese quale fosse il compenso richiesto per tale servizio, Lee rispose “niente”. Niente sul momento, ma se nei tre mesi successivi Schwab avesse notato miglioramenti, avrebbe deciso allora quale corrispettivo attribuire a Lee per un tale aiuto. A bilancio dei tre mesi di prova, Schwab firmò a Lee un assegno di 25’000 dollari (pari a 400’000 al giorno d’oggi). L’efficienza e le vendite della Bethlehem Steel Corporation spiccarono alle stelle. Nell’arco di un paio d’anni la compagnia diventò una dei più grandi colossi nella produzione d’acciaio americana, e rese il titolo di milionario al signor Schwab, che raggiunse un capitale dal valore netto di 200 millioni di dollari. La compagnia vanta progetti come il Golden Gate Bridge di San Francisco, il Ponte George Washington di New York, il Chrysler Building, Empire State Bulding, e altri ancora. Edifici, ponti, dighe, costruzioni conosciute e apprezzate nel mondo intero.

Fu in principio Rockfeller a consigliare a Schwab di incontrare Ivy Lee. Il magnate del petrolio era infatti a conoscenza della professionalità e delle capacità di Lee.

Il segreto del metodo Ivy Lee si racchiude nella sua semplicità. Il principio si basa su pochi punti essenziali, i quali richiedono un piccolo ritaglio di tempo per essere decretati e regolati. Bastano infatti 15 minuti la sera, da dedicare a questi spunti organizzativi, per il raggiungimento di una performance ineguagliabile.

Il primo passo consiste nel definire minuziosamente gli obiettivi che si vogliono raggiungere l’indomani. L’ambito in cui questi obiettivi ricadano è indifferente, bisogna però che questi obiettivi siano precisi e realizzabili. Il fine è quello di creare una lista di ciò che si vuole raggiungere nell’arco della giornata, per il giorno dopo.

Il secondo passo sta nel ordinare per priorità gli obiettivi listati, dando fondamentalmente precedenza ai sei reputati improcrastinabili e da ultimare. Mettendo al primo posto l’obiettivo che si considera più importante.

Il terzo passaggio prende vita l’indomani, iniziando la giornata completando l’obiettivo che si è stimato essere il prioritario. Una volta eseguite tutte le azioni per raggiungere il primo dei sei obiettivi, si può passare al secondo. Svolto il secondo si passa al terzo, e così via discorrendo.

Il quarto passo sta nel terminare la liste entro la fine della giornata, se non dovesse essere possibile riuscirci, gli obiettivi mancati vanno ripresi nella lista da redigere la sera, per il giorno seguente.

Il quinto passo sta nel ripetere questo schema ogni ventiquattrore, al crepuscolo, tutti i giorni.

La prestanza di questo metodo si racchiude nella sua capacità nel far realizzare quali siano le priorità a cui dobbiamo far fronte. Il fatto di mettere nero su bianco, quali siano i nostri doveri, e a quali è richiesta precedenza. Così facendo, si sopprimono le possibilità di scuse o posticipi.

Prendere coscienza di quali siano le priorità è un enorme passo avanti per incrementare la produttività, e l’efficienza di ognuno di noi. In tutta agevolezza, ed in un momento di calma, la sera, si categorizzano chiaramente quali siano le principali attività a svolgere. Un’analisi che richiede minimo istante, visto il numero limitato, a 6, di necessità a cui dedicare attenzione. Il numero limitato a sei non è aleatorio. Sei attività spartite nelle otto ore di lavoro, risultano in 1 ora e 20 minuti per ciascuna attività. Se queste tempistiche risultano essere troppo strette, o si realizza che si sta perdendo tempo a vuoto nello svolgere una di queste, si passa alla prossima.

La gestione del tempo diventa più interessante se vengono stabilite ante gli obiettivi da raggiungere. Sapere esattamente cosa si deve fare, con l’unico vincolo legato alla durata, rende indirettamente più focalizzati su ciò che bisogna realizzare. Quando invece non vi è un filo, o un programma di ciò a cui dobbiamo dedicarci nell’arco di una giornata, o in qualsiasi altro lasso di tempo, è facile cadere nell’abisso della procrastinazione. Abisso da cui è quasi impossibile uscire, senza un piano preciso e dettagliato.

Vita privata e vita lavorativa: una linea sottile

Il datore di lavoro è tenuto a regolamentare l’utilizzo, da parte dei propri collaboratori, delle infrastrutture aziendali per uso privato.

Se all’inizio degli anni ’90 pochi possedevano un telefono cellulare, oggigiorno siamo tutti (poche le eccezioni) detentori di uno smartphone. Sempre raggiungibili e ovunque; posta elettronica, social media, chiamate e messaggini, i canali di comunicazione sono molteplici e agibili ininterrottamente. Il tempo dedicato alla vita in rete ci occupa in media pressappoco tre ore al giorno, che sommate nell’arco di un anno corrispondono a quasi 35 giorni. Un mese e poco più di istanti passati interamente sugli schermi dei nostri smartphone (non si contano le ore al computer o altri dispositivi elettronici). Nei momenti d’attesa, al mattino mentre si fa colazione, la sera al rientro dal lavoro; momenti in cui la nostra concentrazione è completamente assorbita dai touch-screen dei nostri cellulari.

I principi di buona condotta sul posto di lavoro suggeriscono di spegnere o mettere in modalità silenziosa gli strumenti elettronici personali. Cosa succede però quando questo principio non viene rispettato? È corretto o permesso ricevere chiamate e messaggi personali durante gli orari di lavoro?

Diversi datori di lavoro hanno deciso per la consegna di un apparecchio smartphone all’impiegato, da usare per necessità strettamente legate all’impiego, prassi che delimita così l’uso del cellulare privato.

Quando non vi è questa possibilità bisogna distintamente fissare cosa è permesso in ambito di comunicazione personale e in materia d’uso di dispositivi informatici di proprietà dell’azienda.

Nello spazio degli orari di impiego, non è possibile utilizzare i propri telefoni cellulari per uso privato. I telefoni dati in dotazione dai datori di lavoro non devono contenere documenti privati o applicazioni scaricate dal collaboratore. L’adopero di questi apparecchi, deve considerarsi ad uso strettamente professionale.

I lavoratori beneficiano di momenti di pausa durante le ore di attività. Pause che non sono considerate tempo di lavoro e quindi, durante le quali si può dunque fare uso dei propri apparecchi.

Ha fatto scalpore, il caso di un’impiegata di Zurigo, che avendo installato l’applicazione di chat WhatsApp per uso personale sul telefonino aziendale e si è vista presentare la lettera di licenziamento ad effetto immediato da parte dell’azienda. Il Tribunale Federale ha preso le parti dell’impiegata, ma riferendosi alla legge sulla privacy, in quanto il datore di lavoro non avrebbe avuto diritto di leggere i messaggi personali sull’applicazione scaricata.

La legge sulla privacy protegge in tal senso i singoli, ma allo stesso tempo non dà il diritto ai singoli stessi, di infrangere le regole concordate con il datore di lavoro in materia d’utilizzo di dispositivi elettronici. Questo vale al tempo stesso per tutti gli altri apparecchi forniti dal datore di lavoro. Per esempio, l’uso di stampanti, computer fissi o portatili, telefoni fissi, devono essere adoperati per compiti lavorativi. Un chiaro accordo tra impiegato e datore di lavoro può acconsentire ad un uso privato di tali sistemi operativi. Senza un accordo fissato e convenuto all’unisono, non vi è diritto d’utilizzo per scopi privati.

Uno dei procedimenti comuni per perimetrare l’uso dei servizi di internet è il blocco di certe pagine web, al fine di evitare che i collaboratori accedano a siti d’intrattenimento durante il tempo d’impiego.

Limitare la navigazione in Internet per scopi privati è possibile bloccando i siti indesiderati (indici di borsa, siti erotici ecc.) o stabilendo un periodo di tempo in cui la navigazione privata sia consentita (p. es. durante le pause o a partire dalle ore 18.00).

L’adozione di tali misure di protezione permette al datore di lavoro di neutralizzare precocemente eventuali pericoli per la sicurezza e la funzionalità del sistema elettronico. L’effetto preventivo di queste misure sostituisce ampiamente l’impiego di sistemi repressivi quali la sorveglianza. Tra le misure tecniche di protezione più importanti si annoverano le password e l’accesso protetto, i programmi antivirus e le limitazioni della memoria, i backup e le firewall. Inoltre, i programmi di navigazione e di posta elettronica devono essere installati secondo le tecniche più recenti, configurati in base a standard di sicurezza e aggiornati periodicamente.

La linea è sottile, tra la volontà di rispettare la personalità dell’impiegato, e l’auspicare a garantire un livello di professionalità ed efficienza sul posto di lavoro. Entrambe le parti devono accordarsi sui termini e le condizioni in materia di uso ed utilizzo degli spazi e dei mezzi elettronici. È responsabilità delle aziende di comunicare e di chiarire esplicitamente quali siano i comportamenti accettati e quali non, anche per quanto riguarda l’utilizzo dell’infrastruttura informatica e multimediale. È responsabilità del collaboratore di rispettare e avvalorare un livello di autorevolezza professionale. Ambedue le parti hanno il dovere di mantenere vivi i principi della proporzionalità, il buonsenso e della trasparenza, al fine di sostenere una proficua collaborazione. La fiducia in entrambi i sensi resta il fondamento di un rapporto benefico e sano.

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Uno sviluppo sostenibile è erede di aziende determinate

La Cc-Ti affianca le imprese nel rafforzamento e nella promozione di una responsabilità sociale consapevole

I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile OSS (Sustainable Development Goals SDGs) e i 169 sotto-obiettivi ad essi associati costituiscono il nucleo vitale dell’Agenda 2030.

Imprese sempre più socialmente responsabili e orientate sulla sostenibilità ambientale. L’ultima Inchiesta congiunturale della Cc-Ti ha messo in luce, in collaborazione con la SUPSI che ha analizzato una parte di dati, una crescente sensibilità delle aziende ticinesi per la Corporate Social Responsibility (CSR). Sono state, difatti, rilevate ben 138 buone pratiche, suddivise in 32 diverse tipologie d’intervento, adottate nei diversi settori economici. Un impegno che va dalla tutela dell’ambiente ai rapporti con la comunità, dalla gestione delle risorse umane alla governance, dallo smart working al risparmio energetico, coinvolgendo sia le piccole imprese che le medie e le grandi aziende. Per tutte c’è un significativo denominatore comune. La vocazione alla responsabilità sociale non è sollecitata da pressioni esterne o dall’aspettativa di guadagni maggiori. Nasce, invece, autonomamente all’interno delle stesse imprese per migliorarne l’immagine e, soprattutto, con la convinzione di un valore aziendale fondamentale.

Le piccole imprese

È chiaro che quanto più grande è l’impresa tanto più sono i mezzi a disposizione per la CSR. Risultano, perciò, ancora più apprezzabili gli sforzi intrapresi dalle piccole aziende. Se si guarda ai piani per la mobilità, si nota che oltre un quarto delle aziende ha predisposto delle misure specifiche: incentivi per il trasporto pubblico, car-sharing, mobilità lenta e ottimizzazione dei parcheggi. Non si prevederanno delle navette aziendali per ridurre ancora di più l’impatto ambientale, ciò non toglie però che anche con altre modalità si possa dare un fattivo contributo alla mobilità sostenibile. Del resto, per un piccolo imprenditore con una decina di collaboratori non è possibile organizzare, e non solo per ragioni di costi, un trasporto collettivo per i dipendenti che il più delle volte arrivano da località diverse del Ticino. A differenza di un’industria con centinaia di collaboratori dove può essere più facile coordinare un simile servizio. Va ricordato, inoltre, che, queste “piccole” imprese adottano spesso spontaneamente delle buone pratiche senza, magari, qualificarle e consapevolizzarle come tali. Se si considera che il 64% delle imprese ticinesi sono a proprietà familiare, questa loro stessa natura implica un legame più personale e diretto col territorio e il contesto sociale in cui operano. Un rapporto che si traduce in una sensibilità istintiva per l’ambiente, i dipendenti e le relazioni sociali, sentendosi parte integrante della comunità locale. Le buone pratiche non vanno, quindi, identificate esclusivamente con quelle riconosciute dai canoni ordinari della CSR. Né vanno demonizzate quelle realtà che non rientrano apertamente in questi schemi. Esse danno un apporto, forse meno visibile ma non per questo meno positivo, alla tutela dell’ambiente e al benessere della società. In fondo, cosa c’è di più socialmente responsabile dell’avviare un’attività economica in una regione periferica, creando dei posti di lavoro laddove le opportunità occupazionali scarseggiano? O gli sforzi di un piccolo imprenditore che non è nelle condizioni di creare un asilo nido aziendale, ma che fa di tutto, tra mille difficoltà, per agevolare i propri collaboratori e assicurare il futuro alla sua azienda? Sacrifici questi che vanno riconosciuti e sostenuti per un concetto di responsabilità più aderente alla vita reale delle imprese. Ci sono dei margini per migliorare l’adozione della CSR e su questo obiettivo si concentrerà l’impegno della Cc-Ti. Con un lavoro mirato di informazione, formazione e consulenza, offrendo strumenti praticabili e adeguati alle singole realtà produttive, nell’ottica di ridurre i deficit portati all’attenzione dallo studio.

Le grandi aziende

Nei nuovi scenari dell’economia digitale, che aprono anche prospettive inedite per lo sviluppo sostenibile, la CSR ha un peso particolare per le grandi aziende. In primo luogo per quelle che hanno il loro core business proprio nell’evoluzione tecnologica, come la Swisscom a esempio. “La digitalizzazione influisce sempre di più su economia e società. In quanto azienda ICT leader in Svizzera, Swisscom sente di avere una particolare responsabilità al riguardo. Occorre rendere fruibili le opportunità che si creano per il benessere del Paese, senza perdere di vista i possibili rischi; in altre parole, vogliamo plasmare il futuro con responsabilità, curiosità e impegno” spiega Carlo Secchi, Sales Director Ticino- VP della principale società svizzera di telecomunicazioni. Swisscom intende approfondire tre nuove sfide fondamentali per la società digitale dell’informazione. “Per le persone: da qui al 2025 aiuteremo due milioni di persone all’anno a sviluppare le loro competenze nel mondo interconnesso e nella nostra catena di fornitura – precisa Secchi –. Per l’ambiente: insieme ai nostri clienti ridurremo le emissioni di CO2 di 50’000 t (netto) a fronte di un impatto climatico positivo. Ciò equivale all’1% delle emissioni di gas serra della Svizzera. Per il Paese: portiamo una connessione affidabile a banda ultralarga a tutte le persone e a tutte le aziende in Svizzera. Così contiamo di aumentare la competitività e la
qualità della vita nel nostro Paese”.

Sostenibilità e crescita economica

Oggi la CSR e lo sviluppo sostenibile sono, giustamente, temi centrali nel dibattito politico. Ma è altrettanto importante riportare al centro del discorso pubblico anche la necessità di rafforzare le condizioni quadro, sia sul piano nazionale che cantonale, per salvaguardare la competitività e la leadership tecnologica della Svizzera, che risentono della forte pressione della concorrenza internazionale. I segnali di allarme non mancano. Tre qualificati studi, dell’IMD di Losanna, del WEF e della Banca Mondiale, hanno registrato, difatti, una flessione della competitività svizzera, a causa dei ritardi per alcune riforme, così come nella modernizzazione delle infrastrutture della comunicazione e del loro quadro giuridico, che permetterebbe di utilizzare meglio, e a beneficio di tutti, le opportunità offerte dall’economia digitale. “A mio personale parere, la trasformazione digitale talvolta coglie impreparati diversi elementi del nostro ecosistema – avverte Secchi –. Per fare qualche esempio, basti pensare a certi modelli commerciali avvenieristici, che non hanno trovato impianti legislativi adeguati, oppure al rapporto tra l’evoluzione della tecnologia rispetto alla formazione in azienda, con un divario che rischia di crescere costantemente. Inoltre, a fianco di un’infrastruttura competitiva, serve un atteggiamento più consapevole verso gli strumenti digitali, dagli smartphones ai social media, dalla posta elettronica agli acquisti online. Il che ci riporta allo sviluppo delle competenze digitali”. Responsabilità sociale e tutela dell’ambiente sostengono anch’esse la crescita economica e creano ormai un rapporto di reciprocità. Frenare questa crescita, si traduce nella limitazione dei mezzi a disposizione che possano permettere uno sviluppo delle buone pratiche della CSR, in una costrizione degli investimenti tecnologici che consentono un uso più efficace e proficuo delle risorse ambientali.

Modifica della legge sulle pari opportunità (disposizioni sulla parità salariale)

Il 1° luglio 2020 entrerà in vigore la modifica della legge sulla parità dei sessi. Un’informativa in merito.

Essa è tesa a migliorare l’applicazione della parità salariale. Le imprese che contano 100 o più collaboratori dovranno effettuare la prima analisi interna entro la fine di giugno 2021.

La modifica della legge sulla parità dei sessi è stata adottata dal Parlamento il 14 dicembre 2018 e dal Consiglio federale il 21 agosto 2019. Le nuove disposizioni impongono alle imprese con oltre 100 collaboratori di effettuare un’analisi interna sulla parità salariale. Un ufficio di revisione indipendente dovrà verificare l’analisi effettuata, del cui esito vanno informati i collaboratori. Fintanto che la legislazione rimarrà in vigore, la parità salariale andrà analizzata regolarmente ogni quattro anni, a meno che la prima analisi non riveli l’assenza di differenze salariali sistematiche inspiegabili tra donne e uomini. In tal caso non occorre effettuare ulteriori analisi.

Il Parlamento ha limitato a dodici anni la durata dell’obbligo di analisi (clausola di caducità). Ecco perché la modifica della legge sulla parità dei sessi e la relativa ordinanza saranno automaticamente invalidate al 1° luglio 2032.

La Confederazione mette a disposizione gratuitamente uno strumento d’analisi: Logib, che potrete trovare a questo link. Mediante questo programma le datrici e i datori di lavoro possono controllare se nella loro impresa la parità di salario fra donne e uomini è garantita.
La Cc-Ti organizzerà a breve un evento informativo per le aziende che saranno toccate dalle nuove disposizioni in materia di parità salariale.

Per maggiori dettagli, Chiara Crivelli, è a vostra disposizione.

Brexit: e ora?

Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, gli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’UE restano in vigore

L’uscita del Regno Unito dall’UE alla mezzanotte del 31 gennaio 2020 non comporterà a breve termine cambiamenti nelle relazioni tra la Svizzera e questo Paese: gli accordi bilaterali in vigore tra la Svizzera e l’UE si applicheranno al Regno Unito per il periodo transitorio (prorogabile) previsto almeno fino alla fine del 2020. L’accordo commerciale tra la Svizzera e il Regno Unito entrerà in vigore al più presto il 1° gennaio 2021.

Nell’ambito della strategia «Mind the gap» la Svizzera ha concluso tempestivamente una serie di nuovi accordi con il Regno Unito in settori quali il commercio, la migrazione, i trasporti stradali e aerei e le assicurazioni. La strategia «Mind the gap» mira a salvaguardare e, laddove possibile, estendere i diritti e gli obblighi reciproci esistenti. Inoltre, in un secondo momento e nel reciproco interesse, la collaborazione con il Regno Unito sarà ampliata ulteriormente («Mind the gap Plus»).

Relazioni intense e diversificate

Le relazioni tra la Svizzera e il Regno Unito sono intense e diversificate. Nel 2018 il Regno Unito era il sesto partner commerciale della Svizzera, con un volume di scambi di oltre 36 miliardi di franchi svizzeri, e nel 2017 era il terzo mercato in ordine di importanza per le esportazioni svizzere di servizi mentre la Svizzera era la terza piazza più importante per gli investimenti diretti britannici. Ogni anno vengono effettuati circa 58 600 voli tra la Svizzera e il Regno Unito. Nel Regno Unito vivono circa 34 500 cittadini e cittadine svizzeri e in Svizzera risiedono 43 000 cittadini e cittadine britannici.

Finora, queste relazioni tra la Svizzera e il Regno Unito si sono basate in modo determinante sugli accordi bilaterali tra Svizzera e UE. Al fine di garantire, per quanto possibile, i diritti e gli obblighi reciprochi esistenti anche dopo l’uscita dall’UE per mezzo di nuovi accordi, ed eventualmente di ampliarli in determinati ambiti, il Consiglio federale ha fissato per tempo la sua strategia «Mind the gap» (ottobre 2016), precisandola poi nell’aprile del 2018. L’Esecutivo ha deciso che nel caso di un’uscita ordinata dall’UE (scenario deal) la possibilità di applicazione temporanea degli accordi UE con Paesi terzi al Regno Unito per un periodo transitorio prevista nell’accordo di recesso potrà valere anche per gli accordi bilaterali Svizzera-UE. Si tratta dell’eventualità che si è verificata.

La validità degli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’UE durante il periodo transitorio è stata confermata formalmente tramite uno scambio di note tra l’UE e la Svizzera. Gli accordi bilaterali Svizzera-UE sono dunque validi fino alla fine del periodo transitorio, il 31 dicembre 2020 (prorogabile), anche per le relazioni Svizzera-Regno Unito.

Mind the Gap Plus

Oltre ad assicurare la continuità, la Svizzera sta verificando la possibilità di ampliare le relazioni con il Regno Unito («Mind the Gap Plus»). Il Consiglio federale sta esaminando in quali campi la collaborazione potrebbe essere approfondita dopo la Brexit e dove sussistono eventuali interessi comuni. Nell’accordo commerciale è già stato stabilito che la Svizzera e il Regno Unito avvieranno colloqui esplorativi per sostituire, ammodernare o sviluppare ulteriormente tale accordo

Cronologia

  • 31.12.2020 Termine previsto del periodo transitorio
  • 31.01.2020 Uscita del Regno Unito dall’UE
  • 31.10.2019 Firma di un Accordo temporaneo relativo al coordinamento delle assicurazioni sociali
  • 10.07.2019 Firma di un Accordo temporaneo sull’ammissione reciproca al mercato del lavoro e di una dichiarazione d’intenti sulla cooperazione di polizia
  • 25.02.2019 Firma dell’Accordo inerente ai diritti dei cittadini
  • 11.02.2019 Firma dell’Accordo commerciale
  • 25.01.2019 Firma dell’Accordo sulle assicurazioni e dell’Accordo sul trasporto stradale
  • 17.12.2018 Firma dell’Accordo sui trasporti aerei
  • 29.03.2017 Inizio della procedura di uscita dall’UE del Regno Unito ai sensi dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea (TUE) (data di uscita originale: 29.03.2019)
  • 19.10.2016 Approvazione della strategia «Mind the gap» da parte del Consiglio federale
  • 23.06.2016 Referendum popolare sull’uscita del Regno Unito dall’UE («Leave» 51,9%)

Per maggiori informazioni:

Export svizzero da record anche nel 2019

Malgrado un clima internazionale caratterizzato da guerre commerciali e tensioni politiche, l’export svizzero ha nuovamente segnato numeri da record, dopo un 2018 già estremamente positivo. 

Un franco su due è guadagnato all’estero. La nostra economia è dinamica e volta all’internalizzazione poiché trova condizioni favorevoli sui mercati esteri, grazie anche ai numerosi accordi di libero scambio siglati dalla Svizzera. Prova di questo successo sono i dati presentati dall’Amministrazione federale delle dogane concernenti il commercio con l’estero per l’anno 2019. Malgrado un clima internazionale caratterizzato da guerre commerciali, tensioni politiche e una congiuntura mondiale estremamente instabile, il commercio estero elvetico ha nuovamente registrato numeri da record, seppur con un minimo rallentamento. Dopo un 2018 estremamente positivo, lo scorso anno le esportazioni sono cresciute del 3,9% e le importazioni dell’1,6% portando l’eccedenza della bilancia commerciale a oltre 37,3 miliardi di franchi.  

Chi trascina e chi frena?

La locomotiva dell’economia elvetica è il settore chimico-farmaceutico, che in un solo anno ha avuto una crescita esponenziale di quasi il 10%. Da sottolineare che i soli prodotti farmaceutici rappresentano oltre il 40% del valore di tutte le esportazioni di merci svizzere. Segnali positivi arrivano anche dal settore orologiero e dagli strumenti di precisione, che hanno ripreso una buona attività.

La Germania rimane di gran lunga il più importante mercato di esportazione della Svizzera e, malgrado i segnali di recessione, l’export elvetico verso questo Paese ha continuato a crescere. Il clima di tensione a livello internazionale non ha scalfito nemmeno gli scambi con i maggiori leader mondiali: la Cina si è infatti rivelata essere uno dei mercati più dinamici (+9.7%) come pure gli Stati Uniti (9.1%). Le esportazioni svizzere verso il Regno Unito, che avevano già accusato un’importante riduzione nel 2018 (-18%), hanno incassato un nuovo colpo a causa delle incertezze politiche legate alla Brexit (-1.8%). Emerge infine la dinamicità del mercato russo e di quello di Singapore, che negli ultimi tre anni hanno continuato a crescere a ritmo sostenuto.

Futuro roseo?

I primi indicatori mostrano che l’export svizzero continuerà all’insegna della positività anche nel 2020. A fornire segnali concreti è il sondaggio sul clima dell’export di S-GE e il barometro delle esportazioni di Credit Suisse: oltre la metà delle aziende intervistate hanno infatti indicato che nel primo semestre 2020 prevedono una crescita dell’export. Cc-Ti e S-GE continuano a seguire e a sostenere con impegno le attività delle PMI della Svizzera italiana.

Articolo a cura di

Monica Zurfluh, Responsabile S-GE per la Svizzera italiana e
Valentina Rossi, Responsabile Servizio Export Cc-Ti


Commercio estero svizzero destagionalizzato. Fonte AFD

L’importanza di coinvolgere i dipendenti nell’innovazione

Quale nuovo modello di business? Si può pensare al percorso di innovazione come ad un viaggio in autobus. L’approccio del St. Gallen Business Model Navigator può essere un percorso d’innovazione per la vostra azienda.

Prendiamo l’esempio per eccellenza, utilizzato in qualsiasi ambito parlando di innovazione: la Kodak. L’azienda leader mondiale per le pellicole fotografiche si è ritrovata in un breve lasso di tempo a fronteggiare una crisi dovuta all’avvento della fotografia digitale che l’ha condotta al fallimento. Forse non tutti sanno però che la Kodak ha iniziato a studiare la fotografia digitale e ha brevettato il primo prototipo di macchina fotografica digitale già negli anni ’70. Come mai allora non ha saputo vincere questa sfida? Tra i fattori più importanti vi sono da una parte l’errata valutazione della percentuale di persone che sarebbe passata alla fotografia digitale e dei tempi di adozione della nuova tecnologia e, dall’altra parte, il timore legato a quello che gli anglosassoni chiamano reskilling e quindi a come riqualificare e reimpiegare le persone che si occupavano della fotografia analogica.

Le PMI ticinesi

In scala molto più piccola, questi fattori sono sovente presenti anche nelle PMI e provocano purtroppo una certa rigidità di fronte a innovazione o cambiamento, se non a una completa immobilizzazione. Una capacità importantissima, quando si parla di innovazione delle aziende, è quella di saper far dialogare le componenti generazionali. Giovani neo assunti e dipendenti presenti da molti anni in azienda non necessariamente guardano allo stesso modo il cambiamento e sono guidati dalle stesse leve motivazionali.

Sapersi confrontare con le differenti generazioni significa capire quali siano le differenze tra di esse. Se in passato era ad esempio generalmente accettata una regola gerarchica molto forte dall’alto verso il basso, i giovani riconoscono oggi sicuramente ancora una gerarchia, ma guardano spesso ai superiori come mentori e vengono maggiormente riconosciuti valori come quello dell’autorevolezza a scapito di una più fastidiosa autorità. Vi sono inoltre differenze legate alla durata media di permanenza nelle aziende. Oggigiorno, per un giovane che si affaccia al mondo del lavoro, prende in considerazione che avrà probabilmente diversi datori di lavoro durante l’arco della propria vita professionale. Si può pensare al percorso di innovazione come ad un viaggio in autobus. Il cambiamento di direzione è deciso dal vertice dell’azienda ma per dare la necessaria stabilità nel periodo in cui si introducono i cambiamenti è necessario riuscire ad avere a bordo tutti i dipendenti. Un cambiamento può infatti destabilizzare regole, abitudini e metodologie di lavoro consolidate negli anni. Sarà quindi tanto più importante, in una primissima fase, assicurarsi di aver dialogato per tempo con tutti i passeggeri in modo costruttivo. Nelle fasi di cambiamento bisogna tener conto che qualcuno di loro non si riconosca più nell’impresa e chieda di scendere. Così come altri, attratti dalla nuova direzione dell’autobus, possano essere motivati a chiedere di salire.

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Articolo a cura di Roberto Pezzoli, Direttore e Partner di Gruppo Multi SA

Incoterms® 2020: anche in una pratica App

Con il rilascio della nuova versione delle clausole di resa, la Camera di commercio internazionale (ICC) promuove anche una pratica applicazione per smartphone.

L’App Incoterms 2020 è a disposizione sui principali store:  Apple App Store e Google Play

Rimanere connessi digitalmente agli strumenti di business che utilizziamo quotidianamente è più importante che mai, specialmente per chi lavora nel commercio con l’estero. Anche restare aggiornati sulle ultime novità è essenziale per poter portare avanti la propria attività con successo.  

Una delle principali novità di questo anno è sicuramente la pubblicazione delle nuove clausole Incoterms® 2020. Malgrado abbiate seguito i corsi della Cc-Ti o acquistato il libro “Incoterms 2020”, può sempre rimanere un dubbio sulle regole di resa. Ecco quindi che anche la Camera di commercio internazionale (ICC) ha voluto aiutare gli imprenditori fornendo una App da scaricare sul proprio cellulare, utile a colmare i dubbi che possono sorgere in un momento di distrazione. Anche in viaggio quindi è sempre pratico e veloce consultare le obbligazioni del compratore o del venditore in una determinata regola, oppure ripassare la nuova clausola DPU.

L’App fornisce i seguenti servizi:

  • Breve descrizione delle 11 regole Incoterms®
  • Aiuta a comprendere quale termine commerciale includere nei contratti di vendita, a seconda del modo di trasporto: aereo, ferroviario, stradale, marittimo o una loro combinazione
  • Aggiorna sulle novità della ICC  

Ricordiamo che gli Incoterms® 2020 aiutano gli importatori e gli esportatori di tutto il mondo a comprendere le proprie responsabilità ed evitare costosi equivoci. Le regole formano il linguaggio delle transazioni di vendita internazionali e contribuiscono a rafforzare la fiducia nel nostro sistema commerciale globale.

La Cc-Ti, oltre a fornire consulenze ai propri associati, promuove anche corsi di formazione sulle clausole Incoterms®. Il prossimo appuntamento è in programma il 1° aprile e le iscrizioni sono già aperte!

Opposizione al trasferimento aziendale: una disdetta contrattuale?

Una scheda giuridica redatta dall’Avv. Michele Rossi. Scopriamo i dettagli!

Il codice delle obbligazioni prevede (art. 333) che in caso di trasferimento di un’azienda i contratti di lavoro in essere passano automaticamente e con tutti i diritti e gli obblighi all’acquirente, a meno che il lavoratore non vi si opponga. Il passaggio dei rapporti di lavoro avviene in contemporanea al trasferimento aziendale.

Per trasferimento di azienda si intende ad esempio la relativa vendita, donazione o permuta oppure una fusione o una scissione di più aziende. Per contro il semplice trasferimento di un pacchetto, minoritario o maggioritario, di azioni non rientra del campo di applicazione dell’art. 333 CO.

La legge prevede l’obbligo di informare tempestivamente la rappresentanza dei lavoratori sul motivo del trasferimento e sulle relative conseguenze. Nel caso in cui fossero previste misure concrete i lavoratori vanno preventivamente consultati.

Ora, cosa significa che il lavoratore si può opporre al trasferimento? Deve dare la disdetta? O è il datore di lavoro che, preso atto dell’opposizione, deve agire con un licenziamento ordinario? Niente di tutto questo. La fine del contratto è una conseguenza legale dell’opposizione. Il dipendente entro un congruo termine deve quindi manifestare la sua volontà di non volere acconsentire al trasferimento del suo contratto. La dottrina ritiene che un termine di un mese, di regola, possa essere adeguato. Se il lavoratore non dovesse reagire entro questo congruo termine si reputa che il trasferimento sia stato tacitamente accettato. In caso di opposizione il contratto termina comunque entro il termine di disdetta legale (anche se non si tratta di disdetta). Infine, non trattandosi di una disdetta, il lavoratore che si oppone al trasferimento non è tutelato dalle disposizioni contro le disdette abusive o date in tempo inopportuno (artt. 336 ss. CO).